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SOLE-24 ORE, GOTTI TEDESCHI: NASCITE DA SOSTENERE 04 Luglio 2020

ROMA – La notizia che la caduta della natalità potrebbe assumere una nuova accelerazione in Italia con l’uscita dall’emergenza Covid-19 non sorprende Ettore Gotti Tedeschi, l’economista e banchiere che già diversi anni fa, ben prima di assumere la presidenza dello Ior tra il 2009 e il 2012, aveva ammonito sulle conseguenze morali, prima ancora che economiche, di una popolazione con tassi di fecondità negativi. “Abbiamo voluto arrivare a questo punto – spiega al Sole24Ore – perché è chiaro ormai da cinquant’anni che il calo del tasso di natalità si accompagna un calo della crescita economica. Si tratta di un risultato voluto, direi perseguito in una prospettiva culturale e morale che ha sempre negato la natalità come un fatto naturale dell’uomo. E se freni la natura la modifichi, crei scompensi. Il crollo voluto delle nascite in Italia e nell’Occidente ha generato effetti sempre più negativi, fino a questa pandemia”.

In effetti secondo l’Istat ormai per il 67% il calo delle nascite dipende dal fatto che si è ridotta la popolazione femminile in età feconda.

Certamente siamo difronte a una transizione demografica strutturale. Solo una presa di coscienza culturale e morale può frenare questa tendenza ma servirà una generazione per farlo, sempre che lo si voglia fare. Io sono convinto che non lo si voglia.

Dal Rapporto Istat si apprende però che il numero di figli che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese.

Io non sto dicendo che non ci sono rimedi, che non si possano adottare politiche per la natalità. Si potevano e dovevano adottare prima, per esempio dal Duemila, quando abbiamo raggiunto il picco della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni produttive, con conseguente perdita di competitività. Non si può pensare che un’economia possa andare avanti solo con il consumismo individuale che supplisce al calo delle nascite. E oggi è troppo tardi.

A pesare sulle scelte delle famiglie ora oltre la crisi c’è l’incertezza sul futuro.

E c’è un silenzio assoluto delle autorità morali. Oggi la Chiesa non parla più di figli e di nascite. Il messaggio della Genesi, andate e moltiplicatevi, è stato sostituito da altri messaggi: si parla di ambiente, di immigrazione, di povertà. Non di figli, non si parla più di figli come un dono di Dio. I vescovi dicono che sono i migranti un dono di Dio.

C’è un problema di emergenza demografica nei paesi più arretrati. In Italia il numero di figli per donne della generazione 1978 era 1,43 oggi in quei paesi siamo al 2,2-2,3

Negli anni Settanta la popolazione mondiale era di 4 miliardi, due vivevano nei paesi più ricchi e due in quelli poveri o emergenti. Oggi siamo 7,5 miliardi, con cinque che vivono nei paesi ex-poveri o in via di sviluppo e gli altri due sempre nei paesi ricchi. Statistiche Onu su lunghe serie storiche dimostrano che a una crescita delle natalità segue una crescita dell’economia superiore fino a 40 volte quelle della popolazione. Ma ripeto, qui non stiamo parlando di matematica o di economia, il crollo delle nascite è una questione morale che riguarda l’Occidente e il suo declino.

In questi anni si è molto parlato delle politiche per la famiglia adottate in Francia come modello cui guardare.

La Francia a differenza dell’Italia ha una cultura laica e una Costituzione, quella del 1905, laicista. Eppure ha adottato per tempo politiche di sostegno della natalità. A differenza dell’Italia, che con la sua cultura cattolica ha abbandonato il tema da molti anni. Qui da noi si parla per esempio di paternità responsabile dai tempi del Concilio vaticano II, si sostiene che fare troppi figli non è giusto, e lo dicono anche le coppie cattoliche. Lo ripeto, da cinquant’anni è in atto questa tendenza, ed è voluta. Non è una conseguenza del destino. Cambiare si può con le giuste politiche ma serve una volontà morale e culturale che io oggi purtroppo non vedo.

 

Il ddl Zan & C. produrrebbe l’effetto di rovesciare l’ordine etico della società. Intervista a Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita.

Il ddl Zan & C. produrrebbe l’effetto di rovesciare l’ordine etico della società

In Parlamento si discute sul testo unificato che contiene il Ddl contro l’omotransfobia. Quali saranno le ricadute se dovesse diventare legge? Cosa si potrà dire e cosa no? Avremo ancora un diritto d’opinione o questo segnerà la fine del libero pensiero? Ne abbiamo parlato con Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita.

di Ida Giangrande

(www.puntofamiglia.net)

 

Il quotidiano Avvenire ha ospitato l’onorevole Alessandro Zan per spiegare che il testo unificato delle proposte di legge in materia di omotransfobia non sono liberticide e che per i cattolici non c’è nessun problema per quanto riguarda il diritto d’opinione e di credo religioso. L’hanno convinta le rassicurazioni dell’on. Zan?

In effetti l’on. Zan ha precisato che l’estensione dell’attuale art.604 bis del Codice penale non riguarderebbe la «propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico». Sembrerebbe, quindi, che in caso di approvazione delle modifiche proposte, ai cattolici sarà possibile affermare che gli eterosessuali sono superiori agli omosessuali o, se si preferisce, che gli omosessuali sono inferiori agli eterosessuali. Sarebbe inoltre consentito, sempre secondo Zan, affermare pubblicamente che l’omosessualità è una «grave depravazione», come sancisce il punto 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica. Bene, questo ci tranquillizza. Ciò che, invece, ci lascia alquanto perplessi è il secondo aspetto del ragionamento di Zan. Secondo il deputato del PD, infatti, ciò che verrebbe punito è la discriminazione o l’istigazione alla discriminazione basata su motivi di genere, orientamento sessuale e identità di genere, e la violenza o la provocazione alla violenza basata sempre sui predetti motivi.

Quali sono gli elementi che la lasciano perplessa circa la discriminazione e la violenza?

Ci sono due obiezioni che subito mi vengono in mente. La prima riguarda la definizione del concetto di discriminazione che la proposta di legge non chiarisce. E non è un problema da poco se si formulano alcune ipotesi che certamente interessano cattolici e relativa Chiesa. Se, per esempio, il Rettore di un Seminario diocesano decidesse di non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità, integrerebbe evidentemente un atto di discriminazione sanzionabile ai sensi dell’art. 604 bis, lett. a) del Codice penale, secondo la riforma voluta da Zan. Stessa cosa se un parroco decidesse di non dare un incarico pastorale ad un omosessuale convivente e militante per i diritti LGBT, o decidesse di non affidare i ragazzi dell’oratorio per un campo estivo ad un responsabile scout che si trovasse nelle stesse condizioni. Nell’identica situazione di troverebbe un parroco che rifiutasse la provocazione di due lesbiche conviventi e militanti per i diritti LGBT che chiedessero, per la strana coppia, una benedizione in chiesa.  Discriminazione sarebbe considerata anche quella di un pasticciere cattolico che si rifiutasse di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali. O un fotografo cattolico che rifiutasse di prestare il proprio servizio fotografico per un’analoga cerimonia. Le ipotesi potrebbero proseguire fino all’esclusione di un uomo che si “sente” donna dall’accesso ai bagni riservati alle donne, o dall’accesso agli spogliatoi femminili di una piscina. In questo caso la discriminazione avverrebbe sulla base dell’identità di genere. Sempre rispetto a questo tema, un istituto scolastico non potrebbe imporre un codice di abbigliamento ad un insegnante transessuale o persino ad un docente Drag Queen, perché il variopinto trucco e l’eccentrico costume costituirebbero un’espressione dell’identità di genere tutelata per legge. La scuola non potrebbe porre in essere una discriminazione nei confronti dell’insegnante come i genitori non potrebbero rifiutarsi di mandare i propri bimbi a scuola con una simile maestra. Raccogliere, poi, le firme per protestare contro l’istituto scolastico integrerebbe un’istigazione alla discriminazione. Né sarebbe, ovviamente, consentito ai genitori impedire che i propri figli partecipino ai cosiddetti “corsi gender”, quelli appunto basati sul concetto di identità di genere.

Quali sarebbero le pene previste per i casi da lei appena indicati nell’ipotesi in cui passasse la proposta di legge in tema di omotransfobia?

In tutti i casi summenzionati il malcapitato “discriminatore” rischierebbe la reclusione fino ad un anno e sei mesi e la multa fino a 6.000 euro. In più, al giudice verrebbe concessa la facoltà di disporre a carico del condannato «l’obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno; la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, il divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere e il divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni, nonché, se il condannato non si oppone, la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità», a favore di organizzazioni a tutela di omosessuali e transessuali.

Quale sarebbe, invece, la seconda obiezione che si sente di sollevare rispetto al ragionamento dell’on. Alessandro Zan?

La seconda obiezione riguarda il confine incerto tra istigazione alla discriminazione e istigazione alla violenza. Se è vero che esistono già le leggi che reprimono ogni comportamento violento e persecutorio, è altrettanto vero che il mondo dell’omosessualismo militante tende a considerare qualunque manifestazione del pensiero che invita a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere, come un discorso di odio che porta con sé l’incitamento alla violenza nei confronti degli omosessuali e transessuali. L’esperienza dei cosiddetti “reati d’odio” (hate crime) introdotti soprattutto nei Paesi anglosassoni, mostra come sia oramai acquisita a livello legale e giudiziario l’equazione discriminazione/odio = violenza. Anche in Italia, come nei citati Paesi anglosassoni, l’attività volta ad impedire che gli omosessuali o i transessuali possano sposarsi o adottare figli, potrebbe essere considerata istigazione alla discriminazione e all’odio e, quindi, una forma di violenza.

Lei è stato personalmente testimone, in questi anni, di quanto possa essere labile anche in Italia questo confine?

Sì, mi è capitato più volte. Durante un confronto avuto con l’on. Ivan Scalfarotto al Liceo Scientifico Cavour di Roma il 20 ottobre 2014, per esempio, mi sono sentito apostrofare come “violento” dal suddetto parlamentare, semplicemente per il fatto di aver ribadito la mia ferma contrarietà al fatto che gli omosessuali possano sposarsi o adottare figli. In quell’occasione Scalfarotto mi ricordò che esiste anche una «violenza verbale» e che «le parole sono pietre». Recentemente un giornalista ha scritto di me la seguente frase: «Gianfranco Amato si chiede: “Sostenere pubblicamente che l’unica vera famiglia è quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è omofobia?”. Ed ovviamente la risposta è sì, dato che non esiste violenza più grande di un tizio che pretende che le altre famiglie siano considerate “false” solo perché lui erge a dogma i suoi pruriti sessuali». Se a questo aggiungiamo il fatto che un magistrato della Repubblica, il dott. Marco Gattuso giudice del Tribunale di Bologna, ha definito sul suo profilo Facebook il Family Day del 20 giugno 2015 svoltosi a Roma come una manifestazione «di talebani che hanno riempito di odio una piazza», beh, sinceramente, qualche preoccupazione l’avverto. Visto, peraltro, che da quel palco io ho pure parlato.

Le pene previste nel caso di condanna in questi casi sarebbero diverse da quelle contemplate per la discriminazione e l’istigazione alla discriminazione?

Per la violenza e la provocazione alla violenza è prevista la reclusione da sei mesi a quattro anni, oltre le pene accessorie viste prima: uscita e rientro a casa entro una certa ora, ritiro di patente, passaporto, impossibilità di propaganda politica per tre anni, lavori socialmente utili in favore di associazioni LGBT, eccetera.

Quello che preoccupa sarebbe quindi una eccessiva genericità di alcuni termini?

Il problema è esattamente questo. Discriminazione, odio, violenza rischiano di diventare concetti generici che, se non esattamente definiti, lasciano un margine di discrezionalità alla vittima e al giudice del tutto inaccettabili.

Rileva altre perplessità circa il testo della proposta di legge?

Sì, più d’una. Per esempio, la previsione in favore delle asserite vittime di omotransfobia del gratuito patrocinio (lo Stato pagherà il loro avvocato) e la definizione di esse come persone «in condizione di particolare vulnerabilità».

Quest’ultima considerazione perché sarebbe un problema?

Lo sarebbe dal punto di vista procedurale. Il riconoscimento delle vittime di omotransfobia come persone «in condizione di particolare vulnerabilità» consentirebbe, infatti, di raccogliere la loro deposizione in un incidente probatorio quasi segreto, con serie limitazioni al controesame da parte dell’avvocato, oltre al riconoscimento del diritto ad opporsi alla richiesta di archiviazione e il diritto a nominare associazioni rappresentative. Come ha giustamente rilevato il dott. Giacomo Rocchi, magistrato della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, in tal modo già si intravede una sorta di “processo speciale”, che rischierà di arrivare “confezionato” in dibattimento, limitando fortemente il diritto di difesa degli accusati.

Il testo di legge prevedrebbe anche l’istituzione di una “Giornata contro l’omofobia”, come solennità civile nazionale, al pari del “Giorno del Ricordo” o della ricorrenza internazionale del “Giorno della Memoria”. Si avverte davvero una simile necessità? 

Per essere precisi la norma proposta parla testualmente di istituzione della «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», con espressa previsione di organizzare «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», quindi anche per le scuole paritarie di ispirazione cristiana. È legittimo chiedersi quale necessità ci sia di istituire un’apposita Giornata per un fenomeno che, come si è visto, riguarda in media una ventina di persone l’anno, e non pensare di istituire, piuttosto una Giornata contro la cristianofobia (fenomeno ben più tragico e diffuso) o una Giornata nazione della famiglia.

Lei ha parlato di una ventina di casi all’anno. Da dove ha ricavato questo dato?

Sono dati ufficiali rilasciati dall’OSCAD, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori, reperibili nel sito istituzionale del Ministero dell’Interno. Dal 2010 al 2018, infatti, sono stati segnalati 197 casi di discriminazione per orientamento sessuale e 15 casi per discriminazione dovuta ad identità di genere, per un totale, quindi, di 212. Se la matematica non è un’opinione 212 diviso otto fa 26,5 casi all’anno.

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Il nostro Paese è omofobo?

Uno dei più autorevoli e accreditati istituti americani d’indagine demoscopica, il Pew Research Center di Washington ha pubblicato uno studio intitolato The Global Divide On Homosexuality contenente i risultati di un sondaggio sull’atteggiamento verso l’omosessualità nelle principali aree geografiche del mondo. Il dato davvero interessante è che l’Italia, secondo quello studio, si colloca nella top ten, tra le dieci nazioni più gay friendly a livello mondiale, con il 74 per cento della popolazione che dichiara la propria non ostilità all’omosessualità, ed un 18 per cento che, invece, professa un atteggiamento contrario. Il nostro Paese si colloca un gradino sotto la liberalissima Gran Bretagna (76% a favore e 18% contro), anch’essa appena sotto la laicissima Francia (77% a favore e 22% contro). Se poi il clima italiano sia davvero gay friendly, almeno in politica, lo dimostra anche un dato incontrovertibile. Nel Mezzogiorno del nostro Paese, che l’immaginario collettivo dipinge come una terra culturalmente arretrata e sacca della più becera omofobia, ben due Presidenti delle due più importanti regioni, la Sicilia e la Puglia, sono stati eletti pur essendo omosessuali dichiarati e pubblicamente conviventi con i rispettivi partner. La circostanza, com’è noto, non ha impedito loro una brillante carriera culminata con l’elezione diretta da parte dei cittadini

Qualcuno ritiene che uno degli effetti inevitabili della legge proposta sia quello di incrementare l’ideologia omosessualista attraverso un’azione pervasiva nei vari settori della società. Condivide questa preoccupazione?

È una considerazione fondata. Basta leggere l’art. 6 del testo unificato, ove si prevede che l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per obiettivi e l’individuazione di misure relative all’educazione e istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Ciò significherebbe dare valore legale al documento dello stesso UNAR già elaborato nel 2013 proprio con il titolo di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni, il quale si sarebbe dovuto articolare proprio secondo quattro “assi”: (I) Educazione e Istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e Carcere, (IV) Comunicazione e Media. Mette conto evidenziare che per quanto riguarda, per esempio, il primo asse relativo all’educazione ed istruzione, la summenzionata Strategia dell’UNAR prevedeva espressamente, tra l’altro, l’obiettivo di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT», di «garantire un ambiente scolastico sicuro e gay friendly», di «favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni», nonché di «contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali», anche attraverso: (a) la «valorizzazione dell’expertise delle associazioni LGBT in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie, per potersi avvalere delle loro conoscenze»; (b) il «coinvolgimento degli Uffici scolastici regionali e provinciali sul diversity management per i docenti»; (c) la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali» (genitore 1 e genitore 2); (d) l’«accreditamento delle associazioni LGBT, presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in qualità di enti di formazione»;

(e) l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini LGBT che consenta un uso appropriato del linguaggio».

Stesso indottrinamento nel campo del lavoro, della sicurezza e dei mezzi di comunicazione.

Si parla anche del rischio di legalizzare la prospettiva della cosiddetta ideologia gender. Cosa pensa a questo riguardo?

Il testo parla espressamente di «identità di genere». Tale concetto nasce da quel filone della filosofia post-strutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «L’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà sempre più difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame.

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Lei è sempre stato molto critico nei confronti dell’ideologia gender, che combatte da anni. Ma quali problemi può creare dal punto di vista legislativo?

L’idea che sta alla base di questa ideologia è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema. Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili. Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

Se esistono già tutte le tutele legali a favore delle persone omosessuali e transessuali, quali sarebbero, allora, le vere finalità che i proponenti della legge si prefiggono?

In mancanza di reali esigenze concrete, qualunque ampliamento delle garanzie giuridiche già esistenti produrrebbe l’effetto paradossale di sconvolgere e rovesciare l’ordine etico della società umana. Infatti, l’inevitabile punto di approdo di qualunque intervento normativo in materia – com’è già avvenuto in altri Paesi europei – è costituito dal matrimonio omosessuale, dall’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, nonché dalla loro “capacità di riproduzione” attraverso la tecnica della fecondazione artificiale eterologa. Aggiungerei, anche, che includere l’orientamento sessuale fra le considerazioni per cui è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta “affirmative action”, ovvero lo strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, di genere, sessuale e sociale. In altre parole, nel momento in cui si riconosce che la categoria degli omosessuali e transessuali è stata ingiustamente discriminata al punto da meritare una privilegiata tutela giuridica, occorre rimediare agli effetti della discriminazione attraverso misure compensative, quali ad esempio quote riservate. È ciò che è successo con gli afroamericani negli USA. Gli obiettivi dell’affirmative action sono raggiunti, normalmente, attraverso quote riservate nelle assunzioni, nelle cariche istituzionali, nell’assegnazione di alloggi pubblici, nell’erogazione di servizi e così via. Già qualcuno comincia a parlare di “quote arcobaleno”, in analogia rispetto a quanto accaduto con le cosiddette “quote rosa” in materia di discriminazione femminile. Quindi lo Stato rischia di offrire un modello comportamentale più vantaggioso, in un momento di grave crisi economica.

Dichiarazione dell’Associazione Giuristi della vita: forti perplessità sulla Legge Zan.

L’associazione Giuristi per la Vita

esprime forti perplessità e nutre serie preoccupazioni per la proposta di legge, attualmente in discussione presso la Commmissione Giustizia della Camera dei Deputati,  volta a modificare gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi fondti sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

 

1) Tale proposta di legge pare inquadrarsi in una mera prospettiva ideologica, del tutto inutile sul piano legale, poiché gli omosessuali e i transessuali già godono degli strumenti giuridici previsti dal codice penale per tutti i cittadini, contro qualunque forma di ingiusta discriminazione, di violenza, di offesa alla propria dignità personale. Ogni individuo, in quanto tale è protetto dal sistema penale di fronte a qualsiasi azione lesiva.

Per quando riguarda, in particolare, la tutela da qualunque forma di discriminazio-ne, l’art. 3 della Costituzione italiana già riconosce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Sesso e condizioni personali sono quindi già contemplati dalla Costituzione come elementi specifici rispetto ai quali non sono ammissibili forme di discriminazione.

Appare più che sufficiente a tutelare ogni persona contro i deprecabili atti di violenza, di offesa, di discriminazione per ragioni di orientamento sessuale, il ricco armamentario penale dei delitti di ingiuria, di diffamazione, di minacce, di violenza privata, di atti persecutori, di maltrattamenti, di lesioni personali, di omicidio, eventualmente aggravati, se commessi per discriminazione dovuta ad orientamento sessuale, dalla circostanza dei motivi «abietti», di cui all’art. 61, n. 1, del codice penale. Così come, del resto, esiste un’ampia tutela normativa contro ogni forma di discriminazione in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

È, quindi, solo frutto di una prepotente campagna di mistificazione della realtà l’idea che sussista oggi nel nostro Paese una condizione di discriminazione tale da giustificare una specifica – e quindi privilegiata – tutela giuridica, in ragione di scelte sessuali personali e assolutamente private.

In mancanza di reali esigenze concrete, qualunque ampliamento delle garanzie giuridiche già esistenti produrrebbe l’effetto paradossale di sconvolgere e rovesciare l’ordine etico della società umana, dato che l’inevitabile punto di approdo di qualunque intervento normativo in materia – com’è già avvenuto in altri Paesi europei – è costituito dal matrimonio omosessuale, dall’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, nonché dalla loro “capacità di riproduzione” attraverso la tecnica vergognosa della fecondazione artificiale eterologa.

2) L’Italia non è affatto un paese omofobo, ma tollerante e inclusivo. Secondo i dati ufficiali rilasciati dall’OSCAD, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori, reperibili nel sito istituzionale del Ministero dell’Interno, dal 2010 al 2018 sono stati segnalati 197 casi di discriminazione per orientamento sessuale e 15 casi per discriminazione dovuta ad identità di genere, per un totale, quindi, di 212 e con una media di 26,5 casi all’anno, comprese anche le denunce eventualmente infondate, relative a condotte percepite come discriminatorie ma in verità fondate su altri motivi, o addirittura legittime.

Occorre, altresì, ricordare che uno dei più autorevoli e accreditati istituti americani d’indagine demoscopica, il Pew Research Center di Washington ha pubblicato uno studio intitolato The Global Divide On Homosexuality in cui è stato analizzato l’atteggiamento verso l’omosessualità nelle principali aree geografiche del mondo. Il dato davvero interessante è che l’Italia, secondo quello studio, si colloca nella top ten, ossia tra le dieci nazioni più gay friendly a livello mondiale, con il 74 per cento della popolazione che dichiara la propria non ostilità all’omosessualità, ed un 18 per cento che, invece, professa un atteggiamento contrario. Il nostro Paese si colloca un gradino sotto la liberalissima Gran Bretagna (76% a favore e 18% contro), anch’essa appena sotto la laicissima Francia (77% a favore e 22% contro). Quanto poi il clima italiano sia davvero gay friendly almeno in politica, lo dimostra anche un dato incontrovertibile. Nel Mezzogiorno del nostro Paese, che l’immaginario collettivo dipinge come una terra culturalmente arretrata e sacca della più becera omofobia, ben due Presidenti delle due più importanti regioni, la Sicilia e la Puglia, nel recente passato sono stati eletti pur essendo omosessuali dichiarati e pubblicamente conviventi con i rispettivi partner. La circostanza, com’è noto, non ha impedito loro una brillante carriera culminata con l’elezione diretta da parte dei cittadini.

3) Appare eccessivamente generica la definizione delle norme che pretenderebbero di punire “atti di discriminazione” e l’istigazione di tali atti. Non risulta, infatti, chiaro in cosa consisterebbe la “discriminazione”, e in quali ambiti sarebbe vietata. In assenza di ulteriori specificazioni, peraltro, si deve ritenere che qualsiasi differenza di trattamento in qualunque ambito costituisca discriminazione che è quindi sia sanzionata penalmente. In questo caso, però, si ravviserebbero ipotesi che non possono non inquietare.

Per esempio, il Rettore di un Seminario diocesano decidesse di non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità, integrerebbe evidentemente un atto di discriminazione sanzionabile ai sensi dell’art. 604 bis, lett. a) del Codice Penale, secondo la riforma voluta da Zan. Stessa cosa se un parroco decidesse di non dare un incarico pastorale ad un omosessuale convivente e militante per i diritti LGBT, o decidesse di non affidare i ragazzi dell’oratorio per un campo estivo ad un responsabile scout che si trovasse nelle stesse condizioni. Nell’identica situazione di troverebbe un parroco che rifiutasse la provocazione di due lesbiche conviventi e militanti per i diritti LGBT che chiedessero, per la strana coppia, una benedizione in chiesa.

Discriminazione sarebbe considerata anche quella di un pasticciere cattolico che si rifiutasse di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali. O un fotografo cattolico che rifiutasse di prestare il proprio servizio fotografico per un’analoga cerimonia. Le ipotesi potrebbero proseguire fino all’esclusione di un uomo che si “sente” donna dall’accesso ai bagni riservati alle donne, o dall’accesso agli spogliatoi femminili di una piscina.

In questo caso la discriminazione avverrebbe sulla base dell’identità di genere.

Sempre rispetto a questo tema, un istituto scolastico non potrebbe imporre un codice di abbigliamento ad un insegnante transessuale o persino ad un docente Drag Queen, perché il variopinto trucco e l’eccentrico costume costituirebbero un’espressione dell’identità di genere tutelata per legge. La scuola non potrebbe porre in essere una discriminazione nei confronti dell’insegnante come i genitori non potrebbero rifiutarsi di mandare i propri bimbi a scuola con una simile maestra. Raccogliere, poi, le firme per protestare contro l’istituto scolastico integrerebbe un’istigazione alla discriminazione. Né sarebbe, ovviamente, consentito ai genitori impedire che i propri figli partecipino ai cosiddetti “corsi gender”, quelli appunto basati sul concetto di identità di genere.

Vale la pena ricordare, peraltro, che per la violenza e la provocazione alla violenza l’art. 604 bis, lett. b) prevede espressamente la penna della reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro.

La denunciata genericità si accentua ancora di più con il riferimento ai motivi. Occorre, infatti, segnalare che non è punita la discriminazione in sè (qualunque sia il significato che si vuole dare a questa espressione), ma la «discriminazione per motivi fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». Ciò significa che la differenza di trattamento – in qualunque ambito – porterà ad una condanna se il giudice vi ravviserà i motivi che hanno spinto il soggetto a compierla: cioè il pregiudizio, vale a dire le convinzioni personali.

Per questo si ritiene altissimo il rischio che la proposta di legge finisca limitare libertà fondamentali, come quella di opinione, di credo religioso, di insegnamento, di educazione, di stampa e di associazione, su cui si fonda lo Stato democratico disegnato dalla Costituzione.

4) Del tutto incerto appare anche il confine tra istigazione alla discriminazione e istigazione alla violenza. Se, come si è visto, esistono già le leggi che reprimono ogni comportamento violento e persecutorio, è altrettanto vero che il mondo dell’omosessualismo militante tende a considerare qualunque manifestazione del pensiero che invita a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere, come un discorso di odio che porta con sé l’incitamento alla violenza nei confronti degli omosessuali e transessuali. L’esperienza dei cosiddetti “reati d’odio” (hate crime) introdotti soprattutto nei Paesi anglosassoni, mostra come sia oramai acquisita a livello legale e giudiziario l’equazione discriminazione/odio = violenza. Gli arresti dei numerosi Pastori evangelici e street preacher in Gran Bretagna, per esempio, sono la prova di quanto possa diventare indefinita e soggettiva la differenza tra violenza fisica e violenza verbale. Anche in Italia, come nei citati Paesi anglosassoni, l’attività volta ad impedire che gli omosessuali o i transessuali possano sposarsi o adottare figli, potrebbe essere considerata istigazione alla discriminazione e all’odio e, quindi, una forma di violenza. Vale la pena ribadire che per la violenza e la provocazione alla violenza l’art. 604 bis, lett. b) prevede espressamente la reclusione da sei mesi a quattro anni.

5) Forti preoccupazioni desta il fatto che laddove la pubblica accusa, sulla base di una denuncia, dovvesse ravvisare che una comunità religiosa ha tra i propri scopi anche quello dell’incitamento alla discriminazione per motivi fondati sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, il reato ipotizzabile sarebbe quello di partecipazione ad un’associazione vietata dall’art. 604 bis del codice penale. In questo caso, occorre ricordare, che il semplice fedele sarebbe punito, per il solo fatto della sua partecipazione alla chiesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni, mentre tutti coloro che dirigono la comunità incorrerebbero, per ciò solo, nella pena della reclusione da uno a sei anni. Circostanza quest’ultima che, tra l’altro, renderebbe possibili persino le intercettazioni telefoniche e ambientali.

6) Serie perplessità si nutrono anche in ordine al fatto che la proposta di legge preveda la facoltà per il giudice di disporre a carico del condannato le seguenti pene accessorie: «obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno; la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, il divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere e il divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni, nonché, se il condannato non si oppone, la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità», a favore di organizzazioni a tutela di omosessuali e transessuali.

7) Preoccupa altresì il fatto che la proposta di legge contempli la possibilità di ricorrere al gratuito patrocinio da parte delle asserite vittime di omotransfobia, e la definizione di esse come persone «in condizione di particolare vulnerabilità». Quest’ultima circostanza, infatti, consente che la deposizione delle stesse vittime possa essere raccolta in un incidente probatorio quasi segreto, con serie limitazioni al controesame da parte dell’avvocato. Sempre alle stesse vittime sarebbe poi riconosciuto il diritto ad opporsi alla richiesta di archiviazione e il diritto a nominare associazioni rappresentative. In tal modo già si intravede una sorta di “processo speciale”, che rischierà di arrivare “confezionato” in dibattimento, limitando fortemente il diritto di difesa degli accusati.

8) Del tutto inaccettabile appare il riferimento esplicito e testuale all’«identità di genere» contenuto nella proposta di legge. Tale concetto nasce da quel filone della filosofia post-strutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «l’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo».

In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà alquanto difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame. Negare la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna e prospettare una società senza differenze di sesso, significhi non solo svuotare la base antropologica della famiglia ma anche indurre progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana rischia di essere consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. Per questo è assolutamente da rigettare e combattere tale forma di ideologia, la quale, peraltro, in questi ultimi anni pretende di imporsi come un pensiero unico anche attraverso l’educazione dei bambini.

Nella denegata ipotesi in cui venisse approvata la proposta di legge in esame, combattere questa perniciosa ideologia potrebbe integrare un’istigazione alla discriminazione per motivi di «identità di genere». Occorre anche considerare, infatti, che cosa accadrebbe – sotto il profilo della libertà di educazione dei genitori – qualora nelle scuole i progetti educativi sulla «identità di genere» venissero equiparati a quelli redatti per combattere il razzismo.

5) Perplessità sorgono anche in merito alla previsione contenuta nella proposta di legge di istituire una «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», con espressa previsione di organizzare «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», quindi anche per le scuole paritaria di ispirazione cristiana. È legittimo chiedersi quale necessità ci sia di istituire un’apposita Giornata per un fenomeno che, come si è visto, riguarda in media una ventina di persone l’anno, e non pensare di istituire, piuttosto una Giornata contro la cristianofobia (fenomeno ben più tragico e diffuso) o un Giornata nazione della famiglia.

9) Preoccupa, inoltre, la previsione contenuta nella proposta di legge secondo cui l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per obiettivi e l’individuazione di misure relative all’educazione e istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Ciò significherebbe dare valore legale al documento dello stesso UNAR già elaborato nel 2013 proprio con il titolo di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni, il quale si sarebbe dovuto articolare proprio secondo quattro “assi”: (I) Educazione e Istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e Carcere, (IV) Comunicazione e Media. Mette conto evidenziare che per quanto riguarda, per esempio, il primo asse relativo all’educazione ed istruzione, il summensionato documento dell’UNAR prevedeva espressamente, tra l’altro, l’obiettivo strategico di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT», di «garantire un ambiente scolastico sicuro e gay friendly», di «favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni», nonché di «contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali», anche attraverso:

(a) la «valorizzazione dell’expertise delle associazioni LGBT in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie, per potersi avvalere delle loro conoscenze»;

(b) il «coinvolgimento degli Uffici scolastici regionali e provinciali sul diversity management per i docenti»;

(c) la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali» (genitore 1 e genitore 2);

(d) l’«accreditamento delle associazioni LGBT, presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in qualità di enti di formazione»;

(e) l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini LGBT che consenta un uso appropriato del linguaggio».

L’associazione Giuristi per la Vita rifiuta categoricamente che attraverso la legge possa essere diffusa e imposta una visione ideologica omosessualista – profonda-mente contraria alla fede cristiana – in settori fondamentali della società, quali quel-lo dell’educazione, della sicurezza, del lavoro e della  comunicazione.

10) Non deve essere sottovalutato, infine, un ulteriore aspetto politico-culturale. Includere l’orientamento sessuale fra le considerazioni per cui è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta “affirmative action”, ovvero lo strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, di genere, sessuale e sociale. In altre parole, nel momento in cui si riconosce che la categoria degli omosessuali e transessuali è stata ingiustamente discriminata al punto da meritare una privilegiata tutela giuridica, occorre rimediare agli effetti della discriminazione attraverso misure compensative, quali ad esempio quote riservate. È ciò che è successo con gli afroamericani negli USA. Gli obiettivi della affirmative action sono raggiunti, normalmente, attraverso quote riservate nelle assunzioni, nelle cariche istituzionali, nell’assegnazione di alloggi pubblici, nell’erogazione di servizi e così via. Già qualcuno comincia a parlare di “quote arcobaleno”, in analogia rispetto a quanto accaduto con le cosiddette “quote rosa” in materia di discriminazione femminile. Quindi lo Stato rischia non solo di offrire un modello comportamentale economicamente più vantaggioso, in un momento di grave crisi economica, ma finisce pure per discriminare, escludendoli dalle graduatorie, soggetti non appartenenti al gruppo privilegiato, che risultino in ipotesi più competenti e capaci. Con tale assurda discriminazione lo Stato renderebbe un pessimo servizio al nostro Paese.

 

Roma, li 1 luglio 2020

IL PRESIDENTE

Avv. Gianfranco Amato

 

 

Argentina: prove tecniche di Comunismo. Di Renato Cristin.

L’Argentina sta affondando, e l’Europa cosa sta facendo per salvarla? Il più europeo dei paesi latinoamericani è sull’orlo di un disastro non soltanto economico, come dimostra l’incombente default, ma anche politico, come si vede dall’operato del governo insediatosi nel dicembre scorso con il nuovo presidente della Repubblica. Il rischio di un inabissamento è, purtroppo, reale e imminente, e coincide, anche in senso causale, con l’imporsi di un regime che, per usare un termine sintetico, possiamo definire comunista. Affari interni di un paese sovrano oppure questione di interesse internazionale? Quando una crisi economica è connessa anche a scelte politiche in contrasto con i fondamenti del mondo liberaldemocratico occidentale, quest’ultimo ha il diritto e avrebbe il dovere di intervenire, con tutti i mezzi diplomatici a disposizione delle relazioni internazionali, dalla moral suasion alla pressione economico-politica.

Cosa sta accadendo dunque in Argentina? In pochi mesi il governo di estrema sinistra (il cui vero padrone è la vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, centro del potere e stratega delle decisioni cruciali) è riuscito a imprimere una direzione di marcia così precisa da risultare raggelante. Decreti, proposte di modifiche costituzionali (che mirano soprattutto a intaccare la proprietà privata, la cui intangibilità è sancita appunto dalla Costituzione), progetti di trasformazione socialista del mercato del lavoro e di statalizzazione delle attività produttive, in parte demagogici e in parte drammaticamente concreti, come si può vedere dal recentissimo tentativo di espropriazione governativa (sotto forma di commissariamento) della grande azienda agro-industriale Vicentin, famiglia di origine italiana e impresa attiva dal 1920 entrata in crisi negli ultimi mesi.

Schema classico dei regimi comunisti: si inizia denunciando la povertà e indicandone la causa nel sistema capitalistico, si prosegue accusando le forze della reazione interna e internazionale di ostacolare il superamento della povertà, e si finisce giustificandone la presenza per mascherare il saccheggio a fini personali, a fini del partito ovvero del partito-Stato, legittimando così la distruzione e la sovietizzazione dell’imprenditoria, l’odio di classe, la privazione delle libertà personali e civili. Questa teoria dell’espropriazione generalizzata viene sostenuta, anche a livello apicale, come una forma di azione politica ed economica, come un punto di svolta verso una società di eguali dai polverosi echi marxiani. Il governo sta valicando una soglia che per un paese come l’Argentina sembrava insuperabile. Ma come è potuto accadere questo alzo del tiro? Sotto stretta sorveglianza da parte del Fondo monetario, accerchiato dai creditori internazionali, circondato da paesi governati dalla destra (Brasile, Cile, Bolivia, Uruguay), come mai un governo decide di radicalizzare la propria tendenza socialista con l’espropriazione delle imprese?

C’è un fatto che può spiegare questa tracotanza ideologica. La Conferenza episcopale argentina ha favorito l’elezione del presidente Alberto Fernández e, sia pure assai discretamente, ne appoggia il progetto che vuole spazzare via anche quei pochissimi elementi di liberalismo sociale e di libero mercato che il pur onesto ma scriteriato governo macrista aveva realizzato. Il tratto caratterizzante e originale del neo-comunismo argentino è costituito infatti dal placet ricevuto da Papa Bergoglio, che autorizza e promuove un esperimento ben definibile come catto-comunismo. Il nuovo presidente infatti, oltre ad avere un filo diretto con Santa Marta (che invece la Kirchner non aveva), conta sull’appoggio di molti personaggi che a Santa Marta sono graditi.

La visione economico-sociale di Jorge Bergoglio è quella di una società pauperistica e di un’economia quasi di sussistenza, che per quanto tinteggiata con tonalità etiche resta un incubo per qualsiasi società avanzata. Egli vagheggia “un’economia comunitaria” che riesca a “creare lavoro dove c’erano solo scarti dell’economia idolatrica”, in uno scenario che sembra idilliaco ma che in realtà sarebbe post-atomico, tanto è desolante: “le imprese recuperate [recuperadas, cioè sottratte, in vari modi, ai proprietari], i mercatini liberi e le cooperative di raccoglitori di cartone sono esempi di questa economia popolare che emerge dall’esclusione e assume forme solidali che le danno dignità” (Papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro, 2017).

E i governi dovrebbero incentivare queste “forme di economia popolare e di produzione comunitaria” (che spesso nemmeno pagano le tasse, che sono sovvenzionate dallo Stato e quindi catalogabili come pura spesa pubblica), perché sarebbero l’espressione del bene comune, l’antitesi rispetto “all’idolatria del denaro”. Questa è la teoria economico-sociale di stampo bergogliano; questo è il programma economico-sociale che un gruppo di dirigenti politici e di movimenti sociali dell’economia popolare ha proposto poche settimane fa al presidente Fernández: spacciata come ricerca del bene comune, in realtà questa prospettiva porta alla povertà comune, alla povertà generalizzata, al comunismo post-industriale che anziché produrre ricchezza genera miseria, per creare così l’uomo nuovo catto-marxista da sempre sognato dai teologi della liberazione.

Qui il cattocomunismo rischia di diventare forma-Stato. Se Bergoglio ne è il leader mondiale, uno dei principali teorici è il vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, strettissimo consigliere del Papa e come lui argentino, il cui modello non è tanto la Cuba castrista, il Venezuela chavista o il Nicaragua orteghista, ma niente di meno che la Cina, quella Cina che il vescovo magnifica come il regno del bene sulla terra: oggi, sostiene Sorondo, “quelli che meglio realizzano la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi”, perché se “il pensiero liberale ha liquidato il concetto di bene comune, non volendo nemmeno prenderlo in considerazione, affermando che è un’idea vuota, senza alcun interesse, i cinesi invece no, propongono lavoro e bene comune”, e così “la Cina sta assumendo una leadership morale che altri hanno abbandonato”. La Cina come guida morale mondiale sembra una barzelletta, un’immagine troppo grottesca per essere credibile, ma è funzionale alla linea anti-liberale di Bergoglio, il quale continua, imperterrito, nel suo martellamento contro il sistema socioeconomico capitalistico e nella parallela apologia della povertà come strumento eminente per avvicinarsi a Dio.

Ecco dunque le coordinate di questa linea geo-teo-politica: Argentina-Cina-Cuba-Venezuela. La venezuelizzazione dell’Argentina rappresenta il balzo in avanti dei vecchi e nuovi montoneros oggi alla guida del paese, il conseguimento di un livello di comunistizzazione che il decennio kirchnerista non era riuscito a imporre per due ragioni: perché i suoi leader (da Néstor e Cristina in giù) erano occupati più che altro a fare bottino, ad accumulare per sé tutto il denaro possibile con affari pubblici e privati, e perché, fino al 2013, ovvero fino all’entrata in scena di Bergoglio, avevano nel Vaticano quella contrarietà radicale che oggi invece si è trasformata in sponda totale.

Sul piano geopolitico, il futuro immediato dell’Argentina potrebbe consistere in un allineamento all’asse cinese-russo-iraniano; in una rottura, non clamorosa ma netta, con l’Occidente filo-statunitense; in una piena sintonia con l’Onu e soprattutto con le sue frange terzomondiste; in avventure economico-sociali che avranno come inevitabile conseguenza la distruzione di ciò che restava del tessuto produttivo e civile del paese. La benedizione di Bergoglio rappresenta il sigillo di questa operazione che dovrebbe controbilanciare la sterzata liberal-conservatrice di gran parte dell’America Latina, per stabilizzare istituzionalmente la politica della Chiesa latinoamericana, ormai completamente controllata dalla teologia della liberazione.

Come disse il cardinale cinese Joseph Zen Ze-kiun, uno che conosce molto bene i comunisti, in una memorabile intervista al New York Times, “Francesco può avere una naturale simpatia per i comunisti, perché per lui questi sono i perseguitati. Egli non li conosce come i persecutori che diventano una volta raggiunto il potere, come i comunisti in Cina”. Proprio da questa mancata comprensione sorge il rischio dello slittamento dell’Argentina verso un regime di stampo cubano o venezuelano.

Qui “l’opzione preferenziale per i poveri” incontra l’occasione storica offerta dalla pandemia: “povera umanità senza crisi, tutta perfetta, tutta ordinata; pensiamoci, sarebbe un’umanità malata […]. Questa pandemia ci ricorda che è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità. Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti”, dice Bergoglio, cadendo in un lapsus colossale: approfittare della pandemia per imporre il bene che, certamente in buona fede, egli vede nella redistribuzione, ma che in realtà è un male generalizzato, perché l’opzione povertà implica la distruzione della società occidentale, la dissoluzione delle sue strutture economiche e culturali, la cancellazione della sua identità. E a sua volta il governo argentino, come un avvoltoio, sfrutta la pandemia come un’occasione per depredare le industrie, per far fallire e poi “recuperare” ovvero espropriare le aziende, avviando così la trasformazione socialista e pauperista del paese.

Dai messaggi, personali ma che la stampa ha parzialmente diffuso, di Bergoglio a Fernández emerge l’antica aspirazione a cambiare la società, i rapporti sociali, l’uomo stesso. La saldatura è perfetta, solida e quasi invisibile: non si potrebbe pretendere di meglio per un’azione ideologica che, per non spaventare le cancellerie occidentali, voglia apparire non come una rivoluzione ma come un’azione di giustizia sociale. Ma la recente svolta espropriativa rischia di essere l’inciampo che rompe l’ingranaggio. Se si tira troppo la corda, si rischia di romperla. Si inizia mettendo in discussione la proprietà privata, si prosegue abolendola e si finisce per collettivizzare tutto, non solo le imprese.

Una cospicua parte degli argentini, liberali, conservatori, ma anche centristi o progressisti moderati, tutti insieme stanno già reagendo con determinazione a questi soprusi antidemocratici e incostituzionali, con alcuni piccoli risultati come per esempio una frenata sugli espropri, ma non possono ragionevolmente pensare di riuscire a invertire una tendenza generale già in atto, perché non ne hanno i mezzi democratici (il Presidente è appena stato eletto e la maggioranza parlamentare è dalla sua parte) e perché altri mezzi non sono più all’orizzonte storico. Perciò hanno bisogno di appoggi internazionali, concreti ma anche simbolici.

Forse anche il Vaticano stesso potrebbe rendersi conto del rischio e frenare questa distruttiva corsa, anche se non si possono riporre soverchie speranze su questa ipotesi. Certamente però alcuni governi occidentali o almeno alcuni partiti politici presso il Parlamento europeo o presso parlamenti nazionali possono assumere iniziative concrete, in varie forme, per far sentire la voce del liberalismo e della democrazia a un governo palesemente illiberale e tendenzialmente dittatoriale. L’Europa, l’Occidente, il mondo libero cioè, dovrebbe immediatamente attivarsi, con ogni mezzo, per evitare che in Argentina si ripeta ciò che è accaduto (e accade) in Venezuela, per salvare un popolo e non solo un’economia. In questo senso, rivolgo una proposta al centrodestra italiano, affinché con una mozione parlamentare accenda un riflettore per illuminare quella zona d’ombra australe in cui un governo neocomunista sta facendo strame delle libertà primarie, della proprietà privata, del patrimonio che generazioni di imprenditori, in gran parte proprio di origine italiana, hanno prodotto con il loro lavoro e fatto fruttare per la crescita economica e sociale dell’Argentina.

Renato Cristin

(Fonte: www.opinione.it)

Gianfranco Amato. Audizione alla Camera dei Deputati in materia di violenza e discriminazione sessuale o di genere.

CONSULTA DOCUMENTO

CAMERA DEI DEPUTATI
II COMMISSIONE PERMANENTE
(Giustizia)

Audizioni informali
(Aula XII Commissione)
26 maggio 2020
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Audizione informale, in videoconferenza, nell’ambito dell’esame delle proposte di
legge C. 107 Boldrini, C. 569 Zan, C. 868 Scalfarotto, 2171 Perantoni e C. 2255
Bartolozzi, recanti modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in
materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità
di genere, di:

Gianfranco Amato,
presidente dell’Associazione “Giuristi per la vita”