Chiesa in Italia

I cattolici italiani e la politica. Discorso alla Città e alla Diocesi del Vescovo Massimo Camisasca.

Vescovo Massimo Camisasca

I CATTOLICI ITALIANI E LA POLITICA

Discorso alla Città e alla Diocesi in occasione della Solennità di San Prospero

Reggio Emilia, Basilica di San Prospero

24 novembre 2019

 

Introduzione

Cari fratelli, care sorelle,
la nostra Nazione e il nostro Stato necessitano di una nuova classe dirigente che sappia portare dentro di sé la storia e la tradizione del nostro Paese, per poterlo accompagnare e guidare verso nuovi traguardi, in un contesto culturale profondamente mutato rispetto al passato recente e in continua accelerazione. Questa nuova classe dirigente dovrà essere formata da persone in grado di uscire da un disegno legato al proprio interesse particolare, capaci di entrare in una visione più ampia della costruzione del futuro.
Nessuno può dire quando e come la nostra Nazione riuscirà ad esprimere questa nuova leadership. Sappiamo soltanto che occorre lavorare alla sua nascita. La comunità cristiana non può esimersi dalla collaborazione a questo scopo, con l’apporto originale della propria fede, speranza e carità.
D’altra parte non è mancato, nella breve storia dello Stato Italiano, il contributo decisivo di pensiero e di azione da parte di alcuni eminenti cristiani. Anzi: collaborando con politici provenienti dalle culture liberali e socialiste, essi hanno caratterizzato le pagine più luminose della storia del nostro Paese. Penso in particolar modo a don Luigi Sturzo (1871-1959) e al suo famoso “Appello ai Liberi e Forti”1, di cui proprio all’inizio di quest’anno abbiamo celebrato il centenario.
Con questo documento del 18 gennaio 1919 la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano diede vita a un nuovo soggetto politico, con l’intento di creare un punto di riferimento per i cattolici italiani e per tutti coloro che condividevano gli ideali democratici. Non dobbiamo dimenticare che lo Stato italiano, così come lo conosciamo oggi, era appena nato: l’Unità d’Italia era stata proclamata poco meno di sessant’anni prima. Inoltre solamente da pochi mesi si era conclusa la Grande Guerra, con l’annessione di terre fino a quel momento soggette alla dominazione austriaca, ma che il Regno d’Italia rivendicava come proprie a causa della presenza maggioritaria di popolazione italiana. Il contesto sociale e politico del tempo era segnato dall’incertezza. Anche sull’onda delle trasformazioni avviate dal primo conflitto mondiale, l’Italia – così come molte altre nazioni europee in quell’epoca – conosceva una progressiva democratizzazione della vita politica e un allargamento della partecipazione a fasce sempre più ampie della popolazione2. In questo cammino si inseriva con forza l’appello di Sturzo, in un Paese segnato dalle rivolte socialiste e dalla preoccupazione delle forze conservatrici. Non senza ragione, perciò, tale appello è stato ricordato anche dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, in più occasioni3 . Nello stesso spirito durante l’ultimo anno si sono moltiplicati i convegni e gli studi per raccogliere l’invito dei vescovi ad uscire dall’incertezza che contraddistingue anche il nostro tempo, indicando nel laicato ancora una volta – come accadde nel 1919 – il soggetto chiamato a farsi carico delle iniziative di ripresa della presenza dei cattolici in politica.

Come sappiamo, l’esperienza inaugurata da Sturzo fu di breve durata. Essa fu contrassegnata, benché egli fosse un sacerdote, dalla volontà di non coinvolgere direttamente la Chiesa nell’agone politico. Era, la sua, una coscienza sana di laicità, che oggi i vescovi vorrebbero riproporre.
Insieme a Sturzo desidero ricordare qui, in apertura del mio Discorso alla Città e alla Diocesi, la mirabile figura di Alcide De Gasperi (1881-1954), uomo politico cattolico e grande statista che ha guidato, con la collaborazione di altri, la Ricostruzione dell’Italia dopo la terribile prova e la distruzione della Seconda Guerra Mondiale. Conclusa l’esperienza della dittatura egli ricondusse il Paese nel solco della democrazia e dell’Alleanza con i Paesi dell’Occidente. Non si trattava soltanto di ricostruire, ma anche di riconnettere la storia d’Italia al suo passato e alle sue tradizioni, favorendo la scelta di campo delle democrazie occidentali in un’Europa fortemente segnata dalla contrapposizione con il totalitarismo comunista. De Gasperi era mosso da una coscienza e da ideali molto simili a quelli di Sturzo. Ma nel secondo dopoguerra il contesto politico europeo era profondamente mutato. Si trattava allora di difendere l’Italia e di sostenerla all’interno della cultura occidentale (oltre che dello scacchiere geopolitico). Per tutte queste ragioni la Chiesa si schierò per decenni con il partito politico che De Gasperi stesso aveva contribuito a fondare, la Democrazia Cristiana, e in molte occasioni lo sostenne apertamente.
Nella memoria viva di questi due grandi uomini di fede, modelli autentici d’ispirazione, desidero iniziare questo mio Discorso alla Città nella Solennità di San Prospero, dedicato al rapporto tra il messaggio del Vangelo, i credenti e la politica. Alla luce del nostro contesto culturale e storico-sociale, non facile da comprendere, in continua e rapida trasformazione, e soprattutto profondamente mutato rispetto alle epoche in cui vissero sia Sturzo che De Gasperi, desidero tratteggiare alcune riflessioni, a mio parere irrinunciabili e urgenti, in merito all’azione dei credenti nel mondo.
Insegnamenti utili per il presente non possono che nascere dalla considerazione del passato e dalla contemplazione di ciò che resta sempre vero: per questa ragione in questo mio Discorso, dedicherò ampio spazio alla considerazione del ministero e del messaggio di Gesù, alla storia della Chiesa (e in particolar modo della sua Dottrina Sociale), all’opera che altri prima di noi, a partire dall’Unità d’Italia, hanno compiuto; e al modo in cui hanno già affrontato le stesse questioni che sono oggetto di questa mia riflessione.
Oggi, come nel passato e come sempre, la nostra Chiesa Diocesana – inserita nel contesto più ampio della Chiesa Italiana – non può restare indifferente o ai margini della vita sociale del Paese. I credenti sono sempre chiamati, spinti anche dalla loro fede, a formarsi un giudizio su quanto accade nella vita pubblica e, nella misura delle proprie possibilità e dei propri talenti, a inserirsi attivamente in essa, contribuendo alla sua conduzione, perché, come ebbe a dire con una felice espressione papa Pio XI, “la politica è la forma più alta di carità”4.

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Benedetto XVI. Lettera alla Commissione Teologica Internazionale in occasione del 50° anniversario di istituzione.

Indirizzo di saluto del Papa Emerito Benedetto XVI
in occasione del 50° anniversario di istituzione
della Commissione Teologica Internazionale

“Alla Commissione Teologica Internazionale, in occasione del suo cinquantesimo anniversario, vanno il mio cordiale saluto e la mia speciale benedizione.

Il Sinodo dei Vescovi come stabile istituzione nella vita della Chiesa e la Commissione Teologica Internazionale sono state donate ambedue alla Chiesa da Papa Paolo VI per fissare e continuare le esperienze del Concilio Vaticano II. Il distacco, che si era palesato al Concilio, fra la Teologia che andava dispiegandosi nel mondo e il Magistero del Papa doveva essere superato. Fin dall’inizio del secolo XX era stata costituita la Pontificia Commissione Biblica, che d’altronde nella sua forma originaria rappresentava essa stessa una parte del Magistero pontificio, mentre dopo il Concilio Vaticano II venne trasformata in un organo di consulenza teologica al servizio del Magistero, così da fornire un parere competente in materia biblica. Secondo l’ordinamento stabilito da Paolo VI, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è al contempo Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale, le quali tuttavia si scelgono il loro segretario al proprio interno.

Si voleva evidenziare in tal modo che ambedue le Commissioni non sono un organo della Congregazione per la Dottrina della Fede, fatto che avrebbe potuto dissuadere certi teologi dall’accettare di divenirne membri. Il Cardinale Franjo Šeper paragonò il rapporto del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con il Presidente delle due Commissioni alla struttura della monarchia austro-ungarica: l’imperatore d’Austria e il re d’Ungheria erano la medesima persona, mentre i due Paesi vivevano autonomamente l’uno accanto all’altro. Peraltro, la Congregazione per la Dottrina della Fede mette a disposizione delle sedute della Commissione e dei partecipanti ad esse le sue possibilità pratiche e, a tal fine, ha creato la figura del Segretario Aggiunto, che di volta in volta assicura i sussidi necessari.

Senza dubbio le attese legate alla neocostituita Commissione Teologica Internazionale, in un primo momento, sono state maggiori di quanto si è potuto realizzare nell’arco di una storia lunga mezzo secolo. Dal primo periodo di Sessioni della Commissione scaturì un’opera, Le ministère sacerdotal (10 ottobre 1970), che fu pubblicata nel 1971 dalla Casa editrice Du Cerf di Parigi ed era pensata come sussidio per il primo grande raduno del Sinodo dei Vescovi. Per il Sinodo stesso, la Commissione Teologica nominò un gruppo specifico di teologi che, quali consultori, rimasero a disposizione nella prima sessione del Sinodo dei Vescovi e, grazie a uno straordinario lavoro, fecero sì che il Sinodo potesse immediatamente pubblicare un documento sul sacerdozio da esso realizzato. Da allora, questo non è più avvenuto. Ben presto andò invece sviluppandosi la tipologia dell’Esortazione post-sinodale, la quale non è certamente un documento del Sinodo ma un documento magisteriale pontificio che riprende nel modo più ampio possibile le affermazioni del Sinodo e fa in modo così che, insieme al Papa, sia comunque l’episcopato mondiale a parlare.[1]

Personalmente, mi è rimasto particolarmente impresso il primo quinquennio della Commissione Teologica Internazionale. Doveva essere definito l’orientamento di fondo e la modalità essenziale di lavoro della Commissione, stabilendo così in che direzione, in ultima analisi, avrebbe dovuto essere interpretato il Vaticano II.

Accanto alle grandi figure del Concilio – Henri de Lubac, Yves Congar, Karl Rahner, Jorge Medina Estévez, Philippe Delhaye, Gerard Philips, Carlo Colombo di Milano, considerato il teologo personale di Paolo VI, e padre Cipriano Vagaggini –, facevano parte della Commissione teologi importanti che curiosamente al Concilio non avevano trovato posto.

Tra essi, a parte Hans Urs von Balthasar, va annoverato soprattutto Louis Bouyer che, come convertito e monaco, era una personalità estremamente caparbia, e per la sua noncurante franchezza non piaceva a molti Vescovi, ma che fu un grande collaboratore con un’incredibile vastità di sapere. Entrò poi in scena padre Marie-Joseph Le Guillou, che aveva lavorato intere notti, soprattutto durante il Sinodo dei Vescovi, rendendo così possibile in sostanza il documento del Sinodo, con questo modo radicale di servire; purtroppo si prese ben presto il morbo di Parkinson, congedandosi così precocemente da questa vita e dal lavoro teologico. Rudolf Schnackenburg incarnava l’esegesi tedesca, con tutta la pretesa che la caratterizzava. Come una sorta di polo opposto, vennero assunti volentieri nella Commissione André Feuillet e anche Heinz Schürmann di Erfurt, l’esegesi dei quali era di taglio più spirituale. Infine devo menzionare anche il prof. Johannes Feiner di Coira che, come rappresentante del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ricopriva un ruolo particolare nella Commissione. La questione se la Chiesa cattolica avesse dovuto aderire al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, come un membro normale a tutti gli effetti, divenne un punto decisivo sulla direzione che la Chiesa avrebbe dovuto imboccare all’indomani del Concilio. Dopo uno scontro drammatico, sulla questione si decise alla fine negativamente, cosa che indusse Feiner e Rahner ad abbandonare la Commissione.

Nella Commissione Teologica del secondo quinquennio fecero la loro comparsa figure nuove: due giovani italiani, Carlo Caffarra e padre Raniero Cantalamessa, conferirono alla Teologia di lingua italiana un nuovo peso. La Teologia di lingua tedesca, a parte i membri già presenti, con il gesuita padre Otto Semmelroth, fu rafforzata grazie a un teologo conciliare la cui capacità di formulare velocemente testi per le diverse esigenze si rivelò tanto utile alla Commissione quanto lo era stata durante il Concilio. Insieme a lui, salì alla ribalta, con Karl Lehmann, una nuova generazione, la cui concezione cominciò ad affermarsi chiaramente nei documenti ora prodotti.

Ma non è mia intenzione proseguire con la presentazione delle personalità che operarono nella Commissione Teologica, quanto offrire alcune riflessioni sui temi scelti. All’inizio sono state affrontate le questioni sul rapporto fra Magistero e Teologia, sulle quali si deve sempre necessariamente continuare a riflettere. Quello che la Commissione ha detto su questo tema nel corso dell’ultimo mezzo secolo merita di essere nuovamente ascoltato e meditato.

Sotto la guida di Lehmann venne analizzata anche la questione fondamentale di Gaudium et spes, vale a dire la problematica di progresso umano e salvezza cristiana. In quest’ambito emerse inevitabilmente anche il tema della Teologia della liberazione, che in quel momento non rappresentava affatto un problema solo di tipo teorico ma determinava molto concretamente, e minacciava, anche la vita della Chiesa in Sudamerica. La passione che animava i teologi era pari al peso concreto, anche politico, della questione.[2]

Accanto alle questioni relative al rapporto fra il Magistero della Chiesa e l’insegnamento della Teologia, uno dei principali ambiti di lavoro della Commissione Teologica è sempre stato il problema della Teologia morale. Forse è significativo che, al principio, non ci sia stata la voce dei rappresentanti della Teologia morale, ma quella degli esperti di esegesi e dogmatica: Heinz Schürmann e Hans Urs von Balthasar, nel 1974, aprirono con le loro tesi la discussione, che poi proseguì nel 1977 con il dibattito sul Sacramento del matrimonio. La contrapposizione dei fronti e la mancanza di un comune orientamento di fondo, di cui oggi soffriamo ancora quanto allora, in quel momento mi divenne chiara in modo inaudito: da una parte stava il teologo morale americano prof. William May, padre di molti figli, che veniva sempre da noi con sua moglie e sosteneva la concezione antica più rigorosa. Due volte egli dovette sperimentare il respingimento all’unanimità della sua proposta, fatto altrimenti mai verificatosi. Scoppiò in lacrime, e io stesso non potei consolarlo efficacemente. Vicino a lui stava, per quel che ricordo, il prof. John Finnis, che insegnava negli Stati Uniti e che espresse la medesima impostazione e il medesimo concetto in modo nuovo. Fu preso sul serio dal punto di vista teologico, e tuttavia neppure lui riuscì a raggiungere alcun consenso. Nel quinto quinquennio, dalla scuola del prof. Tadeusz Styczen – l’amico di Papa Giovanni Paolo II – giunse il prof. Andrzej Szoztek, un intelligente e promettente rappresentante della posizione classica, il quale comunque non riuscì a creare un consenso. Infine, padre Servais Pinckaers tentò di sviluppare a partire da san Tommaso un’etica delle virtù che mi parve molto ragionevole e convincente, e tuttavia anch’essa non riuscì a raggiungere alcun consenso.

Quanto difficile sia la situazione lo si può evincere anche dal fatto che Giovanni Paolo II, al quale stava particolarmente a cuore la Teologia morale, alla fine decise di rimandare la stesura definitiva della sua Enciclica morale Veritatis splendor, volendo attendere prima di tutto il Catechismo della Chiesa cattolica. Pubblicò la sua Enciclica solo il 6 agosto 1993, trovando ancora per essa nuovi collaboratori. Penso che la Commissione Teologica debba continuare a tenere presente il problema e debba fondamentalmente proseguire nello sforzo di ricercare un consenso.

Vorrei infine mettere in rilievo ancora un aspetto del lavoro della Commissione. In essa si è potuta sentire sempre più e sempre più forte anche la voce delle giovani Chiese riguardo alla seguente questione: fino a che punto esse sono vincolate alla tradizione occidentale e fino a che punto le altre culture possono determinare una nuova cultura teologica? Furono soprattutto i teologi provenienti dall’Africa, da un lato, e dall’India, dall’altro, a sollevare la questione, senza che sino a quel momento essa fosse stata propriamente tematizzata. E ugualmente, non è stato tematizzato sinora il dialogo con le altre grandi religioni del mondo.[3]

Alla fine dobbiamo esprimere una parola di grande gratitudine, pur con tutte le insufficienze proprie dell’umano cercare e interrogarsi. La Commissione Teologica Internazionale, nonostante tutti gli sforzi, non ha potuto raggiungere un’unità morale della Teologia e dei teologi nel mondo. Chi si attendeva questo, nutriva aspettative sbagliate sulle possibilità di un simile lavoro. E tuttavia quella della Commissione è comunque divenuta una voce ascoltata, che in qualche modo indica l’orientamento di fondo che un serio sforzo teologico deve seguire in questo momento storico. Al ringraziamento per quanto compiuto in mezzo secolo, si unisce la speranza di un ulteriore fruttuoso lavoro, nel quale l’unica fede possa portare anche a un comune orientamento del pensiero e del parlare di Dio e della sua Rivelazione.

Per quel che riguarda me personalmente, il lavoro nella Commissione Teologica Internazionale mi ha donato la gioia dell’incontro con altre lingue e forme di pensiero. Soprattutto, però, esso è stato per me continua occasione di umiltà, che vede i limiti di ciò che ci è proprio e apre così la strada alla Verità più grande.

Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore, dal quale ultimamente tutto dipende.

Città del Vaticano, Monastero “Mater Ecclesiae”, 22 ottobre 2019

Benedetto XVI

Papa Emerito


[1] Un’eccezione è costituita in certo qual modo dal documento sul diaconato pubblicato nel 2003, elaborato su incarico della Congregazione per la Dottrina della Fede e che doveva fornire un orientamento riguardo alla questione del Diaconato, in particolare riguardo alla questione se questo ministero sacramentale potesse essere conferito anche alle donne. Il documento, elaborato con grande cura, non giunse a un risultato univoco riguardo a un eventuale Diaconato alle donne. Si decise di sottoporre la questione ai Patriarchi delle Chiese orientali, dei quali tuttavia solo molto pochi risposero. Si vide che la questione posta, in quanto tale, era di difficile comprensione per la tradizione della Chiesa orientale. Così quest’ampio studio si concludeva con l’asserzione che la prospettiva puramente storica non consentiva di giungere ad alcuna certezza definitiva. In ultima analisi, la questione doveva essere decisa sul piano dottrinale. Cfr. Commissione Teologica Internazionale, Documenti 1969-2004, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 22010, 651-766.

[2] Mi sia consentito qui un piccolo ricordo personale. Il mio amico padre Juan Alfaro sj, che alla Gregoriana insegnava soprattutto la dottrina della grazia, per ragioni a me totalmente incomprensibili negli anni, era divenuto un appassionato sostenitore della Teologia della liberazione. Non volevo perdere l’amicizia con lui e così quella fu l’unica volta nell’intero periodo della mia appartenenza alla Commissione che marinai la Sessione Plenaria.

[3] Vorrei qui accennare ancora a un curioso caso particolare. Un gesuita giapponese, padre Shun’ichi Takayanagi, aveva talmente familiarizzato con il pensiero del teologo luterano tedesco Gerhard Ebeling da argomentare completamente sulla base del suo pensiero e del suo linguaggio. Ma nessuno nella Commissione Teologica conosceva Ebeling così bene da permettere che si potesse sviluppare un dialogo fruttuoso, cosicché l’erudito gesuita giapponese abbandonò la Commissione perché il suo linguaggio e il suo pensiero in essa non riuscivano a trovare posto.

Riparare, pregando. Omelia di Mons. Crepaldi a Monte Grisa. 13 giugno 2019

Carissimi fratelli e sorelle,

1.        Continua nel nostro Santuario di Monte Grisa, dedicato alla Vergine Maria nei suoi titoli di Madre e Regina, la bella e consolante tradizione di ricordare le apparizioni della Madonna a tre pastorelli di Fatima. Inoltre, in questa fausta circostanza, accogliamo il pellegrinaggio del Decanato di Roiano che è impreziosito dalla presenza dei bambini e delle bambine che hanno fatto la Prima Comunione. Come allora anche oggi, la Vergine Maria si rivolge, con amore di predilezione, ai piccoli. Questa singolare scelta della Madonna contiene un invito, pressante e urgente, ad essere anche noi come i tre pastorelli: umili, semplici, poveri; ad invocare l’aiuto della Madre celeste, capace di darci la forza necessaria per affrontare gli ostacoli che incontriamo nel nostro cammino spirituale. Lei, con incomparabile generosità, ci conduce da suo Figlio Gesù, il Salvatore e il Redentore del mondo. San Giovani Paolo II, in uno dei suoi numerosissimi scritti dedicati alla Vergine santa, scrisse: “Sin dal tempo in cui Gesù, morendo sulla croce, disse a Giovanni: “Ecco la tua Madre” (Gv 19,27); sin dal tempo in cui “il discepolo la prese nella sua casa”, il mistero della maternità spirituale di Maria ha avuto il suo adempimento nella storia con un’ampiezza senza confini”.

2.        Carissimi fratelli e sorelle, questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina – di cui molti possiedono documentazione – si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano. Ecco la necessità di riparare quello che è stato rotto e di pulire quello che è stato sporcato, che, da Gesù Cristo in poi, costituisce la missione propria della Chiesa e di noi cristiani. Come? La risposta a questa domanda ci giunge da sant’Antonio di Padova, del quale oggi facciamo memoria. Il Santo dei miracoli ci dice che se non si mette al centro di tutto e di tutti nostro Signore Gesù Cristo non si va da nessuna parte. “Il centro” egli scrive “è il posto che compete a Gesù: in cielo, nel grembo della Vergine, nella mangiatoia del gregge e sul patibolo della Croce … Sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da Lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradino verso di noi che camminiamo all’intorno e ci agitiamo alla periferia” (Sermone dell’Ottava di Pasqua 6; in S. Antonio da Padova. I Sermoni, ed. Messaggero, Padova 1996, pag. 229-230).

3.        Carissimi fratelli e sorelle, lo stile cristiano non rivendica alcunché con orgoglio. Piuttosto è uno stile che cerca continuamente di conformarsi all’austero messaggio di Fatima: fare penitenza, pregare, credere nel Vangelo, convertirsi. Quello di Fatima è un messaggio profondamente evangelico; è un messaggio che ci invita a vivere il Vangelo; è un messaggio che ci sollecita a seguire Cristo che è la nostra salvezza. Oggi, in modo particolare, andiamo spiritualmente a Fatima, dove la Madonna comunicò a dei fanciulli cose importantissime per la Chiesa e per il mondo. E con i bambini della Prima Comunione del Decanato di Roiano, imploriamo da Maria la conversione dei peccatori e la pace in tutto il mondo, con nel cuore la consolante certezza di appartenere al Signore, Colui che è il nostro Tutto, il nostro tesoro. Maria ce lo indica: questa è la sua missione materna. Gioiosamente viviamo in amicizia e comunione con il Signore Gesù, con il cuore sempre aperto ad accogliere e a portare a Lui tutti i nostri fratelli e sorelle, bisognosi di verità e di amore.

 

+ Giampaolo Crepaldi

Monte Grisa, 13 giugno 2019

Le stragi terroristiche nella Domenica di Pasqua. Comunicato Stampa a firma di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi.

La Diocesi di Trieste esprime la sua fraterna vicinanza e l’assicurazione della propria preghiera ai cristiani dello Sri Lanka e condanna fermamente gli atti di terrorismo islamo-jihadista che hanno insanguinato il Paese asiatico, colpendo soprattutto i cristiani che, nel giorno di Pasqua, si trovavano raccolti nelle chiese a celebrare la risurrezione del Signore Gesù. Atti di morte mentre si celebrava la vita e l’amore divini. I kamikaze che si sono immolati in nome di Dio per uccidere altri uomini non hanno compiuto altro che atti di profanazione e di bestemmia.  Definire «martiri» questi mostri che sono morti compiendo atti terroristici è stravolgere il concetto di martirio, che è testimonianza di chi si fa uccidere per non rinunciare a Dio e al Suo amore e non di chi uccide in nome di Dio. Quale segno di speranza ci resta la statua del Cristo Risorto, rimasta ritta all’interno di una delle chiese attaccate: essa si presenta macchiata con il sangue dei nuovi martiri cingalesi che, con il dono della loro vita, hanno offerto la più eloquente e convincente testimonianza di quanto la fede in Cristo promuova la vera umanità nella fraternità e nella pace.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Arcivescovo di Trieste

LA DISMISSIONE E IL RIUSO ECCLESIALE DI CHIESE. Pontificio Consiglio della Cultura -Dicembre 2018-

Consulta Documento

La ricerca della nuova destinazione di una chiesa ridotta a uso profano deve far parte di un progetto di cui sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile. E se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione. Parola del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura Gianfranco Ravasi, che anticipa in esclusiva al Sir i contenuti delle Linee guida della Santa Sede che verranno diffuse oggi.

Formazione dei futuri preti nella tutela dei beni culturali; inventario e catalogazione di questi beni; coinvolgimento della comunità cristiana locale nei progetti di trasformazione e nuova destinazione delle chiese dismesse; dialogo con le istituzioni civili. Preferibili finalità culturali, sociali e caritative; da escludersi utilizzi commerciali. E le reliquie custodite sugli altari devono essere collocate in nuovi altari o custodite in appositi reliquiari. Questi alcuni contenuti del documento “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida”, approvato dal Pontificio Consiglio della cultura – Dicastero della Santa Sede competente per la questione – e dai delegati delle Conferenze episcopali di Europa, Canada, Stati Uniti e Australia a conclusione del convegno internazionale “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici” (Pontificia Università Gregoriana, 29 – 30 novembre). Le Linee guida (cinque capitoli e 11 raccomandazioni finali) verranno pubblicate oggi alle 12 sul sito del Dicastero. Ad anticiparne i contenuti in esclusiva al Sir è il cardinale presidente Gianfranco Ravasi. Con una precisazione lapidaria : “Se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione”.

Quali sono gli scenari delineati e il quadro emerso dal convegno?
All’interno di un contesto generalizzato di urbanizzazione e secolarizzazione, una grande diversità e ricchezza di proposte ed esperienze all’interno degli ambiti nazionali. Sono state presentate proposte concrete e significative. Anche in futuro spingeremo all’idea di far conoscere le “buone pratiche” proponendole come modelli da imitare adattandoli ai contesti nazionali. La ricchezza di chiese era un tempo calibrata su un contesto socio-culturale che presupponeva una civitas christiana o una città non attraversata dall’attuale urbanesimo. Oggi il centro delle città non è quasi più abitato, ma funzionale ad attività esclusivamente amministrative e gestionali. Questo immenso patrimonio ecclesiale si rivela quindi sempre più problematico nella sua conservazione e nella sua stessa esistenza; tuttavia costituisce una realtà simbolica permanente. Più della metà delle chiese al centro di Roma non vengono utilizzate, ma non le potremmo mai trasformare in un museo o altro perché costituiscono un simbolo per la città e per il mondo intero che viene a visitarle.

Se cade la sacralità di un tempio non ne viene però meno la funzione simbolica di luogo spirituale e artistico.

Il patrimonio “nobile” andrà dunque conservato e tutelato così com’è, anche se non più destinato al culto. In caso di edifici “dispersi” e privi di qualità simbolica

la desacralizzazione è legittima; ciò che invece non è mai ammissibile è la dissacrazione.

Non deve pertanto scandalizzare i fedeli il fatto che uno di questi spazi venga destinato ad un uso non sacrale, a condizione che non sia dissonante con la realtà originaria del tempio: musei, biblioteche, archivi, centri culturali e d’incontro anche per la comunità civile, ma anche segni caritativi. Penso ai pranzi per i poveri nella basilica di sant’Eustachio o a quello che la Comunità di sant’Egidio organizza a Santa Maria in Trastevere il giorno di Natale.

Che cosa direbbe a chi definisce “dissacratorie” queste iniziative?
Non si tratta di dissacrazione. È piuttosto una sorta di “desacralizzazione temporanea” che però in ultima analisi partecipa dello spirito della liturgia, categoria sulla quale è necessaria una riflessione. Come indica il termine greco, “liturgia” deriva da laós (popolo) ed érgon (opera). Non è soltanto il culto, è opera di un popolo, di un’assemblea. La Bibbia la definisce “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio che è primario, ma anche dei fedeli tra loro. Culto divino, annuncio del Vangelo e carità in azione: nella liturgia non c’è la sola dimensione della verticalità ma anche quella dell’orizzontalità. Per questo, una destinazione “altra” che però riguardi la comunità fa parte dell’anima della liturgia:

è una sorta di para-liturgia, una continuazione della liturgia in altra forma.

Del resto san Francesco affermava che era lecito alienare beni della chiesa e oggetti sacri per finalità caritative, e ce lo ha ricordato anche Papa Francesco nel Messaggio inviato al convegno.

All’interno di queste coordinate, quali sono a suo avviso le raccomandazioni più significative?
Anzitutto l’indicazione di prevedere nella formazione dei futuri preti – ma anche dei vescovi di recente nomina – una preparazione specifica in materia di beni culturali, sull’importanza e il valore storico e artistico del patrimonio della Chiesa. Forme di degenerazione o dissacrazione nascono spesso da incompetenza e mancanza di consapevolezza. Un’adeguata conoscenza consentirebbe inoltre di interloquire con i professionisti della conservazione e con i funzionari dello Stato.

Oltre agli edifici sacri, il patrimonio comprende anche gli arredi.
Le raccomandazioni offrono norme anche per la loro tutela: se rimossi in caso di dismissione del tempio devono essere collocati in un’altra chiesa oppure custoditi in un museo. Come ha affermato ancora il Papa nel suo Messaggio, una corretta esposizione museale può ridonare loro “quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale”. Discorso diverso per l’altare, che anche dopo la riduzione della chiesa ad uso profano non perde mai la sua dedicazione e benedizione: già le Linee guida per la modificazione di parrocchie e la chiusura e l’alienazione di chiese, emesse nel 2013 dalla Congregazione per il clero, stabiliscono che se non può essere trasferito in un’altra chiesa deve essere distrutto. Presupposti essenziali cui richiamano le raccomandazioni sono l’inventario e la catalogazione del patrimonio della Chiesa. Se la Conferenza episcopale italiana è molto avanti in questo censimento, i diversi contesti nazionali presentano situazioni disomogenee, legate anche a differenti normative in materia di proprietà degli edifici di culto.

Nel corso del convegno è stata sottolineata l’importanza di coinvolgere la comunità cristiana tentando di “ricostruire un patto virtuoso” tra popolazione e territorio.
Le linee guida raccomandano infatti

il coinvolgimento di tutta l’assemblea, dell’intero popolo di Dio

per evitare che, pur nel rispetto della normativa canonica, l’alienazione di una chiesa e la sua nuova destinazione siano un colpo di mano del vescovo o del parroco. La decisione deve essere il più possibile condivisa e assunta in dialogo con la società civile. Talvolta, infatti, a battersi contro la dismissione sono gruppi di non credenti. In alcuni casi si tratta di manovre strumentali per dimostrare il degrado del clero o della Chiesa; in altri di persone che, pur non mettendo piede nel tempio, lo considerano il simbolo del quartiere, un emblema incastonato nel tessuto urbano. Le raccomandazioni invitano inoltre a tenere conto, in ogni decisione, del contesto generale del territorio, delle dinamiche sociali e delle strategie pastorali.

La dismissione e la ricerca della futura destinazione devono far parte di un progetto del quale sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile

coinvolgendo anche le figure professionali di riferimento – specialisti del patrimonio, architetti, operatori sociali del territorio – per sottolineare la finalità anche sociale di questa trasformazione. Preferibili gli usi culturali, sociali o caritativi; da escludersi ogni utilizzo commerciale con finalità speculative.

(Fonte:SIR)

 

  Consulta Documento

Immigrazione, venti laici scrivono al presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinal Gualtiero Bassetti. Ottobre 2018

Eccellenza Reverendissima Cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della CEI

Eccellenze Reverendissime, Vescovi della Chiesa Cattolica in Italia,

con rispetto assoluto e filiale, ci permettiamo di scrivere per esternare a Lei e ai Vescovi italiani della Chiesa Cattolica, le nostre perplessità e per dissipare i nostri dubbi in merito alla cosiddetta “questione dei migranti”.

Siamo rimasti molto colpiti da due testi che abbiamo letto negli scorsi mesi.

 

LA LETTERA CONTRO IL RAZZISMO

Il primo testo è del luglio del 2018, di un gruppo di presbiteri e laici, che chiedeva a tutti Voi d’intervenire “sul dilagare della cultura intollerante e razzista”, che a parere dei firmatari è presente nel nostro Paese. I firmatari chiedevano un Vostro intervento sul tema dell’«inconciliabilità profonda tra razzismo e Cristianesimo», a partire dal tema dell’accoglienza.

Il primo compito è evangelizzare

Colpisce che a questo proposito si usino le categorie mondane, dimostrando una totale subalternità culturale, ignorando ciò che la Chiesa ha maturato nel suo cammino storico. Diceva ad esempio Pio XI, in un discorso agli alunni di “De Propaganda Fide” il 28 luglio 1938: «Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con questa universalità stanno bene assieme – bene intese e al loro posto – l’idea di “razza”, stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti, come si dice nazione si può dire razza e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere (…), una sola, universale, cattolica razza. Né si può negare che in questa razza universale non ci sia luogo per le razze speciali (…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo».

Anche se il linguaggio di allora può essere considerato equivocabile nel nostro tempo, è chiaro però ciò che il papa intendeva: c’è una chiamata universale alla fede cattolica, perciò il nostro compito fondamentale è l’evangelizzazione. È esattamente questo il primo mandato di Cristo ai Suoi discepoli: “Andate e ammaestrate tutte le genti”.
Quante volte la Chiesa, negli ultimi anni, ha parlato di conversione a proposito dei migranti? Le “razze” esistono – come esistono le Nazioni, le Patrie, le Identità – e rappresentano una distinzione, non un motivo di prevaricazione o di odio.

Un fenomeno fuori controllo

Le paure della gente hanno poco a che fare con il colore della pelle o con la chiusura verso il diverso. Ben lo dimostra anche la storia recente del nostro Paese: l’immigrazione è un fenomeno che dura da anni, se è vero che ormai gli immigrati costituiscono poco meno del 10% della popolazione, ma non si sono mai presentati problemi veri di convivenza. Anche le emergenze, ben gestite, non hanno creato problemi. Si pensi ad esempio agli oltre mille boat people vietnamiti che nel 1979 furono raccolti da navi italiane e accolti in pochi comuni veneti. Non solo non si sono avute forme di intolleranza, ma quella esperienza è stata un modello di accoglienza e integrazione.

Ciò che oggi spaventa è una immigrazione irregolare fuori controllo, quella legata agli sbarchi tanto per intenderci, foraggiata con i soldi dei contribuenti italiani e che sta ponendo gravi problemi di sicurezza come può constatare chiunque non abbia gli occhi accecati dall’ideologia. Però si preferisce dare del fascista, del razzista e dello xenofobo a chi pone seriamente il problema di evitare uno scontro sociale che è già in essere. Malgrado la retorica dei “disperati che fuggono dalle guerre”, la realtà è ben diversa, tanto che gli aventi diritto allo status di rifugiato sono meno del 10%.  Il resto sono “carne da macello”, gestita da organizzazioni criminali dei paesi d’origine e dei paesi di destinazione: un business di 6 miliardi di dollari all’anno di cui nessuno parla, inferiore solo a quello delle armi e della droga. A questo business, per sovvenzionare il soggiorno e l’alloggio dei migranti irregolari, l’Italia – nel quale vivono 5.000.000 di persone in povertà assoluta, tra i quali 1.000.000 di bambini – destina miliardi di euro ogni anno.

Cambiare questa situazione, anche chiedendo che l’intera Europa risolva politicamente questo problema, significa essere razzisti, xenofobi, anti-evangelici oppure significa essere realisti, persone di buon senso e rispettose della legalità?

UN’UNICA FAMIGLIA UMANA

Il secondo testo è la Sua Prolusione al Consiglio permanente della Cei del 21 gennaio 2018, laddove lei parla di «Un’unica famiglia umana». Qui si richiama il fatto che «la Chiesa cattolica, sin dalla fondazione, si prende cura dei poveri, degli “scartati” e degli “sconfitti della storia”, con uno spirito di totale obbedienza al Vangelo, perché vede nelle loro piaghe il riflesso di quelle di Cristo sulla Croce. I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa “per diritto evangelico” come disse Paolo VI nel discorso di apertura della II sessione del Concilio Vaticano II. In virtù di questo “diritto evangelico” – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione».

Noi abbiamo imparato da sempre che coloro che agli occhi degli uomini sono “poveracci” (o, con un’espressione più elegante, detta da Cristo nel Vangelo di Matteo, i “fratelli più piccoli”), sono gli umili, i “minimi”, i fedeli servi di Dio. Sono coloro che siederanno alla Sua destra, nelle “tende eterne”, dopo il giudizio finale. Il povero non possiede questo «diritto evangelico» in quanto tale. La salvezza dei poveri è stata acquistata “a caro prezzo”, come dice San Paolo, come quella di tutti coloro che si convertono a Cristo, si pentono dei loro peccati e vivono nella grazia di Dio. La virtù teologale della carità non riguarda solo le opere di Misericordia corporale, che ogni cristiano è tenuto a compiere nei confronti dei “poveracci”, con comprensione e compassione, perché esse sono vane se non sono accompagnate da quelle di Misericordia spirituale.

Origene, nel III secolo, commentando Mt 25, affermava che «oltre al pane e al vestito che servono al corpo, si devono alimentare le anime con alimenti spirituali». Questo, per una ragione molto semplice, che sta a fondamento della Chiesa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo: la Chiesa esiste perché Cristo ha voluto donarsi, immolandosi ed accettando il Suo Sacrificio, per garantire a tutti gli uomini di ogni tempo il «sacramento universale di salvezza», la grazia della liberazione dal peccato e dal potere del Maligno e la speranza certa della vita eterna. I poveri – come le guerre, le malattie, la morte – c’erano prima di Cristo e ci sono dopo Cristo, perché esiste il peccato originale ed esiste l’Inferno, come esiste il Purgatorio, per chi non vive su questa terra purificandosi e abbracciando la Croce che Cristo offre ai Suoi amici.

Il messaggio del Vangelo non si riduce a preservare la legge morale, ma la fede. Tutto ha un senso, per i cristiani, se s’incontra Cristo, l’Unico Salvatore. La Chiesa, voluta da Cristo e da Lui generata, questo ha proclamato sempre e i frutti sono rappresentati dalla nostra civiltà (in cui rientra anche la legge morale). La Chiesa ha sempre offerto la sua sofferenza per i peccatori, ma non ha mai abdicato al suo mandato divino di ammaestrare le genti al Vangelo. E, soprattutto, non ha mai sepolto la Verità.

È evidente che la Chiesa è chiamata ad esercitare la Carità, come Cristo moltiplicò i pani e i pesci, ma il Signore non è venuto in mezzo a noi per andare incontro e risolvere i bisogni terreni dell’uomo.

Il caso Islam e l’esempio di San Francesco

I numeri ci dicono che su poco meno di 6 milioni di immigrati, 2,5 milioni sono islamici, e questo pone un problema oggettivo visto che si tratta di una comunità che nel suo insieme non è disposta a integrarsi e, non da oggi, è invece animata da un certo “spirito di conquista”. Ricordiamo quanto ebbe a dire già nel 1974, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Houari Boumédiène, leader dell’Algeria dal 1965 al 1978: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero sud per irrompere nell’emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria».

Quelle parole oggi non sembrano più fantasie, e sono inoltre agevolate dal vero problema della nostra Italia – così come dell’Europa -, ovvero l’abbandono della fede in Cristo. Del resto il “dialogo”, parola che nelle Sacre Scritture neppure esiste, diventa impossibile con chi appartiene ad un’ideologia fondata sull’uso della violenza.

Del resto la Chiesa, nei confronti dei non cristiani, ha sempre avuto un atteggiamento di annuncio, di chiamata alla conversione. E laddove le condizioni non permettevano la proposta cristiana, l’opzione normale non era l’adattarsi all’interlocutore, ma il martirio, esso stesso considerato il più completo trionfo della fede sull’errore.

Vale dunque la pena meditare sull’esempio che ci ha dato San Francesco d’Assisi che mette nel conto il martirio durante il suo incontro con il Sultano Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219, durante la Quinta Crociata (cfr. Fonti francescane 2690-2691):

«Mentre era alla corte, il sultano volle mettere alla prova in questo modo la fede e la devozione che il beato Francesco mostrava d’avere verso il Signore nostro crocifisso. Un giorno fece stendere uno splendido tappeto, decorato quasi per intero con segni di croce, e poi disse ai presenti: “Si chiami ora quell’uomo, che sembra essere un cristiano autentico. Se per venire fino a me calpesterà sul tappeto i segni di croce, gli diremo che fa ingiuria al suo Signore; se invece si rifiuterà di passare, gli dirò perché mi fa questo dispetto di non venire”. Chiamato allora quell’uomo, che era pieno di Dio e da questa pienezza era bene istruito su quanto doveva fare e su quanto doveva dire, passando su quel tappeto si accostò al sultano. Quegli, ritenendo d’aver motivo sufficiente per rimproverare l’uomo di Dio perché aveva fatto ingiuria a Cristo Signore, gli disse: “Voi Cristiani adorate la croce, come segno speciale del vostro Dio; perché dunque non hai avuto timore a calpestare questi segni della croce?”. Rispose il beato Francesco: “Dovete sapere che assieme al Signore nostro furono crocifissi anche dei ladroni. Noi possediamo la vera croce di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, e questa noi l’adoriamo e la circondiamo della più profonda devozione. Ora, mentre questa santa e vera croce del Signore fu consegnata a noi, a voi invece sono state lasciate le croci dei ladroni. Ecco perché non ho avuto paura di camminare sui segni della croce dei ladroni. Tra voi e per voi non c’è nulla della Santa Croce del Salvatore”». Prosegue Frate Illuminato: «Lo stesso sultano gli sottopose anche un’altra questione: “Il vostro Dio nei suoi Vangeli insegnò che voi non dovete rendere male per male, e non dovete salvaguardare la vostra tonaca […]. Quanto più dunque i Cristiani non dovreste invadere le nostre terre […]”. Rispose Francesco: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove, infatti, dice: ‘Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E con questo ha voluto insegnarci che nessun uomo è a noi così amico e così parente, fosse pure a noi caro come un occhio della testa, che non dovremmo allontanarlo, strapparlo e del tutto sradicarlo, se tentasse di distoglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i Cristiani giustamente invadono voi e le terre che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quanti più uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”. Tutti gli astanti furono presi da ammirazione per le risposte di lui».

La lobby internazionale pro-migranti

Non deve neanche essere dimenticato che dietro al movimento di milioni di persone non ci sono soltanto guerre e povertà, ma anche un disegno politico ben preciso. Ad esempio il finanziere George Soros finanzia i flussi migratori a livello internazionale, attraverso le Organizzazioni non Governative. L’ha confermato egli stesso durante una riunione delle Nazioni Unite nel 2016. Emma Bonino – che fa parte del board dell’Open Society Foundation, l’organizzazione fondata da Soros – promuove campagne in Italia a favore dell’accoglienza del maggior numero possibile di migranti. Alla campagna politica di Emma Bonino – “Ero straniero, l’umanità che fa bene” – ha dato la sua adesione Papa Francesco e a lei vengono aperte le porte delle Chiese per la sua propaganda.

Emma Bonino dice : «In politica, come spesso accade anche nella vostra vita personale o professionale, gli interessi si scontrano coi valori e lo sforzo è quello di trovare degli equilibri più o meno precari, più o meno presentabili, sapendo che interessi e valori non sempre vanno nella stessa direzione; ebbene se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i nostri valori è esattamente il tema dell’immigrazione e dell’Europa». La tecnica usata – quella di presunti valori che determinano interessi – è uguale a quella di tutte le battaglie radicali: il divorzio, l’aborto, l’eutanasia. In questi ultimi casi, i valori sono i diritti, che coincidono con i desideri. L’ideologia edonistica elevata a modello di vita e svincolata da qualsiasi ancoraggio ai principi di ordine naturale. Nel caso dei migranti, i valori – l’accoglienza umanitaria – coincidono con il pragmatismo, con il “ci conviene”. Sostiene Emma Bonino: «Dei sei milioni di immigrati irregolari nel nostro Paese ne abbiamo bisogno: producono l’8% del PIL, sono l’8% della popolazione, sono contribuenti netti, pagando nel 2014 le pensioni di 640 mila italiani, hanno inventato 500mila imprese, dando lavoro anche agli italiani e coprendo nicchie che gli italiani non volevano coprire. Con il nostro grande declino demografico che è lo stesso della Spagna, del Portogallo, della Germania, della Bulgaria, oggi noi abbiamo 805mila figli di immigrati che vanno a scuola; senza di loro chiudiamo 35mila classi e 68mila mila insegnanti lasciano il lavoro per mancanza semplicemente di persone a cui insegnare».

È veramente paradossale che chi ha operato ed opera per la promozione dei sistemi contraccettivi, della legge sull’aborto – che insieme al larghissimo uso degli altri sistemi abortivi, ha concorso, in 40 anni, all’uccisione di oltre 6 milioni di italiani – contro l’obiezione di coscienza dei medici che non vogliono praticare gli aborti e a favore delle politiche antinataliste delle organizzazioni internazionali e che in nome di un boom demografico che non esiste ha invocato il rientro dolce della popolazione mondiale, invochi ora il declino demografico per perorare l’afflusso dei migranti nel nostro territorio. Tanto da dichiarare: «Noi avremo bisogno, tanto per essere in equilibrio tra anziani e forza lavoro, di 160mila nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni». Ai 160mila nuovi ingressi ogni anno, a parere della Bonino, bisognerebbe aggiungere un esercito di 500mila irregolari accumulati negli anni, perché hanno perso il permesso di soggiorno.

Il ragionamento è questo: uno Stato che non promuove più la scuola professionale e la formazione dei giovani per garantire un lavoro certo, e non assicura i diritti di assistenza degli anziani e dei portatori di disabilità, oltre che la vita di milioni di poveri e il diritto alla vita dignitosa di milioni di famiglie, dovrebbe sopravvivere grazie a milioni di persone estranee alla cultura, alla tradizione e all’identità, italiana ed europea. A guardar bene, uno Stato con queste caratteristiche è uno Stato già morto, che si vuole definitivamente seppellire. Siamo alla seconda tappa. Per la prima, quello dello sterminio dei bambini non fatti nascere ci è voluto qualche decennio. Ora, la sostituzione della popolazione può essere assicurata in un battibaleno e il disegno si può realizzare. L’Italia e l’Europa saranno islamizzate.

Le chiediamo, Eminenza: può la Conferenza Episcopale Italiana permettere che queste posizioni vengano espresse addirittura nei dibattiti che si svolgono nelle chiese del nostro Paese?

Vogliamo terminare questo lungo documento con queste parole: «Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo». Sono le parole che la Santa Vergine Maria dice il 12 aprile 1947 a Bruno Cornacchiola, quando apparve a lui e ai suoi tre figli, a Roma, alle Tre Fontane, luogo dove San Paolo conobbe il suo martirio. Il 21 luglio 1998, Cornacchiola annotò nel suo diario: «Ho sognato che musulmani circondavano le chiese e chiudevano le porte e dai tetti gettavano benzina e davano fuoco, con dentro i fedeli in preghiera e tutto anche a fuoco». Il 17 febbraio 1999, aggiunse un’altra riflessione: «Ma perché gli uomini responsabili non vedono l’invasione dell’islam in Europa? Qual è il fine di queste invasioni? Non si ricordano più Lepanto? Oppure hanno dimenticato l’assedio di Vienna? Non si può vedere un’invasione pacifica quando uccidono nel loro paese islamico coloro che si dichiarano cristiani o si convertono a Cristo. Non solo questo, ma non ti permettono di costruire chiese né far proseliti».

È questo che vogliamo per il nostro paese?

 

Con filiale ossequio porgiamo cordiali saluti, chiedendo la Sua Paterna benedizione.

Gianni Cassano, Anna Romolotti, Claudio Anzaghi, Tiziano Briguglio, Agostino Fasulo, Andrea Badalamenti, Giorgio Badalamenti, Davide Fortunato, Giovanni Gibelli, Alessandro Quatela, Gilda De Petri, Antonio Calvanese, Giorgio Crotti, Alessandro Roverselli, Patrizia Beretta, Giancarlo Di Gregorio, Elisabetta Frontali.

Testimoniare Gesù – mettersi dalla parte dell’amore, della cura, della vita. Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin a Gorizia. 12.07.2018

 

Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin nella solennità Ss. Ermacora e Fortunato, Martiri, Patroni dell’Arcidiocesi di Gorizia

Basilica di Aquileia, 12 luglio 2018

 

 

Parolin Parolin_Aquileia_12 luglio 2018

 

La civiltà della vita e le leggi che la minacciano. Intervento di Mons. Crepaldi al Centro Studi Livatino.

La “svolta” nell’attuale legislazione contro la vita

L’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha dedicato molta attenzione all’evoluzione negativa del quadro legislativo, nazionale e internazionale, riguardante il tema della vita. Lo ha fatto in particolare dedicando a questo argomento uno dei suoi Rapporti annuali sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, precisamente quello dell’anno 2013 dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale”[1]. Ha poi continuato con la pubblicazione di un fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” incentrato sulla lotta contro le leggi ingiuste riguardanti appunto la vita e la famiglia[2]. Molti altri interventi sono stati fatti, ma ho voluto qui ricordare questi due in quanto noto una omogeneità di prospettiva con la ricerca del Centro Studi Livatino.

Questa analisi dell’evoluzione (negativa) della recente legislazione sulla vita ci ha condotto ad alcune conclusioni che vorrei qui richiamare sinteticamente, per poi procedere ad un loro approfondimento.

La prima e fondamentale conclusione è che nelle leggi sul diritto alla vita c’è stata una svolta molto significativa quando è stato proclamato il “diritto” a questi nuovi diritti. Per una lunga fase la legislazione in materia aveva tollerato alcuni comportamenti contrari al rispetto della vita nascente con leggi che prevedevano l’aborto solo in casi particolari ed eccezionali. Nei fatti, l’applicazione delle leggi sull’aborto fu fin da subito molto più ampia di quanto la lettera del testo legislativo  permettesse. Va comunque riconosciuto che fino ad un certo stadio della sua evoluzione, il diritto alla vita veniva addirittura proclamato nei primi articoli dei testi di legge sulla disciplina dell’aborto volontario per poi passare a prevedere la possibilità di alcune eccezioni. E’ rimasto famoso quanto dichiarato dal ministro francese Simone Veil all’indomani dell’approvazione della legge sull’aborto nel suo Paese avvenuta il 29 novembre 1974, e cioè che secondo la sua interpretazione la legge tollerava l’aborto solo in caso di pericolo di morte per la madre. Non fu così, ma la cosa conferma che ci fu una prima fase della legislazione che tollerava alcuni comportamenti contrari alla vita, ma non riconosceva il diritto all’aborto.

In seguito le leggi iniziarono invece a contemplare l’aborto come diritto. La legge francese è stata cambiata e l’espressione «a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato», è stata sostituita con la seguente: «a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza». Di conseguenza, da due anni una legge francese punisce chi nel web cercasse di dissuadere le donne ad abortire.

Il riconoscimento del diritto all’aborto cambia completamente il quadro. Se l’aborto è un diritto umano e lo Stato protegge e sviluppa i diritti umani, allora lo Stato deve promuovere l’aborto per dare realizzazione ad un diritto umano, deve favorirne l’accesso, deve perfino educare ad esso le nuove generazioni e l’obiezione di coscienza diventa inammissibile.

Questo passaggio strategico si è verificato recentemente in interventi legislativi altri rispetto all’aborto che direttamente o indirettamente riguardano la vita, il che conferma che si tratta di una tendenza generale e in via di consolidamento, anche se nuove esperienze negli Stati Uniti e nell’Europa orientale lasciano nutrire qualche speranza di inversione di tendenza. Si pensi, per esempio, alla sentenza con cui la Corte suprema degli Stati Uniti ha abolito la legge federale secondo la quale il matrimonio era da intendersi tra uomo e donna, così obbligando gli Stati a riconoscere per legge il matrimonio omosessuale. Oppure si pensi alla legge Taubira sul “matrimonio per tutti”[3] che non prevede il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei sindaci. In Italia abbiamo avuto la sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione artificiale, con la proclamazione del diritto costituzionale di una coppia al figlio. Per venire, infine, a due recenti leggi del Parlamento italiano: la legge Cirinnà e la cosiddetta legge sulle DAT che pure non ammettono obiezione di coscienza.

In tutti questi casi si è superata una soglia: lo Stato non solo tollera comportamenti contro la vita, ma li fa propri e li impone. Se le relazioni omosessuali godono di riconoscimento pubblico e, quindi, contribuiscono al bene comune, lo Stato le deve insegnare nelle scuole, come insegna l’uguaglianza in dignità di tutte le persone contro il razzismo.

Da questa caratteristica derivano poi le altre che contribuiscono a definire la pericolosità della situazione. Mi riferisco al carattere sistemico e a quello istituzionale delle leggi contro la vita. Il primo è particolarmente preoccupante: se un cittadino fa ricorso alle Corti di giustizia internazionali contro il proprio ordinamento statale, in genere non trova soddisfazione, data la omogeneità dello spirito che informa le decisioni delle Corti internazionali e quello che informa gli ordinamenti nazionali. Anzi, come è noto, sono spesso le Corti internazionali di giustizia a processare gli ordinamenti giuridici degli Stati membri quando questi non prevedano una legislazione contro la vita. Questo per quanto riguarda l’aspetto “sistemico”. Il secondo – ossia l’aspetto “istituzionale” – ci dice che tutto ciò è diventato “macchina” che, procedendo per inerzia in virtù di atti dovuti all’interno dell’apparato burocratico, permea univocamente la pubblica amministrazione. I casi italiani dell’UNAR e dei  progetti nazionali e regionali di educazione alla sessualità nella scuola pubblica hanno ampiamente dimostrato l’esistenza di una istituzionalizzazione della lotta contro la vita e la famiglia.

 

Il moderno Leviatano e la sua nascita dall’angoscia

Tenendo presente questo quadro piuttosto preoccupante, cerchiamo di proporre qualche analisi delle sue cause, dal punto di vista del pensiero giuridico e politico e nella visione della Dottrina sociale della Chiesa. La prima cosa da mettere a fuoco è il lungo percorso per cui il potere politico e quello giuridico si sono emancipati dai contenuti e si sono collocati su un piano di “neutralità” rispetto ad essi. Si tratta del lungo processo di secolarizzazione della nostra civiltà giuridica che insigni giuristi come Carl Schmitt o Wolfgang Bökenförde hanno, da punti vista differenti, ben descritto.

Carl Schmitt ha illustrato in modo forse insuperato la prospettiva giuridico-politica di Thomas Hobbes e come essa sia alla base di ogni forma di “positivismo giuridico”. Il Leviatano di Hobbes è nello stesso tempo Dio, uomo, animale e macchina. Il proton pseudos, l’’errore iniziale del pensiero politico moderno, come ricordava Marino Gentile[4], è stato di affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica. Questo fece appunto Hobbes, secondo l’interpretazione datane da Schmitt: “questo patto non concerne una collettività già data, creata da Dio, e neppure un ordine naturale preesistente; piuttosto lo Stato – come ordine e come collettività – è il risultato dell’intelletto umano e dell’umana capacità creativa, e solo dal patto trae la propria origine” [5]. Si noti che secondo Hobbes anche nello stato di natura si potevano fare patti, ma sarebbero stati anarchici patti sociali, mentre il Leviatano si origina oltre questi patti, non viene a costituirsi tramite l’accordo ma al di là di esso e quindi è qualcosa di incomparabilmente superiore. Per questa superiorità, il Leviatano è come un Dio in terra, data la sua artificialità funzionale esso è una macchina, e siccome Cartesio aveva detto che l’uomo è un “intelletto in una macchina”, il Leviatano di Hobbes è il grande uomo che coincide con la grande macchina[6].

In questo modo si giunge alla neutralità dello Stato rispetto ai contenuti. Se lo Stato è magnun artificium, allora esso è uno strumento tecnico-neutrale[7] il cui valore sta nell’essere una buona macchina “indipendente da ogni contenuto di fini o di convincimenti politici, e acquisisce la neutralità rispetto ai valori e alla verità propria di uno strumento tecnico”[8]. Schmitt giustamente distingue tra “tolleranza” e “neutralizzazione”: nella prima lo Stato tollera il male perché si sente investito dal bene, ma nella seconda lo Stato è neutro rispetto sia al bene che al male. Nella neutralità, auctoritas e potestas coincidono. Non è forse vero che le attuali leggi contro la vita presuppongono questa concezione del potere e della legge? Anche oggi ci si trova di fronte ad uno Stato “neutrale” e ad una macchina tanto efficace quanto formale e puramente procedurale.

Un aspetto non deve però sfuggire dell’analisi del Leviatano condotta da Schmitt. Gli uomini sono costretti ad inventare il Leviatano data la situazione di disperazione in cui si trovano nello stato di natura. Solo un uomo disperato può mettersi nella mani di un potere che è Dio, uomo, animale e macchina. Il pensiero politico e giuridico moderno di Hobbes o di Bodin nasce non solo dalla disperazione dell’uomo del Seicento davanti alle guerre di religione, ma dalla disperazione dell’uomo solo e nudo nello stato di natura, l’uomo talmente disperato di poter godere la pace al punto da affidarne l’attuazione non ad un Defensor pacis, come suonava ancora nel XIV secolo l’opera di Marsilio che pure iniziava questo lungo processo di reductio ad unum da parte dello Stato, ma di un Creator pacis, quale appunto il Leviatano è. Disperato quell’uomo dato che il Dio-Stato che gli garantisce la pace non può garantirgli la speranza.

Con lo Stato-macchina di Hobbes viene lucidamente e tragicamente fondata la “neutralità”, secondo cui lo “Stato ha il proprio ordine in se stesso e non fuori di sé”. Esso può pretendere obbedienza incondizionata e se oggi lo Stato non consente l’obiezione di coscienza – come ricordavo all’inizio – è perché il Leviatano non può ammettere un “diritto di resistenza”, di cui l’obiezione di coscienza è tuttavia espressione.

 

Il moderno “Stato di diritto”

La neutralità dello Stato rispetto a contenuti e verità stabilita in modo così determinato da Hobbes e così plasticamente espressa nella sintesi di Dio, uomo, animale e macchina, alimenta anche lo Stato liberale costituzionale e parlamentare del XIX secolo, quello che si è soliti chiamare “Stato di diritto”. E’ la situazione in cui, come disse Max Weber, la legalità coincide con la legittimità e lo Stato è un “sistema di legalità statale funzionante in modo calcolabile senza riguardo a contenuti di fini o di verità o di giustizia”[9].

Solitamente lo Stato borghese di diritto viene inteso come contrapposto al Leviatano di Hobbes. Proprio per questo è degna di attenzione la versione di Schmitt che, invece, lo vede come un suo prolungamento. Nello Stato di diritto “custode ultimo di ogni diritto, garante ultimo dell’ordine costituito, fonte ultima di ogni legalità, tutela e difesa ultima contro l’ingiustizia è il legislatore e la procedura legislativa da esso impiegata”[10]. Quando poi la volontà dello Stato fu identificata nella volontà del popolo, ogni legge che fosse frutto della volontà popolare espressa dal Parlamento ebbe l’autorità e la dignità che le derivava dal suo rapporto col diritto. Arriviamo così alla attuale nozione di legge: “La legge in una democrazia è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, cioè in pratica la volontà di quella che di volta in volta è la maggioranza dei cittadini elettori”[11].

Il principio della “neutralità” fondato da Hobbes continua e si specifica nello Stato costituzionale e democratico ove diritto, legge e legalità diventano forme procedurali, indifferenti e disponibili ad ogni contenuto. La neutralità tra diritto e ingiustizia rende possibile che la fattispecie del “tiranno” sia presente anche nello Stato borghese di diritto. Tiranno è chi ha ottenuto il potere in modo illegale o che, ottenutolo in modo legale, lo esercita in modo illegale. Chi ha la maggioranza non rientra in nessuna di queste due tipologie e quindi non può essere tiranno. La maggioranza “non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità” [12]. Ma proprio questa è la peggiore tirannia.

 

Insufficienza della formula di Böckenförde

E’ agevole riscontrare nell’attuale legislazione contro la vita la perfetta applicazione di queste concezioni della legalità vista come coincidente con la legittimità. La hobbesiana e weberiana “neutralità” della macchina diventa la neutralità della macchina legislativa, parlamentare e democratica. Anche le moderne democrazie liberali rientrano nella fattispecie del Leviatano.

Qui nasce però un problema di interessante portata. All’inizio di questo mio intervento ho segnalato una soglia oltre la quale lo Stato da tollerante quel era ha assunto in proprio un impegno sistemico e istituzionale contro i principi non negoziabili, tra i quali il diritto alla vita si colloca al primo posto. Carl Schmitt spiega bene come si sia arrivati alla “neutralità” della politica e della legge rispetto a questioni di verità e di contenuto. Ma questo stadio – così dicevo – oggi è superato perché la legge non si colloca più come neutrale rispetto alla natura, ma si pone a servizio della contro-natura. Oggi lo Stato pone come obbligatori i principi contrari a quelli naturali, ossia quelli innaturali. Ad essere non negoziabile oggi è il diritto all’aborto, o il diritto al matrimonio per tutti, o il diritto al figlio tramite la fecondazione artificiale. E’ evidente che non si tratta più di semplice neutralità.

Può essere utile riprendere a questo punto, la nota formula di Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. E’ una frase che potremmo estendere al capitalismo il quale, secondo Schumpeter, distrugge valori che non è in grado di ricostruire, e alla democrazia alla cui base stanno valori, come diceva Maritain in contrasto con Kelsen, che essa deve presupporre per funzionare.

La formula di Böckenförde pone il problema della secolarizzazione, in questo caso della secolarizzazione del diritto, e conclude con una posizione che potremmo chiamare provocatoriamente ratzingeriana: lo Stato secolarizzato dovrebbe vivere “come se Dio fosse”, etsi Deus daretur[13]. Ma tutti vedono che si tratta di una posizione insostenibile. Organizzarsi come se Dio fosse vorrebbe dire organizzarsi in via ipotetica, basandosi su una ipotesi operativa, tale da assumersi non in sé quanto nelle conseguenze di funzionalità che permette. Significherebbe dare credito al carattere ipotetico-deduttivo del pensiero politico e giuridico moderno, che nella ipotesi dello stato di natura poneva l’inizio di un ragionamento deduttivo impeccabile quanto artificiale. Anzi, impeccabile proprio per la sua artificialità. Böckenförde pone il problema della secolarizzazione del diritto, ma pensa che ad un certo punto – non si sa per quale motivo – lo Stato secolarizzato dovrebbe ravvedersi,  e considerando gli effetti devastanti della secolarizzazione, darsi il compito di vivere come se Dio fosse, recuperando non il fondamento, ma l’ipotesi condivisa, e quindi convenzioanle, del fondamento. E’ una proposta di origine kantiana. Anche il filosofo di Königsberg diceva che Dio e l’anima non sono conoscibili, ma bisogna vivere come se (als ob) lo fossero. L’atteggiamento ricorda anche Jürgen Habermas, il quale sente la mancanza del concetto di “natura” per orientarsi in campo bioetico, ma nella impossibilità di conoscere veramente la natura umana chiede almeno che si proceda in via ipotetica come se essa esistesse.

Questa visione della secolarizzazione è insostenibile, dato che non spiega perché tale processo dovrebbe ad un certo punto fermarsi, cercando un ipotetico punto di equilibrio. D’altro canto, la soluzione di Böckenförde non spiega l’attraversamento della soglia da me segnalata all’inizio del mio intervento. Può forse spiegare la “neutralità” ma non la pretesa dello Stato di farsi Dio imponendo il male, oltre che tollerarlo, e vietando l’obiezione di coscienza come espressione del diritto di resistenza verso il tiranno.

Nei confronti del processo di secolarizzazione il pensiero cattolico ha nel tempo espresso una sudditanza poco giustificabile. Essa è vista come una corrosione dell’indisponibile, ma si pensa – come fa per esempio Böckenförde – che ad un certo punto lo Stato secolarizzato possa decidere di vivere come se tale corrosione dell’indisponibile non fosse avvenuta. Ciò, tra l’altro, comporta che la corrosione dell’indisponibile ad un certo punto, non si sa per quale motivo, si fermi e si crei un sistema di libertà favorevole anche al Cristianesimo. Ma la scenografia che ho descritto in partenza smentisce tutto ciò: oggi la legislazione contro la vita vuole riplasmare la natura umana e annullare la presenza di Dio nel mondo. Nella secolarizzazione c’è quindi un’anima coerente e inarrestabile che, senza l’azione frenante di un Kathecon, tende alla soluzione finale[14]. Anche la disperazione ha una logica a cui non si sfugge. Bisogna comprendere che la fase della “neutralità” preludeva alla fase successiva della sistematicità e istituzionalizzazione del male. Dapprima il pensiero politico fa a meno di Dio, ma poi lo combatte per eliminarlo; dapprima fa a meno della natura, ma poi la combatte per eliminarla e riplasmarla. Normalmente si ritiene che il positivismo, compreso il positivismo giuridico alla Kelsen per esempio, sia un esempio di neutralità. Invece quando la ragione, in questo caso la ragione giuridica, si stacca dalla religione non può non diventare antireligiosa. Sia Augusto Del Noce sia Cornelio Fabro ci avevano messo in guardia da questo possibile equivoco, invitandoci a non cadere nel tranello[15].

 

Alcune considerazioni di prospettiva

Quando Joseph Ratzinger, nel suo non dimenticato discorso di Subiaco del 1 aprile 2005[16], invitò i non credenti a vivere come se Dio fosse, tutti colsero il carattere provocatorio dell’affermazione. Con quella provocazione il Cardinale e futuro Pontefice voleva criticare la secolarizzazione della ragione che, una volta staccatasi dal fondamento religioso, non può che procedere in una continua corrosione del senso, portatrice di sventura. La critica di Ratzinger al processo di secolarizzazione è più profonda di quanto non si pensi solitamente. Egli ne diede molti esempi, dal Discorso all’Università di Regensburg del settembre 2006 fino al Discorso al Bundestag tedesco del 22 settembre 2011 che, dato il suo tema, ci riguarda da vicino in questa occasione.

Concentrandoci brevemente su questo ultimo testo, notiamo una condanna spietata nei confronti della democrazia della maggioranza, che riprende le affermazioni di Schmitt. Sentenza di condanna della equiparazione tra legalità e legittimità che non può fermarsi solo alla neutralità dello Stato ma che necessariamente si evolve nello Stato creatore di un nuovo diritto: l’ingiustizia legale. La visione positivistica della natura, fa notare Ratzinger, non solo non riesce a cogliere nella natura un discorso sulla giustizia tale da dare legittimità alla legalità, ma addirittura pone le basi per la riplasmazione della natura, compresa la natura dell’uomo. La posizione positivista non è solo di neutralità, come abbiamo più volte detto, ma è una contro-natura, una violazione della natura che lo Stato fa propria e che promuove in prima persona.

L’invito, allora, è di ritor4nare pienamente alla natura come espressione di una legge morale naturale e di un diritto naturale. Nel Discorso al Bundestag, Benedetto XVI ha ben chiarito che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”[17]. Si faccia attenzione alle due parti di questo importante passo. Si dice che il terreno della giustizia è prima di tutto quello del diritto naturale, ma si aggiunge subito dopo che ciò non è in grado di stare in piedi da solo senza il fondamento trascendente in Dio creatore. E non può essere sufficiente fondare il diritto naturale sulla ipotesi del Dio creatore – etsi Deus daretur – mentre è possibile attraverso il riconoscimento dell’esistenza del diritto naturale recuperare il suo fondamento in Dio creatore, come garanzia della stessa laicità del diritto naturale. Con il che il processo di secolarizzazione viene combattuto fino infondo.

Ecco allora la sintetica conclusione di questo mio lungo intervento. La secolarizzazione ha dapprima prodotto la neutralità dello Stato, poi però ha fatto dello Stato il primo soggetto impegnato nell’imporre una contro-verità. La risposta deve essere quella di ribadire il valore universale e puramente razionale del diritto naturale[18] ma come via per un recupero anche del suo fondamento trascendente, senza del quale anche il diritto naturale viene concepito come neutrale e, quindi, incapace di reggere e sempre incline ad essere manipolato nella contro-natura.

 

S.E. Mons. Giapaolo Crepaldi

Centro Studi Livatino – Milano 19 febbraio 2018

 

[1] Osservatorio Cardinale Van Thuân, La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale, Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2013.

[2] “Bollettino  di Dottrina sociale della Chiesa” XI (2015) 3, con articoli di G. Crepaldi, S. Cecotti, R. Frullone, G. Cerrelli, J. A. Treglia, B. Blanco, M. Pinton.

[3] T. Collin, Le marriage sans limite, “Liberté politique” , n. 59, mars-avril 2013, pp. 29-36.

[4] M. Gentile, Prefazione a D. Castellano (a cura di), Rivoluzione francese e coscienza europea oggi: un bilancio, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991, p. 14.

[5] C. Schmitt, Sul Leviatano, introduzione di G. Galli, Il Mulino, Bologna 2011, p. 68.

[6] Ivi, pp. 65-74.

[7] Ivi, p. 76.

[8] Ivi, p. 77.

[9] Ivi,  p. 108.

[10] C. Schmitt, Legalità e legittimità, introduzione di C. Galli, Il Mulino, Bologna 2018, p. 53.

[11] Ivi, p.  58.

[12] Ivi, p. 62.

[13] In Joseph Ratzinger l’invito aveva un chiaro carattere sanamente provocatorio.

[14] M. Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, Milano 2015.

[15] Padre Cornelio Fabro ha sempre indicato il processo di secolarizzazione come secolarismo e ha mostrato il carattere radicalmente ateistico del processo di secolarizzazione. Augusto Del Noce ha sostenuto che la religione cristiana contiene in sé una metafisica e la ragione non deve uscire da essa per svilupparla, se lo fa diventa positivismo ossia non neutralità ma negazione della religione. Anche H. De Lubac aveva mostrato che il positivismo è la forma più radicale di ateismo anticristiano. Non è quindi possibile salvare una presunta neutralità del positivismo chiedendogli di vivere come se Dio fosse.

[16] J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005. p. 61.

[17] Benedetto XVI, Discorso in occasione della visita al parlamento federale di Germania, 22 settembre 2011.

[18] Benedetto XVI lo ha fatto in moltissime occasioni. Se ne veda una raccolta in: Benedetto XVI, Il posto di Dio nel mondo. Potere, politica, legge, a cura di S. Fontana, Cantagalli 2013.

© Vanthuan.


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