Il Santo Padre

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALL’ ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE 25 settembre 2020

Signor Presidente,

La pace sia con voi!

Saluto cordialmente lei, signor presidente, e tutte le delegazioni che partecipano a questa significativa settantacinquesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In particolare, estendo i miei saluti al segretario generale, il signor António Guterres, ai Capi di Stato e di Governo partecipanti, e a tutti coloro che stanno seguendo il dibattito generale.

Il settantacinquesimo anniversario dell’ONU è un’occasione per ribadire il desiderio della Santa Sede che questa organizzazione sia un vero segno e strumento di unità tra gli Stati e di servizio all’intera famiglia umana[1].

Attualmente il nostro mondo è colpito dalla pandemia di Covid-19, che ha portato alla perdita di molte vite. Questa crisi sta cambiando il nostro stile di vita, sta mettendo in discussione i nostri sistemi economici, sanitari e sociali e sta mostrando la nostra fragilità come creature.

La pandemia ci chiama, infatti, «a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è»[2]. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie.

Ci troviamo quindi di fronte alla scelta tra uno dei due cammini possibili: uno conduce al rafforzamento del multilateralismo, espressione di una rinnovata corresponsabilità mondiale, di una solidarietà fondata sulla giustizia e sul compimento della pace e l’unità della famiglia umana, progetto di Dio per il mondo; l’altro predilige gli atteggiamenti di autosufficienza, il nazionalismo, il protezionismo, l’individualismo e l’isolamento, escludendo i più poveri, i più vulnerabili, gli abitanti delle periferie esistenziali. E certamente recherà danno alla comunità intera, essendo autolesionismo per tutti. E questo non deve prevalere.

La pandemia ha messo in evidenza l’urgente necessità di promuovere la salute pubblica e di realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base[3]. Pertanto, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati. E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche.

La crisi attuale ci ha anche dimostrato che la solidarietà non può essere una parola o una promessa vana. Inoltre, ci mostra l’importanza di evitare la tentazione di superare i nostri limiti naturali. «La libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla e porla al servizio di un altro tipo di progresso più sano, più umano, più sociale, più integrale»[4]. Dovremmo anche tener conto di tutti questi aspetti nei dibattiti sul complesso tema dell’intelligenza artificiale (IA).

Tenendo presente questo, penso anche agli effetti sul lavoro, settore destabilizzato da un mercato occupazionale sempre più guidato dall’incertezza e dalla «robotizzazione» generalizzata. È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese. L’offerta di lavoro a più persone dovrebbe essere uno dei principali obiettivi di ogni imprenditore, uno dei criteri di successo dell’attività produttiva. Il progresso tecnologico è utile e necessario purché serva a far sì che il lavoro delle persone sia più dignitoso, più sicuro, meno gravoso e spossante.

E tutto ciò richiede un cambio di rotta, e per questo abbiamo già le risorse e abbiamo i mezzi culturali e tecnologici, e abbiamo la coscienza sociale. Tuttavia, questo cambiamento ha bisogno di un contesto etico più forte, capace di superare «la tanto diffusa e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”»[5].

All’origine di questa cultura dello scarto c’è una grande mancanza di rispetto per la dignità umana, una promozione ideologica con visioni riduzioniste della persona, una negazione dell’universalità dei suoi diritti fondamentali, e un desiderio di potere e controllo assoluti che domina la società moderna di oggi. Chiamiamolo per nome: anche questo è un attentato contro l’umanità.

Di fatto, è doloroso vedere quanti diritti fondamentali continuano a essere impunemente violati. L’elenco di queste violazioni è molto lungo e ci rimanda la terribile immagine di un’umanità violata, ferita, priva di dignità, di libertà e di possibilità di sviluppo. In questa immagine, anche i credenti religiosi continuano a subire ogni sorta di persecuzione, compreso il genocidio dovuto alle loro credenze. Tra i credenti religiosi anche noi cristiani siamo vittime: quanti soffrono in tutto il mondo, a volte costretti a fuggire dalle proprie terre ancestrali, isolati dalla loro ricca storia e dalla loro cultura.

Dobbiamo però anche ammettere che le crisi umanitarie sono diventate lo status quo, dove i diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale non sono garantiti. Di fatto, i conflitti in tutto il mondo mostrano che l’uso di armi esplosive, soprattutto in aree popolate, ha un impatto umanitario drammatico a lungo termine. In tal senso, le armi convenzionali stanno diventando sempre meno «convenzionali» e sempre più «armi di distruzione di massa», abbattendo città, scuole, ospedali, siti religiosi e infrastrutture e servizi di base per la popolazione.

Per di più, molti si vedono costretti ad abbandonare le loro case. Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. Molti sono vittime della tratta, della schiavitù sessuale o del lavoro forzato, sfruttati in compiti umilianti, senza un salario equo. Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!

I tanti sforzi internazionali importanti per rispondere a queste crisi iniziano con una grande promessa, tra questi i due Patti Globali sui rifugiati e sulla migrazione, ma molti non hanno il sostegno politico necessario per avere successo. Altri falliscono perché i singoli Stati eludono le loro responsabilità e i loro impegni. Ciononostante, la crisi attuale è un’opportunità: è un’opportunità per l’ONU, è un’opportunità per generare una società più fraterna e compassionevole.

Ciò include il riconsiderare il ruolo delle istituzioni economiche e finanziarie, come quelle di Bretton-Woods, che devono rispondere al rapido aumento delle disuguaglianze tra i super ricchi e i permanentemente poveri. Un modello economico che promuova la sussidiarietà, sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali, fornirà la base per il successo economico stesso e, al contempo, per il rinnovamento della comunità e della nazione in generale. E qui rinnovo il mio appello affinché «in considerazione delle circostanze […] si mettano in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri»[6].

La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche. «Quando gli organismi multilaterali di credito forniscono consulenza alle diverse nazioni, risulta importante tener presenti i concetti elevati della giustizia fiscale, i bilanci pubblici responsabili del loro indebitamento e, soprattutto, una promozione effettiva, e che li renda protagonisti, dei più poveri nella trama sociale»[7]. Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate[8].

«Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti»[9]. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale[10].

Signor Presidente,

Ricordo l’occasione che ho avuto cinque anni fa di rivolgermi all’Assemblea Generale nel suo settantesimo anniversario. La mia visita ha avuto luogo in un periodo di un multilateralismo veramente dinamico, un momento promettente e di grande speranza, immediatamente prima dell’adozione dell’Agenda 2030. Pochi mesi dopo, è stato anche firmato l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

Tuttavia, dobbiamo onestamente ammettere che, sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, la scarsa capacità della comunità internazionale a mantenere le promesse fatte cinque anni fa mi porta a ribadire che «dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella lotta contro tutti questi flagelli»[11].

Penso anche alla pericolosa situazione nell’Amazzonia e alle sue popolazioni indigene. Questo ci ricorda che la crisi ambientale è indissolubilmente legata a una crisi sociale e che la cura dell’ambiente esige un approccio integrale per combattere la povertà e l’esclusione[12].

Certamente è un passo positivo che la sensibilità ecologica integrale e il desiderio di azione sia cresciuti. «Non dobbiamo porre sulle prossime generazioni il fardello di farsi carico dei problemi causati da quelle precedenti. […] dobbiamo domandarci seriamente se c’è la volontà politica di destinare con onestà, responsabilità e coraggio più risorse umane, finanziarie e tecnologiche per mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico, nonché per aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili che ne sono maggiormente colpite»[13].

La Santa Sede continuerà a svolgere il suo ruolo. Come segno concreto della cura della nostra casa comune, di recente ho ratificato l’Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal[14].

Signor Presidente,

Non possiamo ignorare le conseguenze devastanti della crisi del Covid-19 sui bambini, compresi i minori migranti e rifugiati non accompagnati. Anche la violenza contro i bambini, includendo l’orribile flagello dell’abuso infantile e la pornografia, è drammaticamente aumentata.

Inoltre, milioni di bambini non possono tornare a scuola. In molte parti del mondo questa situazione minaccia un incremento del lavoro minorile, lo sfruttamento, gli abusi e la malnutrizione. Purtroppo, i paesi e le istituzioni internazionali stanno anche promuovendo l’aborto come uno dei cosiddetti «servizi essenziali» nella risposta umanitaria. È triste vedere quanto sia diventato semplice e conveniente, per alcuni, negare l’esistenza di vita come soluzione a problemi che possono e devono essere risolti sia per la madre sia per il bambino non nato.

Imploro pertanto le autorità civili affinché prestino particolare attenzione ai bambini a cui vengono negati i loro diritti e la loro dignità fondamentali, in particolare il loro diritto alla vita e all’educazione. Non posso fare a meno di ricordare l’appello della giovane coraggiosa Malala Yousafzai, che cinque anni fa nell’Assemblea Generale ci ha ricordato che «un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

I primi educatori del bambino sono sua madre e suo padre, la famiglia che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani descrive come «il nucleo naturale e fondamentale della società»[15]. Troppo spesso la famiglia è vittima di colonialismi ideologici che la rendono vulnerabile e finiscono col provocare in molti dei suoi membri, specialmente nei più indifesi — bambini e anziani — un senso di sradicamento e di orfanità. La disintegrazione della famiglia riecheggia nella frammentazione sociale che impedisce l’impegno per affrontare nemici comuni. È tempo di rivedere e d’impegnarci nuovamente con i nostri obiettivi.

E uno di questi obiettivi è la promozione della donna. Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario della Conferenza di Pechino sulla Donna. A tutti i livelli della società le donne svolgono un ruolo importante, con il loro contributo unico, prendendo le redini con grande coraggio al servizio del bene comune. Tuttavia, molte donne rimangono indietro: vittime della schiavitù, della tratta, della violenza e dello sfruttamento e di trattamenti umilianti. A loro e a quelle che vivono lontano dalle loro famiglie esprimo la mia vicinanza fraterna, e al tempo stesso richiedo maggiore determinazione e impegno nella lotta contro queste pratiche perverse che denigrano non solo le donne, ma tutta l’umanità che, con il suo silenzio e la mancanza di azioni concrete, diventa complice.

Signor Presidente,

Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale.

È necessario spezzare il clima di sfiducia esistente. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo che risulta ancora più grave alla luce della crescita di nuove forme di tecnologia militare[16], come sono i sistemi letali di armi autonome (LAWS), che stanno alterando in modo irreversibile la natura della guerra, separandola ancor di più dall’azione umana.

Dobbiamo smantellare le logiche perverse che attribuiscono al possesso di armi la sicurezza personale e sociale. Tali logiche servono solo ad aumentare i profitti dell’industria bellica, alimentando un clima di sfiducia e di paura tra le persone e i popoli.

E in particolare, la «deterrenza nucleare» fomenta uno spirito di paura basata sulla minaccia di un reciproco annientamento, che finisce coll’avvelenare le relazioni tra i popoli e ostacolare il dialogo[17]. Perciò è tanto importante appoggiare i principali strumenti giuridici internazionali di disarmo nucleare, non proliferazione e messa al bando. La Santa Sede auspica che la prossima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP) si traduca in azioni concrete conformi alla nostra intenzione congiunta «di porre termine, il più presto possibile, alla corsa agli armamenti nucleari e di prendere misure efficaci sulla via del disarmo nucleare»[18].

Inoltre, il nostro mondo in conflitto ha bisogno che l’ONU diventi un laboratorio per la pace sempre più efficace, il che richiede che i membri del Consiglio di Sicurezza, soprattutto quelli Permanenti, agiscano con maggiore unità e determinazione. A tale proposito, la recente adozione del cessate il fuoco globale durante la crisi attuale, è una misura molto nobile, che richiede la buona volontà di tutti per la sua applicazione costante. E ribadisco anche l’importanza di ridurre le sanzioni internazionali che rendono difficile agli Stati fornire un sostegno adeguato alle loro popolazioni.

Signor Presidente,

Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati. Questa crisi sottolinea ulteriormente i limiti della nostra autosufficienza e comune fragilità e ci induce a dichiarare esplicitamente come vogliamo uscirne: migliori o peggiori. Perché, ripeto, da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o ne usciamo peggiori.

La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro. Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo.

E che Dio ci benedica tutti!

Grazie signor Presidente.

 


[1] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015, Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 18 aprile 2008.

[2] Meditazione durante il momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia, 27 marzo 2020.

[3] Cfr. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 25.1.

[4] Lettera Enciclica Laudato si’, n.112.

[5] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015.

[6] Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020.

[7] Discorso ai partecipanti al seminario «Nuove forme di solidarietà», 5 febbraio 2020.

[8] Cfr. Ibid.

[9] Ibid.

[10] Cfr. Ibid.

[11] Discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, 25 settembre 2015.

[12] Cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 139.

[13] Messaggio ai partecipanti al XXV sessione della Conferenza degli Stati Parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, 1° dicembre 2019.

[14] Cfr. Messaggio alla XXXI Riunione delle Parti al Protocollo di Montreal, 7 novembre 2019.

[15] Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 16.3.

[16] Cfr. Discorso sulle armi nucleari, Parco dell’epicentro della bomba atomica, Nagasaki, 24 novembre 2019

[17] Cfr. ibid.

[18] Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari, preambolo.

 


L’Osservatore Romano, edizione quotidiana, 27 settembre 2020

 

 


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MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

1° settembre 2020

 

«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella
terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10)

 

Cari fratelli e sorelle,

Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune.

Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra.

Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

1. Un tempo per ricordare

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici.

Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92).

Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

2. Un tempo per ritornare

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita.

Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008).

Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile.

Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi.

Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

3. Un tempo per riposare

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme!

Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono.

L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

4. Un tempo per riparare

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi.

Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti.

È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni.

Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore.

Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

5. Un tempo per rallegrarsi

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13).

C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti.

Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!

Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova.

“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).

Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020

 

FRANCESCO

 


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Papa Francesco. Il Coronavirus e la dignità dell’uomo. Udienza Generale del 12 Agosto 2020

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Biblioteca del Palazzo Apostolico
Mercoledì, 12 agosto 2020


 

Catechesi – “Guarire il mondo”: 2. Fede e dignità umana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La pandemia ha messo in risalto quanto siamo tutti vulnerabili e interconnessi. Se non ci prendiamo cura l’uno dell’altro, a partire dagli ultimi, da coloro che sono maggiormente colpiti, incluso il creato, non possiamo guarire il mondo.

È da lodare l’impegno di tante persone che in questi mesi stanno dando prova dell’amore umano e cristiano verso il prossimo, dedicandosi ai malati anche a rischio della propria salute. Sono degli eroi! Tuttavia, il coronavirus non è l’unica malattia da combattere, ma la pandemia ha portato alla luce patologie sociali più ampie. Una di queste è la visione distorta della persona, uno sguardo che ignora la sua dignità e il suo carattere relazionale. A volte guardiamo gli altri come oggetti, da usare e scartare. In realtà, questo tipo di sguardo acceca e fomenta una cultura dello scarto individualistica e aggressiva, che trasforma l’essere umano in un bene di consumo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53; Enc. Laudato si’ [LS], 22).

Nella luce della fede sappiamo, invece, che Dio guarda all’uomo e alla donna in un altro modo. Egli ci ha creati non come oggetti, ma come persone amate e capaci di amare; ci ha creati a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,27). In questo modo ci ha donato una dignità unica, invitandoci a vivere in comunione con Lui, in comunione con le nostre sorelle e i nostri fratelli, nel rispetto di tutto il creato. In comunione, in armonia, possiamo dire. La creazione è un’armonia nella quale siamo chiamati a vivere. E in questa comunione, in questa armonia che è comunione, Dio ci dona la capacità di procreare e di custodire la vita (cfr Gen 1,28-29), di lavorare e prenderci cura della terra (cfr Gen 2,15; LS, 67). Si capisce che non si può procreare e custodire la vita senza armonia; sarà distrutta.

Di quello sguardo individualista, quello che non è armonia, abbiamo un esempio nei Vangeli, nella richiesta fatta a Gesù dalla madre dei discepoli Giacomo e Giovanni (cfr Mt 20,20-28). Lei vorrebbe che i suoi figli possano sedersi alla destra e alla sinistra del nuovo re. Ma Gesù propone un altro tipo di visione: quella del servizio e del dare la vita per gli altri, e la conferma restituendo subito dopo la vista a due ciechi e facendoli suoi discepoli (cfr Mt 20,29-34). Cercare di arrampicarsi nella vita, di essere superiori agli altri, distrugge l’armonia. È la logica del dominio, di dominare gli altri. L’armonia è un’altra cosa: è il servizio.

Chiediamo, dunque, al Signore di darci occhi attenti ai fratelli e alle sorelle, specialmente a quelli che soffrono. Come discepoli di Gesù non vogliamo essere indifferenti né individualisti, questi sono i due atteggiamenti brutti contro l’armonia. Indifferente: io guardo da un’altra parte. Individualisti: guardare soltanto il proprio interesse. L’armonia creata da Dio ci chiede di guardare gli altri, i bisogni degli altri, i problemi degli altri, essere in comunione.  Vogliamo riconoscere in ogni persona, qualunque sia la sua razza, lingua o condizione, la dignità umana. L’armonia ti porta a riconoscere la dignità umana, quell’armonia creata da Dio, con l’uomo al centro.

Il Concilio Vaticano II sottolinea che questa dignità è inalienabile, perché «è stata creata a immagine di Dio» (Cost. past. Gaudium et spes, 12). Essa sta a fondamento di tutta la vita sociale e ne determina i principi operativi. Nella cultura moderna, il riferimento più vicino al principio della dignità inalienabile della persona è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che San Giovanni Paolo II ha definito «pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del genere umano»,[1] e come «una delle più alte espressioni della coscienza umana».[2] I diritti non sono solo individuali, ma anche sociali; sono dei popoli, delle nazioni.[3] L’essere umano, infatti, nella sua dignità personale, è un essere sociale, creato a immagine di Dio Uno e Trino. Noi siamo esseri sociali, abbiamo bisogno di vivere in questa armonia sociale, ma quando c’è l’egoismo, il nostro sguardo non va agli altri, alla comunità, ma torna su noi stessi e questo ci fa brutti, cattivi, egoisti, distruggendo l’armonia.

Questa rinnovata consapevolezza della dignità di ogni essere umano ha serie implicazioni sociali, economiche e politiche. Guardare il fratello e tutto il creato come dono ricevuto dall’amore del Padre suscita un comportamento di attenzione, di cura e di stupore. Così il credente, contemplando il prossimo come un fratello e non come un estraneo, lo guarda con compassione ed empatia, non con disprezzo o inimicizia. E contemplando il mondo alla luce della fede, si adopera a sviluppare, con l’aiuto della grazia, la sua creatività e il suo entusiasmo per risolvere i drammi della storia. Concepisce e sviluppa le sue capacità come responsabilità che scaturiscono dalla sua fede,[4] come doni di Dio da mettere al servizio dell’umanità e del creato.

Mentre tutti noi lavoriamo per la cura da un virus che colpisce tutti in maniera indistinta, la fede ci esorta a impegnarci seriamente e attivamente per contrastare l’indifferenza davanti alle violazioni della dignità umana. Questa cultura dell’indifferenza che accompagna la cultura dello scarto: le cose che non mi toccano non mi interessano. La fede sempre esige di lasciarci guarire e convertire dal nostro individualismo, sia personale sia collettivo; un individualismo di partito, per esempio.

Possa il Signore “restituirci la vista” per riscoprire che cosa significa essere membri della famiglia umana. E possa questo sguardo tradursi in azioni concrete di compassione e rispetto per ogni persona e di cura e custodia per la nostra casa comune.

 


[1] Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2 ottobre 1979), 7.

[2] Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (5 ottobre 1995), 2.

[3] Cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 157.

[4] Ibid.


Saluti

Je salue cordialement les personnes de langue française. Nous allons bientôt célébrer la Vierge de l’Assomption, Patronne de votre Nation. Que cette Mère attentive fortifie votre foi et votre espérance, et qu’elle vous aide à toujours lutter contre les égoïsmes, l’indifférence et l’individualisme en vue d’édifier une société fraternelle et solidaire. Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente le persone di lingua francese. Tra poco celebreremo la Vergine Assunta, Patrona della vostra nazione. Possa questa Madre premurosa rafforzare la vostra fede e la vostra speranza, e vi aiuti a contrastare sempre l’egoismo, l’indifferenza e l’individualismo per costruire una società fraterna e solidale. Dio vi benedica!]

I cordially greet the English-speaking faithful. As we prepare to celebrate the Solemnity of the Assumption of the Blessed Virgin Mary, I entrust you and your families to her maternal intercession, that she may guide us on our pilgrim way to the fullness of Christ’s promises. And I ask you please to pray for me. May God bless you!

[Saluto i fedeli di lingua inglese. Mentre ci prepariamo a celebrare la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, affido voi e le vostre famiglie alla sua materna intercessione, perchè Ella sia guida nel nostro pellegrinaggio verso la pienezza delle promesse di Cristo. E vi chiedo per favore di pregare per me. Dio vi benedica! ]

Herzlich grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. In wenigen Tagen feiern wir das Fest Mariä Himmelfahrt, das uns vor Augen führt, welch erhabene Würde Gott dem Menschen verliehen hat. Bitten wir um die Haltung der demütigen Magd, damit Gott auch an uns Großes tun kann. Gott segne euch!

[Saluto cordialmente i fedeli di lingua tedesca. Tra pochi giorni celebreremo la festa dell’Assunzione di Maria, che ci rivela la sublime dignità che Dio ha conferito all’uomo. Chiediamo al Signore la grazia dell’umiltà della sua Serva, affinché Egli possa fare grandi cose anche in noi. Dio vi benedica!]

Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Pidamos al Señor que nos conceda ojos atentos para ver en las personas, de cualquier raza, lengua o condición, miembros de la única familia humana. Y que esta mirada se traduzca en acciones concretas de ayuda a los que más sufren, y de cuidado y respeto a nuestra casa común. Que el Señor los bendiga.

Saúdo os ouvintes de língua portuguesa, com votos de que possais, vós todos, dar-vos sempre conta do dom maravilhoso que é a vida. Vele sobre o vosso caminho a Virgem Maria e vos ajude a ser sinal de confiança e esperança no meio dos vossos irmãos. Sobre vós e vossas famílias desça a Bênção de Deus.

[Saluto gli ascoltatori di lingua portoghese, augurando a voi tutti di rendervi sempre conto di quanto la vita sia davvero un dono meraviglioso. Vegli sul vostro cammino la Vergine Maria e vi aiuti ad essere segno di fiducia e di speranza in mezzo ai vostri fratelli. Su di voi e sulle vostre famiglie scenda la Benedizione di Dio.]

أُحيّي جميعَ المؤمنينَ الناطقينَ باللغةِ العربية. يُعلّمُ الكتابُ المقدس أنّ كلَّ إنسانٍ قد خُلِقَ عن محبّة، وعلى صورةِ اللهِ ومثالِه. ويُؤكّدُ هذا التعليمُ على الكرامةِ العظيمةِ لكلِّ إنسانٍ، والذي هو “ليس مجرّدَ شيء، وإنما كائنٌ بشري. هو قادرٌ على معرفةِ نفسِه، وعلى امتلاكِها، وبذلِ ذاتِه بمجانيّة، والدخولِ في شراكةٍ مع الآخرين. ليباركْكُم الربّ جميعًا ويحرسْكُم دائمًا من كلِّ شر!

[Saluto i fedeli di lingua araba. La Bibbia insegna che ogni essere umano è stato creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Questa affermazione ci mostra l’immensa dignità di ogni persona, che non è soltanto qualcosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con gli altri. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Serdecznie pozdrawiam polskich wiernych. W szczególny sposób towarzyszę w myślach i modlitwie setkom pielgrzymów, którzy z Warszawy, Krakowa i z innych miast w Polsce wędrują pieszo na Jasną Górę, do Sanktuarium Czarnej Madonny. Ta pielgrzymka, odbywana z należytą ostrożnością, konieczną w sytuacji pandemii, niech będzie dla was wszystkich czasem refleksji, modlitwy i braterstwa w wierze i w miłości.

15 sierpnia przypada stulecie historycznego zwycięstwa wojsk polskich, zwanego „Cudem nad Wisłą”, które wasi przodkowie przypisywali interwencji Maryi. Dzisiaj niech Matka Boża pomoże ludzkości zwyciężyć koronawirusa, a wam, waszym rodzinom i całemu narodowi polskiemu niech zapewni obfitość łask. Z serca wam błogosławię!

[Saluto cordialmente i fedeli polacchi. In particolare, accompagno spiritualmente le centinaia di pellegrini che da Varsavia, Cracovia e da altre città si recano a piedi al Santuario della Madonna Nera. Questo pellegrinaggio, fatto con cautela a causa della pandemia, sia per tutti tempo di riflessione, di preghiera e di fraternità nella fede e nell’amore.

Il 15 agosto cade il centenario della storica vittoria dell’esercito polacco, chiamata “Miracolo sulla Vistola”, che i vostri avi attribuirono all’intervento di Maria. Oggi la Madre di Dio aiuti l’umanità a sconfiggere il coronavirus, e a voi, alle vostre famiglie e al popolo polacco assicuri copiose grazie. Vi benedico di cuore! ]

* * *

Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua italiana. Abbiamo celebrato ieri la memoria di Santa Chiara d’Assisi: vi invito ad imitare il suo luminoso esempio di generosa adesione a Cristo.

Il mio pensiero va infine agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siate coraggiosi nell’affrontare anche i momenti difficili della vita, confidando nell’aiuto di Dio e della Madonna. Dio vi benedica.

 


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Discorso del Santo Padre al Convegno “Education: the Global Compact”. 07 febbraio 2020

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO SUL TEMA
“EDUCATION: THE GLOBAL COMPACT”
ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE SOCIALI

Sala del Concistoro
Venerdì, 7 febbraio 2020


 

Cari amici,

Sono lieto di salutarvi in occasione del Seminario promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali su “Educazione: il Patto Globale”. Mi rallegro che riflettiate su questo tema, perché oggi è necessario unire gli sforzi per raggiungere un’alleanza educativa ampia al fine di formare persone mature, capaci di ricostruire, ricostruire il tessuto relazionale e creare un’umanità più fraterna (cfr. Discorso al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2020).

L’educazione integrale e di qualità e i livelli d’istruzione continuano a essere una sfida mondiale. Nonostante gli obiettivi e le mete formulati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e da altri organismi (cfr. Obiettivo 4), e gli importanti sforzi compiuti da alcuni paesi, l’educazione continua a essere disuguale tra la popolazione mondiale. La povertà, la discriminazione, il cambiamento climatico, la globalizzazione dell’indifferenza, la cosificazione dell’essere umano fanno appassire la fioritura di milioni di creature. Di fatto, rappresentano per molti un muro quasi insormontabile che impedisce di raggiungere gli obiettivi e le mete di sviluppo sostenibile e garantito che i popoli si sono proposti.

L’educazione elementare oggi è un ideale normativo in tutto il mondo. I dati empirici che voi, signori accademici, condividete, indicano che sono stati compiuti progressi nella partecipazione dei bambini e delle bambine all’educazione. L’immatricolazione dei giovani all’istruzione primaria è oggi quasi universale e si osserva che il divario di genere si è ridotto. Questo è un risultato encomiabile. Ogni generazione dovrebbe tuttavia riconsiderare come trasmettere le sue conoscenze e i suoi valori a quella seguente, perché è attraverso l’educazione che l’essere umano raggiunge il suo massimo potenziale e diviene un essere consapevole, libero e responsabile. Pensare all’educazione è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità; è pertanto qualcosa di profondamente radicato nella speranza e richiede generosità e coraggio.

Educare non è solo trasmettere concetti, questa sarebbe un’eredità dell’illuminismo che bisogna superare, ossia non trasmettere solo concetti, ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili — famiglia, scuola e istituzioni sociali, culturali, religiose… — vi partecipino in modo solidale. In tal senso, in alcuni paesi si dice che si è rotto il patto educativo perché manca questa partecipazione sociale all’educazione. Per educare bisogna cercare d’integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa. Integrazione totale. Promuovendo l’apprendimento della testa, del cuore e delle mani, l’educazione intellettuale e socio-emozionale, la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali, l’insegnamento di una cittadinanza impegnata e solidale con la giustizia, e impartendo le abilità e le conoscenze che formano i giovani per il mondo del lavoro e la società, le famiglie, le scuole e le istituzioni diventano veicoli essenziali per l’empowerment della prossima generazione. Allora sì, non si parla più di un patto educativo rotto. Il patto è questo.

Oggi è in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativo che si crea tra la famiglia, la scuola, la patria e il mondo, la cultura e le culture. Si è rotto e rotto davvero; non si può rincollare o ricomporre. Non si può rammendare, se non attraverso un rinnovato sforzo di generosità e di accordo universale. Patto educativo rotto significa che sia la società, sia la famiglia, sia le diverse istituzioni che sono chiamate ad educare delegano il decisivo compito educativo ad altri, e così le diverse istituzioni di base e gli stessi stati che hanno rinunciato al patto educativo sfuggono a tale responsabilità.

Oggi, siamo chiamati, in qualche modo, a rinnovare e a reintegrare l’impegno di tutti — persone e istituzioni — nell’educazione, per rifare un nuovo patto educativo, perché solo così l’educazione potrà cambiare. Per questo bisogna integrare le conoscenze, la cultura, lo sport, la scienza, il divertimento e lo svago; per questo bisogna costruire ponti di connessione, superare, permettetemi la parola, superare le “piccolezze” che ci rinchiudono nel nostro piccolo mondo, e andare nel mare aperto globale, rispettando tutte le tradizioni. Le nuove generazioni devono comprendere con chiarezza la propria tradizione e cultura — questo non si negozia, è innegoziabile —, in relazione alle altre, in modo da sviluppare la propria auto-comprensione, affrontando e accettando la diversità e i cambiamenti culturali. Si potrà così promuovere una cultura del dialogo, una cultura dell’incontro e della reciproca comprensione, in modo pacifico, rispettoso e tollerante. Un’educazione che renda capaci d’individuare e promuovere i veri valori umani in una prospettiva interculturale e interreligiosa.

La famiglia ha bisogno di essere valorizzata nel nuovo patto educativo, poiché la sua responsabilità comincia già nel ventre materno, al momento della nascita. Ma le madri, i padri — i nonni — e la famiglia nel suo insieme, nel suo ruolo educativo primario, hanno bisogno di aiuto per comprendere, nel nuovo contesto globale, l’importanza di questo stadio iniziale della vita, ed essere preparati ad agire di conseguenza. Uno dei modi fondamentali per migliorare la qualità dell’educazione a livello scolastico è ottenere una maggiore partecipazione delle famiglie e delle comunità locali ai progetti educativi. E queste sono parte di tale educazione integrale, puntuale e universale.

Desidero, in questo momento, rendere omaggio anche ai docenti — sempre sottopagati — perché dinanzi alla sfida dell’educazione vanno avanti con coraggio e impegno. Sono loro gli “artigiani” delle future generazioni. Con il loro sapere, pazienza e dedizione trasmettono un modo di essere che si trasforma in ricchezza, non materiale, ma immateriale, creano l’uomo e la donna di domani. È una grande responsabilità. Perciò, nel nuovo patto educativo, la funzione dei docenti, come agenti dell’educazione, deve essere riconosciuta e sostenuta con tutti i mezzi possibili. Se il nostro obiettivo è offrire a ogni individuo e a ogni comunità il livello di conoscenza necessario per avere una propria autonomia ed essere capace di cooperare con gli altri, è importante puntare sulla formazione degli educatori con i più alti standard qualitativi, a tutti i livelli accademici. Per sostenere e promuovere questo processo, è necessario che abbiano a disposizione le risorse nazionali, internazionali e private adeguate, di modo che, in tutto il mondo, possano svolgere il loro compito in modo efficace.

In questo Seminario su “Educazione: il Patto Globale”, voi, accademici di varie università tra le più rispettate al mondo, avete individuato nuove leve per far sì che l’educazione sia più umana ed equa, più soddisfacente, e più importante per i bisogni diversi delle economie e delle società del XXI secolo. Tra le altre cose, avete esaminato la nuova scienza della mente, il cervello e l’educazione, la promessa della tecnologia di giungere a bambini che attualmente non hanno opportunità di apprendimento, e il tema importantissimo dell’educazione dei giovani rifugiati e immigranti in tutto il mondo. Avete affrontato gli effetti della crescente disuguaglianza e del cambiamento climatico sull’educazione, come pure gli strumenti per invertire gli effetti di entrambi e rafforzare le basi per una società più umana, più sana, più equa e felice.

Ho parlato di tre linguaggi: della mente, del cuore, delle mani. E parlando delle radici, dei valori, possiamo parlare di verità, di bontà, di creatività. Ma non voglio concludere questo discorso senza parlare della bellezza. Non si può educare senza indurre alla bellezza, senza indurre il cuore alla bellezza. Forzando un po’ il discorso, oserei dire che un’educazione non è efficace se non sa creare poeti. Il cammino della bellezza è una sfida che si deve affrontare.

Vi incoraggio in questo compito così importante e appassionante che avete: collaborare all’educazione delle future generazioni. Non è una cosa del domani, ma dell’oggi. Andate avanti, che Dio vi benedica. Prego per voi e voi fatelo per me. Grazie.

 

 


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Discorso al Seminario “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione”. 05.02.2020

SEMINARIO SUL TEMA: “NUOVE FORME DI FRATERNITÀ SOLIDALE, DI INCLUSIONE, INTEGRAZIONE E INNOVAZIONE”
ORGANIZZATO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Casina Pio IV
Mercoledì, 5 febbraio 2020

 


 

Signore e Signori, buon pomeriggio.

Desidero esprimervi la mia gratitudine per questo incontro. Approfittiamo di questo nuovo inizio dell’anno per costruire ponti, ponti che favoriscano lo sviluppo di uno sguardo solidale a partire dalle banche, dalle finanze, dai governi e dalle decisioni economiche. Abbiamo bisogno di molte voci capaci di pensare, da una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni di un problema globale che riguarda i nostri popoli e le nostre democrazie.

Vorrei iniziare con un dato di fatto. Il mondo è ricco e, tuttavia, i poveri aumentano attorno a noi. Secondo rapporti ufficiali, il reddito mondiale di quest’anno sarà di quasi 12.000 dollari pro capite. Eppure centinaia di milioni di persone sono ancora immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari adeguati e indispensabili. Si calcola che all’incirca cinque milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno quest’anno a causa della povertà. Altri 260 milioni non riceveranno un’educazione per mancanza di risorse, per le guerre e le migrazioni. Questo in un mondo ricco, perché il mondo è ricco.

Questa situazione ha portato milioni di persone a essere vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi. Non usufruiscono di alcun diritto e garanzia; non possono neppure godere dell’amicizia o della famiglia.

Tali realtà non devono essere motivo di disperazione, bensì di azione. Sono realtà che ci spingono a fare qualcosa.

Il principale messaggio di speranza che desidero condividere con voi è proprio questo: si tratta di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse. Non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale. Permettetemi di ripeterlo: non siamo condannati all’iniquità universale. Ciò rende possibile un nuovo modo di fronteggiare gli eventi, che consenta di trovare e generare risposte creative dinanzi all’evitabile sofferenza di tanti innocenti; il che implica accettare che, in non poche situazioni, ci troviamo di fronte a una mancanza di volontà e di decisione per cambiare le cose e principalmente le priorità. Ci viene chiesta la capacità di lasciarci interpellare e di lasciar cadere le squame dagli occhi e vedere con una nuova luce queste realtà, una luce che ci spinga all’azione.

Un mondo ricco e un’economia vivace possono e devono porre fine alla povertà. Si possono generare e promuovere dinamiche capaci di includere, alimentare, curare e vestire gli ultimi della società invece di escluderli. Dobbiamo scegliere a che cosa e a chi dare la priorità: se favorire meccanismi socio-economici umanizzanti per tutta la società o, al contrario, fomentare un sistema che finisce col giustificare determinate pratiche che non fanno altro che aumentare il livello d’ingiustizia e di violenza sociale. Il livello di ricchezza e di tecnica accumulato dall’umanità, così come l’importanza e il valore che i diritti umani hanno acquisito, non ammettono più scuse. Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo responsabili. Ciò non vuol dire che tutti siamo colpevoli, no; tutti siamo responsabili di fare qualcosa.

Se esiste la povertà estrema in mezzo alla ricchezza — a sua volta estrema — è perché abbiamo permesso che il divario si ampliasse fino a diventare il più grande della storia. Questi sono dati quasi ufficiali: le cinquanta persone più ricche del mondo hanno un patrimonio equivalente a 2,2 mila miliardi di dollari. Queste cinquanta persone da sole potrebbero finanziare l’assistenza medica e l’educazione di ogni bambino povero nel mondo, sia attraverso le tasse, sia attraverso iniziative filantropiche, o entrambe. Queste cinquanta persone potrebbero salvare milioni di vite ogni anno.

La globalizzazione dell’indifferenza l’hanno chiamata “inazione”. San Giovanni Paolo II l’ha chiamata: strutture del peccato. Tali strutture trovano un clima propizio alla loro espansione ogni volta che il bene comune viene ridotto o limitato a determinati settori o, nel caso che ci riunisce qui, quando l’economia e la finanza diventano fini a se stesse. È l’idolatria del denaro, la cupidigia e la speculazione. È questa realtà, sommata ora alla vertigine tecnologica esponenziale, che incrementa, a passi mai visti prima, la velocità delle transazioni e la possibilità di produrre guadagni concentrati senza che questi siano legati ai processi produttivi e neppure all’economia reale. La comunicazione virtuale favorisce questo tipo di cose.

Aristotele celebra l’invenzione della moneta e il suo uso, ma condanna fermamente la speculazione finanziaria perché in essa «il denaro stesso diventa produttivo, perdendo la sua vera finalità che è di facilitare il commercio e la produzione» (Politica I, 10, 1258 b).

In modo analogo, e seguendo la ragione illuminata dalla fede, la dottrina sociale della Chiesa celebra le forme di governo e le banche — molte volte create a sua tutela: è interessante vedere la storia dei monti di pietà, delle banche create per favorire e collaborare — quando adempiono alla loro finalità, che è, in definitiva, ricercare il bene comune, la giustizia sociale, la pace, come pure lo sviluppo integrale di ogni individuo, di ogni comunità umana e di tutte le persone. Tuttavia la Chiesa avverte che queste istituzioni benefiche, sia pubbliche sia private, possono decadere in strutture di peccato. Sto utilizzando la definizione di san Giovanni Paolo II.

Le strutture del peccato oggi includono ripetuti tagli delle tasse per le persone più ricche, giustificati molte volte in nome dell’investimento e dello sviluppo; paradisi fiscali per i guadagni privati e corporativi; e naturalmente la possibilità di corruzione da parte di alcune delle imprese più grandi del mondo, non di rado in sintonia con il settore politico governante.

Ogni anno centomila milioni di dollari, che si dovrebbero versare in imposte per finanziare l’assistenza medica e l’educazione, si accumulano in conti di paradisi fiscali, impedendo così la possibilità dello sviluppo degno e sostenuto di tutti gli attori sociali.

Le persone povere in paesi molto indebitati sopportano oneri fiscali opprimenti e tagli nei servizi sociali, man mano che i loro governi pagano debiti contratti in modo insensibile e insostenibile. Di fatto, il debito pubblico contratto, in non pochi casi per dare impulso e incoraggiare lo sviluppo economico e produttivo di un paese, può costituirsi in un fattore che danneggia e pregiudica il tessuto sociale. Quando finisce con l’orientarsi verso un’altra finalità.

Così come esiste una co-irresponsabilità riguardo a questo danno provocato all’economia e alla società, esiste anche una co-responsabilità ispiratrice e promettente per creare una clima di fraternità e di rinnovata fiducia che abbracci nel complesso la ricerca di soluzioni innovatrici e umanizzanti.

È bene ricordare che non esiste una legge magica o invisibile che ci condanna al congelamento o alla paralisi di fronte all’ingiustizia. Ed ancor meno una razionalità economica che presuppone che la persona umana è semplicemente un’accumulatrice di benefici individuali estranei alla sua condizione di essere sociale.

Le esigenze morali di san Giovanni Paolo II nel 1991 appaiono oggi sorprendentemente attuali: «È certamente giusto il principio che i debiti debbano essere pagati; non è lecito, però, chiedere o pretendere un pagamento, quando questo verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla disperazione intere popolazioni. Non si può pretendere che i debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici. In questi casi è necessario — come, del resto, sta in parte avvenendo — trovare modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito, compatibili col fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso» (Centesimus annus, n. 35).

Di fatto, anche gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati all’unanimità da tutte le nazioni riconoscono questo punto — è un punto umano — ed esortano tutti i popoli ad «aiutare i paesi a raggiungere la sostenibilità del debito a lungo termine attraverso politiche coordinate volte a favorire il finanziamento del debito, la riduzione del debito e la conversione del debito, e affrontare il debito estero e ridurre il disagio dei paesi poveri fortemente indebitati» (SDG, 17, 4).

In ciò devono consistere le nuove forme di solidarietà che oggi ci riuniscono, che ci riuniscono qui, se si pensa al mondo delle banche e della finanza: nell’aiuto per lo sviluppo dei popoli rimasti indietro e nel livellamento tra i paesi che godono di un determinato standard e livello di sviluppo e quelli impossibilitati a garantire il minimo necessario alle loro popolazioni. Solidarietà ed economia per l’unione, non per la divisione, con la sana e chiara consapevolezza della corresponsabilità.

Praticamente da qui è necessario affermare che la più grande struttura di peccato, o la più grande struttura d’ingiustizia, è la stessa industria della guerra, poiché è denaro e tempo al servizio della divisione e della morte. Il mondo perde ogni anno miliardi di dollari in armamenti e violenza, somme che porrebbero fine alla povertà e all’analfabetismo se si potessero ridestinare. Veramente Isaia parlò a nome di Dio per tutta l’umanità quando predisse il giorno del Signore in cui «forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is 2, 4). Seguiamolo!

Più di settant’anni fa, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite impegnò tutti i suoi Stati Membri a prendersi cura dei poveri nella loro terra e nelle loro case, e in tutto il mondo, ossia nella casa comune, tutto il mondo è la casa comune. I governi riconobbero che la tutela sociale, i redditi di base, l’assistenza medica per tutti e l’educazione universale erano inerenti alla dignità umana fondamentale e, pertanto, ai diritti umani fondamentali.

Questi diritti economici e un ambiente sicuro per tutti sono la misura più elementare della solidarietà umana. E la buona notizia è che mentre nel 1948 tali obiettivi non erano di portata immediata, oggi, con un mondo molto più sviluppato e interconnesso, sì lo sono. Sono stati fatti passi avanti in tal senso.

Voi, che tanto gentilmente vi siete riuniti qui, siete i leader finanziari ed esperti economici del mondo. Insieme ai vostri colleghi, aiutate a stabilire le norme impositive globali, informare il pubblico globale sulla nostra situazione economica e consigliare i governi del mondo in tema di bilancio. Conoscete di prima mano quali sono le ingiustizie della nostra economia globale attuale, o le ingiustizie di ogni paese. Lavoriamo insieme per porre fine a queste ingiustizie. Quando gli organismi multilaterali di credito forniscono consulenza alle diverse nazioni, risulta importante tener presenti i concetti elevati della giustizia fiscale, i bilanci pubblici responsabili del loro indebitamento e, soprattutto, una promozione effettiva, e che li renda protagonisti, dei più poveri nella trama sociale. Ricordate loro la responsabilità che hanno di offrire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e un alleggerimento del debito per le nazioni molto indebitate. Ricordate loro l’imperativo di arrestare il cambiamento climatico provocato dall’uomo, come hanno promesso tutte le nazioni, affinché non distruggiamo le basi della nostra Casa Comune.

Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti — che finiscono col soffocare e impedire la produzione locale —. Il tempo presente esige e richiede di passare da una logica insulare e antagonistica come unico meccanismo autorizzato per la soluzione dei conflitti, a un’altra capace di promuovere la interconnessione che favorisce una cultura dell’incontro, dove si rinnovino le basi solide di una nuova architettura finanziaria internazionale.

In tale contesto, in cui lo sviluppo di alcuni settori sociali e finanziari ha raggiunto livelli mai visti prima, quanto è importante ricordare le parole del Vangelo di Luca: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (12, 48). Quanto è ispiratore ascoltare sant’Ambrogio, il quale pensa con il Vangelo: «Tu (ricco) non dai del tuo al povero [quando fai carità]…. ma gli stai consegnando ciò che è suo. Perché la proprietà comune data in uso per tutti, la stai usando tu solo» (Naboth 12, 53). Questo è il principio della destinazione universale dei beni, la base della giustizia economica e sociale, come anche del bene comune.

Mi rallegro della vostra presenza qui oggi. Celebriamo l’opportunità di saperci co-partecipi nell’opera del Signore che può cambiare il corso della storia a beneficio della dignità di ogni persona di oggi e di domani, specialmente degli esclusi, e a beneficio del grande bene della pace. C’impegniamo insieme con umiltà e saggezza a servire la giustizia internazionale e inter-generazionale. Abbiamo una speranza sconfinata nell’insegnamento di Gesù che i poveri in spirito sono benedetti e felici, perché di essi è il Regno dei cieli (cfr. Mt 5, 3) che inizia già qui e ora.

Grazie! E, per favore, vi faccio una richiesta, non è un prestito: non vi dimenticate di pregare per me, perché questo lavoro che mi tocca fare non è per niente facile, e io su di voi invoco tutte le benedizioni, su di voi e sul vostro lavoro.

 

 


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