Il Santo Padre

Lettera del Santo Padre alla Pontificia Accademia per la Vita. 11 febbraio 2019

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL PRESIDENTE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA
IN OCCASIONE DEL XXV ANNIVERSARIO DELLA SUA ISTITUZIONE

(11 febbraio 1994 – 11 febbraio 2019)

 

Humana communitas
[La comunità umana]

 

La comunità umana è il sogno di Dio fin da prima della creazione del mondo (cfr Ef 1,3-14). In essa il Figlio eterno generato da Dio ha preso carne e sangue, cuore e affetti. Nel mistero della generazione la grande famiglia dell’umanità può ritrovare sé stessa. Infatti, l’iniziazione famigliare alla fraternità tra le creature umane può essere considerata come un vero e proprio tesoro nascosto, in vista del riassetto comunitario delle politiche sociali e dei diritti umani, di cui oggi si sente forte necessità. Per questo occorre crescere nella consapevolezza della nostra comune discendenza dalla creazione e dall’amore di Dio. La fede cristiana confessa la generazione del Figlio come il mistero ineffabile dell’unità eterna di “far essere” e di “voler bene” che sta nell’intimità di Dio Uno e Trino. Il rinnovato annuncio di questa trascurata rivelazione può aprire un capitolo nuovo nella storia della comunità e della cultura umane, che oggi invocano – come “gemendo per dolori del parto” (cfr Rm 8,22) – una nuova nascita nello Spirito. Nel Figlio Unigenito si rivela la tenerezza di Dio e la sua volontà di riscatto di ogni umanità che si sente perduta, abbandonata, scartata, condannata senza remissione. Il mistero del Figlio eterno, fattosi uno di noi, sigilla una volta per tutte questa passione di Dio. Il mistero della sua Croce – «per noi e per la nostra salvezza» – e della sua Risurrezione – come «primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29) – dice fino a che punto questa passione di Dio è rivolta alla redenzione e al compimento della creatura umana.

Dobbiamo restituire evidenza a questa passione di Dio per l’umana creatura e il suo mondo. Essa fu fatta da Dio a sua “immagine” – “maschio e femmina” la creò (cfr Gen 1,27) – come creatura spirituale e sensibile, consapevole e libera. La relazione tra l’uomo e la donna costituisce il luogo eminente in cui l’intera creazione diventa interlocutrice di Dio e testimone del suo amore. Questo nostro mondo è la dimora terrena della nostra iniziazione alla vita, il luogo e il tempo nel quale possiamo già iniziare a gustare la dimora celeste alla quale siamo destinati (cfr 2 Cor 5,1), ove vivremo in pienezza la comunione con Dio e con tutti. La famiglia umana è una comunità di origine e di destinazione, la cui riuscita «è nascosta, con Cristo, in Dio» (Col 3,1-4). In questo nostro tempo, la Chiesa è chiamata a rilanciare con forza l’umanesimo della vita che erompe da questa passione di Dio per la creatura umana. L’impegno a comprendere, promuovere e difendere la vita di ogni essere umano prende slancio da questo incondizionato amore di Dio. È la bellezza e l’attrattiva del Vangelo, che non riduce l’amore del prossimo all’applicazione di criteri di convenienza economica e politica né ad «alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 39).

Una storia appassionata e feconda

1. Questa passione ha animato l’attività della Pontificia Accademia per la Vita fin dal momento della sua istituzione venticinque anni fa, da parte di San Giovanni Paolo II, dietro suggerimento del Servo di Dio e grande scienziato Jérôme Lejeune. Questi, lucidamente convinto della profondità e della rapidità dei cambiamenti in atto nel campo biomedico, ritenne opportuno sostenere un impegno più strutturato e organico su questo fronte. L’Accademia ha potuto così sviluppare iniziative di studio, formazione e informazione con l’obiettivo di rendere «manifesto che scienza e tecnica, poste al servizio della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, contribuiscono al bene integrale dell’uomo e all’attuazione del progetto divino di salvezza (cfr Gaudium et spes, 35)» (Giovanni Paolo II, Motu proprio Vitae mysterium, 11 febbraio 1994, 3). Rinnovato slancio ha impresso alle attività dell’Accademia l’elaborazione del nuovo Statuto (18 ottobre 2016). L’intento è di rendere la riflessione su questi temi sempre più attenta al contesto contemporaneo, in cui il ritmo crescente dell’innovazione tecnoscientifica e la globalizzazione moltiplicano le interazioni, da una parte, tra culture, religioni e saperi diversi, dall’altra, tra le molteplici dimensioni della famiglia umana e della casa comune che essa abita. «È urgente, perciò, intensificare lo studio e il confronto sugli effetti di tale evoluzione della società in senso tecnologico per articolare una sintesi antropologica che sia all’altezza di questa sfida epocale. L’area della vostra qualificata consulenza non può quindi essere limitata alla soluzione delle questioni poste da specifiche situazioni di conflitto etico, sociale o giuridico. L’ispirazione di condotte coerenti con la dignità della persona umana riguarda la teoria e la pratica della scienza e della tecnica nella loro impostazione complessiva in rapporto alla vita, al suo senso e al suo valore» (Discorso all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 5 ottobre 2017).

Degrado dell’umano e paradosso del “progresso”

2. In questo momento della storia la passione per l’umano, per l’intera umanità, è in grave difficoltà. Le gioie delle relazioni familiari e della convivenza sociale appaiono profondamente logorate. La diffidenza reciproca dei singoli e dei popoli si nutre di una smodata ricerca del proprio interesse e di una competizione esasperata, che non rifugge dalla violenza. La distanza fra l’ossessione per il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa sembra allargarsi: sino a far pensare che fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma. Nell’Enciclica Laudato si’ ho posto in luce lo stato di emergenza in cui si trova il nostro rapporto con la storia della terra e dei popoli. È un allarme provocato dalla poca attenzione accordata alla grande e decisiva questione dell’unità della famiglia umana e del suo futuro. L’erosione di questa sensibilità, ad opera delle potenze mondane della divisione e della guerra, è in crescita globale, con una velocità ben superiore a quella della produzione dei beni. Si tratta di una vera e propria cultura – anzi, sarebbe meglio dire di un’anti-cultura – dell’indifferenza per la comunità: ostile agli uomini e alle donne e alleata con la prepotenza del denaro.

3. Questa emergenza rivela un paradosso: come è potuto accadere che, proprio nel momento della storia del mondo in cui le risorse economiche e tecnologiche disponibili ci consentirebbero di prenderci sufficientemente cura della casa comune e della famiglia umana, onorando la consegna di Dio stesso, proprio da esse, dalle risorse economiche e tecnologiche, vengono le nostre divisioni più aggressive e i nostri incubi peggiori? I popoli avvertono acutamente e dolorosamente, per quanto spesso confusamente, l’avvilimento spirituale – potremmo dire il nichilismo – che subordina la vita a un mondo e a una società succubi di questo paradosso. La tendenza ad anestetizzare questo profondo disagio, attraverso una cieca rincorsa al godimento materiale, produce la malinconia di una vita che non trova destinazione all’altezza della sua qualità spirituale. Dobbiamo riconoscerlo: gli uomini e le donne del nostro tempo sono spesso demoralizzati e disorientati, senza visione. Siamo un po’ tutti ripiegati su noi stessi. Il sistema del denaro e l’ideologia del consumo selezionano i nostri bisogni e manipolano i nostri sogni, senza alcun riguardo per la bellezza della vita condivisa e per l’abitabilità della casa comune.

Un ascolto responsabile

4. Il popolo cristiano, raccogliendo il grido delle sofferenze dei popoli, deve reagire agli spiriti negativi che fomentano la divisione, l’indifferenza, l’ostilità. Deve farlo non soltanto per sé, ma per tutti. E deve farlo subito, prima che sia troppo tardi. La famiglia ecclesiale dei discepoli – e di tutti gli ospiti che cercano in essa le ragioni della speranza (cfr 1Pt 3,15) – è stata seminata sulla terra come «sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1). La riabilitazione della creatura di Dio alla lieta speranza della sua destinazione deve diventare la passione dominante del nostro annuncio. È urgente che gli anziani credano di più ai loro “sogni” migliori; e che i giovani abbiano “visioni” capaci di spingerli a impegnarsi coraggiosamente nella storia (cfr Gl 3,1). Una nuova prospettiva etica universale, attenta ai temi del creato e della vita umana, è l’obiettivo al quale dobbiamo puntare sul piano culturale. Non possiamo continuare sulla strada dell’errore perseguito in tanti decenni di decostruzione dell’umanesimo, confuso con una qualsiasi ideologia della volontà di potenza. Dobbiamo contrastare una simile ideologia, che si avvale dell’appoggio convinto del mercato e della tecnica, in favore dell’umanesimo. La differenza della vita umana è un bene assoluto, degno di essere eticamente presidiato, prezioso per la cura di tutta la creazione. Lo scandalo è il fatto che l’umanesimo contraddica sé stesso, invece di prendere ispirazione dall’atto dell’amore di Dio. La Chiesa per prima deve ritrovare la bellezza di questa ispirazione e fare la sua parte, con rinnovato entusiasmo.

Un compito difficile per la Chiesa

5. Siamo consapevoli di avere incontrato difficoltà, nella riapertura di questo orizzonte umanistico, anche in seno alla Chiesa. Per primi, dunque, ci interroghiamo sinceramente: le comunità ecclesiali, oggi, hanno una visione e danno una testimonianza all’altezza di questa emergenza dell’epoca presente? Sono seriamente concentrate sulla passione e sulla gioia di trasmettere l’amore di Dio per l’abitare dei suoi figli sulla Terra? O si perdono ancora troppo nei propri problemi e in timidi aggiustamenti che non superano la logica del compromesso mondano? Dobbiamo seriamente domandarci se abbiamo fatto abbastanza per offrire il nostro specifico contributo come cristiani a una visione dell’umano capace di sostenere l’unità della famiglia dei popoli nelle odierne condizioni politiche e culturali. O se addirittura ne abbiamo perso di vista la centralità, anteponendo le ambizioni della nostra egemonia spirituale sul governo della città secolare, chiusa su sé stessa e sui suoi beni, alla cura della comunità locale, aperta all’ospitalità evangelica per i poveri e i disperati.

Costruire una fraternità universale

6. È tempo di rilanciare una nuova visione per un umanesimo fraterno e solidale dei singoli e dei popoli. Noi sappiamo che la fede e l’amore necessari per questa alleanza attingono il loro slancio dal mistero della redenzione della storia in Gesù Cristo, nascosto in Dio fin da prima della creazione del mondo (cfr Ef 1,7-10; 3,9-11; Col 1,13-14). E sappiamo anche che la coscienza e gli affetti della creatura umana non sono affatto impermeabili, né insensibili alla fede e alle opere di questa fraternità universale, seminata dal Vangelo del Regno di Dio. Dobbiamo rimetterla in primo piano. Perché una cosa è sentirsi costretti a vivere insieme, altra cosa è apprezzare la ricchezza e la bellezza dei semi di vita comune che devono essere cercati e coltivati insieme. Una cosa è rassegnarsi a concepire la vita come lotta contro mai finiti antagonisti, altra cosa è riconoscere la famiglia umana come segno della vitalità di Dio Padre e promessa di una destinazione comune al riscatto di tutto l’amore che, già ora, la tiene in vita.

7. Tutte le vie della Chiesa conducono all’uomo, come ha solennemente proclamato il santo Papa Giovanni Paolo II nella sua Enciclica inaugurale (Redemptor hominis, 1979). Prima di lui San Paolo VI aveva ricordato, anch’egli nell’Enciclica programmatica e secondo la lezione del Concilio, che la familiarità della Chiesa si estende per cerchi concentrici ad ogni uomo: persino a chi si ritiene estraneo alla fede e all’adorazione di Dio (cfr Enc. Ecclesiam suam, 1964). La Chiesa ospita e custodisce i segni della benedizione e della misericordia che sono destinati da Dio per ogni essere umano che viene in questo mondo.

Riconoscere i segni di speranza

8. In questa missione ci sono di incoraggiamento i segni dell’operare di Dio nel tempo attuale. Essi vanno riconosciuti, evitando che l’orizzonte venga oscurato dagli aspetti negativi. In questa ottica San Giovanni Paolo II registrava i gesti di accoglienza e di difesa della vita umana, il diffondersi di una sensibilità contraria alla guerra e alla pena di morte, una crescente attenzione alla qualità della vita e all’ecologia. Egli indicava anche fra i segni di speranza la diffusione della bioetica, come «riflessione e dialogo – tra credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse religioni – su problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell’uomo» (Enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995, 27). La comunità scientifica della Pontificia Accademia per la Vita ha mostrato, nei suoi venticinque anni di storia, di inscriversi precisamente in questa prospettiva, offrendo il proprio apporto alto e qualificato. Ne sono testimonianza l’impegno per la promozione e la tutela della vita umana in tutto l’arco del suo svolgersi, la denuncia dell’aborto e della soppressione del malato come mali gravissimi, che contraddicono lo Spirito della vita e ci fanno sprofondare nell’anti-cultura della morte. Su questa linea occorre certamente continuare, con attenzione ad altre provocazioni che la congiuntura contemporanea offre per la maturazione della fede, per una sua più profonda comprensione e per più adeguata comunicazione agli uomini di oggi.

Il futuro dell’Accademia

9. Dobbiamo anzitutto abitare la lingua e le storie degli uomini e delle donne del nostro tempo, inserendo l’annuncio evangelico nell’esperienza concreta, come il Concilio Vaticano II ci ha indicato autorevolmente. Per cogliere il senso della vita umana, l’esperienza a cui riferirsi è quella che si può riconoscere nella dinamica della generazione. Si eviterà così di ridurre la vita o a un concetto solamente biologico o a un universale astratto dalle relazioni e dalla storia. L’appartenenza originaria alla carne precede e rende possibile ogni ulteriore consapevolezza e riflessione, scongiurando la pretesa del soggetto di essere origine a sé stesso. Possiamo solo diventare consapevoli di essere in vita una volta che già l’abbiamo ricevuta, prima di ogni nostra intenzione e decisione. Vivere significa necessariamente essere figli, accolti e curati, anche se talvolta in modo inadeguato. «Appare allora ragionevole gettare un ponte tra quella cura che si è ricevuta fin dall’inizio della vita, e che ha consentito ad essa di dispiegarsi in tutto l’arco del suo svolgersi, e la cura da prestare responsabilmente agli altri. […] Questo prezioso legame sta a presidio di una dignità, umana e teologale, che non cessa di vivere, neppure con la perdita della salute, del ruolo sociale e del controllo sul proprio corpo» (Lettera del Cardinale Segretario di Stato in occasione del Convegno sulle cure palliative, 28 febbraio 2018).

10. Noi sappiamo bene che la soglia del rispetto fondamentale della vita umana è violata oggi in modi brutali non solo da comportamenti individuali, ma anche dagli effetti di scelte e di assetti strutturali. L’organizzazione del profitto e il ritmo di sviluppo delle tecnologie offrono inedite possibilità di condizionare la ricerca biomedica, l’orientamento educativo, la selezione dei bisogni, la qualità umana dei legami. La possibilità di indirizzare lo sviluppo economico e il progresso scientifico all’alleanza dell’uomo e della donna, per la cura dell’umanità che ci è comune e per la dignità della persona umana, attinge certamente a un amore per la creazione che la fede ci aiuta ad approfondire e a illuminare. La prospettiva della bioetica globale, con la sua visione ampia e l’attenzione all’impatto dell’ambiente sulla vita e sulla salute, costituisce una notevole opportunità per approfondire la nuova alleanza del Vangelo e della creazione.

11. La comunanza nell’unico genere umano impone un approccio globale e chiede a noi tutti di affrontare le domande che si pongono nel dialogo tra le diverse culture e società che, nel mondo di oggi, sono sempre più strettamente a contatto. Possa l’Accademia per la Vita essere luogo coraggioso di questo confronto e dialogo a servizio del bene di tutti. Non abbiate paura di elaborare argomentazioni e linguaggi che siano spendibili in un dialogo interculturale e interreligioso, oltre che interdisciplinare. Partecipate alla riflessione sui diritti umani, che costituiscono uno snodo centrale nella ricerca di criteri universalmene condivisibili. È in gioco la comprensione e la pratica di una giustizia che mostri il ruolo irrinunciabile della responsabilità nel discorso sui diritti umani e la loro stretta correlazione con i doveri, a partire dalla solidarietà con chi è maggiormente ferito e sofferente. Papa Benedetto XVI ha molto insistito sull’importanza di «sollecitare una nuova riflessione su come i diritti presuppongano doveri senza i quali si trasformano in arbitrio. Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l’altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanità», fra i quali il Papa emerito menziona «la mancanza di cibo, di acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie elementari» (Enc. Caritas in veritate, 43).

12. Un ulteriore fronte su cui occorre sviluppare la riflessione è quello delle nuove tecnologie oggi definite “emergenti e convergenti”. Esse includono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, la robotica. Avvalendosi dei risultati ottenuti dalla fisica, dalla genetica e dalle neuroscienze, come pure della capacità di calcolo di macchine sempre più potenti, è oggi possibile intervenire molto profondamente nella materia vivente. Anche il corpo umano è suscettibile di interventi tali che possono modificare non solo le sue funzioni e prestazioni, ma anche le sue modalità di relazione, sul piano personale e sociale, esponendolo sempre più alle logiche del mercato. Occorre quindi anzitutto comprendere le trasformazioni epocali che si annunciano su queste nuove frontiere, per individuare come orientarle al servizio della persona umana, rispettando e promuovendo la sua intrinseca dignità. Un compito assai esigente, data la complessità e l’incertezza sugli sviluppi possibili, che richiede un discernimento ancora più attento di quanto è abitualmente auspicabile. Un discernimento che possiamo definire come «il sincero lavoro della coscienza, nel proprio impegno di conoscere il bene possibile in base a cui decidersi responsabilmente nel corretto esercizio della ragione pratica» (Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani, Documento finale, 27 ottobre 2018, 109). Un percorso di ricerca e di valutazione che avviene quindi attraverso le dinamiche della coscienza morale e che per il credente si svolge all’interno e alla luce della relazione con il Signore Gesù, assumendo la sua intenzionalità nell’agire e i suoi criteri di scelta (cfr Fil 2,5).

13. La medicina e l’economia, la tecnologia e la politica che vengono elaborate al centro della moderna città dell’uomo, devono rimanere esposte anche e soprattutto al giudizio che viene pronunciato dalle periferie della terra. Di fatto, le molte e straordinarie risorse messe a disposizione della creatura umana dalla ricerca scientifica e tecnologica rischiano di oscurare la gioia della condivisione fraterna e la bellezza delle imprese comuni, dal cui servizio ricavano in realtà il loro autentico significato. Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. Il respiro universale della fraternità che cresce nel reciproco affidamento – all’interno della cittadinanza moderna, come fra i popoli e le nazioni – appare molto indebolito. La forza della fraternità, che l’adorazione di Dio in spirito e verità genera fra gli umani, è la nuova frontiera del cristianesimo. Ogni dettaglio della vita del corpo e dell’anima in cui lampeggiano l’amore e il riscatto della nuova creatura che si va formando in noi, sorprende come il vero e proprio miracolo di una risurrezione già in atto (cfr Col 3,1-2). Il Signore ci doni di moltiplicare questi miracoli! La testimonianza di San Francesco d’Assisi, con la sua capacità di riconoscersi fratello di tutte le creature terrestri e celesti, ci ispiri nella sua perenne attualità. Il Signore vi conceda di essere pronti per questa nuova fase della missione, con le lampade cariche di olio dello Spirito, per illuminare la strada e guidare i vostri passi. I piedi di coloro che portano il lieto annuncio dell’amore di Dio per la vita di ciascuno e di tutti coloro che abitano la terra, sono bellissimi (cfr Is 52,7; Rm 10,15).

Dal Vaticano, 6 gennaio 2019

FRANCESCO

 


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Discorso del Santo Padre ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Lunedì 07 gennaio 2019

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE
PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI PER IL NUOVO ANNO

Sala Regia
Lunedì, 7 gennaio 2019


 

Eccellenze, Signore e Signori,

l’inizio di un nuovo anno ci consente di fermare per qualche istante il frenetico susseguirsi delle attività quotidiane per trarre alcune considerazioni sugli accadimenti passati e riflettere sulle sfide che ci attendono nel prossimo futuro. Vi ringrazio di essere presenti numerosi a questo nostro consueto incontro, che intende essere soprattutto l’occasione propizia per rivolgerci un pensiero cordiale e benaugurante. Attraverso di Voi, giunga la mia vicinanza ai popoli che rappresentate, unitamente all’augurio che l’anno appena iniziato porti pace e benessere a ciascun membro della famiglia umana.

Particolare gratitudine esprimo all’Ambasciatore di Cipro, S.E. il Signor George Poulides, per le cortesi parole che mi ha rivolto per la prima volta a nome di Voi tutti, in qualità di Decano del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. A ciascuno di Voi desidero indirizzare un particolare apprezzamento per l’opera che quotidianamente prestate nel consolidare le relazioni fra i Vostri rispettivi Paesi e Organizzazioni e la Santa Sede, ulteriormente rafforzate dalla sottoscrizione o ratifica di nuove intese.

Mi riferisco in particolare alla ratifica dell’Accordo Quadro tra la Santa Sede e la Repubblica del Benin sullo Statuto Giuridico della Chiesa Cattolica in Benin, nonché alla firma e alla ratifica dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di San Marino per l’Insegnamento della Religione cattolica nelle scuole pubbliche.

Nell’ambito multilaterale la Santa Sede ha ratificato pure la Convenzione Regionale dell’UNESCO sul riconoscimento delle qualifiche dell’insegnamento superiore in Asia e nel Pacifico, e nel marzo scorso ha aderito all’Accordo Parziale allargato sugli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, un’iniziativa che si prefigge di mostrare come la cultura sia al servizio della pace e rappresenti un fattore unificante delle diverse società europee, in grado di accrescere la concordia tra i popoli. Si tratta di un segno di particolare attenzione verso un’Organizzazione, di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario dalla fondazione, con la quale la Santa Sede collabora da molti decenni e di cui riconosce il ruolo specifico nella promozione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto, in uno spazio che vuole abbracciare l’intero Continente europeo. Infine, il 30 novembre scorso, lo Stato della Città del Vaticano è stato ammesso all’Area Unica per i Pagamenti in Euro (SEPA).

L’obbedienza alla missione spirituale, che sgorga dall’imperativo che il Signore Gesù ha rivolto all’apostolo Pietro: «Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15), spinge il Papa – e dunque la Santa Sede – a preoccuparsi dell’intera famiglia umana e delle sue necessità anche d’ordine materiale e sociale. Tuttavia, la Santa Sede non intende ingerire nella vita degli Stati, bensì ambisce ad essere un ascoltatore attento e sensibile alle problematiche che interessano l’umanità, con il sincero e umile desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano.

È questa premura che contraddistingue l’appuntamento odierno e che mi sostiene negli incontri con i molti pellegrini che giungono in Vaticano da ogni parte del mondo, come pure con i popoli e le comunità che ho avuto la gioia di raggiungere lo scorso anno attraverso i viaggi apostolici compiuti in Cile, Perù, Svizzera, Irlanda, Lituania, Lettonia ed Estonia.

È questa premura che spinge la Chiesa in ogni luogo ad adoperarsi per favorire l’edificazione di società pacifiche e riconciliate. In questa prospettiva penso particolarmente all’amato Nicaragua, la cui situazione seguo da vicino, con l’auspicio che le diverse istanze politiche e sociali trovino nel dialogo la strada maestra per confrontarsi per il bene dell’intera Nazione.

In tale orizzonte si colloca pure il consolidamento delle relazioni tra la Santa Sede e il Vietnam, in vista della nomina, nel prossimo futuro, di un Rappresentante Pontificio residente, la cui presenza vuole essere anzitutto una manifestazione della sollecitudine del Successore di Pietro per la Chiesa locale.

Analogamente si deve intendere la firma dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi in Cina, avvenuta il 22 settembre scorso. Come è noto, quest’ultimo è frutto di un lungo e ponderato dialogo istituzionale, mediante il quale si è giunti a fissare alcuni elementi stabili di collaborazione tra la Sede Apostolica e le Autorità civili. Come ho avuto modo di menzionare nel Messaggio che ho indirizzato ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale,[1] già in precedenza avevo riammesso nella piena comunione ecclesiale i restanti Vescovi ufficiali ordinati senza mandato pontificio, invitandoli a operare generosamente per la riconciliazione dei cattolici cinesi e per un rinnovato slancio di evangelizzazione. Ringrazio il Signore perché, per la prima volta dopo tanti anni, tutti i Vescovi in Cina sono in piena comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale. E un segno visibile di ciò è stata anche la partecipazione di due Vescovi dalla Cina Continentale al recente Sinodo dedicato ai giovani. Si auspica che il prosieguo dei contatti sull’applicazione dell’Accordo Provvisorio siglato contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa.

Cari Ambasciatori,

l’anno appena iniziato vede affacciarsi diversi significativi anniversari, oltre a quello del Consiglio d’Europa pocanzi ricordato. Tra questi vorrei menzionarne particolarmente uno: il centenario della Società delle Nazioni, istituita con il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919. Perché ricordare un’Organizzazione che oggi non esiste più? Perché essa rappresenta l’inizio della moderna diplomazia multilaterale, mediante la quale gli Stati tentano di sottrarre le relazioni reciproche alla logica della sopraffazione che conduce alla guerra. L’esperimento della Società delle Nazioni conobbe ben presto quelle difficoltà, a tutti note, che portarono esattamente vent’anni dopo la sua nascita a un nuovo e più lacerante conflitto, quale fu la Seconda Guerra Mondiale. Nondimeno essa ha aperto una strada, che verrà percorsa con maggiore decisione con l’istituzione nel 1945 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: una strada sicuramente irta di difficoltà e di contrasti; non sempre efficace, poiché i conflitti purtroppo permangono anche oggi; ma pur sempre un’innegabile opportunità per le Nazioni di incontrarsi e di ricercare soluzioni comuni.

Premessa indispensabile del successo della diplomazia multilaterale sono la buona volontà e la buona fede degli interlocutori, la disponibilità a un confronto leale e sincero e la volontà di accettare gli inevitabili compromessi che nascono dal confronto tra le Parti. Laddove anche uno solo di questi elementi viene a mancare, prevale la ricerca di soluzioni unilaterali e, in ultima istanza, la sopraffazione del più forte sul più debole. La Società delle Nazioni entrò in crisi proprio per questi motivi e, purtroppo, si nota che i medesimi atteggiamenti anche oggi stanno insidiando la tenuta delle principali Organizzazioni internazionali.

Ritengo dunque importante che anche nel tempo presente non venga meno la volontà di un confronto sereno e costruttivo fra gli Stati, pur essendo evidente come i rapporti in seno alla comunità internazionale, e il sistema multilaterale nel suo complesso, stiano attraversando momenti di difficoltà, con il riemergere di tendenze nazionalistiche, che minano la vocazione delle Organizzazioni internazionali ad essere spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi. Ciò è in parte dovuto a una certa incapacità del sistema multilaterale di offrire soluzioni efficaci a diverse situazioni da tempo irrisolte, come alcuni conflitti “congelati”, e di affrontare le sfide attuali in modo soddisfacente per tutti. In parte, è il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo. In parte, è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli. In parte, è la conseguenza della reazione in alcune aree del mondo ad una globalizzazione sviluppatasi per certi versi troppo rapidamente e disordinatamente, così che tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna dunque prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale. Dinanzi all’idea di una “globalizzazione sferica”, che livella le differenze e nella quale le particolarità sembrano scomparire, è facile che riemergano i nazionalismi, mentre la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è “poliedrica”, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto è superiore alla parte.[2]

Alcuni di questi atteggiamenti rimandano al periodo tra le due guerre mondiali, durante il quale le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni. Il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni.

Nel suo memorabile discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite – il primo di un Pontefice dinanzi a quel consesso – san Paolo VI, che ho avuto la gioia di canonizzare lo scorso anno, tracciò le finalità della diplomazia multilaterale, le sue caratteristiche e responsabilità nel contesto contemporaneo, evidenziando anche gli elementi di contatto che esistono con la missione spirituale del Papa e dunque della Santa Sede.

Il primato della giustizia e del diritto

Il primo elemento di contatto che vorrei richiamare è il primato della giustizia e del diritto: «Voi – diceva Papa Montini – sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall’inganno».[3]

Nella nostra epoca, preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia, anche attraverso le Corti internazionali. Tale atteggiamento è talvolta frutto della reazione di quanti sono chiamati a responsabilità di governo dinanzi a un accentuato malessere che sempre più si sta sviluppando tra i cittadini di non pochi Paesi, i quali percepiscono le dinamiche e le regole che governano la comunità internazionale come lente, astratte e in ultima analisi lontane dalle loro effettive necessità. È opportuno che le personalità politiche ascoltino le voci dei propri popoli e che ricerchino soluzioni concrete per favorirne il maggior bene. Ciò esige tuttavia il rispetto del diritto e della giustizia tanto all’interno delle comunità nazionali che in seno a quella internazionale, perché soluzioni reattive, emotive e affrettate potranno sì accrescere un consenso di breve respiro, ma non contribuiranno di certo alla soluzione dei problemi più radicali, anzi li aumenteranno.

Proprio a partire da questa preoccupazione ho inteso dedicare il Messaggio per la LII Giornata Mondiale della Pace, celebratasi lo scorso 1° gennaio, al tema: “La buona politica è al servizio della pace”, poiché vi è un’intima relazione fra la buona politica e la pacifica convivenza fra i popoli e le nazioni. La pace non è mai un bene parziale, ma abbraccia tutto il genere umano. Un aspetto essenziale, dunque, della buona politica è quello di perseguire il bene comune di tutti, in quanto «bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo»[4] e condizione sociale che permette a ciascuna persona e all’intera comunità di raggiungere il proprio benessere materiale e spirituale.

Alla politica è richiesto di essere lungimirante, di non limitarsi a cercare soluzioni di corto respiro. Il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi; egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto, alla cui base vi è «la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida». Essa «diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita».[5]

Tale considerazione tiene conto dalla dimensione trascendente della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio. Il rispetto, dunque, della dignità di ogni essere umano è la premessa indispensabile per ogni convivenza realmente pacifica, e il diritto costituisce lo strumento essenziale per il conseguimento della giustizia sociale e per alimentare vincoli fraterni tra i popoli. In quest’ambito, un ruolo fondamentale è svolto dai diritti umani, enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui abbiamo da poco celebrato il 70° anniversario, il cui carattere universale, oggettivo e razionale sarebbe opportuno riscoprire, affinché non prevalgano visioni parziali e soggettive dell’uomo, le quali rischiano di aprire la via a nuove disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e, in estremo, anche a nuove violenze e soprusi.

La difesa dei più deboli

Il secondo elemento che vorrei ricordare è la difesa dei deboli. «Noi facciamo Nostra – affermava Papa Montini – la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso».[6]

La Chiesa è da sempre impegnata nel sovvenire chi è nel bisogno e la Santa Sede stessa si è fatta, nel corso di questi anni, promotrice di diversi progetti a sostegno dei più deboli, che hanno ricevuto appoggio anche da diversi soggetti a livello internazionale. Tra questi vorrei citare l’iniziativa umanitaria in Ucraina in favore della popolazione sofferente, soprattutto nelle regioni orientali del Paese, a causa del conflitto che perdura da quasi cinque anni e che ha avuto alcuni recenti preoccupanti sviluppi nel Mar Nero. Con un’attiva partecipazione delle Chiese cattoliche d’Europa e dei fedeli di altre parti del mondo che hanno raccolto il mio appello del maggio 2016, e con la collaborazione di altre Confessioni e delle Organizzazioni internazionali, si è cercato di venire incontro, in modo concreto, alle prime necessità degli abitanti dei territori colpiti, che sono le prime vittime della guerra. La Chiesa e le sue varie istituzioni proseguiranno questa loro missione, nell’intento di attirare una maggiore attenzione anche su altre questioni umanitarie, tra cui quella riguardante la sorte dei prigionieri, tuttora numerosi. Col proprio operato e la vicinanza alla popolazione, la Chiesa cerca di incoraggiare, direttamente e indirettamente, percorsi pacifici per la soluzione del conflitto, percorsi rispettosi della giustizia e della legalità, compresa quella internazionale, fondamento della sicurezza e della convivenza nell’intera regione. A tal fine, sono importanti gli strumenti che garantiscono il libero esercizio dei diritti religiosi.

Da parte sua, anche la comunità internazionale con le sue organizzazioni è chiamata a dare voce a chi non ha voce. E tra i senza voce del nostro tempo vorrei ricordare le vittime delle altre guerre in corso, specialmente di quella in Siria, con l’immenso numero di morti che ha causato. Ancora una volta faccio appello alla comunità internazionale perché si favorisca una soluzione politica ad un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti. Soprattutto è fondamentale che cessino le violazioni del diritto umanitario, che provocano indicibili sofferenze alla popolazione civile, specialmente donne e bambini, e colpiscono strutture essenziali come gli ospedali, le scuole e i campi-profughi, nonché gli edifici religiosi.

Non si possono poi dimenticare i numerosi profughi che il conflitto ha causato, mettendo anzitutto a dura prova i Paesi limitrofi. Ancora una volta voglio esprimere gratitudine alla Giordania e al Libano che hanno accolto con spirito fraterno e con non pochi sacrifici, numerose schiere di persone, esprimendo in pari tempo l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate. Il mio pensiero va pure ai diversi Paesi europei che hanno generosamente offerto ospitalità a chi si è trovato in difficoltà e pericolo.

Tra quanti sono stati toccati dall’instabilità che da anni coinvolge il Medio Oriente vi sono specialmente i cristiani, che abitano quelle terre dai tempi degli Apostoli e che nei secoli hanno contribuito a edificarle e forgiarle. È oltremodo importante che i cristiani abbiano un posto nel futuro della Regione, e dunque incoraggio quanti hanno cercato rifugio in altri luoghi di fare il possibile per ritornare alle loro case e comunque a mantenere e a rinsaldare i legami con le comunità d’origine. In pari tempo, auspico che le autorità politiche non manchino di garantire loro la necessaria sicurezza e tutti gli altri requisiti che permettano ad essi di continuare a vivere nei Paesi di cui sono cittadini a pieno titolo e contribuire alla loro costruzione.

Purtroppo, nel corso di questi anni, la Siria e in generale tutto il Medio Oriente si sono trovati ad essere teatro di scontro di molteplici interessi contrapposti. Oltre a quelli preminenti di natura politica e militare, non bisogna tralasciare pure il tentativo di frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani. Anche se «nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani»,[7] in diversi luoghi del Medio Oriente essi hanno potuto per lungo tempo convivere pacificamente. Prossimamente avrò l’occasione di recarmi in due Paesi a maggioranza musulmana, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratterà di due importanti opportunità per sviluppare ulteriormente il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra i fedeli di entrambe le religioni, nell’ottavo centenario dello storico incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kāmil.

Tra i deboli del nostro tempo che la comunità internazionale è chiamata a difendere ci sono, insieme ai rifugiati, anche i migranti. Ancora una volta desidero richiamare l’attenzione dei Governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici, e affinché si facilitino le misure che permettono la loro integrazione sociale nei Paesi di accoglienza. Occorre poi che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani. Ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali.

Non posso dunque che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti. Tra questi desidero menzionare la Colombia, che, insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela. In pari tempo, sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito. Tuttavia, ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali. Le recenti emergenze hanno mostrato che è necessaria una risposta comune,concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati.

In tale prospettiva, la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare. In particolare, il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo. Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech, i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo. Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone.

Tra gli altri deboli, «sentiamo di fare Nostra – continuava Paolo VI – la voce […] dei giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità».[8] Ai giovani, che tante volte si sentono smarriti e privi di certezze per l’avvenire, è stata dedicata la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Essi saranno pure i protagonisti del viaggio apostolico che compirò a Panama tra qualche giorno in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù. I giovani sono il futuro, e compito della politica è aprire le strade del futuro. Per questo è quanto mai necessario investire in iniziative che permettano alle prossime generazioni di costruirsi un avvenire, avendo la possibilità di trovare lavoro, formare una famiglia e crescere dei figli.

Accanto ai giovani meritano particolare menzione i fanciulli, specialmente in quest’anno in cui ricorre il 30° anniversario dell’adozione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Si tratta di un’occasione propizia per una seria riflessione sui passi compiuti per vigilare sul bene dei nostri piccoli e sul loro sviluppo sociale e intellettuale, come pure sulla loro crescita fisica, psichica e spirituale. In questa circostanza non posso tacere una delle piaghe del nostro tempo, che purtroppo ha visto protagonisti anche diversi membri del clero. Gli abusi contro i minori costituiscono uno dei crimini più vili e nefasti possibili. Essi spazzano via inesorabilmente il meglio di ciò che la vita umana riserva ad un innocente, arrecando danni irreparabili per il resto dell’esistenza. La Santa Sede e la Chiesa tutta intera si stanno impegnando per combattere e prevenire tali delitti e il loro occultamento, per accertare la verità dei fatti in cui sono coinvolti ecclesiastici e per rendere giustizia ai minori che hanno subìto violenze sessuali, aggravati da abusi di potere e di coscienza. L’incontro che avrò con gli episcopati di tutto il mondo nel prossimo febbraio intende essere un ulteriore passo nel cammino della Chiesa per fare piena luce sui fatti e lenire le ferite causate da tali delitti.

Duole constatare che nelle nostre società, tante volte caratterizzate da contesti familiari fragili, si sviluppano comportamenti violenti anche nei confronti delle donne, la cui dignità è stata al centro della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata trent’anni or sono dal santo Pontefice Giovanni Paolo II. Davanti alla piaga degli abusi fisici e psicologici sulle donne, c’è l’urgenza di riscoprire forme di relazioni giuste ed equilibrate, basate sul rispetto e sul riconoscimento reciproci, nelle quali ciascuno possa esprimere in modo autentico la propria identità, mentre la promozione di talune forme di indifferenziazione rischia di snaturare lo stesso essere uomo o donna.

L’attenzione per i più deboli ci spinge a riflettere anche su un’altra piaga del nostro tempo, ovvero le condizioni dei lavoratori. Se non adeguatamente tutelato, il lavoro cessa di essere il mezzo attraverso il quale l’uomo si realizza e diventa una moderna forma di schiavitù. Cento anni fa nasceva l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che si è adoperata per favorire condizioni adeguate di lavoro e accrescere la dignità degli stessi lavoratori. Dinanzi alle sfide del nostro tempo, prime fra tutte il crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e il venir meno di garanzie economiche e sociali per i lavoratori, esprimo l’auspicio che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro continui ad essere, al di là degli interessi parziali, esempio di dialogo e concertazione per il raggiungimento dei suoi alti obiettivi. In questa sua missione essa è chiamata ad affrontare, con altre istanze della comunità internazionale, anche la piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di schiavitù, così come una progressiva diminuzione del valore delle retribuzioni, specialmente nei Paesi sviluppati, e la persistente discriminazione delle donne negli ambiti lavorativi.

Essere ponte tra i popoli e costruttori della pace

Nel suo intervento alle Nazioni Unite, san Paolo VI indicò chiaramente l’obiettivo principale di quella Organizzazione internazionale. «Voi – disse – esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; […] per mettere insieme gli uni con gli altri. […] Siete un ponte fra i Popoli. […] Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! […] E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace».[9]

Nel corso dell’ultimo anno vi sono stati alcuni significativi segnali di pace, a cominciare dallo storico Accordo tra Etiopia ed Eritrea, che pone fine a vent’anni di conflitto e ripristina le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Anche l’intesa sottoscritta dai leader del Sud Sudan, che consente di riprendere la convivenza civile e di riattivare il funzionamento delle istituzioni nazionali, è un segno di speranza per il Continente africano, dove tuttavia permangono gravi tensioni e diffusa povertà. Seguo con speciale attenzione l’evolversi della situazione nella Repubblica Democratica del Congo, esprimendo l’auspicio che il Paese possa ritrovare la riconciliazione che da tempo attende e intraprendere un deciso cammino verso lo sviluppo, ponendo fine al persistente stato di insicurezza che interessa milioni di persone, tra cui tanti bambini. A tal fine, il rispetto del risultato elettorale è fattore determinante per una pace sostenibile. Parimenti esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono a causa della violenza fondamentalista, specialmente in Mali, Niger e Nigeria, o per le perduranti tensioni interne al Camerun che seminano non di rado morte anche tra la popolazione civile.

Nel complesso, occorre pure rilevare che l’Africa, al di là di diverse drammatiche vicende, rivela un potenziale dinamismo positivo, radicato nella sua antica cultura e tradizionale accoglienza. Un esempio di solidarietà effettiva tra le Nazioni è costituito dall’apertura delle frontiere in diversi Paesi per accogliere generosamente i rifugiati e gli sfollati. È da apprezzare il fatto che in molti Stati cresce la pacifica convivenza tra credenti di diverse religioni e si favoriscono iniziative solidali comuni. Inoltre, l’implementazione di politiche inclusive e i progressi dei processi democratici stanno dando, in molteplici regioni, risultati efficaci per combattere la povertà assoluta e promuovere la giustizia sociale. Il sostegno della comunità internazionale si rende, dunque, ancora più urgente per favorire lo sviluppo delle infrastrutture, la costruzione di prospettive per le giovani generazioni e l’emancipazione delle fasce più deboli.

Segnali positivi sono giunti dalla penisola coreana. La Santa Sede guarda con favore ai dialoghi e si augura che possano affrontare anche le questioni più complesse con atteggiamento costruttivo e condurre a soluzioni condivise e durature, così da assicurare un futuro di sviluppo e di cooperazione per l’intero popolo coreano e per tutta la Regione.

Analogo auspicio formulo per l’amato Venezuela, affinché si trovino vie istituzionali e pacifiche per dare soluzione alla crisi politica, sociale ed economica, vie che consentano innanzitutto di assistere quanti sono provati dalle tensioni di questi anni e offrire a tutto il popolo venezuelano un orizzonte di speranza e di pace.

La Santa Sede auspica pure che possa riprendere il dialogo fra Israeliani e Palestinesi, così che si riesca finalmente a raggiungere un’intesa e dare risposta alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, garantendo la convivenza di due Stati e il conseguimento di una pace lungamente attesa e desiderata. L’impegno concorde della comunità internazionale è quanto mai prezioso e necessario per conseguire tale obiettivo, come pure per favorire la pace nell’intera Regione, particolarmente dello Yemen e dell’Iraq, e permettere nel medesimo tempo di recare i necessari aiuti umanitari alle popolazioni bisognose.

Ripensare al nostro destino comune

Infine, vorrei richiamare un quarto tratto della diplomazia multilaterale: essa ci invita a ripensare il nostro destino comune. Paolo VI lo ebbe a dire in questi termini: «Dobbiamo abituarci a pensare […] in maniera nuova la convivenza dell’umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo. […] È l’ora in cui […] ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un’epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l’appello alla coscienza morale dell’uomo! Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza. […] Il pericolo vero sta nell’uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!».[10]

Nel contesto dell’epoca, il Pontefice si riferiva essenzialmente alla proliferazione delle armi nucleari. «Le armi – diceva –, quelle terribili specialmente, che la scienza moderna [ci] ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli».[11]

Purtroppo, duole constatare che non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto, ma anzi che vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi, tanto da parte dei singoli che da parte degli Stati. Preoccupa specialmente che il disarmo nucleare, ampiamente auspicato e in parte perseguito nei decenni passati, stia ora lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive. In questa sede, intendo ribadire che «non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso – mi viene da dire l’immoralità del loro uso – nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà».[12]

Ripensare il nostro destino comune nel contesto attuale significa anche ripensare il rapporto col nostro Pianeta. Anche quest’anno indicibili disagi e sofferenze provocate da alluvioni, inondazioni, incendi, terremoti e siccità hanno colpito duramente le popolazioni di varie regioni del continente americano e del sud-est asiatico. Tra le questioni su cui è particolarmente urgente trovare un accordo in seno alla comunità internazionale vi è dunque la cura dell’ambiente e il cambiamento climatico. Al riguardo, anche alla luce del consenso raggiunto alla recente Conferenza internazionale sul clima (COP-24) svoltasi a Katowice, auspico un impegno più deciso da parte degli Stati a rafforzare la collaborazione nel contrastare con urgenza il preoccupante fenomeno del riscaldamento globale. La Terra è di tutti e le conseguenze del suo sfruttamento ricadono su tutta la popolazione mondiale, con effetti più drammatici in alcune regioni. Tra queste vi è l’Amazzonia, che sarà al centro della prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi prevista in Vaticano nel mese di ottobre, la quale, pur trattando principalmente dei cammini di evangelizzazione per il popolo di Dio, non mancherà anche di affrontare le problematiche ambientali in stretto rapporto con le ricadute sociali.

Eccellenze, Signore e Signori,

il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. Da lì a pochi mesi si sarebbe posto fine all’ultimo retaggio del secondo conflitto mondiale: la lacerante divisione dell’Europa decisa a Yalta e la guerra fredda. I Paesi a est della cortina di ferro ritrovarono la libertà dopo decenni di oppressione e molti di essi iniziarono a incamminarsi lungo la strada che li avrebbe portati ad aderire all’Unione Europea. Nel contesto attuale, in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici – primo fra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra.

Un ultimo anniversario vorrei, infine, menzionare quest’oggi. L’11 febbraio di novant’anni fa nasceva lo Stato della Città del Vaticano, in seguito alla firma dei Patti Lateranensi fra la Santa Sede e l’Italia. Si chiudeva così il lungo periodo della “questione romana” seguito alla presa di Roma e alla fine dello Stato Pontificio. Con il Trattato Lateranense la Santa Sede poteva disporre di «quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l’esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini»,[13] come ebbe ad affermare Pio XI, e con il Concordato la Chiesa poté nuovamente contribuire appieno alla crescita spirituale e materiale di Roma e di tutta l’Italia, una terra ricca di storia, di arte e di cultura, che il cristianesimo ha contribuito a forgiare. In questa ricorrenza, assicuro al popolo italiano una speciale preghiera affinché, nella fedeltà alle proprie tradizioni, mantenga vivo quello spirito di fraterna solidarietà che lo ha lungamente contraddistinto.

A tutti Voi, cari Ambasciatori e distinti Ospiti qui convenuti, e ai Vostri Paesi formulo il mio cordiale augurio che il nuovo anno consenta di rafforzare i vincoli di amicizia che ci legano e di adoperarci per edificare la pace a cui il mondo aspira.

Grazie!


[1] Cfr Messaggio ai Cattolici cinesi e alla Chiesa universale, 26 settembre 2018, n. 3.

[2] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 234.

[3] Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, New York, 4 ottobre 1965, 2.

[4] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 165.

[5] Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 228.

[6] Discorso alle Nazioni Unite, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Dich. Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, 28 ottobre 1965, 3.

[8] Discorso alle Nazioni Unite, 1.

[9] Ibid., 3; 5.

[10] Ibid., 7.

[11] Ibid., 5.

[12] Discorso ai partecipanti al Simposio Internazionale sul Disarmo promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 10 novembre 2017.

[13] Pio XI, Alloc. “Il nostro più cordiale”ai Parroci di Roma ed ai Predicatori del periodo quaresimale in occasione della firma del Trattato e del Concordato nel Palazzo Lateranense, 11 febbraio 1929.

 


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La buona politica è al servizio della pace. Messaggio di Papa Francesco per la Giornata della Pace. 01 Gennaio 2019

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
LII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2019

 

La buona politica è al servizio della pace

 

1. “Pace a questa casa!”

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).

Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana.[1] La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.

Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

2. La sfida della buona politica

La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy;[2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere ad ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

«Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».[3]

In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

3. Carità e virtù umane per una politica al servizio dei diritti umani e della pace

Papa Benedetto XVI ricordava che «ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. […] Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. […] L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».[4] È un programma nel quale si possono ritrovare tutti i politici, di qualunque appartenenza culturale o religiosa che, insieme, desiderano operare per il bene della famiglia umana, praticando quelle virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà.

A questo proposito meritano di essere ricordate le “beatitudini del politico”, proposte dal Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyễn Vãn Thuận, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.

Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.

Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.

Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.

Beato il politico che realizza l’unità.

Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.

Beato il politico che sa ascoltare.

Beato il politico che non ha paura.[5]

Ogni rinnovo delle funzioni elettive, ogni scadenza elettorale, ogni tappa della vita pubblica costituisce un’occasione per tornare alla fonte e ai riferimenti che ispirano la giustizia e il diritto. Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza.

4. I vizi della politica

Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi, dovuti sia ad inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni. È chiaro a tutti che i vizi della vita politica tolgono credibilità ai sistemi entro i quali essa si svolge, così come all’autorevolezza, alle decisioni e all’azione delle persone che vi si dedicano. Questi vizi, che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio.

5. La buona politica promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro

Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona. «Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere. Dio non ha voluto che essa uccida (cfr Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere. Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo».[6]

Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.

6. No alla guerra e alla strategia della paura

Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati. La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

7. Un grande progetto di pace

Celebriamo in questi giorni il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo in proposito l’osservazione del Papa San Giovanni XXIII: «Quando negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».[7]

La pace, in effetti, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:

– la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”;

– la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;

– la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.

La politica della pace, che ben conosce le fragilità umane e se ne fa carico, può sempre attingere dallo spirito del Magnificat che Maria, Madre di Cristo Salvatore e Regina della Pace, canta a nome di tutti gli uomini: «Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; […] ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,50-55).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2018

Francesco


[1] Cfr Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

[2] Cfr Le Porche du mystère de la deuxième vertu, Paris 1986.

[3] Lett. ap. Octogesima adveniens (14 maggio 1971), 46.

[4] Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 7.

[5] Cfr Discorso alla mostra-convegno “Civitas” di Padova: “30giorni”, n. 5 del 2002.

[6] Benedetto XVI, Discorso alle Autorità del Benin, Cotonou, 19 novembre 2011.

[7] Enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 24.

 


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Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale per la Cura del Creato. 01.09.2018

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO

1 SETTEMBRE 2018

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Discorso del Santo Padre alla Pontificia Accademia per la Vita. Lunedì, 25 giugno 2018

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA
PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

Sala Clementina
Lunedì, 25 giugno 2018

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Discorso del Santo Padre ai membri della Fondazione Gravissimum Educationis. Lunedì, 25 giugno 2018

In un discorso davanti ai partecipanti all’incontro “Educare e trasformare”, promosso dalla Fondazione Gravissimum Educationis, Papa Francesco ha invitato la comunità educativa cattolica a “globalizzare la speranza”.

“Solo cambiando educazione il mondo può essere cambiato”, ha affermato il Santo Padre. “Per fare questo vorrei proporre alcuni suggerimenti.”

1- “Primo, ‘Fare rete’. Fare rete significa riunire le istituzioni scolastiche e universitarie per migliorare l’iniziativa educativa e di ricerca e condividere conoscenze, scienze e discipline per affrontare sfide complesse con interdisciplinarietà e trans-disciplina”.

D’altra parte, fare rete significa anche  “fare della scuola una comunità educante in cui insegnanti e studenti non sono solo legati dal piano didattico, ma anche da un programma di vita ed esperienza in grado di educare la reciprocità tra le diverse generazioni “. La scuola può essere un luogo di incontro e di dialogo.

2- In secondo luogo, il Pontefice ha affermato che l’educazione è anche chiamata “non essere derubata della speranza”.

“Siamo chiamati a non perdere la speranza perché dobbiamo dare speranza al mondo globale di oggi. “Globalizzare la speranza” e “sostenere le speranze della globalizzazione” sono impegni fondamentali della missione di educazione cattolica “.

“Dobbiamo dare un’anima al mondo globale attraverso una formazione intellettuale e morale che sappia favorire le cose buone che la globalizzazione ha e correggere quelle negative”.

3- Successivamente, Francesco ha illustrato tre criteri essenziali che i progetti educativi devono possedere per essere efficaci: identità, qualità e aderenza al bene comune.

“L’identità richiede coerenza e continuità con la missione di scuole, università e centri di ricerca nati, promossi e accompagnati dalla Chiesa e aperti a tutti. Questi valori sono fondamentali per inserirsi nel percorso tracciato dalla civiltà cristiana e dalla missione evangelizzatrice della Chiesa “.

D’altra parte, “la qualità è il segnale sicuro per illuminare tutte le iniziative di studio, ricerca e istruzione”.

Infine, “l’obiettivo del bene comune non può mancare. Nella nostra società multiculturale è necessario allargare gli orizzonti del bene comune ed educare tutti all’appartenenza alla famiglia umana “.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE “GRAVISSIMUM EDUCATIONIS”

Sala del Concistoro
Lunedì, 25 giugno 2018

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Incontro del Santo Padre con la Delegazione del Forum delle Associazioni familiari. Sabato, 16 giugno 2018

INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
CON LA DELEGAZIONE DEL FORUM DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Sala Clementina
Sabato, 16 giugno 2018

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Discorso del Santo Padre ai dirigenti delle principali imprese del settore petrolifero e altre attività imprenditoriali collegate all’energia. 09 giugno 2018

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO
PER DIRIGENTI DELLE PRINCIPALI IMPRESE DEL SETTORE PETROLIFERO,
DEL GAS NATURALE E DI ALTRE ATTIVITÀ IMPRENDITORIALI COLLEGATE ALL’ENERGIA

Sala Clementina
Sabato, 9 giugno 2018

Visualizza il testo del discorso

Discorso del Santo Padre alla Federazione internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici (FIAMC). 28 Maggio 2018

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DELLA FEDERAZIONE INTERNAZIONALE
DELLE ASSOCIAZIONI DEI MEDICI CATTOLICI (FIAMC)

Sala dei Papi
Lunedì, 28 maggio 2018

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