Chiesa in Italia

Tra ideologie e leggi inique, cosa ci attende come Cristiani? Cosa fare?

Pubblichiamo questo articolo tratto da Cooperatores Veritatis (QUI) nel quale vengono citati Stefano Fontana e l’Osservatorio Van Thuan.

 

Si fa un gran parlare della grave situazione politica che stiamo vivendo non soltanto locale ma universalmente, che forse sarebbe bene riflettere per capire cosa ci attende, in quanto Cristiani. Di particolare rilievo è l’affermazione di san Paolo sul superamento delle discriminazioni religiose, sociali e sessuali:

Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal.3,28), ma ciò che intendeva il Beato Apostolo delle Genti non era certo quanto sta accadendo oggi nel mondo, non intendeva il sincretismo religioso, non intendeva l’appiattimento dei ruoli e neppure il gender…. quel  “poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” intende sottolineare che – chi vive in Cristo-Dio – anticipa in qualche modo ciò che sarà l’eternità beata nella quale scomparirà ogni categoria sociale e “il diventare come Gesù, l’essere simili agli Angeli”, significa che non avremo più la necessità di esprime gli affetti carnali, i quali servono per la procreazione… come spiegava Gesù stesso in Matteo capitolo 19 sulla questione del matrimonio e di quel “farsi eunuchi” per il regno dei cieli, aprendo così alla castità partendo proprio dai Suoi Apostoli, sollecitandoli a ben comprendere cosa significasse CONSACRARSI totalmente a Dio. Sempre san Paolo, infatti, specificherà i due grandi Sacramenti e del Matrimonio e dell’Ordine Sacro per il sacerdozio.

Per questo, la Chiesa, ha sempre privilegiato fin dall’inizio il valore della castità e del consacrarsi al Cristo totalmente… ma senza mai dimenticare la preziosità del ruolo dei laici che si sposavano, mettendo su Famiglia, o nel curare il cammino spirituale di ogni laico che nel mondo avrebbe svolto svariati ruoli di importanza sociale, appunto. Giusto per fare un esempio basti pensare agli ospedali che hanno avuto origine dalla carità di numerosi Santi, così come il ruolo stesso degli “Infermieri/e”. Per ora ci fermiamo qui perché il discorso si farebbe molto lungo, ma è da tutte queste realtà sociali e culturali di ogni tempo che la Chiesa stessa si è arricchita di ciò che è la DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA.

Restringendo il campo agli ultimi secoli è necessario capire come certi meccanismi – che hanno avuto origine da quanti apostatarono dalla Chiesa come Lutero e la catena protestantica – hanno dato origine alle IDEOLOGIE…. Per affrontare l’argomento ci faremo aiutare dal professore Stefano Fontana, che molto sta spiegando sia attraverso il canale dell’Osservatorio cardinale VanThuan, sia dalla Nuova Bussola nella sezione dedicata proprio alla Dottrina Sociale della Chiesa.

  • Cosa c’è all’origine dell’ideologia? – leggiamo – Dal punto di vista di filosofia della politica, l’ideologia è una posizione di parte che pretende di valere per il tutto. Per esempio nel marxismo una classe sociale – il proletariato – pretende di essere il tutto e di rappresentare addirittura il senso della storia. Atteggiamento anticipato dall’Assemblea nazionale costituente agli inizi della Rivoluzione francese, quando il terzo stato, radunatosi nella sala della Pallacorda, pretese di rappresentare l’intera nazione. Oppure, ancora meglio, dal Comitato di Salute Pubblica durante il Terrore…”

Se può interessare l’approfondimento consigliamo questo vecchio articolo: Maradiaga e Robespierre, vera e falsa religione. Dunque, all’origine di ogni ideologia c’è sempre “lui” l’anticristo per eccellenza… Gesù, infatti, non venne a portarci “una idea”, una filosofia di vita, uno stile di vita confacente ai tempi ecc… Egli disse categoricamente: “IO SONO… la via (quella via che cercate), la verità (quella verità che cercate – Gv.8,32) e la vita (quella vita eterna che cercate)…” perciò – chi accoglie il Cristo – non vive di una idea ma in Dio ha la Via segnata dall’unica VERITA’ che davvero conta e con la quale si ha la VITA nella beatitudine eterna. LE RIVOLUZIONI non sono mai opera del Cristo mentre RIFORME E AMMAESTRAMENTO DI VITA SOCIALE E CULTURALE appartengono proprio alla Chiesa, gli sono proprie perché non nascono da una idea del mondo, ma vengono da Dio e che identifichiamo essere in ciò che chiamiamo LEGGE NATURALE la quale non è un monopolio cristiano-cattolico, ma appartiene a tutto il genere umano, indipendentemente dalla sua conversione al Cristo. Maestri di tutto ciò sono I SANTI…

Leggiamo ancora questo passaggio imponente:

  • Ma quando si parla di Chiesa il significato politico non è mai sufficiente, e questo vale anche per l’ideologia. Qui il senso della parola deve essere teologico. E cosa vuol dire mettere la parte al posto del tutto dal punto di vista teologico? Vuol dire affrontare le questioni che appartengono al piano naturale senza tenere conto del piano soprannaturale. In fin dei conti l’ideologia ha sempre un significato prometeico – voler sottrarre il fuoco agli dei – e il peccato di Adamo ne è stato il primo esempio. Teologicamente si applica lo schema ideologico quando il Quaggiù viene affrontato senza il Lassù: in questo caso la parte diventa il tutto o, se vogliamo, l’uomo diventa Dio. Quando questo avviene, le cose degenerano, perché è il tutto che fa vivere la parte, un tutto che non è mai la semplice somma delle parti. Benedetto XVI ad Aparecida nel 2007 aveva detto che senza Dio non c’è una vera comprensione della realtà. Voleva dire che senza il tutto, le parti non si comprendono bene e fino in fondo. Lo stesso Benedetto XVI, consapevole che in questo modo nascono molti guai, aveva perfino invitato i non credenti a vivere come se Dio fosse: ossia come Colui che da senso al tutto esistesse, pur non credendovi.
  • L’ideologia allora nasce dal naturalismo, che significa appunto la pretesa di organizzare la parte a prescindere dalla prospettiva del tutto. Per esempio organizzare questa vita senza tenere conto della vita eterna, come lamenta la Caritas in veritate: “Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro” (n.11). Il secolarismo comporta l’indipendenza di ogni livello dal livello superiore: della ragione dalla fede, dell’economia dall’etica, dell’etica dalla religione cattolica, della coscienza dalla legge … e così via. L’ideologia pone ogni parte al posto del suo tutto e polverizza la realtà in ambiti autoreferenziali. La Chiesa dovrebbe stare molto attenta a non cadervi dentro.

Se non si apprendono queste nozioni fondamentali e basilari, non è possibile capire cosa sta accadendo e – in quanto Cristiani per giunta Cattolici – ci attende dalle tante leggi inique che stanno portando a compimento. Sì perché deve essere chiaro che – per queste persone – il nemico da abbattere resta la Chiesa e più chiaramente GESU’ CRISTO che è il vero nemico del Male e di ogni iniquità.

COSA POSSIAMO FARE NOI?

In vista della mobilitazione RESTIAMO LIBERI prevista per sabato 11 lugliospiega il professor Stefano Fontana quimi sembra che questo intervento di ben 33 associazioni possa essere di chiarimento e aiuto.

  • Non deve diventare illecito dire la verità
    La legge Zan “contro l’omofobia” è inaccettabile
    Dichiarazione
    del Coordinamento Nazionale Justitia et Pax per la Dottrina sociale della Chiesa
  • “La proposta di legge Zan mira a punire coloro che esprimano forme di intolleranza nei confronti delle persone ad orientamento omosessuale, transessuale o bisessuale. Essa riprende e sviluppa la proposta di legge Scalfarotto già presentata nelle precedenti legislature. Su queste finalità della proposta di legge facciamo tre valutazioni di merito.
  • Alla base di questa legge c’è quanto Benedetto XVI chiamava “tolleranza negativa”, la quale, secondo lui, avrebbe preparato la strada a nuove forme di totalitarismo: “La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa”. Tolleranza negativa comporta per esempio di non ammettere che si dica in pubblico che la famiglia è solo quella naturale tra uomo e donna per non essere intolleranti verso altre forme di famiglia. Vorrebbe anche dire di impedire di affermare in pubblico che la vera sessualità umana è quella tra uomo e donna per non discriminare altre forme di esercizio della sessualità.
  • Quando questo venisse disposto per legge diventerebbe illecito dire la verità. Non solo la Chiesa cattolica non potrebbe più proporre gli insegnamenti biblici in materia, ma ogni cittadino non potrebbe più fare riferimento ad una natura umana eticamente normativa, ad una verità fonte di divieti morali assoluti, ad un ordine delle cose che richiede di essere rispettato. Non si vieterebbe solo la libertà di esprimere una opinione ma quella di dire la verità. Essa lederebbe direttamente la libertà di espressione, religiosa e di insegnamento, ma soprattutto eliminerebbe il fondamento stesso, oltre che l’esercizio, della libertà, ossia la verità, senza della quale la libertà diventa pura opinione infondata.
  • (…) Alla base della legge Zan c’è quindi un errore politico, un errore etico e un errore antropologico. Viene fatta coincidere la dignità della persona con l’espressione di una libertà intesa come autodeterminazione priva di criteri ossia priva di ragioni.”

Proponiamo allora qui di seguito alcuni passi antologici da Benedetto XVI. In questi brevi frammenti si sente la lucidità di un pensiero acuto e lungimirante. Rileggiamoli e non perdiamoli di vista

L’intolleranza negativa
“Si sta diffondendo un’intolleranza di tipo nuovo, è evidente. Esistono modi di pensare ben rodati, che devono essere imposti a tutti. E che vengono promossi in nome della cosiddetta tolleranza negativa. Come, ad esempio, quando si dice che in virtù dell’intolleranza negativa non devono esserci crocifissi negli edifici pubblici. In fondo così sperimentiamo l’eliminazione della tolleranza, perché in realtà questo significa che la religione, che la fede cristiana non possono più esprimersi in modo visibile” (Luce del Mondo, LEV, Città del Vaticano 2010, p.  82).

Un tirannico criterio ultimo
“Quando ad esempio, in nome della non discriminazione si vuole costringere la Chiesa cattolica a cambiare la propria posizione riguardo all’omosessualità o all’ordinazione sacerdotale delle donne, questo significa che non le è più consentito di vivere la propria identità, ergendo invece una astratta religione negativa a tirannico criterio ultimo, al quale tutti devono piegarsi. E questa sarebbe la libertà, per il solo fatto che libererebbe da tutto quello che è venuto prima” (Ibidem).

La nuova religione
“In realtà si tratta di uno sviluppo che conduce sempre più ad una rivendicazione intollerante da parte di una nuova religione che pretende essere valida per tutti perché razionale, anzi, perché è la ragione stessa che sola conosce e che quindi determina anche ciò che è rilevante per ognuno” (Ibidem).

La tolleranza intollerante
“La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa. C’è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi così una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno deve essere costretto a vivere secondo la nuova religione, come fosse l’unica e vera, vincolante per tutta l’umanità” (Ivi, pp. 82-83).

Ridotto lo spazio per vivere
“Nella realtà determinati modi di agire e di pensare vengono presentati come gli unici ragionevoli e quindi come gli unici a misura d’uomo. Il Cristianesimo si vede allora esposto ad una pressione d’intolleranza la quale, in un primo momento, si esercita presentandolo quale modo di pensare alla rovescia, sbagliato, e si tende a ridicolizzarlo; per poi, in nome di un’apparente ragionevolezza, mirare a privarlo dello spazio per vivere” (Ivi, p.  83).

Un divieto di discriminazione molto discriminante
“Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza. E il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea” (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 42).

Il nuovo dogmatismo e le limitazioni della libertà
“La concezione non definita o mal definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura [illuminista], inevitabilmente comporta contraddizioni: ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo nemmeno a immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile alla libertà” (Ivi, p.  43).

Non c’è più motivo: basta Messe igieniste. Di Luisella Scrosati.

È ormai passato più di un mese dal “ripristino” delle Messe con il popolo. In queste settimane abbiamo dovuto accettare, volenti o nolenti, che le nostre chiese venissero invase da metri e metri di nastri di plastica bianco-rossi, trasformando l’ambiente sacro in un cantiere.

Le indicazioni date dal Ministero sono state arricchite dalla stravaganza clericale, più igienista dell’Ufficio igiene pubblica; la più indigesta tra tutte, quella di impedire (non ovunque, grazie a Dio) ai fedeli di inginocchiarsi durante la consacrazione. In alcune chiese, poi, la fantasia di parroci e vescovi ha arbitrariamente esteso le distanze interpersonali oltre la ragionevolezza: nei cartelli esposti alle porte del luogo sacro si parla di mantenere la distanza di più metri, e la collocazione dei posti occupabili ha previsto distanze che vanno dai due ai tre metri. Ad abundantiam.

Poi, il momento della Comunione è un’altra delle fasi più sofferte della Messa: in alcune chiese bisogna rigorosamente rimanere al posto, seduti o in piedi, a seconda che si voglia ricevere o meno il Sacramento. Altrove, ci sono “gli ausiliari del traffico”, muniti di pettorina o di fascia al braccio, che fanno segnali per indicare chi può mettersi in fila e chi no.

Le nuove disposizioni arrivate ieri dal Comitato tecnico-scientifico, interpellato dal Ministero dell’Interno, in risposta a due quesiti posti dalla CEI rendono il tutto ancora più irritante: viene concesso al prete di non mettere i guanti per distribuire la comunione e per quanto riguarda i matrimoni gli sposi sono esentati dall’indossare le mascherine. Tutto il resto rimane com’è stato fino ad oggi, anzi, per la prima volta è un documento ministeriale a esplicitare l’obbligo di comunione distribuita in mano. Si tratta di una ingerenza gravissima che la CEI incassa senza battere un colpo, anzi quasi soddisfatta di aver strappato una qualche concessione.

Allora, ci pare doveroso presentare ai vescovi la domanda che queste norme arbitrarie vengano rimosse. Perché è piuttosto fastidioso constatare che al supermercato ci si può muovere più liberamente di quanto si possa fare nelle chiese. Abbiamo tutti bisogno di normalità, ed in particolare, quando andiamo in chiesa, vorremmo avere la libertà di pensare al Signore, senza essere continuamente distratti da tutte queste “precauzioni”, che lasciano trasparire, al di là delle intenzioni, che l’idea che si ha dei fedeli è più o meno quella del popolo bue, incapace di badare a se stesso.

E poi c’è il problema dei problemi: quello della Comunione imposta sulle mani. Si è già avuto modo di far notare (vedi qui) rispettivamente che:

  • Non esiste alcuna evidenza scientifica del fatto che la Comunione sulla mano sia più pericolosa di quella direttamente in bocca. Anzi. Qualche giorno fa il tanto discusso (e discutibile) Walter Ricciardi ha ribadito che «la stragrande maggioranza dei contagi avviene attraverso le mani, quindi lavarle è un’abitudine che può controllare circa il 60% dei contagi, […] Il distanziamento fisico e il lavaggio delle mani da soli possono evitare quasi il 100% dei contagi». Ecco. Quindi se il sacerdote si disinfetta le mani prima di dare la Comunione ai fedeli, se pone attenzione a non entrare in contatto con le mani, o con la lingua (e nel caso il contatto avvenga, ponga attenzione a disinfettarsi nuovamente le mani, previa purificazione), non c’è alcuna ragione al mondo per cui si debba preferire la Comunione sulla mano. Preferire: figuriamoci obbligare.
  • Il Governo italiano, almeno nel protocollo firmato con la CEI non ha imposto alla Chiesa cattolica la Comunione in mano. Né lo potrebbe fare. E la disposizione pubblicata ieri sera ha tutta l’aria di essere stata imbeccata dalla CEI. L’art. 2 § 1 del Concordato stabilisce infatti che «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». Tradotto: come dare la Comunione lo decide la Chiesa e non lo Stato. Di fatto, le indicazioni date a suo tempo dal Ministero non dicevano nulla di tale presunto obbligo: esse si limitavano a richiedere di aver cura di non entrare in contatto con i fedeli. Nel protocollo firmato con la Chiesa ortodossa, non c’è neppure quel riferimento “non entrare in contatto con le mani dei fedeli”, che è invece presente in quello con la Chiesa cattolica.
  • La Chiesa Cattolica ha un suo Codice di Diritto Canonico che dev’essere rispettato sia dall’autorità civile, sia, a maggior ragione, da quella ecclesiastica. In questo Codice è espressamente dichiarato che «ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione» (can. 912). Vengono poi definite con precisione le categorie alle quali è necessario rifiutare la Comunione: «Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (can. 915). Dunque, chi si presenta al sacro Ministro per ricevere la Comunione direttamente in bocca non può e non deve subire l’umiliazione che gli venga rifiutata.

Per quanto si possa capire la premura per il rispetto delle precauzioni sanitarie, esse non possono essere imposte al punto tale da andare a ledere il diritto ecclesiastico. In modo ancora più esplicito, l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, n. 91, richiamando un altro canone fondamentale del Diritto Canonico, ricorda che «nella distribuzione della santa Comunione è da ricordare che “i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli” (can. 843). Pertanto, ogni cattolico battezzato, che non sia impedito dal diritto, deve essere ammesso alla sacra comunione. Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi».

Qualcuno potrebbe obiettare che le “ragioni sanitarie” possano giustificare una prassi diversa. Al contrario, la Congregazione per il Culto Divino, consultata in occasione della pandemia influenzale 2009-2010, la famosa “suina”, il 24 luglio 2009, con lettera protocollare N. 655/09/L, firmata dall’allora sottosegretario P. Anthony Ward, non fece altro che far presente i testi sopra riportati, aggiungendo anche il n. 92 di Redemptionis Sacramentum, il quale ribadisce ancora una volta che ogni fedele ha «sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca».

Tirando le somme, le attuali disposizioni della Chiesa Cattolica Italiana che vietano di ricevere la Comunione in bocca sono un abuso. Ed un abuso dev’essere rimosso dalle autorità competenti, le quali hanno il dovere di ripristinare il diritto. Punto.

Che fare, dunque? Anzitutto, scrivere. Occorre mostrare alle autorità che c’è un popolo che vive il disagio di questa situazione e che è consapevole di essere vittima di un abuso. Occorre mandare raccomandate, fax, email al proprio Ordinario, al Presidente della CEI, il cardinal Bassetti (segreteria.arcivescovo@diocesi.perugia.it ), alla Congregazione per il Culto Divino (qui i contatti). Bisogna fare come la vedova importuna e non fermarsi fino a quando il diritto dei fedeli non venga ripristinato e le chiese non tornino ad essere luoghi di preghiera, pur con le dovute precauzioni.

E poi, osare. Se non mi può essere rifiutata la Comunione allorché non sono interdetto, né scomunicato, né vivo in peccato pubblico manifesto, allora posso e devo presentarmi a ricevere l’Eucaristia, con le dovute disposizioni, senza chiedere permessi particolari. Un sacerdote, a sua volta, non la può rifiutare. Se il vescovo gli farà delle reprimende, si rivolga alle Congregazioni competenti, perché un vescovo non può andare contro il Diritto della Chiesa. Dobbiamo in qualche modo scardinare questo sistema che sta rendendo normale un abuso bello e buono, e che le “concessioni” di ieri hanno perfino peggiorato.

(Fonte: https://www.lanuovabq.it/)

Appello a Bassetti: non rompete la comunione. Di Luisella Scrosati.

Dopo l’appello perché sia ripristinato il diritto dei fedeli a una Messa senza abusi da pandemia, in particolare la distribuzione della Comunione, la Bussola si rivolge direttamente a Bassetti. 

Eminenza Reverendissima,
le nuove disposizioni relative alla modalità di distribuzione della Santa Comunione, purtroppo, non fanno che confermare una sensazione che già stava maturando: la Conferenza Episcopale Italiana appare più attenta a non urtare il comitato tecnico-scientifico voluto dal Governo che non ad evitare di angariare i fedeli.

È triste dirlo, ma è così. Voi state accogliendo delle indicazioni che significano di fatto l’accettazione di un abuso universale all’interno della Chiesa. Perché è la legge della Chiesa che vieta ai sacri Ministri di rifiutare la Comunione ad un fedele, per il solo fatto che chieda di riceverla in bocca (can. 843; Redemptionis Sacramentum, 91). È la legge della Chiesa che prevede scrupolosamente quali sono gli unici casi in cui è doveroso rifiutare la Comunione (can. 915), senza lasciare troppo spazio alle fantasie o alle ossessioni igieniste. È sempre la legge della Chiesa che difende il diritto del fedele di ricevere la Comunione, purché interiormente ben disposto e libero da censure ecclesiastiche (can. 912). E voi, cosa state facendo di questa legge?

Lo Stato non può determinare la modalità con cui la Chiesa amministra i sacramenti: voi lo sapete bene, ed anche i funzionari statali lo sanno, tant’è vero che nelle risposte ai quesiti che voi avete mandato al Ministero dell’Interno, il Capo dipartimento deve parlare della «raccomandazione di evitare la distribuzione delle ostie consacrate portate dall’officiante direttamente alla bocca dei fedeli». Raccomandazione, chiaro? Perché il Governo non può fare altro se non raccomandare; diversamente andrebbe contro il Concordato del 1985. Ma voi, di quella raccomandazione, avete fatto un randello da tirare sulla testa dei fedeli e dei sacerdoti che vogliono obbedire a Dio e non agli uomini (cf. Atti 5, 29).

La responsabilità della proibizione della Comunione in bocca, e dunque la formalizzazione de facto di un grave abuso, ricade interamente su voi Vescovi. Su di voi grava la responsabilità di fomentare una divisione interna nella Chiesa: fedeli e sacerdoti si trovano ora nella condizione che per obbedire al Diritto universale della Chiesa, dovranno disobbedire ai Pastori che tale diritto dovrebbero invece difendere e far osservare. Su di voi pesa lo scandalo inevitabile che si avrà nelle nostre celebrazioni, dove i fedeli si presenteranno per ricevere la Santa Eucaristia nel modo previsto dalla Chiesa e si troveranno il rifiuto dei sacerdoti, oppure sacerdoti consenzienti (secondo il Diritto!), ma che saranno poi denunciati dai parrocchiani, etc.

Noi vogliamo continuare a ricevere la Comunione secondo quella modalità che secondo l’insegnamento della Memoriale Domini di Paolo VI, che voi state di fatto mettendo sotto i piedi, «esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia». Quel Papa volle che fosse a tutti chiaro che «la Sede Apostolica esorta caldamente Vescovi, Sacerdoti e fedeli a osservare con amorosa fedeltà la disciplina in vigore, ora ancora una volta confermata», ossia quella della Comunione direttamente in bocca.

Voi invece la proibite. E in questo modo create divisione nella Chiesa. Su di voi ricade la responsabilità di questa divisione, che sta mettendo fedeli gli uni contro gli altri, fedeli contro i loro sacerdoti, gli uni e gli altri contro i loro Vescovi. Su di voi quello che inevitabilmente si andrà a verificare e che per altro già avviene (ed è bene che ne siate a conoscenza): i fedeli che vogliono continuare a ricevere la Santa Comunione nel modo stabilito dalla Chiesa ed osservato per secoli e secoli, quei fedeli stanno andando a ricevere il sacramento della Comunione in comunità non in piena comunione con la Chiesa, ma che custodiscono la dottrina del Sacramento e la disciplina della Chiesa relativa ad esso. Giusto? Sbagliato? Sicuramente non consigliabile ed ancor meno auspicabile. Ma questa è la situazione che si è creata per il grave abuso che voi avete autorizzato.

Ma veramente l’ossequio alle opinioni di alcuni scienziati – perché di questo si tratta! – vale più della comunione ecclesiale? Quegli scienziati che prima ritenevano che la mascherina in chiesa andasse messa a tutti, sposi inclusi, e poi si accorgono che gli sposi non possono «essere considerato estranei tra loro» e quindi, niente mascherina.

Che cosa volete che facciano i fedeli per manifestare il loro dissenso, il loro dolore, la loro determinazione a non assoggettarsi ad un abuso?

Cosa volete: che azzeriamo le offerte? Che diamo l’8 per mille allo Stato, o alle comunità ortodosse? Che ci mettiamo con dei manifesti davanti agli uffici della CEI? Perché state portando il popolo di Dio all’esasperazione. Dopo anni di fatica per ricomporre (e nemmeno del tutto) la divisione creata dalla riforma liturgica, adesso volete crearne un’altra per il divieto della Comunione in bocca?

Ancora vogliamo credere che vi stiano a cuore l’unità della Chiesa ed il bene delle anime e per questo vi invitiamo a rivedere l’obbligo della Comunione sulla mano. Non c’è alcuna evidenza scientifica che questa prassi sia migliore dell’altra, quanto alla trasmissione del virus. Il Presidente dei Medici Cattolici italiani, il professor Boscia, lo aveva detto a chiare lettere. Vi chiediamo di avere un confronto con lui e con medici diversi da quelli del comitato del Governo.

In ogni caso la convinzione che la Comunione sulla mano sia igienicamente più sicura può semmai rendere comprensibile che si raccomandi tale pratica, ma non che la si imponga. Ristabilite il diritto nella Chiesa, senza il quale non ci può essere vera unità.

Dev.ma in Cristo.

Per scrivere al cardinal Bassetti: segreteria.arcivescovo@diocesi.perugia.it 

 

(Fonte: https://www.lanuovabq.it/)

Vescovo Antonio Suetta. Riflessioni e preoccupazioni pastorali sulla proposta di legge contro i reati di omo e transfobia.

“MISERICORDIA E VERITÀ SI INCONTRERANNO

Riflessioni e preoccupazioni pastorali sulla proposta di legge contro i reati di omo e transfobia.
Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo
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La memoria liturgica dei Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri, celebrata il 3 giugno scorso, ha suscitato nel mio animo l’idea e l’esigenza di intervenire sul dibattito in corso per l’approvazione di una legge contro i reati di omofobia. L’argomento merita, soprat- tutto in campo ecclesiale, peculiare attenzione e speciale chiarez- za a tutela della libertà della Chiesa in ordine alla propria missione evangelizzatrice ed educativa.

I santi martiri ugandesi subirono il martirio nel 1886 per ordine del kabaka Mwanga II, re di Buganda (Uganda), infastidito anche per il rifiuto di quei suoi sudditi di soddisfare le sue pulsioni omosessuali. La loro condizione di cristiani non solo non consentiva di cedere alle richieste immorali del sovrano, ma li portava a dichiararne ille- cite le imposizioni.

Il progetto di legge che vorrebbe sanzionare le accuse di omo e trans-fobia, interpella la mia coscienza di pastore. Per amore della verità che “rende liberi” (Gv 8,32) e alla quale ho consacrato la mia vita, ritengo opportuno e doveroso intervenire, riaffermando alcu- ni concetti fondamentali della dottrina cattolica.

 

L’insegnamento della Chiesa

Innanzitutto, desidero richiamare con forza e determinazione il va- lore del rispetto della dignità di ogni uomo e la condanna per ogni gesto o atto di discriminazione e violenza verso chi si trovi a vivere una peculiare condizione. Dice al riguardo una nota della Congre- gazione della Dottrina della Fede del 1986:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state  e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispetta- ta nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.

A questa affermazione, segue una precisazione importante: “Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazio- ne che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legisla- zione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo com- plesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e prati- che distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.

La Sacra Scrittura prega così in un Salmo: “Misericordia e verità si incontreranno. Giustizia e pace si baceranno” (Salmo 85, 11). L’in- tuizione profetica e ispirata fonda la ricchezza del Magistero della Chiesa, che in sé tiene insieme il rispetto per ogni essere umano e l’annuncio della verità dell’uomo.

Come sa bene chi ha a cuore il bene di una persona, amare non signi- fica sostenere tutto ciò che fa l’altro, ma volere il meglio, aiutarlo e orientarlo, soprattutto se rischia di sbagliare.

Chi, invece, sbrigativamente e semplicisticamente accusa la Chiesa di omofobia e di oscurantismo, non rende un buon servizio alla verità delle cose.

D’altra parte, i cristiani renderebbero un parziale servizio all’uomo se si limitassero alla proclamazione della misericordia, dimentican- do di annunciare tutta la verità: essa infatti costituisce la prima ed ineludibile forma di carità e di attenta benevolenza.

È dovere di ogni persona, soprattutto in relazioni e dinamiche edu- cative, testimoniare e trasmettere la verità onestamente ricono- sciuta dalla propria coscienza evitando di piegarla a convenienze, condizionamenti e ricatti.

Un cristiano non può sottrarsi al dovere di proclamare la verità co- nosciuta e in ogni situazione non deve dimenticare che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 4, 29).

 

Una legge non necessaria
In riferimento alla proposta di legge, dall’esame delle relazioni emerge una duplice premessa che ne vorrebbe motivare l’urgen- te necessità di approvazione: da una parte il bisogno di colmare un vuoto normativo; dall’altra una emergenza sociale, cioè una si- gnificativa quantità di offese, anche gravi, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.

Al riguardo, illustri giuristi hanno ampiamente evidenziato come non ci sia alcuna lacuna normativa nel nostro ordinamento poiché già contiene tutta una articolata serie di norme in grado di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona (i delitti contro la vita,

contro l’incolumità personale, contro l’onore, contro la personalità individuale, contro la libertà personale, contro la libertà morale).

Anche per quanto riguarda l’emergenza sociale dei cosiddetti hate crimes in Italia, i dati del Ministero dell’Interno, rilevati dall’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori), rile- vano la bassissima incidenza (tra il 2010 e il 2018 le discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212, pari cioè a 26,5 segnalazioni all’anno).

Pur nella convinzione che anche un solo gesto è degno di essere condannato e stigmatizzato, mi pare tuttavia evidente che non emerga una situazione di emergenza sociale o di diffuso sentimen- to discriminatorio, tale da giustificare una legge speciale.

Mi pare doveroso ribadire, ancora una volta, che le persone vulnera- bili debbano essere tutelate in quanto persone, non in quanto appar- tenenti ad un gruppo specifico.

Ed è certamente indubbio che le persone che si definiscono “LGBT” godono della dignità e dei diritti propri di tutte le persone. Non è ampliando il novero delle caratteristiche da proteggere, che si possa raggiungere l’obiettivo di un rispetto adeguato della dignità personale.

La repressione non è mai stata un valido strumento educativo.

 

Una legge pericolosa
A queste considerazioni, si aggiunge invece il rischio, assai più con- creto e pericoloso che deriva dall’approvazione di una legge di questo tipo, la quale introdurrebbe nel sistema normativo uno squi- librio nel rapporto tra la libertà di opinione e il rispetto della dignità umana, che può dar luogo a derive liberticide.

Si dice, infatti, che la nuova invocata legge dovrà punire “l’istiga- zione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni”. Ma il problema sta proprio nell’individuare la differenza tra una opinione e una reale discriminazione, il che verrebbe affida- to ad una serie di valutazioni in capo ad un giudice, tenuto conto delle “condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da pre- cedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico pro- tetto”.

Come hanno evidenziato osservatori attenti, questa impostazione permetterebbe tranquillamente che un genitore, un vescovo, un parroco, un catechista, che nell’adempimento della loro naturale missione, abbiano esposto secondo la propria coscienza e le pro- prie convinzioni una valutazione educativa circa determinate con- dotte o promozioni di costume, possano essere sottoposti a un procedimento penale, in cui sarà da dimostrare che l’opinione o intervento formativo non conteneva in sé intento discriminatorio, per stabilire di volta in volta se sia stato superato il confine fra “opi- nione” e discriminazione.

La legislazione proposta inciderebbe ancora più gravemente su questioni concernenti la gestione di enti ecclesiastici o di ispirazio- ne cristiana (come, ad esempio, la possibilità di licenziare dipen- denti dei predetti enti che tengano nella vita privata un compor- tamento non conforme alla dottrina, la necessità di evitare ogni espressione o misura organizzativa che distingua gli uomini dalle donne – ad esempio nei bagni o negli spogliatoi, nelle classi scola- stiche o anche nelle competizioni sportive – essendo una siffatta distinzione “binaria” contraria al divieto di discriminazione basato sull’identità di genere).

Qui si introduce il tema della verità delle questioni in gioco. Com’è noto, orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito che va avanti da molti anni, e non solo in Italia, sulla libertà educativa e sulla famiglia. Si tratta di questioni rispetto alle quali come cristiani dobbiamo conservare e promuovere il diritto ad una diversità e libertà di pensiero.

In questo si manifesta anche tutta la fatica della testimonianza di una verità antropologica, biblicamente fondata e incentrata sul progetto di amore che Dio ci ha consegnato nella creazione e che non possia- mo dimenticare o mettere a tacere, soltanto perché non collima con il “pensiero del mondo”.

L’esperienza di altri Stati nei quali sono state introdotte disposizioni

c.d. anti-omofobe ci attesta che le conseguenze per i cristiani sono state dure. In Spagna, ad esempio, nel 2014 il cardinale Fernando Sebastián Aguilar è stato indagato da una Associazione LGBT per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista su un quotidiano nel corso della quale, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che in una relazione omosessuale tale finalità è preclusa.

In Francia la c.d. legge Taubira è stata applicata, anche con arresti, verso persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini.

Per non dire degli attacchi e degli insulti che si registrano continua- mente sui media e sui social nei confronti di preti o altre persone che esprimono semplicemente la dottrina o la loro opinione sui temi che abbiamo detto. E questo senza che ci sia ancora una leg- ge che potrebbe arrivare a punire penalmente queste libere mani- festazioni di “pensiero”.

 

Un appello
Da tempo, e a ragion veduta, si parla infatti, della cosiddetta “dit- tatura del pensiero unico”. Un modo di sentire “politicamente cor- retto”, che piace ai media e ai salotti televisivi, ma che dimentica di andare in fondo alla verità delle cose, in nome del relativismo, per il quale ogni opinione può diventare legge. Ma se questo è sotto gli occhi di tutti, mi spaventa ancora di più, come pastore, pensare che articoli stessi del Catechismo e passi della Bibbia possano da un gior- no all’altro diventare perseguibili per legge.

Desidero rivolgere, pertanto, un appello accorato a tutti politici cattolici e a coloro che perlomeno si ispirano a principi cristiani, af- finché facciano sentire la loro voce e nel dibattito politico in corso rivendichino la libertà di pensiero di tutti e dei cristiani.

Non si può accettare infatti che una legge, perseguendo un obiet- tivo “ideologico”, metta a rischio la possibilità di annunciare con li- bertà la verità dell’uomo, sia pur con l’obiettivo di prevenire forme di discriminazione contro le quali, come già ricordato, è sufficiente applicare le disposizioni già in vigore, unitamente ad una seria pre- venzione, non necessariamente penale, per scongiurare l’offesa alla persona, chiunque essa sia.

 

Sanremo, 8 giugno 2020.

Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

www.diocesiventimiglia.it

CEI: Omofobia, non serve una nuova legge. 10 giugno 2020

“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva.

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.

Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto.

Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.

 

La Presidenza della CEI

Roma, 10 giugno 2020

(Fonte: www.chiesacattolica.it)