Organismi Internazionali

GLOBAL TRENDS 2018. RAPPORTO UNHCR SUI RIFUGIATI NEL MONDO.

Nel 2018, Il numero di persone in fuga da guerre, persecuzioni e conflitti ha superato i 70 milioni. Si tratta del livello più alto registrato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in quasi 70 anni di attività.

I dati raccolti nel rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, pubblicato oggi, mostrano come attualmente siano quasi 70,8 milioni le persone in fuga. Per coglierne la portata, tale cifra corrisponde al doppio di quella di 20 anni fa, con 2,3 milioni di persone in più rispetto a un anno fa, e a una popolazione di dimensione compresa fra quelle di Thailandia e Turchia.

La cifra di 70,8 milioni è stimata per difetto, considerato che la crisi in Venezuela in particolare è attualmente riflessa da questo dato solo parzialmente. In tutto, circa 4 milioni di venezuelani, secondo i dati dei paesi che li hanno accolti, hanno lasciato il Paese, rendendo la crisi in atto uno degli esodi forzati recenti di più vasta portata a livello mondiale. Sebbene la maggior parte delle persone in fuga necessiti di protezione internazionale, ad oggi solo circa mezzo milione di queste ha presentato formalmente domanda di asilo.

“Quanto osserviamo in questi dati costituisce l’ulteriore conferma di come vi sia una tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni. Se da un lato il linguaggio utilizzato per parlare di rifugiati e migranti tende spesso a dividere, dall’altro, allo stesso tempo, stiamo assistendo a manifestazioni di generosità e solidarietà, specialmente da parte di quelle stesse comunità che accolgono un numero elevato di rifugiati. Stiamo inoltre assistendo a un coinvolgimento senza precedenti di nuovi attori, fra cui quelli impegnati per lo sviluppo, le aziende private e i singoli individui, che non soltanto riflette ma mette anche in pratica lo spirito del Global Compact sui Rifugiati”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Dobbiamo ripartire da questi esempi positivi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case”.

La cifra di 70,8 milioni registrata dal rapporto Global Trends è composta da tre gruppi principali. Il primo è quello dei rifugiati, ovvero persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di conflitti, guerre o persecuzioni. Nel 2018 il numero di rifugiati ha raggiunto 25,9 milioni su scala mondiale, 500.000 in più del 2017. Inclusi in tale dato sono i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).

Il secondo gruppo è composto dai richiedenti asilo, persone che si trovano al di fuori del proprio Paese di origine e che ricevono protezione internazionale, in attesa dell’esito della domanda di asilo. Alla fine del 2018 il numero di richiedenti asilo nel mondo era di 3,5 milioni.

Infine, il gruppo più numeroso, con 41,3 milioni di persone, è quello che include gli sfollati in aree interne al proprio Paese di origine, una categoria alla quale normalmente si fa riferimento con la dicitura sfollati interni (Internally Displaced People/IDP).

La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore. La soluzione migliore per qualunque rifugiato è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7 per cento di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.

“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa”, ha dichiarato l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

 

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FAO. Global Report Food Crises 2019 – Rapporto sulla Crisi Alimentare Globale 2019. (02 aprile 2019)

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Cambiamenti climatici, conflitti e instabilità economica hanno creato un’insicurezza alimentare acuta che ha colpito oltre 113 milioni di persone in tutto il mondo l’anno scorso, per lo più in Africa.

L’allarme è contenuto nella relazione annuale sulla crisi alimentare, pubblicata ieri dall’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), secondo la quale, delle 53 nazioni che soffrono di scarsità di cibo, lo Yemen è quello che ha più urgente bisogno di aiuti alimentari, seguito dalla Repubblica democratica del Congo e dall’Afghanistan.

Il rapporto della Fao evidenzia che il 2018 è stato il terzo anno consecutivo in cui il numero di persone colpite da insicurezza alimentare ha superato i 100 milioni, sebbene sia leggermente migliore rispetto ai 124 milioni del 2017. Lo studio afferma anche che alcuni paesi sono stati meno colpiti da eventi meteorologici gravi come la siccità e le inondazioni.

“L’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari è essenziale per la vita, ed è la base per mantenere una vita sana e aiutare milioni di persone a uscire dalla povertà e dalla fame”, ha scritto il direttore generale della Fao Graziano da Silva in una lettera a papa Francesco datata 1° aprile, sottolineando la necessità di salvaguardare le risorse idriche mondiali per combattere l’insicurezza alimentare.

Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo idrico, circa 4 miliardi di persone, quasi due terzi della popolazione mondiale, soffrono di una grave carenza idrica per almeno un mese all’anno.

“Abbiamo una lunga strada da percorrere per convertire l’accesso all’acqua in un efficace diritto umano”, ha scritto da Silva, citando l’enciclica Laudato sí, del 2015, che “ci insegna l’importanza di un equilibrio tra gli esseri umani e la natura per garantire un futuro sostenibile per il nostro pianeta”. “Non possiamo impedire che si verifichi una siccità – ha proseguito –  ma possiamo impedire che la siccità causi una carestia e uno sconvolgimento socio-economico”.

Il direttore della Fao sta partecipando in questi giorni alle Giornate della terra e dell’acqua (31 marzo – 4 aprile) al Cairo, in Egitto, nel corso delle quali saranno esaminati i progressi compiuti nell’affrontare la scarsità d’acqua nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Sulla base dell’esperienza brasiliana, inoltre, la Fao sta implementando un progetto per costruire 1 milione di cisterne per la raccolta dell’acqua nella regione africana del Sahel. (VoA / Africanews)

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FAFCE. Famiglie più forti per una società fiorente. Manifesto in occasione delle Elezioni Europee 23-26 Maggio 2019

FAFCE, the European Federation of Catholic Family Associations

Stronger Families for a flourishing Society.

Famiglie più forti per una società fiorente.

Manifesto for the European Elections 23-26 May 2019

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Il manifesto lanciato lunedì dalla Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche (Fafce),  si rivolge nello specifico ai candidati alle prossime elezioni europee (23-26 maggio 2019), chiamati a riconoscere «il ruolo fondamentale della famiglia come unità di base della società». Il documento è suddiviso in 10 punti, il primo dei quali è un pungolo verso la creazione di un patto per la natalità che interessi tutti i Paesi dell’Ue, perché «i nostri figli sono il nostro bene comune primario». I politici che firmeranno il manifesto si impegnano anche a prendere in considerazione le famiglie in tutte le decisioni comunitarie e dare loro voce attraverso le associazioni familiari. Al punto 4 si ricorda il ruolo economico delle famiglie, che «aiutano a dare sollievo alle finanze pubbliche in difficoltà», e si chiedono opportune misure di giustizia fiscale. La famiglia svolge una funzione chiave nella «promozione dell’inclusione sociale» e da ciò discende la necessità che venga riconosciuto «il valore del lavoro a casa della madre e del padre».

Il manifesto della Fafce chiede poi ai firmatari di adoperarsi per riservare la domenica come giorno comune di riposo settimanale, bilanciando le condizioni lavorative con i bisogni della famiglia, così da assicurare «condizioni di vita che facilitino il tempo insieme». Al punto 7 si riconosce la complementarità tra uomo e donna, rifiutando ogni tentativo normativo di cancellare od offuscare l’importanza delle differenze sessuali, alla base della procreazione; e al punto 8, strettamente collegato, si ricorda che «più forti legami familiari migliorano il benessere delle persone», respingendo «ogni interferenza dell’Unione europea nella definizione legale del matrimonio», istituto che come sappiamo è stato sottoposto in questi anni a pressioni fortissime – e deleterie – da parte della lobby gay.

Nel documento, con un no implicito ad aborto ed eutanasia, si legge poi che «la famiglia è il luogo naturale dove ogni nuova vita è benvenuta» e i firmatari rispettano «la dignità di ogni vita umana, a ogni suo stadio, dal concepimento alla morte naturale». L’ultimo punto è dedicato alla libertà di educazione (sempre più minacciata dalle ideologie con cui si inquinano quelli che dovrebbero essere dei normali curriculum scolastici), inteso quindi a rispettare «il diritto dei genitori a educare i propri figli in conformità con le proprie tradizioni culturali, morali e religiose che favoriscano il bene e la dignità del bambino».

Le firme dei candidati al Parlamento europeo che avranno aderito al manifesto saranno rese pubbliche dalla Fafce il 15 maggio, dunque a ridosso delle elezioni.

(Fonte:www.lanuovabq.it)

World Watch List 2019. Il Rapporto di Open Doors USA sulla persecuzione dei Cristiani nel mondo. Gennaio 2019

Nel 2018 le persecuzioni contro i cristiani sono aumentate sia in intensità sia per numero di Paesi e per numero di cristiani colpiti. Nel 2017 un credente su 12 ha subito livelli elevati di persecuzione, nel 2018, uno su nove; in tutto 245 milioni di persone. Il numero dei cristiani uccisi da 3.066 del 2017 è salito a 4.136 (ed erano stati 1.207 nel 2016). Su 150 paesi monitorati, nel 2017 la persecuzione era stata giudicata alta, molto alta o estrema in 58. Nel 2018 il numero è salito a 73. Quanto ai danni materiali, nel 2017 le chiese e gli edifici religiosi attaccati, distrutti o gravemente danneggiati erano sensibilmente diminuiti, scendendo a 793, rispetto ai 1.239 dell’anno precedente. Invece nel 2018 i casi sono stati 1.847.

È dunque un quadro sconfortante quello che emerge dalla World Watch List 2019, l’elenco dei 50 stati che nel 2018 hanno perseguitano più duramente i cristiani, pubblicato come ogni anno da Open Doors Usa, l’organizzazione no-profit che da oltre 60 anni documenta le violazioni della libertà religiosa nel mondo, soccorre i cristiani in difficoltà e li aiuta a restare saldi nella fede.

Come nelle precedenti edizioni, i paesi sono divisi in tre gruppi a seconda del livello di persecuzione: “estrema”, che comprende 11 stati, “molto elevata”, 29, ed “elevata”, 10. In cima all’elenco per il 17° anno consecutivo resta la Corea del Nord, dove persino possedere una Bibbia è illegale e dove da 50.000 a 70.000 cristiani si ritiene siano rinchiusi nei campi di lavoro, spesso solo per essere stati sorpresi a pregare o a leggere testi sacri. Nel primo gruppo, oltre alla Corea del Nord, si riconfermano altri nove paesi. Ne esce l’Iraq, 8° nel 2017 e adesso 13°. Vi entra la Libia che passa dal 15° posto del 2017 al 4° attuale. L’Afghanistan si conferma secondo, seguito da Somalia, Libia, Pakistan, Sudan, Eritrea, Yemen, Iran, India e Siria. Tra le maggiori novità rispetto al 2017, è da segnalare la presenza nell’elenco della Russia, al 41° posto (il primo dell’ultimo gruppo). Open Doors spiega che il suo ingresso si deve all’intensificarsi delle violenze da parte di gruppi di estremisti islamici nella regione del Caucaso e nelle repubbliche del Dagestan e della Cecenia dove sono state attaccate delle chiese e sono stati uccisi dei fedeli.

In generale la condizione dei cristiani è peggiorata anche in Nord Africa: oltre che in Libia, in particolare in Algeria, passata dal 42° al 22° posto a causa del rafforzamento dell’islam radicale soprattutto nelle aree rurali. Ma è in Asia che si è avuto un aumento davvero “scioccante” della situazione, come lo ha definito l’amministratore delegato di Open Doors Gran Bretagna e Irlanda, Henrietta Blyth, individuando in Cina e in India le maggiori responsabilità. In Cina  – ha commentato nel presentare la World Watch List – la persecuzione è la peggiore da oltre un decennio, secondo alcuni è la situazione peggiore da quando la Rivoluzione culturale si è conclusa nel 1976. E difatti la Cina è passata dal 43° al 27° posto. Due altri paesi comunisti la precedono nell’elenco: il Laos, 19°, e il Vietnam, 20°.

Risale solo di una posizione l’India, decima nel 2018, ma il suo bilancio è tra i più allarmanti. “È sconvolgente – osserva Henrietta Blyth – che l’India, il paese che ha insegnato al mondo la via della ‘non violenza’, ora si affianchi nella nostra World Watch List a paesi come l’Iran”, (che la precede al 9° posto). È l’aumento del nazionalismo indù a minacciare i cristiani in India, così come in Nepal (32°), mentre sempre l’ascesa del nazionalismo religioso, ma in questo caso buddista, è responsabile delle persecuzioni subite dai cristiani in Buthan (33°) e in Myanmar (18°).

Ma la causa principale di persecuzione dei cristiani, come in passato, anche nel 2018 è l’islam. Lo è in otto Paesi su 11 in cui la persecuzione è stata definita “estrema”, in 17 sui 29 in cui è “molto elevata”, in sette sui dieci in cui è “elevata”. In totale sono 32 i paesi in cui la libertà di religione dei cristiani è violata dall’islam, e non si tratta soltanto di paesi a maggioranza islamica. Una delle situazioni più gravi è quella della Nigeria, dove i musulmani costituiscono circa la metà della popolazione. Dei 4.136 cristiani uccisi nel 2018, 3.731 sono nigeriani, vale a dire il 90%. Benché ridimensionato, il gruppo jihadista Boko Haram continua a mettere a segno attacchi a villaggi e attentati nel nord est della Nigeria. Inoltre nel 2018 si sono moltiplicati gli attacchi ai cristiani da parte dei pastori transumanti di fede islamica Fulani, concentrati nella Middle Belt, dove cristiani e musulmani, agricoltori e allevatori si contendono terre, pascoli e altre risorse. Gli altri stati in cui la minaccia ai cristiani proviene dall’islam, oltre alla già citata Russia, sono la Repubblica Centrafricana (al 21° posto), devastata da una guerra civile ormai dal 2013, e il Kenya (40°), dove il 15 gennaio il gruppo jihadista somalo al Sahaab è riuscito ad attaccare un grande albergo nel cuore della capitale Nairobi e ad asserragliarvisi per molte ore, uccidendo decine di ostaggi.

Una attenzione speciale va riservata, sottolineano i ricercatori di Open Doors, alla condizione delle donne cristiane, oggetto di una persecuzione “complessa, violenta e nascosta”, che le rende spesso vittime anche in ambito famigliare e sociale.

(Fonte:www.lanuovabq.it)

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Rapporto OXFAM su povertà e disuguaglianza: “Bene pubblico o ricchezza privata?” Gennaio 2019

Nel corso del 2018 le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, che costituiscono la metà più povera dell’umanità, hanno visto decrescere quel che avevano dell’11%. L’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. È quanto denuncia oggi Oxfam diffondendo il nuovo rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?”, alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.
In una nota, Oxfam rileva la “concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico”. A metà 2018, l’1% più ricco deteneva infatti poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro un magro 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale, 3,8 miliardi di persone. In Italia il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. Inoltre, a livello globale gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende. Anche il divario retributivo di genere, pari al 23%, vede le donne in posizione arretrata.

A questo si aggiunge il fatto che “dopo una drastica diminuzione, tra il 1990 e il 2015, del numero di persone che vivono con un reddito di meno di 1,90 dollari al giorno, ad allarmare è il calo del 40% del tasso annuo di riduzione della povertà estrema (che secondo le stime è rallentato ulteriormente tra il 2015 e il 2018). Un aumento della povertà estrema che colpisce in primis i contesti più vulnerabili del globo, come l’Africa subsahariana”.
Il report “rivela come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo. Lo studio mette inoltre in evidenza le responsabilità dei governi, in ritardo nell’adottare misure efficaci per contrastare questa galoppante disuguaglianza”. “Un sistema così disuguale da produrre un costo umano altissimo: il taglio di servizi essenziali come sanità e istruzione, fa sì che 262 milioni di bambini non possano andare a scuola e 10 mila persone ogni giorno muoiano perché non hanno accesso alle cure”.
“Bene pubblico o ricchezza privata?” manda “un messaggio molto netto: per potenziare il finanziamento dei sistemi di welfare nazionali, è necessario rendere più equo il fisco. Invertendo la tendenza pluridecennale, che ha portato alla graduale erosione di progressività dei sistemi fiscali e a un marcato spostamento del carico fiscale dalla tassazione della ricchezza e dei redditi da capitale, a quella sui redditi da lavoro e sui consumi”.

(Fonte: agensir.it/)

 

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Istituto per l’Economia e la Pace (IEP): GLOBAL TERRORISM INDEX 2018 ( GTI) –

GLOBAL TERRORISM INDEX 2018 ( GTI)

 

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La pubblicazione annuale, Global Terrorism Index (GTI), arrivata alla sesta edizione, è stata realizzata dall’Istituto per l’Economia e la Pace (IEP) e costituisce la più efficace risorsa per monitorare le tendenze del terrorismo globale, attraverso l’inquadramento di oltre 170mila episodi terroristici dal 1970 al 2017.

Secondo il GTI 2018, il numero totale delle vittime nel 2017 è sceso del 27% rispetto al 2016, su questo calo ha inciso in maniera significativa il dato dell’Iraq e della Siria, dove si sono rispettivamente registrati 5.000 e 1.000 morti in meno.

Il significativo decremento si è riflesso anche nel punteggio GTI che classifica 163 paesi (il 99,7% della popolazione mondiale) in base al loro impatto relativo sul terrorismo. Rispetto ai 46 paesi che hanno registrato un arretramento nella classifica, ben 94 hanno avuto un miglioramento: il numero più alto dal 2004, che a livello globale riflette un impegno sempre più incisivo nella lotta al terrorismo, dall’aumento della violenza nel 2013.

Alta diffusione in Somalia

Tuttavia, mentre il GTI rileva che l’impatto globale del terrorismo è in declino, mostra anche che il fenomeno è ancora diffuso e persino peggiorato in alcune regioni come il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana.

La metà dei paesi dove si è registrato il maggior incremento dell’attività terroristica sono in Africa, un dato che riguarda anche la Repubblica centrafricana, il Mali e il Kenya.

La Somalia è il paese dove a livello globale si è registrato il maggior numero di decessi per terrorismo nel 2017. Rispetto all’anno precedente ci sono state ben 708 vittime in più, pari a un aumento al 93%. Il gruppo estremista somalo al-Shabaab, affilato ad al-Qaeda, è stato responsabile del più sanguinoso attacco terroristico del 2017: l’attentato compiuto con due camion-bomba, che il 14 ottobre 2017 ha devastato un’estesa area di Hodan, uno dei quartieri commerciali più centrali di Mogadiscio, uccidendo 588 persone.

Si registra un preoccupante aumento del numero di morti per terrorismo anche in Egitto, la maggior parte dei quali sono stati causati dalla Wilayat Sinai (Provincia dello Stato Islamico nel Sinai), che ha operato il secondo attacco terroristico più letale del 2017 contro la moschea al-Rawdah, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish, nel nord del Sinai, dove il 24 novembre 2017 sono state uccise 311 persone e 122 ferite.

Nigeria al top

Nelle regioni del Maghreb e del Sahel, negli ultimi due anni si è registrato un forte incremento dell’attività terroristica, in particolare da parte dei gruppi legati ad al-Qaida. Le stime del report indicano che nel marzo 2018 c’erano oltre 9.000 terroristi operativi nella regione saheliana, per lo più concentrati in Libia e Algeria.

Il Sahel è diventato uno dei punti chiave della lotta al terrorismo, tenuto conto che nella vasta regione desertica hanno stabilito le loro roccaforti diversi gruppi, che nel tempo hanno migliorato la loro capacità di coordinare gli attacchi, elevando il livello della minaccia contro i governi locali.

In Nigeria, si è registrato un sensibile aumento della violenza da parte degli estremisti di etnia fulani, anche se i jihadisti di Boko Haram hanno provocato un numero inferiore di vittime. La Nigeria resta comunque il paese africano dove il terrorismo ha maggiormente colpito lo scorso anno ed è al terzo posto nella classifica mondiale.

I dieci paesi africani più colpiti sono stati, nell’ordine: Nigeria, Somalia, Egitto, Repubblica democratica del Congo, Libia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Sudan, Kenya.

Insieme alla drastica riduzione del fenomeno a livello globale, nel 2017 è diminuito anche l’impatto economico del terrorismo stimato nell’ordine di 52 miliardi di dollari, pari al 42% in meno rispetto al 2016. I decessi hanno rappresentato il 72% dell’impatto economico del terrorismo, mentre il resto è derivante dalla perdita di Pil, dalla distruzione di edifici o della proprietà privata e lesioni non mortali. In realtà, la percentuale è probabilmente molto più alta perché quella riportata non tiene conto dell’impatto indiretto sulle imprese, sugli investimenti e sui costi associati alle agenzie di sicurezza nella lotta al terrorismo.

(Fonte: Nigrizia)

Save the Children. Pubblicato il IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini”, dedicato alle periferie educative in Italia. Novembre 2018

Sono 1,2 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono in povertà assoluta in Italia. Ma non sono solo le condizioni economiche del nucleo familiare a pesare sul loro futuro. L’ambiente in cui vivono ha un enorme impatto nel condizionare le loro opportunità di crescita e di futuro. Pochi chilometri di distanza, tra una zona e l’altra, possono significare riscatto sociale o impossibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà: la segregazione educativa allarga sempre di più la forbice delle disuguaglianze, in particolare nelle grandi città, dove vivono tantissimi bambini, ed è lì che bisogna intervenire con politiche coraggiose e risorse adeguate.

All’interno di una stessa città, l’acquisizione delle competenze scolastiche da parte dei minori segna un divario sconcertante. A Napoli, i 15-52enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono il 2% al Vomero e quasi il 20% a Scampia, a Palermo il 2,3% a Malaspina-Palagonia e il 23% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, mentre nei quartieri benestanti a nord di Roma i laureati (più del 42%) sono 4 volte quelli delle periferie esterne o prossime al GRA nelle aree orientali della città (meno del 10%). Ancora più forte la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore (51,2%) i laureati sono 7 volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%).

Differenze sostanziali tra una zona e l’altra riguardano anche i NEET, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano più, sono senza lavoro e non sono inseriti in alcun circuito di formazione: nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, sono il 3,6%, meno di un terzo di quelli di Triulzo Superiore (14,1%), mentre a Genova sono 3,4% a Carignano e 15,9% a Ca Nuova, e a Roma 7,5% Palocco e 13,8% a Ostia Nord.

Sono questi alcuni dei dati messi in luce dal IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini”, dedicato alle periferie educative in Italia, a cura di Giulio Cederna e con le foto di Riccardo Venturi, pubblicato per il terzo anno consecutivo da Treccani.  (Una versione multimediale e interattiva è disponibile online atlante.savethechildren.it).

“È assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli. Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi”, ha dichiarato Valerio Neri, nostro Direttore Generale.

Sono quasi 3,6 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono nelle 14 principali aree metropolitane del Paese (2 su 5 del totale in Italia), e crescono spesso in zone o quartieri sensibili che possiamo definire “periferie” da tanti punti di vista differenti, non solo rispetto alle distanze dal centro città, ma in base ai diversi deficit urbanistici, funzionali o sociali dei territori. Sono ad esempio “periferie funzionali” i quartieri dormitorio, “svuotati” di giorno per effetto dei grandi flussi pendolari verso i luoghi di lavoro, privi di opportunità e povere di relazioni sociali.

 

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“Partire svantaggiati: La disuguaglianza educativa tra i bambini dei paesi ricchi”. Report Card 15 del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF.

Secondo il nuovo Report Card 15 del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF, vivere in un paese ricco non garantisce un accesso equo ad un’istruzione di qualità: mentre Lituania, Islanda e Francia hanno i tassi di iscrizione prescolare più alti tra i paesi inclusi nello studio, Turchia, Stati Uniti e Romania hanno i tassi più bassi.

Paesi Bassi, Lituania e Finlandia sono i più equi per quanto riguarda i risultati di lettura nella scuola primaria, mentre Malta, Israele e Nuova Zelanda presentano in questo ambito le maggiori disuguaglianze.

Lituania, Irlanda e Spagna sono i più equi per quanto riguarda la capacità di lettura dei 15enni, mentre Malta, Bulgaria e Israele presentano le maggiori disuguaglianze.

Secondo quanto emerge dal rapporto, infatti, i bambini dei paesi meno ricchi spesso hanno rendimenti scolastici migliori nonostante minori risorse nazionali.

“Partire svantaggiati: La disuguaglianza educativa tra i bambini dei paesi ricchi” classifica 41 paesi membri dell’Unione Europea e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in base alla portata delle disuguaglianze a scuola a livello prescolare, primario e secondario.

«Su 38 paesi ricchi per livello di uguaglianza nella scuola secondaria, l’Italia è 13esima. È 15esima su 41 per tasso di accesso all’istruzione prescolastica e al sesto posto su 29 per le capacità di lettura nella scuola primaria», ha dichiarato Francesco Samengo, presidente dell’UNICEF Italia.

«In questo settore vorrei sottolineare l’impegno sottoscritto, pochi giorni fa, dall’UNICEF Italia attraverso un Protocollo d’intesa insieme al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per promuovere azioni sinergiche e per diffondere la cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nelle scuole».

Il rapporto utilizza gli ultimi dati disponibili per esaminare il legame tra i risultati conseguiti dai bambini e dai ragazzi e fattori quali livello occupazionale dei genitori, background migratorio, genere e anche caratteristiche della scuola.

POVERTÀ: In 16 dei 29 paesi europei per i quali i dati sono disponibili, i bambini appartenenti al quinto più povero dei nuclei familiari hanno un tasso di frequenza prescolastica più basso rispetto ai bambini del quinto più ricco.

Questo divario persiste per tutto il percorso scolastico del bambino. I ragazzi di 15 anni che vanno bene a scuola, i cui genitori svolgono un lavoro qualificato, hanno molte più probabilità di proseguire gli studi superiori rispetto a quelli con genitori che svolgono lavori poco qualificati.

IMMIGRAZIONE: In 21 dei 25 paesi con livelli significativi di immigrazione, i quindicenni immigrati di prima generazione tendono ad avere risultati inferiori a scuola rispetto ai non immigrati.

In 15 paesi, anche i bambini immigrati di seconda generazione tendono a conseguire risultati inferiori a scuola rispetto ai bambini non immigrati. In Australia e in Canada, i bambini immigrati di seconda generazione hanno risultati migliori rispetto ai bambini non immigrati. Queste differenze rispecchiano i diversi modelli migratori nei vari paesi.

DIVARIO DI GENERE: In tutti i paesi, le ragazze conseguono migliori risultati nei test sulla lettura rispetto ai ragazzi.

Questi divari tendono ad ampliarsi quando i bambini e le bambine crescono. Ci sono ampie differenza anche tra i paesi. All’età di 15 anni, In Irlanda le ragazze hanno una capacità di rendimento nella lettura superiore del 2% rispetto ai ragazzi, in Bulgaria questo divario supera l’11%.

Il rapporto si focalizza su due indicatori di disuguaglianza incentrati sui bambini e i ragazzi: l’indicatore a livello prescolare è la percentuale di studenti iscritti a forme di apprendimento organizzato un anno prima dell’età ufficiale di inizio della scuola primaria; l’indicatore per la scuola primaria (4° elementare, circa 10 anni) e secondaria (15 anni) è il divario nei punteggi relativi alla capacità di lettura tra gli studenti con il punteggio più basso e quelli con il punteggio più alto.

Il posizionamento nella classifica dei quindicenni è l’indicatore principale del rapporto perché rappresenta il livello di disuguaglianza arrivati alla fine dell’istruzione obbligatoria.

«Ciò che mostra il nostro rapporto è che i paesi possono raggiungere standard di eccellenza nell’istruzione e presentare anche disuguaglianze relativamente basse», ha dichiarato Priscilla Idele, Direttore (a.i.) del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF.

«Ma tutti i paesi ricchi possono e devono fare molto di più per i bambini delle famiglie più svantaggiate perché sono quelli che hanno maggiori probabilità di rimanere indietro.»

Il rapporto suggerisce che garantire a tutti i bambini un’equa opportunità di inizio è fondamentale per raggiungere uguaglianza e sostenibilità e che tutti i problemi non sono inevitabili ma possono essere superati attraverso politiche adeguate.

Fonte: Unicef Italia

 

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Rapporto ONU. Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo 2018.

 

The State of Food Security and Nutrition in the World 2018

Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo 2018.

Rafforzare la resilienza climatica per la sicurezza alimentare e l’alimentazione

 

Nel 2017 il numero delle persone denutrite è salito a 821 milioni, sei milioni più che nel 2016, 44 milioni più che nel 2015. Si conferma quindi una inversione di tendenza dopo anni di risultati positivi nella lotta contro la fame. È quanto rivela il rapporto 2018 sulla situazione alimentare globale pubblicato l’11 settembre da cinque agenzie delle Nazioni Unite: Fao, Unicef, Who, Wfp e Ifad.

 

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The Age Gap in Religion Around the World. Rapporto sulla religiosità mondiale di Pew Reserch Center. (Giugno 2018)

I giovani sono meno religiosi degli anziani (ultra quarantenni): è la conclusione di un lungo studio pubblicato dal Pew Research Center alcuni giorni fa. Ciò che da valore all’accurato lavoro è la scoperta che questa differenza fra giovani e adulti coinvolge tutte le religioni, anche se vi sono alcune rare eccezioni, ed è visibile in Paesi sviluppati e non sviluppati. A influenzare l’atteggiamento dei giovani vi è il maggior benessere, il maggior studio, il cambiamento di mentalità lungo il corso della vita.

Lo studio del Pew Reserch Center riguarda 106 Paesi del mondo, studiati per 10 anni. In 46 nazioni, i giovani (da 18 a 39 anni) differiscono in negativo dagli anziani (40enni e oltre) nel dire che “la religione è molto importante”; in 56 Paesi non vi sono differenze fra i due gruppi. Solo in due Paesi, la Georgia e il Ghana, i giovani sono più religiosi degli anziani.

I sociologi spiegano le differenze nell’appartenenza religiosa indicando alcune cause. Anzitutto vi è lo sviluppo economico: dove diminuisce la preoccupazione della sopravvivenza quotidiana, si tende a dare meno importanza alla religione. Poi vi è la crescita di offerta educativa: in società dove l’accesso all’educazione è maggiore, i giovani ricevono meno educazione dai genitori e dalle famiglie e quindi sono meno religiosi. Infine vi è il cambiamento che avviene durante il percorso della vita: via via che uno invecchia, ha figli, e si fa più vicino il pensiero della morte, diventa più religioso.

D’altra parte, si afferma nel rapporto “anche se vi sono parti del mondo che si stanno secolarizzando, ciò non significa necessariamente che tutta la popolazione mondiale stia diventando meno religiosa. Al contrario, le aree più religiose sperimentano la crescita più alta di popolazione, avendo alti tassi di fertilità e una popolazione relativamente giovane”. Anzi, proprio in nazioni dove la crescita della popolazione è alta, lì le persone dicono che la religione è importante. Al contrario, in Paesi dove la crescita della popolazione è bassa o negativa, come in Cina e Giappone, solo una piccola percentuale di giovani afferma che la religione è importante.

 

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