Chiesa in Italia

La politica non freni la produzione di ricchezza. L’appello di Sapelli.

La crisi economica e quindi sociale che ci ha già investiti e che ancor più ci investirà nei prossimi mesi sarà assai più devastante di quelle, pur gravi, che la storia d’Italia ha in precedenza vissuto. Questa ha infatti tutte le caratteristiche per radere al suolo l’apparato produttivo, in una dimensione che potrebbe essere equiparata solo a quella della seconda guerra mondiale. Con la conseguenza di riportare l’Italia indietro di decenni, di farla regredire e di collocarla in una posizione del tutto marginale nello scenario europeo, accanto a paesi come Grecia, Romania, Bulgaria. Verrebbe così vanificato il lavoro e lo sforzo di generazioni e generazioni che, dal disastro della Seconda guerra mondiale, avevano portato l’Italia ad essere, negli anni Ottanta, prima dell’adesione a Maastricht, nel G7 e a porsi come terza economia europea. Il declino, cominciato negli anni Novanta per cause più politiche che economiche, si tramuterebbe nella morte della nazione.

Per questa ragione oggi difendere i produttori di ricchezza, gli imprenditori, i commercianti, le partite Iva, i lavoratori autonomi ma anche i dipendenti delle imprese, è un’opera di resistenza e di riscatto nazionale che riguarda tutto il Paese. Crediamo che il disastro possa essere evitato solo mettendo al centro della missione il tema della produzione e della innovazione tecnologica: tutta la nazione dovrebbe impegnarsi in un titanico sforzo per consentire ai produttori di creare ricchezza.

Il futuro dell’Italia passa infatti dalla tutela dei produttori, è quindi problema economico come problema di produzione. Per questo la politica dovrebbe porsi come prima obiettivo quello di eliminare ogni tipo di vincolo che la freni. Nessuna deriva assistenzialistica, che si tramuterebbe in parassitismo, ma totale sostegno alla produzione.

Per la prima volta nella Storia, infatti, per un certo numero di settimane, la gran parte delle filiere produttive del Paese si è bloccata, cosi come quella delle reti globali da cui le imprese italiane traggono linfa. Un fatto mai avvenuto, neanche durante la guerre, quando le filiere produttive non solo non si fermavano ma venivano addirittura potenziate in direzione bellica – cosa che favoriva, dopo la fine della guerra, un quasi immediato ripresa.

Oggi invece le previsioni di rapida ripresa sono considerate, anche dai più ottimisti, assai flebili. V’è un altro elemento che aggrava la situazione: in passato le crisi economiche erano prodotte dall’andamento dei mercati e dalla produzione, ora la crisi scaturisce da una decisione politica, quella dei governi di bloccare la produzione. Un altro evento mai avvenuto, almeno nelle economie regolate dal libero mercato e dalla libera impresa.

Siccome è stato il governo a imporre la chiusura, è il governo che se ne dovrà fare carico: tuttavia il modo in cui ciò oggi avviene, con il cosiddetto decreto Rilancio, ci appare non solo insufficiente, ma sbagliato e persino pericoloso
A quasi due mesi dalla chiusura di tutte le attività commerciali, di buona parte di quelle professionali e di molte industriali, si può ritenere infatti che il governo abbia fatto ben poco, soprattutto se lo confrontiamo con la politica di helicopter money di Trump ma anche con quella di Merkel e di Macron. Pesano certamente i fattori della pachidermica ed inefficiente burocrazia, della incapacità politica e delle divisioni interne all’esecutivo, ma a nostro avviso i fattori frenanti sono di due ordini, uno strutturale e l’altro culturale.

Quello strutturale deriva dal debito pubblico e dall’adesione a visioni subalterne che hanno finora impedito di prendere in considerazione soluzioni diverse da quelle impostate, o meglio imposte, da Bruxelles. La ragione culturale riguarda la mentalità anti impresa e in genere ostile al mondo della produzione e del commercio che i due principali partiti della maggioranza condividono. In tal senso, colpiscono il disinteresse e la relativa mancanza di provvedimenti per un settore strategico per il nostro Paese come il turismo.

Se infatti nel Pd è ritornato a farsi forte una cultura di stampo socialista, diffidente nei confronti della libera impresa, tentata dalle sirene dello Stato imprenditore e persino da dirigismi desiderosi di mettere le mani sulle imprese private in cambio di sovvenzioni, nei 5 Stelle è invece marcato un elemento assistenzialistico, di stampo sudamericano e in particolare venezuelano, fondato sulla idea della nazionalizzazioni di molte imprese e sul reddito di cittadinanza da estendere a una quota sempre più ampia della popolazione.

Emerge il profilo, dunque, di un governo che pensa di risolvere la crisi non rafforzando la produzione ma con la distribuzione di sussidi a fondo perduto, poco destinati alle attività produttiva, volti solamente a contenere la lunghezza delle file davanti alle mense della Caritas. Il ritardo nelle aperture delle fabbriche, le minacce traversali, provenienti anche da ministri, di controlli vessatori nei loro confronti, sono poi legati alla base elettorale di entrambi i partiti: un ceto essenzialmente parassitario, che sopravvive grazie al reddito di cittadinanza e alla economia informale, e poi un impiego pubblico ultra garantito.

Più che uno Stato innovatore a noi sembra che il governo voglia costruire uno Stato servile fondato su una mentalità paternalistica e pauperistica in cui i percettori di sudditi, redditi, sovvenzioni diventerebbero dipendenti a tutti gli effetti dai politici, che attraverso la burocrazia controllerebbe i loro movimenti. Il carattere spesso vessatorio in cui il lockdown è stato messo in pratica (alla cinese) fa il paio così con le concezioni economiche del governo: chi non crede alla libertà di produrre non si fida dei cittadini e li fa inseguire sulle spiagge dalle forze dell’ordine.

V’è poi un terzo fattore che riguarda l’interesse nazionale. La classe politica che sostiene l’esecutivo è infatti assai poco interessata, al di là delle dichiarazioni di rito, alla Italia e alla nazione: un ceto spesso legato a gruppi di interesse di altri Paesi, che forse non vedrebbe male l’acquisizione di imprese in crisi da parte di gruppi stranieri oppure la sostituzione della fitta e vita rete del commercio con le grandi catene internazionali di commercio. La lentezza e la cecità dell’esecutivo fanno pensare che vi sia del metodo in questa follia.

Rispetto a questo disegno noi vogliamo un cambio di mentalità radicale. La nostra critica al governo e alle forze politiche di maggioranza non riguarda solo le misure di dettaglio ma tutto l’impianto ideologico – anche perché le prime sono spesso figlie del secondo. E vogliamo sostenere che il ruolo della impresa, del commercio, delle professioni, degli operai, insomma dei produttori di ricchezza è una missione nazionale. La crisi ha distrutto il vecchio mondo della globalizzazione. Ci si para di fronte un mondo nuovo, in cui l’interesse della nazione torna ad essere il principale valore che una comunità deve perseguire. La nazione, l’Italia è forte. Ma lo Stato è debole. E noi dobbiamo renderlo efficace, ma snello. Quindi si all’interesse nazionale, no allo statalismo.

Lo Stato recuperi in toto le funzioni di protezione dei cittadini, dei confini, dei settori e delle industrie strategiche, delle reti di dati e di comunicazione e delle infrastrutture. Ma lo Stato non dovrà occuparsi di compiti che altri istituzioni stanno meglio compiere, secondo il principio della sussidiarietà. Lo Stato guardiano sì, lo Stato imprenditore no. Le forze vive della società italiana vanno liberate e va loro consentito di agire.

Per questo, come dopo la seconda guerra mondiale, occorrerà mettere capo ad una riforma di sistema che ridisegni i rapporti fra i poteri, snellisca l’amministrazione, ripensi la fiscalità e la giustizia. In mancanza di un intervento del genere, non potrà esserci nemmeno una ripresa dell’attività produttiva e un rilancio della nostra economia.

Per far ripartire la produzione, l’Italia deve affrontare la questione del debito pubblico le cui dimensioni, destinate a crescere in misura considerevole, ci rendono oltremodo fragili e dipendenti da interessi e volontà altrui. Emissioni a lunga scadenza, esenti da imposte e destinate in primo luogo ai cittadini italiani (ma aperte anche a fondi esteri, soprattutto di Paesi amici), appaiono uno strumento utile a questo scopo. Una tale operazione, se di successo, consentirebbe di svincolarsi da condizioni politiche che avrebbero come esito ulteriori cessioni di sovranità.

Difendere l’interesse nazionale equivale a difendere i produttori e difendere i produttori significa difendere l’interesse nazionale. Per questo il piano economico non è separabile da quello strategico. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina per la supremazia mondiale non è un fatto congiunturale, ma è destinato a durare per molto tempo e influenzerà decisioni e posizionamenti dei maggiori Stati. L’Italia, come gli altri Paesi europei, non può rimanere indifferente o peggio scivolare verso la Cina, come talvolta sembra stia facendo: noi invece diciamo, come ha fatto di recente il segretario alla Difesa americano, che l’Italia deve collocarsi in un rinnovato asse atlantico imperniato su Stati Uniti e Regno Unito.

Le scelte di fondo sul debito e la collocazione internazionale formano la cornice strategica in cui si inseriscono interventi d’urgenza per attenuare gli effetti, particolarmente gravi in situazione d’emergenza, che derivano dai malanni di cui l’Italia re da tempo: una bulimia legislativa spesso fatta di norme confuse che portano a sovrapporre competenze e poteri; una giustizia invasiva che non effettua ex post il controllo di legalità ma mette paletti ab initio e scoraggia attività d’impresa e investimenti; la mancanza di infrastrutture e manutenzione della proprietà pubblica; una tassazione abnorme e di rapina.

Interventi d’urgenza configurano una specie di Stato di eccezione nell’ambito della produzione. In primo luogo occorre ripensare, riducendone il peso, il sistema fiscale che grava sul capitale e sul lavoro. Diventa quindi essenziale evitare ogni tipo di patrimoniale, che, essendo forzosa, creerebbe un clima di sfiducia favorendo la fuga dei capitali. In secondo luogo va disboscato il coacervo degli “infiniti” adempimenti in materia di lavoro, di ogni vincolo legislativo o amministrativo, delle lungaggini procedurali. Pensiamo a misure straordinarie come la sospensione, nel periodo di ricostruzione, del Codice degli Appalti e del Codice del Consumo. In questo quadro va ripensato il reato di abuso d’ufficio per snellire autorizzazioni e avvii lavori.

In terzo luogo occorrono azioni mirate per preservare la liquidità dei produttori, attuare un piano di investimenti infrastrutturali finanziato dalla BCE, destinare risorse a tutela delle piccole imprese, dell’economia locale e del made in Italy. Sono tutte leve da azionare senza indugio per imprimere l’impulso che alla nazione serve per risollevarsi dalla crisi.

All’austerità servirà contrapporre politiche fiscali espansive, che commisurino il gettito alla qualità dei servizi erogati, che osteggino l’ingiustizia sociale che posiziona la cavillosa burocrazia, dell’amministrazione pubblica al di sopra del contribuente anche laddove questo vanti un credito. Soltanto così si potrà cogliere l’opportunità di consentire ai cittadini di risollevarsi dalle asperità e rinvigorire la propria capacità di prestarsi al sostenimento del Paese.

L’innovazione tecnologica ed il rapporto fra Università ed Enti di Ricerca e mondo della produzione è un altro grande tema che dovrà essere affrontato in maniera decisa. L’Italia vanta Università di buon e talora ottimo livello sia per gli aspetti formativi sia per la ricerca scientifica. Vanno incentivate, in particolare modo, le discipline scientifico-tecnologiche che rappresentano un asset strategico per un Paese avanzato che voglia affrontare le sfide del futuro e vanno messi a sistema le potenzialità innovative delle Università pubbliche italiane e degli Enti di ricerca con le esigenze del mondo della produzione, soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese. Va meglio protetta ed accompagnata la proprietà intellettuale, poiché l’ingegno e l’inventiva rappresentano materie prime che certo non fanno difetto nel nostro Paese.

 

I FIRMATARI

Giulio Sapelli
Gaetano Cavalieri (imprenditore del lusso e presidente della CBJO, confederazione mondiale dell’oro)
Marco Gervasoni (ordinario di Storia contemporanea ed editorialista de Il Giornale)
Corrado Ocone (filosofo, saggista)
Antonio Pilati (ex membro del consiglio Agcom e cda Rai, saggista)
Aurelio Tommasetti (ex rettore Università di Salerno)
Giorgio Zauli (rettore Università di Ferrara)

 

Fonte: formiche.net

Centro studi Livatino, prof. Mauro Ronco. Omofobia: audizione in Commissione Giustizia del Senato

Nella giornata di ieri, 21 maggio, il prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, ha svolto una audizione in Commissione Giustizia al Senato, sui ddl in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo integrale della relazione scritta depositato agli atti della Commissione.

Audizione davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sui progetti di legge volti a contrastare l’omofobia e le discriminazioni fondate sull’identità di genere: considerazioni sulle proposte di legge nn. 107, 569, 868, 2155, 2255 – Modifiche agli artt. 604 bis e 604 ter c.p. in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere

 

Camera dei deputati, audizione del 21 maggio 2020

Mauro Ronco
Professore emerito di Diritto Penale nell’Università di Padova. Avvocato

Sommario: I. Nessun obbligo internazionale o europeo di incriminazione. – II. Le dim,kikscriminazioni razziali. – III. I reati d’odio: contrasto con il principio del diritto penale del fatto (art. 27 e 3 Cost.). – IV. La criminalizzazione del diverso. – V. Violazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), della libertà di associazione (art. 18 Cost.) e della libertà di religione (artt. 19-20). – VI. Ulteriore e inaccettabile estensione della normativa punitiva. – VII. Creazione, costituzionalmente illegittima, di disparità di trattamento tra situazioni simili o, addirittura, tra situazioni che richiedono una più incisiva tutela rispetto alle situazioni indicate nelle proposte di legge.

I. Nessun obbligo internazionale o europeo di incriminazione

  • Va detto in primo luogo che non sussiste alcun obbligo di incriminazione della diffusione di idee volte alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Viene meno un motivo spesso addotto per introdurre negli artt. 604 bis e 604 ter le implementazioni proposte nei vari disegni di legge oggetto di considerazione. Vanno al riguardo tenuti in considerazione due aspetti che sconsigliano le implementazioni: per un verso, le stesse amplierebbero di molto la prensione da parte della legge penale di comportamenti potenzialmente valutabili come penalmente illeciti, aumentando in maniera significativa il contenzioso giudiziario penale facendolo scivolare verso una sorta di magistero etico; per altro verso, l’incremento delle incriminazioni penali si pone in contrasto radicale con una regola scientifica di razionalità del diritto penale, espressa con la formula dell’extrema ratio.

II. Le discriminazioni razziali

  • L’attuale art. 604 bis c.p. è modellato sul concetto dei discorsi e dei reati d’odio. Tale struttura di fattispecie è sorta dall’esigenza di contrastare le discriminazioni razziali, per le quali era intervenuto il vincolo sovranazionale di cui alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Alle discriminazioni razziali sono state assimilate, per ragioni di stretta analogia, le discriminazioni su basi etniche, nazionali e religiose. Eventuali discriminazioni in relazione ai profili dell’orientamento sessuale sono rimaste estranee all’obbligo di incriminazione.

III. I reati d’odio: contrasto con il principio del diritto penale del fatto (artt. 27 e 3 Cost.)

  1. I reati d’odio, previsti nella struttura dell’art. 604 bis, che si vorrebbe oggi estendere, sono profondamente contrari al principio del diritto penale, che postula alla base del reato un fatto offensivo nei riguardi di un bene sociale oggetto di esperienza concreta.
  • Si confronti il reato d’odio, che oggi si vorrebbe estendere, di cui all’art. 604 bis, con il reato di cui al § 130 del codice penale tedesco.

Il nostro reato recita nella lett. a), che prevede la fattispecie più ampia e inaccettabilmente aperta: chiunque propaganda idee … ovvero istiga a commettere atti di discriminazione per motivi d’odio razziale, etnico, nazionale o religioso e, nelle proposte, fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, è punito.

Il § 130 tedesco prevede invece il reato nelle seguenti due forme: 1. Chiunque, in maniera idonea a causare un disordine per la pubblica pace, incita all’odio contro un gruppo nazionale, razziale, religioso o etnico oppure contro sezioni della popolazione o individui sulla base della loro appartenenza a uno dei predetti gruppi o settori di popolazione oppure richiede misure violente o arbitrarie contro di loro …; 2. Viola la dignità umana di altre persone insultando o diffamando uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione o individui sulla base della loro appartenenza ad uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione … è punito.

  1. La struttura delle due fattispecie è profondamente diversa.

Il § 130 individua un delitto di evento. La condotta deve provocare un effetto dannoso per la pace pubblica. Il reato del codice italiano è un delitto basato esclusivamente sui motivi ad agire.

  • Diversa è la funzione svolta nelle due fattispecie dal concetto di odio: nel codice tedesco la condotta istiga la generalità dei cittadini all’odio contro i gruppi o gli appartenenti ai gruppi protetti; nel codice italiano l’odio è il movente dell’agire.
  • Il reato tedesco è un reato in cui la condotta è volta a provocare odio o a richiedere misure violente o arbitrarie di discriminazione. Nell’art. 604 bis, lett. a), la manifestazione di idee è rivolta soltanto alla commissione di atti di discriminazione. L’istigazione a commettere atti di violenza è prevista soltanto nella lett. b) dell’art. 604 bis c.p.
  • Nel codice penale tedesco il delitto è ancorato al principio del fatto. Nel diritto italiano, manca questo fondamentale ancoraggio.
  • Il reato del codice italiano, certamente nella struttura della lett. a), è un mero reato d’opinione basato sul presunto movente d’odio.

In quanto completamente disancorato dal fatto, cioè da un evento di danno provocato da un comportamento volontario, esso trova fondamento nella disposizione interiore di un soggetto; disposizione interiore indiscernibile da parte di un osservatore esterno. Si tratta di un reato costruito senza una idonea base empirica accertabile dal giudice: “ti punisco perché ti attribuisco una malvagia disposizione d’animo, l’odio appunto”.

L’eventuale estensione del reato d’odio alla manifestazione di idee per motivi di orientamento sessuale o di identità di genere segnerebbe il passaggio abnorme del diritto penale verso un modello che punisce la manifestazione di idee per correggere gli individui in ordine alla loro disposizione interiore.

  • Non v’è alcuna base empirica per distinguere tra giudizi espressi sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere per ragioni d’odio, da un lato, ovvero, da un altro lato, per ragioni religiose, metafisiche, etiche e sociali.

Qui emerge tutta l’assurdità della creazione di un reato basato sui motivi d’odio. Chi esprime opinioni critiche sulla tendenza omosessuale per ragioni metafisiche o sugli atti omosessuali per ragioni etiche, psicologiche, mediche o sociali, non per ciò è indotto a tali critiche per ragioni d’odio. Anzi, il più delle volte, il motivo per cui esprime tali opinioni risiede in ragioni del tutto contrarie allo stato interiore dell’odio.

L’assurdità ancor maggiore sta nel conferire a un giudice il compito di decidere se una determinata opinione sia stata espressa per convinzione scientifica, per convinzione religiosa, per scelta culturale, per tradizione familiare, ovvero, tutto al contrario, per odio.

  • Ma per odio verso chi? Verso una tendenza, un orientamento, una dottrina, una opinione o verso delle persone in carne e ossa? Anche qui la distinzione tra l’oggetto del presunto stato d’animo d’odio non può essere precisato se non attraverso una critica delle intenzioni, del tutto inaccettabile nel diritto penale poiché non è il giudice che può discriminare tra le intenzioni buone e quelle cattive.

Determinate affermazioni in ordine alla corrispondenza di determinate tendenze alle inclinazioni naturali, ovvero in ordine alla eticità di determinati atti implica un giudizio negativo sulle affermazioni contrarie. Può mai valere questo giudizio negativo a configurare una discriminazione per motivi d’odio? No assolutamente! Fare di una presunta intenzione, indiscernibile dall’osservatore esterno, la base di un’incriminazione penale contrasta con i principi essenziali del diritto penale del fatto.

  • La mutuazione all’interno del mondo normativo di categorie storiografiche e filosofiche (dignità, odio, vulnerabilità) elaborate per la narrazione e la comprensione degli eventi storici e dei rapporti sociali è piena di grandi rischi di eticizzazione impropria e occulta del diritto penale in ragione della radicale diversità di funzione del lessico storiografico o filosofico e del lessico giuridico: il primo, invero, è funzionale alla comprensione degli eventi; il secondo è funzionale alla loro punizione.

IV. La criminalizzazione del diverso

  1. La società democratica è caratterizzata dalla libera circolazione delle idee e dal libero confronto di coloro che le sostengono, senza che possa essere colpevolizzato, addirittura con la minaccia della pena, alcuna persona, a meno che le idee si trasformino in azione, propria o altrui, diretta a provocare un danno o un pericolo di danno ad altre persone.
  • Costruire reati di odio – tra cui rientra la c.d. omofobia e tra cui potrebbero rientrare, a breve, secondo una logica punitiva delle opinioni non assiologicamente neutrali, l’islamofobia, la cristianofobia, la giudeofobia, ecc. – significa costruire reati sulla base di un pregiudizio discriminatorio, che separa gli uomini e le donne in due categorie, che sarebbero radicalmente incompatibili tra loro. Da un lato la categoria di coloro che odiano e, dall’altro,  la categoria di coloro che, non odiando, si ritengono in dovere di promuovere nei confronti dei primi un giudizio etico e giuridico di radicale e assoluta immoralità e antigiuridicità allo scopo di punirli e di rieducarli.
  • Questa separazione, che sta alla base della narrazione culturale e letteraria che ha indotto alla creazione dei reati di odio, separazione tra i malvagi, quelli che odiano, e tutti gli altri, che invece non odierebbero e si limiterebbero a pretendere la punizione dei primi, contiene in sé un germe di totalitarismo dispotico cui è inerente il rischio di una discriminazione sociale potenzialmente drammatica, consistente nella disumanizzazione per via giudiziaria di una parte della popolazione, dapprima numericamente modesta – sarebbero odiatori soltanto gli omofobi – poi sempre più vasta: potranno diventare odiatori meritevoli di pena gli islamofobi, i cristianofobi, i giudeofobi, fino a provocare una divisione inimmaginabile tra due classi sociali individuate su base etica. Da un lato, coloro che vanno marchiati con la pena per l’odio di cui sono personalmente intrisi; dall’altro, coloro che, tramite la legge e, quindi, avvalendosi di uno strumento che è dell’intera società, esigono la condanna penale nei confronti di coloro che manifestano ragioni di critica contro determinate identità sessuali, religiose, economiche o di classe.

Introdurre reati basati sul preteso odio dell’autore significa introdurre nell’ordinamento un principio in forza del quale alcuni, per il fatto del loro odiare, sono considerati soggetti di secondo rango. Ove è evidente l’inversione in “cattivo” dell’apparente principio “buono” che sta alla base della richiesta di punizione degli omofobi: la creazione di una categoria di persone discriminate per il loro odiare empiricamente indiscernibile.

  • La legge penale non si può permettere di accusare e di condannare perché taluno odia ipoteticamente una determinata identità sessuale, religiosa, economica o politica.

Anzitutto, come già si è detto, perché l’odio è uno stato soggettivo assolutamente indiscernibile da una legge o da un giudice. In secondo luogo, perché l’odio non è un motivo per agire, bensì un movente dell’azione. Quindi si agisce non per motivo dell’odio, ma si agisce per movente dell’odio, sospinti da uno stato transitorio dell’animo. Mai l’odio è stato assunto dalla legge come motivo integratore di una circostanza aggravante. I motivi che aggravano un reato sono quelli abietti o futili, che ricevono il contenuto da una valutazione oggettiva circa il loro disvalore; non i motivi d’odio, che afferiscono esclusivamente a uno stato d’animo.

L’odio è il movente delle azioni volontariamente compiute per distruggere un bene. È il substrato dell’animo, inerente ad ogni azione malvagia. Costruire quindi i reati di odio significa travalicare i confini di ciò che è alla legge e al giudice ragionevolmente possibile fare. Significa costruire dei reati imperniati sul tipo interiore di autore: il tipo del soggetto odiatore.

  • Con ciò la legge penale perverrebbe alla disumanizzazione di categorie sempre più vaste di soggetti, dapprima di coloro che hanno paura di alcune categorie di diversi, poi di altre, poi di altre ancora. Tutti coloro che manifestano le loro paure appellandosi al valore della propria identità sarebbero degli odiatori, da disumanizzarsi attraverso il monito del precetto penale e da rieducarsi per il tramite dell’esecuzione della pena.

Il diverso diventa l’odiatore, destinatario della riprovazione normativa e, per suo tramite, della riprovazione di tutta la collettività. Non ci si rende proprio conto che attraverso la creazione dei reati d’odio l’ordinamento rischia di trasformarsi esso stesso in causa di discriminazione tra le persone, ove i discriminati dalla legge diventano coloro che manifestano convinzioni forti in ordine alla loro identità.

  • Né va trascurato l’effetto criminogeno di potenziali norme che intendessero incriminare i c.d. reati d’odio. Non si vuole certo negare che esistano nella società soggetti definibili letterariamente come omofobi, eterofobi, islamofobi, cristianofobi o giudeofobi. La sottoposizione delle persone caratterizzate da tali note al rischio penale non può che provocare, in una certa parte di questi soggetti, per impulso reattivo, il passare all’atto delle tendenze interiori, eventualmente venate di odio. Questa è la legge quasi meccanica della criminalizzazione. Essa fa scattare atti reattivi in una certa quota di soggetti che si sentono perseguitati nella loro identità.

V. Violazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), della libertà di associazione (art. 18 Cost.) e della libertà di religione (artt. 19-20)

Già si è evidenziato sub II che le implementazioni proposte introdurrebbero nell’ordinamento una fattispecie generale di reato d’opinione basata sul presunto movente d’odio. Questo tipo di disposizione viola l’art. 21 Cost., nonché le altre disposizioni fondamentali menzionate in rubrica e, in particolare, la libera espressione delle convinzioni religiose, delle opinioni scientifiche e storiche e della libertà di associazione.

Taluno, in maniera semplicistica, allo scopo di legittimare l’implementazione punitiva di cui alle proposte, sostiene che la Costituzione non può legittimare l’odio.

Le cose non sono così semplici. La Costituzione promuove la solidarietà (art. 2 Cost.) e tutela l’identica dignità di tutte le persone (art. 3 Cost.), ma non prescrive un codice di convinzioni legittimamente sostenibili, proibendone altre. E allora non deve essere svalorizzato il fondamentale art. 21 Cost., che tutela l’espressione di tutte le opinioni che non abbiano in se stesse, per le modalità espressive e per la minaccia almeno implicita rivolta a terzi, un effetto diretto di istigazione a commettere delitti.

Già con riferimento alle fattispecie di istigazione presenti nel codice penale (artt. 414 e 415), dottrina e giurisprudenza hanno in epoca risalente evidenziato il rischio che tali norme dessero rilevanza penale a mere manifestazioni del pensiero non allineato, che debbono invece ritenersi legittime nell’ambito di un confronto anche acceso e conflittuale tra idee e convinzioni diverse, tutte tutelate dall’art. 21 Cost.

Varie sentenze costituzionali hanno riconosciuto la necessità che la norma penale individui le connotazioni che consentono di distinguere una mera manifestazione del pensiero da una «quasi azione» o da un «principio di azione» di ulteriori fattispecie di reato. Basterebbe ricordare la sentenza 23.4.1974, n. 108 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità del reato di istigazione all’odio tra le classi sociali (art. 415 c.p.) – l’unica fattispecie di odio presente nel codice – «nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La stessa Corte ha rielaborato struttura e funzioni del delitto di apologia di reato (art. 414, 3° co.) nelle forme di una istigazione indiretta, nei termini di un comportamento che deve essere «concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti» (C. Cost., 4.5.1970, n. 65).

VI. Ulteriore e inaccettabile estensione della normativa punitiva

Le varie proposte di legge sono imperniate sul concetto di odio fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

La norma si appalesa, quindi, non soltanto come diretta alla ipotetica tutela dell’omosessualità o della transessualità, bensì di tutte le forme di orientamento sessuale e di tutte le dottrine o procedure dirette a distaccare l’identità sessuale della persona dall’identità biologica allo scopo di favorire la creazione di un’identità psicologica o sociale fluida e indeterminata.

In questo modo, sotto il pretesto di arrecare una maggiore determinatezza alla norma, si intende porre sotto lo scudo della protezione penale tanto i vari orientamenti sessuali, ancora oggi valutati come disturbi della personalità, come la tendenza voyeuristica, la tendenza sessuale masochistica, la tendenza sessuale sadistica, la tendenza sessuale feticistica, quanto le ancora oggi assai controverse teorie del gender, alla cui stregua l’identità della persona non è determinata dalla biologia, bensì dalla libera scelta dell’individuo.

La non condivisione, più o meno scientificamente argomentata, di alcuni orientamenti sessuali e la loro condanna, per esempio dell’orientamento masochistico o sadistico, da parte di una larga parte della collettività, che ravvisa in essi una potenziale fonte di violenza contro la persona, potrebbero essere addirittura sindacate in sede penale come espressione di odio verso coloro che se ne facessero sostenitori in una dimensione di assoluta autodeterminazione sessuale.

L’effetto paralizzante della stessa discussione scientifica in ordine alle problematiche del gender sarebbe devastante sul piano culturale, creando una sorta di riserva protetta per coloro che sostengono determinate teorie e propongono forme educative corrispondenti alle teorie relative alla fluidità dell’identità sessuale.

VII. Creazione, costituzionalmente illegittima, di disparità di trattamento tra situazioni simili o, addirittura, tra situazioni che richiedono una più incisiva tutela rispetto alle situazioni indicate nelle proposte di legge

Vi sono nella cultura contemporanea delle tendenze violentemente contrarie ad alcuni istituti e valori fondamentali per l’educazione dei bambini e per la pace sociale. Ci si riferisce, in particolare, all’istituto della famiglia. Vi sono poi delle condizioni di particolare vulnerabilità in cui si trovano molte persone malformate, disabili, anziane, malate della sindrome di Alzheimer ecc.

Ora vi sono molte pubblicazioni ispirate a un profondo odio nei confronti della famiglia, disprezzata come istituzione addirittura criminogena. Una certa parte della cultura manifesta un odio particolare verso la famiglia o, comunque, l’unione stabile tra un uomo e una donna, in quanto entrambe le forme sarebbero espressione della triviale tendenza dell’uomo e della donna di unirsi sessualmente a scopo generativo e non esclusivamente ludico. Si tratta di teoriche, talora ammantate da un certo culto ambientalistico ostile alla centralità dell’uomo nel creato, che odiano, sulla falsariga di certe tendenze gnostiche antiche, la generazione tramite l’incontro del sesso maschile con quello femminile, in quanto incontro aperto tragicamente a protrarre sulla terra il dominio del demiurgo creatore. Anche queste forme di odio, peraltro rivolte a un’istituzione fondamentale per la sopravvivenza stessa della società e per la promozione della pace sociale, dovrebbero, sulla base dei principi che ispirano le proposte legislative in oggetto, essere ricomprese sotto una previsione penale.

Vi sono, poi, alcune tendenze, che si manifestano pubblicamente in teorie e in dichiarazioni, che propagandano l’eutanasia, anche non volontaria, nei confronti delle persone incapaci di libera autodeterminazione, gli infanti malformati, i gravi malati mentali, gli anziani in condizione di incapacità di intendere e di volere, i malati di Alzheimer, gli stessi malati in condizioni non più risanabili.

Laddove si intendesse la tutela offerta all’orientamento sessuale e all’identità di genere come una tutela rivolta a soggetti vulnerabili, si dovrebbe a maggior ragione fornire una tutela penale anche per stigmatizzare le opinioni di odio delle istituzioni familiari, nonché di tutte quelle manifestazioni di pensiero che inducono a togliere la stessa esistenza per via eutanasica a persone incapaci di intendere e di volere o che sono gravemente disabili o inferme.

Mauro Ronco

Fonte:www.centrostudilivatino.it

Rémi Brague. Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma solo la Speranza cristiana può salvarci.

Rémi Brague è un docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. E’ stato inoltre professore invitato presso numerosi atenei, tra cui la Pennsylvania State University, la Boston University, il Boston College, l’Universidad de Navarra di Pamplona e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. L’undici aprile scorso ha rilasciato una intervista a Eugénie Bastié, per Le Figaro. L’intervista è stata tradotta in italianao da Mauro Zanon e pubblicata a cura di Giulio Meotti su Il Foglio

 

Le Figaro – Una delle lezioni di questa crisi, è che il regno dell’economia si è bloccato per lasciare posto alla cura dei più vulnerabili. Non è forse il segno che, nonostante tutto, siamo ancora cattolici?

 Rémi Brague – Che siamo caratterizzati da una cultura cristiana è assolutamente evidente, anche per coloro che se ne dispiacciono. Gli induisti, quando credono ancora alla reincarnazione, pensano che ogni male sia meritato, che sia una punizione per gli errori commessi in una vita precedente, e che sia un modo per espiare le proprie colpe. Madre Teresa, che cercava di alleviare le sofferenze dei moribondi, era estremamente malvista dagli induisti delle caste alte. Per questi ultimi, Madre Teresa privava gli sventurati della possibilità di una migliore incarnazione nella vita successiva. Ritenere che le vittime debbano essere soccorse, chiunque esse siano, e a prescindere, in particolare, da quale sia la loro religione, la loro utilità sociale, la loro età, semplicemente perché queste persone sono “il mio prossimo”, è un credo di origine cristiana. Questo credo viene messo in luce fin dalla parabola del “buon samaritano”.

Per lottare contro la diffusione del virus, sono stati sospesi tutti i riti per i credenti. Questa sospensione della comunione e la virtualizzazione dei nostri riti (messe televisive) non ci fanno forse capire qual è il vero valore delle chiese?

Viviamo in un mondo dove il virtuale ha sostituto il reale. Ciò vale in tutti gli ambiti. C’era un’eccezione, che era appunto rappresentata dai riti religiosi. Non perché riguarderebbero la dimensione eterea della nostra esperienza, lo “spirito”, come viene detto erroneamente in maniera ahimè troppo diffusa. Ma proprio perché, al contrario, riguardano il corpo. La messa è un pasto, e non si può mangiare a distanza. Le chiese sono dei refettori, delle mense popolari o dei Restos du (sacré-)coeur (la rete di associazioni francesi nate nel 1985 da un’iniziativa dell’attore comico Coluche per la distribuzione di pasti a persone bisognose o in difficoltà, ndr) dove tutti vengono accolti senza controlli all’ingresso. Certo, il cibo che viene offerto a messa non è un cibo qualsiasi. E certo, l’obiettivo finale dei sacramenti non è quello di ricordarci che abbiamo un corpo. Ma forse potrebbero anche aiutarci a ricordarcelo. Perché associano indissolubilmente l’Altissimo a ciò che c’è di più umile, di più elementare nella nostra condizione: nutrirci, riprodurci (anche il matrimonio è un sacramento), morire. Questa alleanza paradossale conferisce alla nostra povera e fragile specie una dignità fuori dal comune.

I funerali sono stati ridotti al minimo indispensabile. Cosa pensa di questa sospensione inedita delle “leggi non scritte” che fondano la civiltà?

Ciò su cui si fonda la civiltà, ossia ciò che costituisce l’umanità stessa degli esseri umani, sta in un piccolo numero di regole. Tuttavia, ciò che W. R. Gibbons chiama la “nostra bella civiltà occidentale” sembra essersi dedicata al nobile compito di distruggerle. Anzitutto, le discredita chiamandole “tabù”. Che bella parola! Quanto è utile! Da quando il capitano Cook l’ha portata con sé da Tahiti, permette di mettere nello stesso sacco i più alti imperativi morali e le più futili routine, l’omicidio e il fatto di indossare la cravatta di un college di cui non si è stati fellow, la bestialità e l’abbottonarsi l’ultimo bottone del gilet… Fra queste regole di base, ce n’è una che concerne i riti funebri. Il celebre passaggio dell’Antigone dove Sofocle fa apparire la nozione di “legge non scritta” riguarda appunto gli onori da tributare a un corpo, anche se è quello di un ribelle. In breve, non si può trattare il cadavere di un caro scomparso come qualsiasi altra cosa. Lo si seppellisce, lo si imbalsama prima di metterlo in un sarcofago, lo si brucia in un falò, lo si abbandona ai rapaci in cima a una torre, o la sua famiglia lo divora in un pasto solenne, poco importa in che modo. Ma non lo si tratta come un oggetto fra gli altri, da buttare in una discarica. Fra le celebri ultime parole, sono note quelle dell’ecologista sul suo letto di morte: “Me ne frego, sono biodegradabile”. I paleontologi sottolineano l’estrema importanza della presenza nelle tombe preistoriche, a partire dal 300.000 anni prima della nostra era, dei pollini fossili. I nostri lontani antenati deponevano i fiori sui cadaveri. Non sapremo mai quali erano le loro inte   nzioni. Ma comunque, avevano per i cadaveri una sorta di rispetto. Lo stiamo perdendo.

Quale messaggio può trasmettere la resurrezione in questi tempi tragici? Quali speranze (nel testo originale, è “espérance”, nel senso cristiano del termine, e non “espoir”, ndr) esprimete per la nostra civiltà alla fine di queste crisi?

 Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma lei ha ragione a parlare di speranza nel senso cristiano del termine. Solo essa può salvarci. E’ una delle tre virtù dette “teologali”, assieme alla fede e alla carità. Queste virtù hanno la peculiarità di non essere eccessive. Fatto che le distingue dalle altre virtù, dove l’eccesso dell’una ostacola l’esercizio delle altre. Per esempio, un’eccessiva prudenza può farci dimenticare il dovere di prestare soccorso al nostro prossimo. In compenso, non si può credere troppo, amare troppo, sperare troppo. Lo scopo ultimo di queste virtù è in realtà infinito: Dio che, con la purezza della carità, ci prepara “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (Prima lettera ai Corinzi). Concretamente, come si dice, è lecito sperare – conclude Rémi Brague – questa volta da un’attesa tutta umana, in una piccola presa di coscienza dei limiti della nostra condizione, della “nostra portata”, come diceva Pascal.

Fonte: www.sabinopaciolla.com

APPELLO PER LA CHIESA E PER IL MONDO ai fedeli cattolici e agli uomini di buona volontà. 08 maggio 2020

APPELLO PER LA CHIESA E PER IL MONDO

ai fedeli cattolici e agli uomini di buona volontà

 

Veritas liberabit vos

Gv 8:32

 

In un momento di gravissima crisi, noi Pastori della Chiesa cattolica, in virtù del nostro mandato, riteniamo nostro sacro dovere rivolgere un Appello ai nostri Confratelli nell’Episcopato, al Clero, ai Religiosi, al Popolo santo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà. Questo Appello è sottoscritto anche da intellettuali, medici, avvocati, giornalisti e professionisti che ne condividono il contenuto, ed è aperto alla sottoscrizione di quanti lo vogliono fare proprio.

I fatti hanno dimostrato che, con il pretesto dell’epidemia del Covid-19, si è giunti in molti casi a ledere i diritti inalienabili dei cittadini, limitando in modo sproporzionato e ingiustificato le loro libertà fondamentali, tra cui l’esercizio della libertà di culto, di espressione e di movimento. La salute pubblica non deve e non può diventare un alibi per conculcare i diritti di milioni di persone in tutto il mondo, e tantomeno per sottrarre l’Autorità civile al proprio dovere di agire con saggezza per il bene comune; questo è tanto più vero, quanto più crescenti sono i dubbi da più parti avanzati circa la effettiva contagiosità, pericolosità e resistenza del virus: molte voci autorevoli del mondo della scienza e della medicina confermano che l’allarmismo sul Covid-19 da parte dei media non pare assolutamente giustificato.

Abbiamo ragione di credere, sulla base dei dati ufficiali relativi all’incidenza dell’epidemia sul numero di decessi, che vi siano poteri interessati a creare il panico tra la popolazione con il solo scopo di imporre permanentemente forme di inaccettabile limitazione delle libertà, di controllo delle persone, di tracciamento dei loro spostamenti. Queste modalità di imposizione illiberali preludono in modo inquietante alla realizzazione di un Governo Mondiale fuori da ogni controllo.

Crediamo anche che in alcune situazioni le misure di contenimento adottate, ivi compresa la chiusura delle attività commerciali, abbiano determinato una crisi che ha prostrato interi settori dell’economia, favorendo interferenze di poteri esteri, con gravi ripercussioni sociali e politiche. Queste forme di ingegneria sociale devono esser impedite da chi ha responsabilità di governo, adottando le misure volte alla tutela dei propri cittadini, di cui essi sono rappresentanti e nel cui interesse hanno il grave obbligo di operare. Si aiuti parimenti la famiglia, cellula della società, evitando di penalizzare irragionevolmente le persone deboli e gli anziani, costringendoli a dolorose separazioni dai propri cari. La criminalizzazione dei rapporti personali e sociali deve essere inoltre giudicata come inaccettabile parte del progetto di chi promuove l’isolamento dei singoli per poterli meglio manipolare e controllare.

Chiediamo alla comunità scientifica di vigilare, affinché le cure per il Covid-19 siano promosse con onestà per il bene comune, evitando scrupolosamente che interessi iniqui influenzino le scelte dei governanti e degli organismi internazionali. Non è ragionevole penalizzare rimedi rivelatisi efficaci, spesso poco costosi, solo perché si vogliono privilegiare cure o vaccini non altrettanto validi ma che garantiscono alle case farmaceutiche guadagni ben maggiori, aggravando le spese della sanità pubblica. Ricordiamo parimenti, come Pastori, che per i Cattolici è moralmente inaccettabile farsi inoculare vaccini nei quali sia impiegato materiale proveniente da feti abortiti.

Chiediamo parimenti ai Governanti di vigilare perché siano evitate nella maniera più rigorosa forme di controllo delle persone, sia attraverso sistemi di tracciamento sia con qualsiasi altra forma di localizzazione: la lotta al Covid-19, per quanto grave, non deve essere il pretesto per assecondare intenti poco chiari di entità sovranazionali che hanno fortissimi interessi commerciali e politici in questo progetto. In particolare, deve essere data la possibilità ai cittadini di rifiutare queste limitazioni della libertà personale, senza imporre alcuna forma di penalizzazione per chi non intende avvalersi dei vaccini, dei metodi di tracciamento e di qualsiasi altro strumento analogo. Si consideri anche la palese contraddizione in cui si trova chi persegue politiche di riduzione drastica della popolazione e allo stesso tempo si presenta come salvatore dell’umanità senza avere alcuna legittimazione né politica né sociale. Infine, la responsabilità politica di chi rappresenta il popolo non può assolutamente esser demandata a tecnici che addirittura rivendicano per se stessi forme di immunità penale a dir poco inquietanti.

Richiamiamo con forza i mezzi di comunicazione ad impegnarsi attivamente per una corretta informazione che non penalizzi il dissenso ricorrendo a forme di censura, come sta ampiamente avvenendo sui social, sulla stampa e in televisione. La correttezza dell’informazione impone che si dia spazio alle voci non allineate al pensiero unico, consentendo ai cittadini di valutare consapevolmente la realtà, senza esser pesantemente influenzati da interventi di parte. Un confronto democratico e onesto è il migliore antidoto al rischio di imporre subdole forme di dittatura, presumibilmente peggiori di quelle che la nostra società ha visto nascere e morire nel recente passato.

Ricordiamo infine, come Pastori cui incombe la responsabilità del Gregge di Cristo, che la Chiesa rivendica fermamente la propria autonomia nel governo, nel culto, nella predicazione. Questa autonomia e libertà è un diritto nativo che il Signore Gesù Cristo le ha dato per il perseguimento delle finalità che le sono proprie. Per questo motivo, come Pastori rivendichiamo con fermezza il diritto di decidere autonomamente in merito alla celebrazione della Messa e dei Sacramenti, così come pretendiamo assoluta autonomia nelle materie che ricadono nella nostra immediata giurisdizione, come ad esempio le norme liturgiche e le modalità di amministrazione della Comunione e dei Sacramenti. Lo Stato non ha alcun diritto di interferire, per nessun motivo, nella sovranità della Chiesa. La collaborazione dell’Autorità Ecclesiastica, che mai è stata negata, non può implicare da parte dell’Autorità Civile forme di divieto o di limitazione del culto pubblico o del ministero sacerdotale. I diritti di Dio e dei fedeli sono suprema legge della Chiesa cui essa non intende, né può, abdicare derogare. Chiediamo che siano tolte le limitazioni alla celebrazione delle funzioni pubbliche.

Invitiamo le persone di buona volontà a non sottrarsi al loro dovere di cooperare al bene comune, ciascuno secondo il proprio stato e le proprie possibilità e in spirito di fraterna Carità. Questa cooperazione, auspicata dalla Chiesa, non può però prescindere né dal rispetto della Legge naturale, né dalla garanzia delle libertà dei singoli. I doveri civili cui i cittadini sono tenuti implicano il riconoscimento da parte dello Stato dei loro diritti.

Siamo tutti chiamati ad una valutazione dei fatti presenti coerente con l’insegnamento del Vangelo. Questo comporta una scelta di campo: o con Cristo o contro Cristo. Non lasciamoci intimidire né spaventare da chi ci fa credere che siamo una minoranza: il Bene è molto più diffuso e potente di quello che il mondo vuole farci credere. Ci troviamo a combattere contro un nemico invisibile, che separa tra di loro i cittadini, i figli dai genitori, i nipoti dai nonni, i fedeli dai loro pastori, gli allievi dagli insegnanti, i clienti dai venditori. Non permettiamo che con il pretesto di un virus si cancellino secoli di civiltà cristiana, instaurando una odiosa tirannide tecnologica in cui persone senza nome e senza volto possono decidere le sorti del mondo confinandoci ad una realtà virtuale. Se questo è il progetto cui intendono piegarci i potenti della terra, sappiano che Gesù Cristo, Re e Signore della Storia, ha promesso che «le porte degli Inferi non prevarranno» (Mt 16:18).

Affidiamo i Governanti e quanti reggono le sorti delle Nazioni a Dio Onnipotente, affinché li illumini e li guidi in questi momenti di grande crisi. Si ricordino che, come il Signore giudicherà noi Pastori per il gregge che Egli ci ha affidato, così giudicherà anche i Governanti per i popoli che essi hanno il dovere di difendere e governare.

Preghiamo con fede il Signore perché protegga la Chiesa e il mondo. La Vergine Santissima, Aiuto dei Cristiani, possa schiacciare il capo dell’antico Serpente e sconfiggere i piani dei figli delle tenebre.

8 maggio 2020

Madonna del Rosario di Pompei

Per aderire all’appello

http://www.veritasliberabitvos.info