Bene comune vs “diritti umani”. Di Riccardo Zenobi.

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Nel saggio I diritti dell’uomo e la legge naturale Jacques Maritain riteneva i diritti umani una trasposizione secolare della legge naturale[1], e perciò compatibili con la visione cristiana dell’uomo nei suoi rapporti con la società, lo Stato e Dio. Il libro venne scritto nel 1948, poco prima della pubblicazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’ONU, la cui preoccupazione principale era evitare il ripetersi degli eccidi e degli orrori della seconda guerra mondiale; tale documento si situa nel solco della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Sebbene parte dei contenuti di tali carte dei diritti sia materialmente simile al decalogo e alla visione cristiana del bene comune e della legge naturale, a livello formale c’è un abisso tra quest’ultima e la visione moderna o postmoderna dei diritti umani, che la storia della secolarizzazione ha mostrato apertamente e tragicamente.

Ciò è di fondo dovuto all’aver perso di vista il Bene, superiore, precedente e fondativo rispetto all’uomo e al mondo i quali di esso partecipano, per sostituirlo con una visione immanente che punta a dei beni di questo mondo e sottintende una visione dell’uomo chiusa al trascendente. Muoversi all’interno di questi paletti ha portato alla secolarizzazione dello Stato e a cascata dell’intera società e sfera pubblica.

La dichiarazione del 1789 aveva volutamente tolto ogni riferimento al trascendente nei suoi articoli, in quanto la citazione dell’Essere supremo nel preambolo è del tutto estrinseca, e si limita a chiamarlo come testimone e non come fonte dei diritti o legislatore. Questo perché “il cielo si portasse in terra” ed “alfine la felicità diventi un diritto, la cui idea si sostituisca a quella di dovere”[2]. Come nota Estanislao Cantero Nuñez “a quel fine erano sufficienti i lumi della ragione […] perché ci sono solo verità naturali, cosi come spiegò Hazard”[3]. Tolto ogni riferimento al Bene superiore, l’uomo può fondare la sua felicità solo in ciò che è immanente in natura o nel proprio animo, e quindi solo in essi trovare il proprio bene e da lì costruire una società organizzata intorno ad un “bene comune”. In tale ottica quest’ultimo risente della pluralità di giudizi che si può dare in base a infiniti fattori e inclinazioni che portano a riconoscere un bene da perseguire in qualcosa di non condiviso (o addirittura avversato) da altri. Oltre a ciò, lo Stato si ritrova a non dover rendere conto del suo operato a nulla che lo preceda o che lo trascenda, limitandosi nel migliore dei casi a fare da arbitro in giochi di forza (per fini elettorali), mentre nel peggiore diventa esso stesso attore e diffonde una ideologia in proprio. Poiché in base all’articolo sesto della Dichiarazione del 1789 la legge “è l’espressione della volontà generale” quest’ultima può essere recapita o guidata da potere. In ogni caso, cosa è “bene comune” viene stabilito per legge dal potente di turno, il quale avrà anche il dovere di metterlo in atto.

Vi è inoltre un ulteriore mutamento che ha portato alla definizione dei diritti umani, uno slittamento semantico del termine diritto, il quale venendo ad essere ancorato ad una visione antropocentrica ha perso ogni legame con un bene oggettivo che si possa situare fuori dell’individuo. Togliere ogni legame con il Bene trascendente ha finito con il recidere i rapporti con ogni tipo di bene, anche naturale; tale passaggio è avvenuto anche per motivi strutturali: chiuso l’uomo e il suo intelletto nell’immanenza la ragione non può trovare il bene come troverebbe un qualunque ente o una verità naturale, poiché di quale realtà materiale si può dire “è bene in sé”? Dato che il bene non viene visto dalla mente come una qualunque realtà di questo mondo, chiudere l’intelletto nell’immanente ha portato a far perdere al diritto il fondamento che aveva in precedenze, cioè il suo riferimento ad un oggettivo bene comune da perseguire in quanto partecipazione del Bene.

Non essendoci un fondamento oggettivo del diritto, esso non può più essere visto allo stesso modo della classicità o del medioevo come oggetto della virtù della giustizia, ossia ciò che è dovuto ad un altro, alla società o a Dio nell’ottica del giusto/ingiusto e del bene/male oggettivo, i quali limitano e plasmano il diritto e le leggi. Venuta a mancare tale impalcatura il diritto ha iniziato ad indicare una forza morale soggettiva, ovvierò si iniziò ad intenderlo come ciò che qualcuno deve avere il permesso di fare senza interferenza, avulso dall’essere misurato e definito da ciò che è oggettivamente giusto; al contrario il bene e la giustizia vengono ad essere misurati da quanto un individuo è autonomo, indipendente e libero di fronte agli altri, alla società e a Dio. Così lo stesso “bene comune” perde il ruolo di misura dei diritti, finendo per essere misurato da quante più persone possibile hanno la maggiore libertà permessa.

Il vulnus di tale concezione del diritto consiste nel suo irriducibile individualismo, il quale negando ogni dovere verso qualcosa di superiore o precedente l’uomo (per esempio la legge naturale) porta a ritenere “diritto” almeno in potenza ogni cosa richiesta come tale da un gruppo o da un movimento ideologico: l’unico limite della libertà diventano gli altri, coloro che non condividono tale visione e che dunque si oppongono – vuoi per ragioni fondate o per motivi ideologici. Non potendo convincere questi ultimi (o chi detiene il potere) solo con slogan e frasi fatte, si cerca di tacitarli accusandoli di essere un limite al riconoscimento dei diritti e dunque un pericolo per la società e il “bene comune” così strutturato, dipingendoli come nemici grotteschi. Ci si può lecitamente domandare se la libertà e i diritti di alcuni valgano più della libertà e dei diritti di qualcun altro, poiché ogni gruppo definisce un insieme di cose che ritiene proprio diritto e che definiscono un bene che si vorrebbe pubblico e comune, e spesso le concezioni diverse sono inconciliabili e non possono convivere. Ma parlare unicamente di “uguaglianza” e di “diritti per tutti” porta a ritenere che gli oppositori, o chi semplicemente ha una concezione diversa del diritto, abbiano il permesso (e il diritto) di essere tali, rendendo impossibile tacitarli in nome della libertà. Si ricorre quindi alla discriminazione positiva[4], termine paravento per accusare gli avversari di “seminare odio” e quindi negare loro la libertà di esprimersi, non più in nome della libertà d’espressione, ma in nome della propria libertà appena raggiunta a colpi di leggi imposte dallo Stato (quando non allo Stato), vista come minacciata da chi non condivide il politicamente corretto delle élite intellettuali.

È del resto impossibile permettere tutto, ma la libertà non va limitata in nome di sé stessa o del potere dello Stato, ma in nome di qualcosa di superiore e che la fonda: il Vero/Bene/Giusto, che fa da discrimine tra vera/buona/giusta e falsa/cattiva/ingiusta libertà – che in questo secondo caso si tramuta in vera schiavitù ideologica. Per quanto certi movimenti neghino apertamente ogni riferimento a qualsiasi idea di Bene, essa è sempre un giudizio sotteso e in molti casi inespresso, il quale è fondamento delle rivendicazioni e forma la società che si vuole costruire. La società dei “diritti” per tutti inizia ritenendo Bene supremo la libertà e male ogni vincolo non volontariamente scelto, inserendosi in ciò pienamente nel solco della Dichiarazione del 1789 e divenendo la forma postmoderna di essa; ed ecco che a cascata tutte le rivendicazioni dei vari movimenti si sono fatte largo nel corso degli anni. La Dichiarazione nelle intenzioni di coloro che l’hanno scritta voleva fondare una società antropocentrica, sostituendo a Dio una qualche visione antropologica o sistema ideologico incentrato nell’immanente, dunque è conseguenza inevitabile ritenere gli altri l’unico limite alla propria libertà, limite che può essere rimosso in vari modi – dalla persuasione al genocidio “Vandea style”.

Tutti i movimenti ideologici si rifanno all’assioma “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, e dunque chiedono libertà per condotte e pratiche che in passato erano scioccanti e esecrabili; e poiché tale assioma è l’unica verità inappellabile della post-modernità, non hanno bisogno di discutere della bontà o meno di certe cose: poiché esse ricadono all’interno di questo assioma, ne partecipano alla verità, e dunque sarebbe un crimine non permetterle. Ciò dimostra che in un modo o in un altro il riferimento ad un Bene supremo al quale la società deve conformarsi è ineliminabile; ogni gruppo che vuole fondare una società e una realtà umana deve dunque dichiarare apertamente e deve mettere in chiaro quale Bene vuole perseguire e raggiungere con le sue idee e nella scena pubblica, e a quali fini ordinare i mezzi economici, politici e sociali a disposizione. Il paravento del volontarismo dei diritti serve solo a nascondere (ipocritamente) che si sta lavorando per cambiare il Bene di riferimento della società senza farsene accorgere, come ha mostrato la storia e la cronaca recente. Solo riportando il discorso dai “diritti” al Bene/Vero si può sperare di arginare la spinta centrifuga e antisociale di certe realtà ideologiche, ed evitare paraventi e discorsi ipocriti sulla falsariga di “diritti per tutti”.

Riccardo Zenobi

 

[1] https://thejosias.com/2019/01/16/the-declaration-of-the-rights-of-man-and-of-the-citizen-against-natural-law/

[2] Paul Hazard, La pensée européenne au XVIIIe siècle de Montesquieu à Lessing. Tome 1, Boivin, Paris 1946, pp. 30-31

[3] Paul Hazard, op. cit., pp. 38 e 78, citato in Estanislao Cantero Nuñez, La concezione dei diritti umani in Giovanni Paolo II, testo tratto da http://www.totustuus.cloud/, pag. 7

[4] https://www.osservatoriodiritti.it/2018/04/16/diritti-umani-elenco-onu-definizione-storia-diritto-internazionale-dichiarazione-universale/