Carl Schmitt e il potere che si fa Dio.

Diaologo sul potere

Nel 1954 Carl Schmitt scrisse un’operetta molto breve in forma di dialogo per essere letta in una trasmissione radiofonica che però non venne realizzata. Le poche pagine furono in seguito pubblicate prima in Germania, poi in Spagna e ora in Italia da Adelphi, con il titolo di Dialogo sul potere, ossia sull’argomento centrale che aveva interessato Schmitt per tutta la vita, soprattutto nei suoi studi sul più spietato e potente indagatore del potere, Thomas Hobbes. Si tratta di poche pagine lucide e brillanti scritte in forma colloquiale e piana.

Il problema del potere coincide con quella della sua legittimazione. Si tratta di sapere se il potere è un puro dato di fatto materiale che coincide con la forza, oppure se abbia un fondamento che lo giustifichi, ossia che ne mostri il senso. La posizione classica aveva sostenuto che il potere si fonda sulla natura e/o su Dio da cui viene legittimato. Schmitt lo ricorda, per poi aggiungere però che il processo di secolarizzazione ha tolto alla natura il suo carattere numinoso e per quanto riguarda Dio si è detto che è morto. La natura è stata ridotta a strumento dell’uomo e Dio si è dileguato all’orizzonte della modernità. Senza la natura e senza Dio non rimane che far dipendere il potere dagli uomini stessi.

A questo ha pensato Thomas Hobbes che ha fatto dipendere il potere dalla debolezza, quindi dal pericolo e quindi dalla paura, nonché dal bisogno di protezione. Può ritenersi così risolto il problema? No, perché il potere manifesta una sua caratteristica intrinseca intravista anche da Hobbes: è qualcosa di autonomo anche dal potere stesso. Chi detiene il potere – ossia il Leviatano in quanto forte che protegge i deboli in cambio della loro sottomissione – è in qualche modo dominato dal potere. Innanzitutto nonostante tutte le misure di salvaguardia di cui il potere si circonda, rimane la possibilità che “chiunque possa uccidere chiunque” e che “un debole può trovarsi nella condizione di far fuori il più forte”. Inoltre ogni potente deve circondarsi di persone ed uffici che ne limitano il potere: il cameriere di Federico il Grande era l’unico con cui il sovrano si confidasse e, quindi, era molto potente ancorché umile e modesto. Il potere, in altre parole, può avere potere anche sul potere, dal quale risulta quindi autonomo. L’uomo non dipende più dalla natura dopo la sua secolarizzazione strumentale, ma può essere “prigioniero del contesto sociale” e questo può essere prodotto dal potere stesso: questo può “creare continuamente efficaci motivi di obbedienza”. Ciò conferma l’autonomia del potere sul potere stesso, il suo essere una grandezza oggettiva, una reazione a catena provocata dagli uomini ma ad essi ormai superiore: è questo potere a decidere oggi cosa è il bene e cosa è il male. Non si tratta più di protezione e obbedienza, il potere è sfuggito di mano agli uomini. Già il moderno Stato moderno superorganizzato, il Leviatano, era qualcosa del genere, la “prima macchina moderna”, la “macchina delle macchine, la machina machinarum”. “Il potere è più forte di ogni volontà di potenza, più forte di ogni bontà umana e, per fortuna, anche di ogni umana cattiveria”. Ma a questo punto il potere non viene a coincidere con quel Dio (così secolarizzato) che un tempo era il suo fondamento?

Piuttosto desolata e desolante questa visione di Schmitt. Essa ha la stessa intonazione di quella di Hobbes, se non ci fosse un rimpianto e l’individuazione di un punto fondamentale di passaggio. Se il potere è solo cosa di uomini e non più né della natura né di Dio, sarà esso buono o cattivo? Per Gregorio Magno è qualcosa di buono che proviene addirittura da Dio. A distanza di secoli, per Schlosser e Burckhardt è qualcosa di cattivo, come in Luigi XIV, in Napoleone e nei governi rivoluzionari francesi. Cosa è avvenuto di “eccezionale” tra queste due opposte valutazioni? Ecco la risposta di Schmitt: con la Rivoluzione francese, le due convinzioni “Dio è morto” e “il potere è cattivo” si sono unificate perché in fondo indicano la stessa cosa. Senza Dio, il potere non può essere che cattivo e la secolarizzazione di Dio lo trasforma nel Leviatano e in una “realtà autonoma rispetto a ciascuno, anche rispetto al potente”.

Stefano Fontana