Berdjaev: opinioni dubbie sulla libertà e la democrazia. Seconda parte del Commento alle Lettere di Nikolaj Berdjaev.

Berdjaev
[La prima parte dal titolo Il liberalismo tra suggestioni della sinistra e conservatorismo la puoi leggere   QUI ]

 

Non bisogna però sopravvalutare Berdjaev, nonostante l’acutezza della sua filosofia. Berdjaev è un autore moderno formatosi, più che sul pensiero classico, su Kant (in modo speciale), Hegel, Marx, Schopenhauer e – quanto alla letteratura – su Dostoevskij, Tolstoj e Ibsen. Se, per un verso, Kant lo ha dotato di un sano criticismo, il filosofo è da approcciare con il medesimo senso critico, al pari di tutti gli autori moderni. In sede di lettura dei moderni non va mai abbassata l’attenzione, per via – sempre per usare il vocabolario kantiano – delle numerose antinomie e paralogismi che la modernità si porta sempre dietro e che si è illusa di contrastare.

Prima, dunque, di presentare il suo pensiero sulla democrazia e su altri temi, è bene dire qualcosa su due punti critici, che corrispondono ad assunti a priori della sua speculazione filosofica.

Opinione dubbia sulla libertà

Di se stesso Berdjaev scrive : «Dicono di me che sono il filosofo della libertà. […] E in effetti, più di ogni altra cosa, io ho amato la libertà. Vengo dalla libertà e da lei sono stato generato». E non è solo una questione soggettiva, ma ontologica: «La libertà è per me l’essere originario», poiché «l’originalità del mio tipo filosofico consiste innanzitutto nel fatto che io ho posto a fondamento della filosofia non l’essere ma la libertà». Far coincidere essere e libertà significa ontologizzare la libertà, assolutizzarla.

Qua c’è una prima infondatezza filosofica di Berdjaev: se ragione e libera volontà sono costitutivi della persona – e Dio è Uno in tre Persone –, è chiaro che assolutizzare la libertà non tiene conto del logos, della verità. Non è solo, dunque, nella libertà che «è nascosto il mistero del mondo», come scrive il filosofo, ma in molte altre cose. Per questa via si giunge inevitabilmente al paralogismo: «Non sono disposto ad accettare nessuna verità se non dalla libertà e attraverso la libertà» – aggiunge. Ma è rivelato ben altro e, cioè, che «la verità vi farà liberi» . Il primato – se c’è un primato – non è della libertà, ma della verità. Gesù non dice che la libertà porta alla verità ma, al contrario, che la liberazione dipende dalla verità. E ciò che dipende procede, non precede . Ciò che è spirato non può spirare, ciò che è generato non può generare, se non per difetto. Nella Ss. Trinità, in cui non vi è difetto, c’è un orientamento metafisico, una direzione ontologica, per cui la Prima Persona non è la Seconda o la Terza, la Seconda non è la Prima o la Terza, la Terza non è né la Prima, né la Seconda. L’Uno viene prima del Due, il Due prima del Tre, non in senso temporale; in senso ontologico prima che matematico: giudizio ovvio e immediatamente razionale, ma la teologia e la filosofia moderne sembrano non tenere conto di questo dato rivelato, sembrano essersene dimenticate. Non è un aspetto teologico secondario, ma una questione fondativa di tutta la teologia. Tutto l’ordine e la gerarchia delle cose e delle persone create – l’Essere stesso, che è da Dio ed è Dio – poggiano su questa verità e, per estensione, è coinvolta anche la Dottrina sociale.

È anche vero che la libertà, su cui Berdjaev fonda la sua filosofia, non è il ‘libero arbitrio’ degli scolastici, come dice con chiarezza. Egli utilizza la parola libertà «nel suo profondo significato metafisico», ovvero in rapporto alla stessa divinità. Tuttavia, ancora una volta, il paralogismo è in agguato: «La verità – riconferma – può portarmi alla liberazione, perciò posso accettare la verità solo attraverso la libertà». Non c’è logica in questo giudizio: se la verità porta alla liberazione (in senso evangelico), non posso giungervi attraverso la libertà, che non è ancora realizzata. A meno che per ‘libertà’ s’intenda proprio il ‘libero arbitrio’, che però il filosofo esclude dall’oggetto primo della sua speculazione.

In nome di questo tipo di libertà, Berdjaev sacrifica tutto: benessere, amicizie, dipendenza, agiatezze. Rinuncia persino al principio d’autorità, in famiglia, a scuola, nella religione e anche nella filosofia, dalla quale trae gl’insegnamenti, a prescindere dal grado di autorevolezza dei singoli filosofi. Tutto questo, va detto, è in contrasto con l’insegnamento della Chiesa, secondo cui il Figlio (unito al Padre e allo Spirito Santo) indica la via alla liberazione e alla libertà attraverso se stesso, in quanto incarnazione dell’obbedienza, certificatore della gerarchia, fondamento dell’autorità, origine dell’ordine cosmico.

Eppure, incoerentemente, la singolarità delle Lettere è l’apologia nei confronti dell’ordine, della gerarchia, dell’aristocrazia, nonostante le convinzioni filosofiche che l’autore (autarchico) andava maturando. Singolarità la cui eco si ritrova nell’Autobiografia: «ho sempre pensato che la libertà sia aristocratica e non democratica».

Opinione dubbia sul caos e sulle ragioni seminali

Berdjaev, nell’opporsi ai rivoluzionari e alla rivoluzione, critica l’uso distorto che viene fatto, durante il succedersi delle epoche storiche, delle «forze incontaminate ancora oscure, caotiche, barbariche» , cioè sconosciute, le quali emergono dalle regioni misteriose del cosmo. Si tratta di quella «tenebra caotica»  che prorompe dalle profondità della non conoscenza: mentre i conservatori – afferma il filosofo – illuminano e trasfigurano creativamente il caos tellurico che affiora nel tempo, dandogli organicità e ordine sociale, i rivoluzionari, al contrario, uniscono arbitrariamente il caos al razionalismo puro, ottenendo il fallimento della filosofia sociale.

Qua si riconosce una modalità di porsi di fronte al reale tipica dei pensatori moderni, ma anche di quegli antichi, che accostavano alle regioni sconosciute l’esistenza di esseri irragionevoli e bestiali (chimere, mostri, uomini deformi). Un esempio può venire da Sigmund Freud e dal suo concetto di ‘inconscio’, la regione psichica dei contenuti rimossi, stipati nell’Es in modo caotico, irrazionale. Ma è assurdo e non dimostrato indicare come caotico ciò che non si comprende.

La teologia classica, specialmente la Scolastica, reputa che la totalità del cosmo sia ordinata, in quanto creatura di un Dio dell’ordine, non del caos. C’è sicuramente un ordine nascosto, una miriade di regioni cosmiche occulte, di cui si conosce poco o nulla. Ma la non conoscenza è un difetto della persona umana, non dell’ente e nemmeno della verità. Nelle cose vi sono delle “ragioni seminali” , occulte o meno, che sono la figura delle “ragioni eterne” di Dio. Il conoscere, l’intuire o il non conoscere queste rationes non ne annulla la ragionevolezza somma e santa, che dipende da Dio e non dall’uomo.

Se affermo che l’inconscio è un labirinto caotico, così come tutto quello che non è stato ancora appreso dalla coscienza, fondo il cosmo sulle forze irrazionali, sulla disposizione casuale o sulla presunta volontà cieca del Creatore.

L’errore dei rivoluzionari, quindi, non consiste, come sostiene Berdjaev, nel riproporre il caos occulto, ponendolo alla base della società, ma sta nel distorcere volontariamente e irrazionalmente quanto di ordinato e veritiero affiora alla conoscenza umana. È vero che c’è un «caos rivoluzionario». È vero che questo caos vuole attentare alla natura umana. Ma il caos è solo nella mens della rivoluzione, non nell’ordine della creazione.

Sulla democrazia

Sono tre, principalmente, le definizioni che Berdjaev fa della democrazia. Innanzi tutto, la democrazia «è una divinizzazione dell’uomo e una negazione delle fonti divine del potere»: e, in questo, essa è un’«idea astratta e autosufficiente», poiché «non è subordinata a niente di superiore» . È la democrazia mutata in democratismo , che domina soprattutto oggi: si tratta di una specie di contenitore vuoto, una scatola corredata d’istruzioni per l’uso, nella quale stipare tutto (religione, economia, potere, lavoro, usi, costumi). Ogni cosa vi può trovare posto, a patto che ciascun elemento sia conforme alle istruzioni d’uso del contenitore. La scatola vuota è lo stato, che definisce se stesso come laico. In realtà si tratta di un’organizzazione laicista, alla quale tutto dev’essere assoggettato. Anche la Chiesa, con il suo orizzonte, deve calibrare la propria realtà all’orizzonte dello stato.

Evidentemente, già Berdjaev si era accorto dell’imporsi sulla scena mondiale di questo grosso «Leviatano», retto da un’ipotetica «volontà popolare», che diventa il suo «principio supremo», l’ultimo orizzonte di senso che deve avere la realtà, al di sopra di qualunque orizzonte di senso di qualsiasi religione o dottrina (compresa la cattolica). Non è importante, per la democrazia, se la volontà popolare è volta al male, perché il principio supremo della vita sociale dev’essere il «divinizzare l’arbitrio umano».

Ma cosa c’è dietro l’affermarsi del democratismo? Lo «scetticismo» – risponde il filosofo – poiché solo «chi è senza certezze» si affida «ai criteri di quantità», tipici del suffragio universale. La mancanza di certezze coinvolge, in particolare, la verità e la giustizia, di cui si negano le fondamenta trascendenti. Non sapendo dunque cosa siano e da dove provengano giustizia e libertà, il democratico le ritrova in «ciò che vuole il popolo». Questo gli basta. È chiara quindi la matrice originaria, atea e antireligiosa, dell’ideologia democratica.

Nonostante la storia antica sia pervasa dalle suggestioni democratiche che, di solito, non sono mai state un ostacolo alla civiltà, la democrazia moderna, inaugurata da Jean-Jacques Rousseau, rinuncia alla verità circa il peccato originale e s’illude che dalle masse possa provenire solo del bene. Berdjaev indica Rousseau come l’«apostolo della democrazia», come colui che ha affrancato il popolo dalla vittoria sul peccato e sul male, illudendosi così di liberarlo dai ceppi, dalla schiavitù.

Tutto si regge su un’illusione, secondo cui il «popolo sovrano» avrebbe un qualche statuto ontologico. Ma al democratismo – scrive il filosofo – non interessa l’ontologia: il democratismo non è realista, è nominalista. Al democratismo è sufficiente una somma aritmetica dei voti, come se si potessero sommare le singole volontà e farne alcunché di ordinato.

La definizione di “popolo” in Berdjaev è assai diversa, rispetto a quella democratica o social-democratica. Il popolo è una realtà «organica», un «organismo mistico» e «gerarchico», del tutto analogo all’ordine del Creatore, riflesso nelle sue creature. Il popolo non è un «meccanismo» quantitativo, ma appunto un organismo qualitativo, la cui ontologia prevede la differenza tra le persone, non l’appiattimento egalitario. Dietro, dunque, al suffragio universale si nasconde una «finzione» irrazionale, che potrebbe spalancare le porte alla «più tremenda delle tirannie»

Da qui la seconda definizione di democrazia dell’autore: «una ricerca disperata della morta volontà del popolo». Non che le singole persone siano prive di volontà, ma sono impossibilitate ad esprimerla, per via dell’astrattezza che sostiene il principio del suffragio universale. Molto più rappresentativa della volontà del singolo e della volontà organica era l’«idea medievale di rappresentanza corporativa». Anche nel mondo contemporaneo – scrive Berdjaev – ci sono sindacati e corporazioni, ma l’antico spirito che li animava (tradizioni, spiritualità, istinti, ricordi, qualità umane) è stato distrutto.

Sono solo due le basi del sindacalismo moderno e, cioè, l’odio di classe e l’interesse economico, che hanno preso il posto di rappresentanze ben più complesse, fondate sullo spirito, non sulla materia o sul calcolo. Il democratismo, inoltre, è totalizzante e miope al punto da sovrapporre stato e società, omologandone l’essenza. Lo stato, non più autonomo, viene dissolto nella società dalla democrazia: lo stato viene ridotto a semplice «funzione della società», rinunciando così alla propria autonomia, alle proprie fondamenta ontologiche. Ogni forza oscura o spirituale dell’uomo viene cancellata e sostituita da un livellamento razionalista, cervellotico e artificiale.

Su questo suo pensiero, Berdjaev dà una terza definizione di democrazia, la quale essendo «pura, astratta, autocratica» diventa «la più tremenda tra le tirannie», il cui «potere illimitato è più spaventoso del potere tirannico di uno solo». Il democratismo non è subordinato, se non a se stesso. L’uomo-folla, che dovrebbe autogovernarsi, in realtà non governa nulla, poiché fa parte di un meccanismo schizofrenico che certifica, ad ogni tornata elettorale, la scomparsa della vita privata, della solitudine, della creatività, del genio personale.

Non c’è più posto per i grandi slanci creativi, per il martirio, per la santità, per la genialità anticonformista, per l’eccezione (e, dunque, per l’eccezionale). La regola cancella l’eccezione e la perseguita fanaticamente. Berdjaev si dimentica persino della Russia e ricorda che il Rinascimento italiano «si è svolto sotto le tirannidi», citando Leont’ev circa la sterilità dello stato liberale moderno: «I martiri della fede ci sono stati sotto i turchi; ben difficilmente ci sarà qualche santo monaco sotto la costituzione belga!» .

Il democratismo, insomma, ha una terribile capacità soffocante. I dispotismi antichi, nella loro pur drammatica struttura, «avevano un fondamento religioso» e «non consideravano l’uomo come un atomo sociale». Colpivano il singolo, anche in modo feroce, in quanto consideravano l’infinito valore dell’anima umana. I regimi socialisti e democratici, anche nella profonda differenza di contenuti e prassi, sono accomunati dalla scomparsa del singolo nell’unica dimensione ammessa, che è quella sociale.

Sono dunque in grave errore – secondo Berdjaev – coloro che accostano cristianesimo e democrazia: «Il cristianesimo non ha niente a che fare con la democrazia e non può essere il suo fondamento», per il semplice fatto che «il cristianesimo è gerarchico». In modo analogo, «la fratellanza cristiana non è l’uguaglianza democratica». Tra persona e gerarchia vi è, difatti, un legame che il democratismo non ha mai compreso. Un principio eterno e ineludibile fonda l’esistenza stessa della persona umana, la quale presuppone «l’ordinamento gerarchico del cosmo, la distinzione qualitativa e la distanza».

Non si può, allora, edificare l’ambito della polis su di una menzogna: presto o tardi la menzogna corrode le fondamenta della società. All’uomo non resta che tornare a Dio e alla polis come stabilita dalla Provvidenza.

(Fine parte seconda)

Silvio Brachetta