36° Premio Internazionale Cultura Cattolica: premiata la prof.ssa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

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Un «educatore per la verità». Così ha definito Romano Guardini la sua erede spirituale, la prof.ssa Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, nella cerimonia durante la quale le è stato conferito il 36° Premio Internazionale Cultura Cattolica, venerdì 9 novembre scorso a Bassano del Grappa.

Laureata in filosofia, germanistica e scienza politica, Gerl-Falkovitz – come ha scritto nella motivazione del Premio il prof. Ornaghi, presidente della Giuria – è «testimone autorevole dell’indispensabilità e vitalità del pensiero cattolico per l’intera cultura europea e per il futuro stesso dell’Europa», ed è, questo, uno dei motivi per i quali la studiosa ha ricevuto il titolo che negli anni è andato ai principali esponenti della cultura cattolica: da Augusto Del Noce a don Divo Barsotti, dal futuro Papa Joseph Ratzinger al card. Giacomo Biffi, passando poi per il fondatore di CL Luigi Giussani, Vittorio Messori, Carlo Caffarra fino al più recente Rémi Brague.

Un concetto, quello della verità, che è ritornato spesso nel corso della serata. «L’effetto di Guardini non proveniva dalla retorica», ha esordito la studiosa: «Chi tratta di cose religiose deve esercitare un grande sacrificio della parola. Egli deve lasciare scorrere tutto attraverso la fiamma fresca dell’esame più obiettivo, affinché ciò che non è autentico si dissolva. Solo così splenderà in modo più chiaro ciò che proveniva dalla verità». Questo continuo richiamo alla verità ha fatto del teologo un grande educatore: «L’arte guardiniana di guidare è fondata nel profondo rispetto di quanto già c’è, che egli chiama volentieri “destino”. Il desiderio di autodeterminazione, un’autonomia illusoria, fu per Guardini l’hybris moderna, a cui fu contrapposto nella nascente “postmodernità” il riconoscimento del reale, la misura che custodisce». Un rispetto di quanto già c’è che si traduce nella “fedeltà” alla propria natura, che «è il compito umano per eccellenza». Ma questo “destino” racchiude in sé non solo «la propria autoaccettazione o l’autorifiuto, ma anche una volontà antecedente, che ha voluto che io fossi e che fossi così», e l’esistenza diviene una dinamica che viene definita come «l’appagamento del finito (Endlichen) con il compimento (Vollendung)». Il rifiuto dell’esistenza creata e donata è per il teologo italo-tedesco una “malattia dello spirito” per guarire dalla quale «occorre un’autoeducazione alla verità, alla verità sulla propria non-autonomia, sulla propria dipendenza», ha spiegato Gerl-Falkovitz.

L’opera educativa di Guardini, prima come assistente spirituale del gruppo “Juventus” a Magonza e poi del “Quickborn” (fonte viva) al Castello di Rothenfels sul Meno, lo portarono ad essere motivo di ispirazione per i ragazzi della Rosa Bianca (condannati a morte per aver resistito al nazismo), e più in generale lo rese un riferimento per una larga parte di gioventù tedesca. Egli stesso pagò con un lungo silenzio a causa dell’ostilità del regime nei suoi confronti. «I nostri giovani sono dei feriti, dei grandi feriti di questa battaglia. Per dodici anni sono stati affidati, indifesi, a maestri la cui sola ambizione era impedir loro di pensare. Ora bisogna tentare di restituire alla nostra gioventù l’inquietudine dello spirito. Ed è questo che la salverà dal nichilismo», scriveva, tratteggiando a tinte fosche la situazione culturale, spirituale e intellettuale della Germania post-bellica. Che contributo potrebbe dare quindi Guardini all’Europa di oggi? «Egli è un pensatore della misura, del possibile, della realtà. E le capacità finanziarie e culturali di un paese sono limitazioni reali», ha dichiarato la premiata. Quindi, è illusorio pensare di «dare una prospettiva ai migranti con illusioni solo finanziarie, senza intenzione di integrazione reale anche nella cultura, nella lingua, nell’accettazione sincera dei diritti umani, inclusi i diritti della donna». Come anche sarebbe intelligente pensare a soluzioni alternative, come «dare un orizzonte economico ai Paesi o continenti che perdono la loro gioventù preziosa nelle migrazioni».

Inoltre, «per Guardini l’Apocalisse offre in modo particolare il materiale per la comprensione della ingiustizia contemporanea e del già giungente Giudizio», ha aggiunto. In una sua riflessione egli incoraggiava alla fiducia, perché «la storia ha il suo tempo e la sua forza, anche dove si volge contro Dio, e quelli non sono annullati. Ma sulla realtà terrena si mostra quella divina. Sulle potenze incalzanti della storia appare silenzioso e in attesa colui che esse aggrediscono, Cristo». E se da una parte l’esistenza cristiana sembra in balìa delle forze del mondo, «in Verità Egli la custodisce. Essa sembra posata nel caso; ma in tutto quello che accade, anche quando è distrutta, si compie l’eterno Senso».

Una posizione che, a giudizio di Gerl-Falkovitz, farebbe meritare a Guardini un posto come Patrono culturale e spirituale d’Europa (insieme a S. Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein) e che conferma la bontà dell’idea di proporre ancora una visione del mondo (Weltanschauung) cristiana, «l’incontro della fede cristiana con il mondo» o, in altri termini, «lo sguardo di Cristo sul mondo».

Alla capacità di “guardare” il mondo Guardini assegna un compito più audace, quello di «salvare il mondo, perché nell’incontro dell’uomo salvato il mondo si salva, e si realizza un’incarnazione, l’incarnazione di qualcosa che non è ancora stato». In questa dinamica, «l’uomo si mette a disposizione con audacia e responsabilità, con intuizione, con creatività, nel comprendere l’unicità; nel ricercare ciò che possibile qui e solo qui; nel sentire ciò che ancora non è». Così il mondo in un certo senso quasi si trasfigura: «esso non è più semplicemente “qui”, ma viene compreso in modo compiuto, diviene se stesso nel carattere dell’incontro: della reciproca attrazione e della fecondazione attraverso l’uomo, e precisamente dell’uomo redento da Cristo». Il “divenire”, altra categoria molto presente nel pensiero guardiniano, «è compito, imperativo e volontà del Creatore, che vuole vedere la sua creatura forte ed operante».

Così Gerl-Falkovitz ha introdotto il tema del “cuore”, che è «il luogo del divenire, della decisione, il luogo del cambiamento, ma anche del fallimento», poiché nell’uomo esiste la stupenda capacità di uscire da sé, verso il bene o verso il male. La libertà è il fianco aperto dell’uomo, in cui si trova anche la libertà di perdere tutto: «nell’uomo vive una tragica possibilità, non perché sia stato pensato piccolo da Dio, ma perché è stato pensato grande. La sua grandezza è la sua tentazione». Questo appartiene al nucleo della Weltanschauung di Guardini: «immettersi nel movimento di Cristo, volere il divenire verso di Lui. Con tutta la forza, perché è la grandezza della Grazia che Essa desideri la nostra collaborazione» facendo dell’uomo, citando Anselmo di Canterbury, “omnipotentia sub Deo”.

«Guardini è un educatore per la verità», ha concluso la studiosa. «Già nei primi anni il giovane prete parlava dell’unione necessaria di verità e amore», ma con un ordine preciso nel quale la verità è il primo valore, davanti all’amore, «altrimenti l’amore diviene “senza denti”, romantico, solo un valore mobile in una soggettività sentimentale». In perfetta sintonia con il principio dell’ontologia di San Tommaso “agere sequitur esse” (l’agire segue l’essere), Guardini è ancora una volta un maestro di auto-educazione: «prima di agire o di amare viene la cognizione della verità, della realtà» e l’assenza di questa cognizione «crea illusioni utopiche e aumenta il caos». La tensione fra amore e verità è un compito essenziale della chiesa, che essa non deve dimenticare. «Se la chiesa dimentica lo sguardo sulla tensione di amore e verità, sulla lotta di Dio con l’uomo, fa dal Vangelo un racconto floscio».

Andrea Mariotto