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Instituto Plinio Corrêa de Oliveira. Lettera aperta al Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile.

Lettera aperta al Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile

 

 Eccellenze: è ora di voltare la pagina della Teologia della liberazione!

 

“Errare è umano, ma perseverare nell’errore per superbia è diabolico” (Sant’Agostino)

 

Secondo quanto riferito dalla stampa, il Consiglio permanente della CNBB il 5 agosto discuterà la “Lettera al Popolo di Dio”, fatta trapelare da un’editorialista della Folha de S. Paulo e presumibilmente firmata da 152 vescovi.

La lettera è un forte attacco all’attuale governo, basato molto più su una posizione ideologica di sinistra che sulla dottrina sociale della Chiesa.

I primi nomi dei firmatari, resi pubblici, sono rappresentativi di una corrente episcopale la cui dottrina ha chiaramente ispirato la stesura del documento. Si tratta di prelati di origine tedesca ora in pensione, in gioventù entusiasti sostenitori della rivoluzione marxista promossa dai capi della Teologia della liberazione. Dopo il collasso  dell’URSS, questi prelati – e altri della stessa corrente ideologica – si sono riciclati con le utopie ambientaliste e indigeniste e nell’ ottobre scorso, hanno promosso lo scandaloso culto della Pachamama nei giardini del Vaticano.

Mentre erano in attività a capo delle loro diocesi, questi prelati furono i mentori del Partito dei Lavoratori (PT), i suoi più grandi promotori, attraverso le Comunità Ecclesiali di Base (CEB), nonché i principali alleati quando il partito è riuscito a salire al potere e ha cercato di instaurare in Brasile il regime socialista che sognavano.

Insoddisfatti dall’”imborghesimento” dei dirigenti del PT e dal loro ritardo nell’attuazione delle riforme strutturali richieste per la transizione al socialismo, questi prelati si sono poi alleati con il MST (Movimento Senza Terra, ndt) e con i “movimenti popolari”, che rappresentavano l’ala estrema della sinistra.

Attraverso la Pastorale della Terra, il Consiglio missionario indigeno (CIMI) e altre organizzazioni ecclesiali, hanno incoraggiato e benedetto invasioni di terreni ed edifici urbani, la distruzione di campi di ricerca scientifica, gli scioperi e i disordini stradali, le bande giovanili che rubano in gruppo e l’impunità dei criminali, tutto ciò come mezzo di pressione politica sull’opinione pubblica nazionale e su un governo che, per loro, non era abbastanza radicale nelle sue riforme.

Ma quella insoddisfazione non ha impedito a questi presuli di mantenere il loro sostegno al governo del PT quando questo ha compensato la relativa lentezza nell’attuare le riforme economiche con una rapida radicalizzazione della sua agenda di corruzione dei costumi, mediante la legalizzazione di alcuni casi di aborto, il riconoscimento delle unioni extraconiugali e delle coppie  omosessuali, la graduale introduzione dell’ideologia gender nell’educazione dei bambini, il finanziamento di “espressioni artistiche” immorali e blasfeme, ecc.

Alla fine, quando il malcontento della popolazione è esploso contro l’occupazione dello Stato promossa dal PT mediante i suoi raccomandati e contro la costruzione del più grande sistema di corruzione finanziaria nella storia del Brasile e forse dell’umanità, questi prelati hanno fatto tutto il possibile per salvare tale Governo, che giudicavano essere il meno malvagio. Ma soprattutto hanno fatto di tutto per evitare che l’onda conservatrice delle strade si traducesse in un movimento di restaurazione morale nel nostro paese, affrettandosi a negare qualsiasi sostegno religioso a coloro che si sono opposti al processo di socialistizzazione in Brasile.

Tuttavia, l’attività militante di questa ala sinistra dell’episcopato non ha impedito l’impeachment della ex presidente Dilma Rousseff e la successiva elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza della Repubblica.

Amareggiati dalla sconfitta elettorale, compreso il clamoroso fallimento del signor Boulos (Guilherme de Castro Boulos, partito Socialismo e Libertà, ndt) e delle altre correnti dell’estrema sinistra con cui questi prelati s’identificano meglio, hanno dovuto per giunta vedere scelto dalla maggioranza dei brasiliani un uomo che rappresenta l’opposto ideologico di ciò che vogliono.

Di fronte al graduale smantellamento dei falliti insediamenti della Riforma agraria, dei ghetti indigeni, della lotta all’impunità, ecc., questi vescovi, minoritari e in pensione, adesso sfogano la loro frustrazione dirigendosi rabbiosamente alle autorità federali con il pretesto della cattiva gestione della crisi sanitaria.

È probabilmente il loro ultimo tentativo (sarebbe incongruo chiamarlo canto del cigno) di persuadere il popolo brasiliano sulla bontà delle loro utopie, ora che sono alla vigilia di dover lasciare il palco per sommarsi alla schiera di “illuminati” che hanno fallito nella missione di portare il Brasile a sinistra.

Questi prelati sconfitti sono talmente consapevoli dell’abisso che li separa dagli aneliti della maggioranza della popolazione brasiliana che, nella loro lettera di rimprovero, non hanno nemmeno il coraggio di affermare con voce forte e chiara i principi comunisti cui s’ispirano. Usando circonlocuzioni e acrobazie verbali varie, cercano di esprimere i loro pensieri in affermazioni come: il Brasile sarebbe una “società strutturalmente ineguale, ingiusta e violenta”; l’attuale governo metterebbe sistematicamente al centro “la difesa senza compromessi degli interessi di una ‘economia che uccide’, fondata sul mercato e sul profitto a qualsiasi prezzo”; il suo disprezzo per l’educazione e la cultura sarebbe visibile “nell’ignorare e disprezzare i processi pedagogici e i pensatori importanti in Brasile” (non sarebbe stato più semplice e più trasparente dire “la pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire?) ecc.

Il fanatismo ideologico di questi prelati li porta a vedere la pagliuzza negli occhi altrui e a non percepire la trave nei propri. “Anche la religione è usata”, dicono incautamente, “per manipolare sentimenti e credenze, per provocare divisioni, per diffondere odio, per creare tensioni”, come se non fosse esattamente ciò che essi hanno fatto per decenni attraverso le CEB e mediante il sostegno pastorale alle attività incendiarie dei cosiddetti “movimenti popolari”.

Poiché questi prelati sono stati responsabili per decenni della promozione della lotta di classe e del comunismo, sono loro a meritare l’apostrofe che lanciano al presidente Bolsonaro e al suo governo: “Come non indignarci dell’uso del nome di Dio e della sua Santa Parola, mescolati a discorsi e atteggiamenti preconcetti, che invece di predicare l’amore incitano all’odio, al fine di legittimare pratiche che non corrispondono al Regno di Dio e alla sua giustizia?”.

In realtà, ciò che soprattutto ripugna ai vescovi firmatari della “Lettera al Popolo di Dio” è il sostegno che il presidente Bolsonaro riceve dai cattolici conservatori, oltre che dai leader pentecostali che hanno un elettorato conservatore nei costumi.

Paradossalmente, i principali responsabili della emorragia di fedeli cattolici e della crescita di queste chiese pentecostali, così attive in politica, sono stati gli stessi vescovi della “sinistra cattolica” che oggi lamentano il risultato della loro stessa dissennatezza.

Gli stessi protestanti non esitano a riconoscere che la loro crescita esponenziale si è verificata durante il periodo in cui questi ecclesiastici, sostenitori della Teologia della liberazione, dirigevano la CNBB (Conferenza episcopale brasiliana, ndt).

Nel sostenere il PT, il MST e altri movimenti di sinistra, nel fornire un orientamento politico alla loro opera pastorale, questi vescovi cattolici hanno disgustato milioni di fedeli che, sentendosi orfani di una vera assistenza religiosa, sono emigrati nelle sette protestanti.

Nel 2001 l’allora leader della Convenzione Battista del Brasile, il pastore Nilson Fanini, fece per la rivista americana Time[1] un commento, a cui non mancava una nota di sarcasmo, su come e perché ciò era avvenuto: “La Chiesa cattolica ha fatto la scelta per i poveri, ma i poveri hanno optato per gli evangelici”. Perché? Semplicemente perché “queste persone avevano fame di qualcosa di più del semplice cibo; gli evangelici hanno saputo soddisfare meglio i bisogni emotivi e spirituali della gente”, dichiarò Henrique Mafra Caldeira de Andrada, direttore del programma protestante presso l’Istituto di Studi Religiosi di Rio de Janeiro.

In nome dell’interpretazione marxista della “opzione preferenziale per i poveri”, fatta dalla Teologia della Liberazione, le conferenze episcopali dell’America Latina hanno sostenuto l’agenda rivoluzionaria di sinistra. Il risultato è stato l’abbandono di milioni di anime, soprattutto le persone più umili, nelle mani dei pastori protestanti.

Alla fine degli anni ’90, uno studio del Consiglio Episcopale Latinoamericano – CELAM rivelò che in quegli anni 8.000 latinoamericani abbandonavano quotidianamente la Chiesa cattolica per passare agli evangelici![2]

In soli quattro decenni – considerando la crescita della popolazione in Brasile – questa fraintesa e sinistrorsa “opzione preferenziale per i poveri” ha fatto guadagnare ai protestanti 30 milioni di aderenti e la Chiesa cattolica ha perso più di 50 milioni di fedeli, tanto in favore loro quanto di varie altre sette o persino in favore dell’irreligione.

Questa è la triste evidenza dei fatti. La prova lampante che è stato per avere sostenuto correnti rivoluzionarie e demagogiche che la Chiesa cattolica ha perso credito tra i poveri e gli esclusi. Quegli stessi “esclusi” che tali vescovi ‘falce e martello’ dicono di voler liberare!

Nel 1975, Plinio Corrêa de Oliveira, cui s’ispira questo Istituto che porta il suo nome, in una lettera al cardinale Arns (Paulo Evaristo Arns, ndt), allora  arcivescovo di San Paolo, ricordava che la popolazione di quello Stato, pur continuando a frequentare i sacramenti e a riempire le Chiese, non aderiva al discorso sovversivo del clero di sinistra. Ciò che egli segnalava in quel momento della nostra storia si può applicare adeguatamente alla situazione attuale. Diceva: “Atteggiamenti come quello dei firmatari del documento di Itaicì stanno aprendo un fossato sempre più largo non tra la religione e il popolo, ma tra l’episcopato paulista e il popolo”. “La gerarchia ecclesiastica nella misura in cui evita la lotta contro la sovversione comunista, si sta isolando nel contesto nazionale. E ci sembra indispensabile che qualcuno le dica che la sovversione è profondamente e inalterabilmente impopolare tra noi, e che la gerarchia paulista quanto più soffia sulla sovversione meno venerata e ben voluta ne esce”.

Le Eccellenze vostre non appartengono alla stessa generazione di quei vescovi frustrati e falliti che hanno firmato la famigerata Lettera al Popolo di Dio. Come i giovani israeliti nati nella cattività di Babilonia, voi potete giustamente dire: I padri han mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati! (Gr 31, 29). In altre parole, l’attuale leadership della CNBB ha ereditato una situazione catastrofica creata dai suoi immediati predecessori. Ora spetta a voi riparare il danno.

Per questo siete stati consacrati vescovi della Santa Chiesa, chiamati da Dio all’altissima missione di restaurare il cattolicesimo in Brasile, per il cui adempimento potete contare sull’appoggio dei fedeli cattolici che frequentano i sacramenti, ben più numerosi delle magre truppe dei militanti delle CEB.

Se le eccellenze vostre non abbandonano risolutamente la strada sbagliata in cui i vostri predecessori si sono addentrati e non si pongono in sintonia con le profonde aspirazioni religiose del popolo brasiliano, e in particolare con quelle del gregge cattolico, l’abisso psicologico che separa le pecore dai pastori oggi non farà che crescere, con una ulteriore perdita di milioni di anime!

Quando avete fatto il seminario, il latino era già stato abbandonato nel curriculum accademico. Ma vi sarà facile comprendere la frase,  un tempo famosa, di sant’Agostino: “Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere”.[3]

Nell’attuale emergenza nazionale, che richiede l’unione di tutti i brasiliani in un progetto che attiri la stragrande maggioranza della popolazione, sarebbe davvero diabolico ostinarsi nell’errore umano che ha portato alla tragica perdita di innumerevoli credenti e a gravi danni per l’intero Paese. Facciamo quindi appello al buon senso del Consiglio Permanente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, chiedendo alle Vostre Eccellenze di ripudiare, con la massima energia, lo scandaloso documento firmato da 152 vostri fratelli nell’episcopato, e di farlo conoscere dall’alto dei  pulpiti. Deve essere chiaro alla maggioranza conservatrice dell’opinione pubblica brasiliana che questa posizione minoritaria non corrisponde a quella dei vescovi del Brasile.

La riforma più importante di cui il Brasile ha così tanto bisogno – e che ci si attende venga intrapresa dai suoi vescovi – è la riforma morale: «Cercate  anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

È con questa speranza che ci rivolgiamo rispettosamente alle vostre Eccellenze, chiedendo la vostra benedizione,

In Jesu et Maria,

 

Eduardo de Barros Brotero

INSTITUTO PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA

San Paolo Paulo, 4 agosto 2020

Festa liturgica di san Giovanni Maria Vianney, curato d’Ars

 

[1]http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,156277,00.html

[2] https://www.ncronline.org/blogs/all-things-catholic/dramatic-growth-evangelicals-latin-america

[3] Sermoni 164.14.

Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (Ucid). Come rilanciare i settori sociali, politici ed economici dopo la crisi del coronavirus

Comunicato stampa

L’Ucid: “Ripartire da tre priorità: no al primato della tecnoscienza,

più solidarietà europea, centralità dell’uomo, del lavoro e della produzione”

 

Le tesi del Comitato Tecnico Scientifico dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (Ucid)

su come rilanciare i settori sociali, politici ed economici dopo la crisi del coronavirus

 

Il Cts dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, presieduto da Riccardo Pedrizzi, in una lettera aperta al premier Conte, in relazione all’annuncio di convocazione degli “Stati generali dell’economia” e con l’auspicio di poter partecipare all’incontro con una propria rappresentanza, ha analizzato debolezze e possibilità di rilancio dei vari settori della vita pubblica, in un’ottica solidaristica, cattolica e riformista, dopo la crisi del coronavirus.

Il riferimento di fondo delle tesi resta la dottrina sociale della Chiesa. Non casuale nel documento firmato dal CTS dell’Ucid, è la “profezia” di Benedetto XVI contenuta nell’Enciclicla “Caritas in Veritate” sul supporto fondamentale della Fede nel “riprogettare il cammino, a darci nuove regole e trovare nuove forme di impegno, per puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative”.

“La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”, è il richiamo che l’organismo presieduto da Pedrizzi fa all’attuale necessità di rimboccarsi le maniche.

Con nuove consapevolezze, però, come quella della non onnipotenza della tecnocrazia e della tecnoscienza, sulla necessità di bloccare la loro supremazia sulla vita e sulla coscienza dell’uomo, come ci ha svelato, con la crisi della pandemia da coronavirus, che ha evidenziato tutti  limiti sociali, politici, economici e sociali di un approccio esclusivamente “scientista” ai problemi del mondo”.

C’è poi il tema politico dell’Europa, dei limiti che ha mostrato, nella forma e nella sostanza. Anche qui l’Ucid richiama le parole rivolte da Papa Francesco all’Europa,  che pesano, che rendono, senza mezzi termini e senza possibili equivoci, con grande chiarezza e anche con una forte determinazione la dimensione della posta in gioco: “L’Unione Europea ha davanti a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero”.

Infine, l’economia. La strada che indicano gli imprenditori cattolici è quella di lavorare per un “mercato libero perché praticato in regime di concorrenza, ma vincolato nella qualità delle prestazioni e garantito nell’accessibilità ai servizi”. Un mercato in cui la concorrenza è leale e reale e l’apparato delle Pmi italiane sia messo in condizione di competere con l’estero, contro il dumping mondiale e per arginare il gap tra le diverse condizioni burocratiche e fiscali di altri Paesi. Nel segno del made in Italy ma anche dell’etica del lavoro e della valorizzazione dell’uomo, del lavoro e della produzione.

 

Nuovi dati sulla 194: aumentano gli aborti chimici e quelli oltre il quinto mese!

Qualche giorno fa, finalmente, il Ministero della Salute ci ha gentilmente concesso la Relazione ministeriale sull’applicazione dell’iniqua legge 194/78 nell’anno 2018. Il quadro emergente, al di là dei toni entusiastici sulla diminuzione degli aborti totali (che sono stati 76.328), è davvero desolante, ma ci spinge a denunciare, in maniera imperterrita, l’iniquità di questa legge.

Nel 2018 c’è stato un ulteriore aumento del ricorso alla c.d. “contraccezione d’emergenza”, con un totale di confezioni vendute (Ellaone + Norlevo) di 598.167 confezioni dovuto principalmente al fatto che nel 2015 l’AIFA ha eliminato l’obbligo di ricetta per le maggiorenni. Abbiamo già avuto ampiamente modo di spiegare come la dicitura “contraccezione d’emergenza” sia decisamente inappropriata, dal momento che queste pillole, oltre a bombardare la donna di ormoni distruggendo il suo organismo, non riescono sempre ad impedire l’ovulazione e quindi la fecondazione, ma impediscono sicuramente all’embrione di annidarsi in utero lasciandolo così morire. Di conseguenza, visto il numero di confezioni vendute, la cifra di aborti nel 2018 potrebbe benissimo essere più che raddoppiata (e la previsione è ottimistica).

Si riscontra anche un preoccupante aumento degli aborti farmacologici con RU486 che sono passati dal 22.0% del 2017 al 25.7% nel 2018 (percentuale sugli aborti totali). Il numero di aborti con questa pillola omicida è aumentato da 132 nel 2005 a 15.750 nel 2018! È noto come il mondo abortista, soprattutto in questo periodo di Covid-19, abbia spinto in una maniera indecente per la liberalizzazione di questa pericolosissima pillola (i cui tremendi effetti, combinati alla somministrazione di misoprostol sono ben noti nella letteratura scientifica) e ad una sempre maggiore privatizzazione della pratica abortiva, lasciando le donne sempre più sole (altro che retorica degli aborti clandestini …).

I sostenitori dell’aborto farmacologico non desiderano realmente difendere le donne dalla violenza, ma per un mero impulso ideologico, causano loro ulteriori sofferenze fisiche e psicologiche la cui portata è troppo grande per essere quantificata e presto ne subiremo le conseguenze nefaste.

Un altro dato allarmante e a dir poco spaventoso, è l’aumento del ricorso agli aborti c.d. “terapeutici”, ovvero aborti eugenetici, deliberate soppressioni di bambini che hanno la colpa di non essere perfetti. Prendendo visione della Tabella 19 dell’allegato della relazione si può subito notare come nel 2018 ci sono stati 4.137 aborti oltre il terzo mese, di cui 1.049 oltre il quinto (e come al solito, non è dato sapere quanto oltre)! Per di più vi sono 2.215 aborti di cui non è stata rilevata la settimana di gestazione, motivo per cui questi numeri potrebbero anche essere più alti. I più grandi dittatori dei regimi totalitari del secolo scorso sarebbero davvero fieri dell’orribile risultato raggiunto.

Un ultimo fatto interessante su cui ci soffermiamo è quello relativo all’obiezione di coscienza. Si sente dire, da più parti, che il tasso di obiezione nel personale sanitario è troppo alto e non permetterebbe alle donne l’accesso all’aborto. Detto che l’obiezione di coscienza in questo contesto è l’unico vero diritto da tutelare, l’affermazione fatta dagli abortisti è falsa. La legge, infatti, è (purtroppo) applicata molto bene e le donne accedono alla pratica abortiva senza troppi ostacoli. A detta dello stesso Ministro Speranza l’obiezione di coscienza non rappresenta affatto un ostacolo per l’IVG in Italia e, per di più, il 15% di ginecologi non obiettori non ha effettuato alcun aborto nel 2018.

In questo contesto si contrappone ad un diritto naturale (quello di non cooperare al male con l’obiezione di coscienza) un falso diritto, costruito artificialmente (quello della madre di sopprimere il proprio figlio innocente nel grembo). Questo neanche le parole asettiche della relazione o l’ideologia abortista possono cambiarlo. A voler essere precisi dunque, è proprio il personale sanitario ausiliario a non essere tutelato, dal momento che seppur non sia obbligato a prender parte alle procedure abortive in sé, è comunque tenuto all’assistenza antecedente e conseguente l’intervento (art. 9, L. 194). Questo è il vero abuso.

Noi, Universitari per la Vita, continueremo a combattere contro questo dilagare di iniquità che distrugge la vita di una quantità incalcolabile di innocenti e mette a serio rischio le donne, il più delle volte ignare di quanto stanno facendo e ingannate da una retorica abortista che tende a descrivere l’aborto come una pratica edulcorata e rosa, mettendo l’accento sui diritti invece di porlo su ciò che è veramente in gioco!

 

Fabio Fuiano

Ingegnere Elettronico

Vicepresidente degli “Universitari per la Vita”

 

SOLE-24 ORE, GOTTI TEDESCHI: NASCITE DA SOSTENERE 04 Luglio 2020

ROMA – La notizia che la caduta della natalità potrebbe assumere una nuova accelerazione in Italia con l’uscita dall’emergenza Covid-19 non sorprende Ettore Gotti Tedeschi, l’economista e banchiere che già diversi anni fa, ben prima di assumere la presidenza dello Ior tra il 2009 e il 2012, aveva ammonito sulle conseguenze morali, prima ancora che economiche, di una popolazione con tassi di fecondità negativi. “Abbiamo voluto arrivare a questo punto – spiega al Sole24Ore – perché è chiaro ormai da cinquant’anni che il calo del tasso di natalità si accompagna un calo della crescita economica. Si tratta di un risultato voluto, direi perseguito in una prospettiva culturale e morale che ha sempre negato la natalità come un fatto naturale dell’uomo. E se freni la natura la modifichi, crei scompensi. Il crollo voluto delle nascite in Italia e nell’Occidente ha generato effetti sempre più negativi, fino a questa pandemia”.

In effetti secondo l’Istat ormai per il 67% il calo delle nascite dipende dal fatto che si è ridotta la popolazione femminile in età feconda.

Certamente siamo difronte a una transizione demografica strutturale. Solo una presa di coscienza culturale e morale può frenare questa tendenza ma servirà una generazione per farlo, sempre che lo si voglia fare. Io sono convinto che non lo si voglia.

Dal Rapporto Istat si apprende però che il numero di figli che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese.

Io non sto dicendo che non ci sono rimedi, che non si possano adottare politiche per la natalità. Si potevano e dovevano adottare prima, per esempio dal Duemila, quando abbiamo raggiunto il picco della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni produttive, con conseguente perdita di competitività. Non si può pensare che un’economia possa andare avanti solo con il consumismo individuale che supplisce al calo delle nascite. E oggi è troppo tardi.

A pesare sulle scelte delle famiglie ora oltre la crisi c’è l’incertezza sul futuro.

E c’è un silenzio assoluto delle autorità morali. Oggi la Chiesa non parla più di figli e di nascite. Il messaggio della Genesi, andate e moltiplicatevi, è stato sostituito da altri messaggi: si parla di ambiente, di immigrazione, di povertà. Non di figli, non si parla più di figli come un dono di Dio. I vescovi dicono che sono i migranti un dono di Dio.

C’è un problema di emergenza demografica nei paesi più arretrati. In Italia il numero di figli per donne della generazione 1978 era 1,43 oggi in quei paesi siamo al 2,2-2,3

Negli anni Settanta la popolazione mondiale era di 4 miliardi, due vivevano nei paesi più ricchi e due in quelli poveri o emergenti. Oggi siamo 7,5 miliardi, con cinque che vivono nei paesi ex-poveri o in via di sviluppo e gli altri due sempre nei paesi ricchi. Statistiche Onu su lunghe serie storiche dimostrano che a una crescita delle natalità segue una crescita dell’economia superiore fino a 40 volte quelle della popolazione. Ma ripeto, qui non stiamo parlando di matematica o di economia, il crollo delle nascite è una questione morale che riguarda l’Occidente e il suo declino.

In questi anni si è molto parlato delle politiche per la famiglia adottate in Francia come modello cui guardare.

La Francia a differenza dell’Italia ha una cultura laica e una Costituzione, quella del 1905, laicista. Eppure ha adottato per tempo politiche di sostegno della natalità. A differenza dell’Italia, che con la sua cultura cattolica ha abbandonato il tema da molti anni. Qui da noi si parla per esempio di paternità responsabile dai tempi del Concilio vaticano II, si sostiene che fare troppi figli non è giusto, e lo dicono anche le coppie cattoliche. Lo ripeto, da cinquant’anni è in atto questa tendenza, ed è voluta. Non è una conseguenza del destino. Cambiare si può con le giuste politiche ma serve una volontà morale e culturale che io oggi purtroppo non vedo.

 

Il ddl Zan & C. produrrebbe l’effetto di rovesciare l’ordine etico della società. Intervista a Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita.

Il ddl Zan & C. produrrebbe l’effetto di rovesciare l’ordine etico della società

In Parlamento si discute sul testo unificato che contiene il Ddl contro l’omotransfobia. Quali saranno le ricadute se dovesse diventare legge? Cosa si potrà dire e cosa no? Avremo ancora un diritto d’opinione o questo segnerà la fine del libero pensiero? Ne abbiamo parlato con Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita.

di Ida Giangrande

(www.puntofamiglia.net)

 

Il quotidiano Avvenire ha ospitato l’onorevole Alessandro Zan per spiegare che il testo unificato delle proposte di legge in materia di omotransfobia non sono liberticide e che per i cattolici non c’è nessun problema per quanto riguarda il diritto d’opinione e di credo religioso. L’hanno convinta le rassicurazioni dell’on. Zan?

In effetti l’on. Zan ha precisato che l’estensione dell’attuale art.604 bis del Codice penale non riguarderebbe la «propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico». Sembrerebbe, quindi, che in caso di approvazione delle modifiche proposte, ai cattolici sarà possibile affermare che gli eterosessuali sono superiori agli omosessuali o, se si preferisce, che gli omosessuali sono inferiori agli eterosessuali. Sarebbe inoltre consentito, sempre secondo Zan, affermare pubblicamente che l’omosessualità è una «grave depravazione», come sancisce il punto 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica. Bene, questo ci tranquillizza. Ciò che, invece, ci lascia alquanto perplessi è il secondo aspetto del ragionamento di Zan. Secondo il deputato del PD, infatti, ciò che verrebbe punito è la discriminazione o l’istigazione alla discriminazione basata su motivi di genere, orientamento sessuale e identità di genere, e la violenza o la provocazione alla violenza basata sempre sui predetti motivi.

Quali sono gli elementi che la lasciano perplessa circa la discriminazione e la violenza?

Ci sono due obiezioni che subito mi vengono in mente. La prima riguarda la definizione del concetto di discriminazione che la proposta di legge non chiarisce. E non è un problema da poco se si formulano alcune ipotesi che certamente interessano cattolici e relativa Chiesa. Se, per esempio, il Rettore di un Seminario diocesano decidesse di non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità, integrerebbe evidentemente un atto di discriminazione sanzionabile ai sensi dell’art. 604 bis, lett. a) del Codice penale, secondo la riforma voluta da Zan. Stessa cosa se un parroco decidesse di non dare un incarico pastorale ad un omosessuale convivente e militante per i diritti LGBT, o decidesse di non affidare i ragazzi dell’oratorio per un campo estivo ad un responsabile scout che si trovasse nelle stesse condizioni. Nell’identica situazione di troverebbe un parroco che rifiutasse la provocazione di due lesbiche conviventi e militanti per i diritti LGBT che chiedessero, per la strana coppia, una benedizione in chiesa.  Discriminazione sarebbe considerata anche quella di un pasticciere cattolico che si rifiutasse di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali. O un fotografo cattolico che rifiutasse di prestare il proprio servizio fotografico per un’analoga cerimonia. Le ipotesi potrebbero proseguire fino all’esclusione di un uomo che si “sente” donna dall’accesso ai bagni riservati alle donne, o dall’accesso agli spogliatoi femminili di una piscina. In questo caso la discriminazione avverrebbe sulla base dell’identità di genere. Sempre rispetto a questo tema, un istituto scolastico non potrebbe imporre un codice di abbigliamento ad un insegnante transessuale o persino ad un docente Drag Queen, perché il variopinto trucco e l’eccentrico costume costituirebbero un’espressione dell’identità di genere tutelata per legge. La scuola non potrebbe porre in essere una discriminazione nei confronti dell’insegnante come i genitori non potrebbero rifiutarsi di mandare i propri bimbi a scuola con una simile maestra. Raccogliere, poi, le firme per protestare contro l’istituto scolastico integrerebbe un’istigazione alla discriminazione. Né sarebbe, ovviamente, consentito ai genitori impedire che i propri figli partecipino ai cosiddetti “corsi gender”, quelli appunto basati sul concetto di identità di genere.

Quali sarebbero le pene previste per i casi da lei appena indicati nell’ipotesi in cui passasse la proposta di legge in tema di omotransfobia?

In tutti i casi summenzionati il malcapitato “discriminatore” rischierebbe la reclusione fino ad un anno e sei mesi e la multa fino a 6.000 euro. In più, al giudice verrebbe concessa la facoltà di disporre a carico del condannato «l’obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno; la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, il divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere e il divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni, nonché, se il condannato non si oppone, la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità», a favore di organizzazioni a tutela di omosessuali e transessuali.

Quale sarebbe, invece, la seconda obiezione che si sente di sollevare rispetto al ragionamento dell’on. Alessandro Zan?

La seconda obiezione riguarda il confine incerto tra istigazione alla discriminazione e istigazione alla violenza. Se è vero che esistono già le leggi che reprimono ogni comportamento violento e persecutorio, è altrettanto vero che il mondo dell’omosessualismo militante tende a considerare qualunque manifestazione del pensiero che invita a differenziare in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere, come un discorso di odio che porta con sé l’incitamento alla violenza nei confronti degli omosessuali e transessuali. L’esperienza dei cosiddetti “reati d’odio” (hate crime) introdotti soprattutto nei Paesi anglosassoni, mostra come sia oramai acquisita a livello legale e giudiziario l’equazione discriminazione/odio = violenza. Anche in Italia, come nei citati Paesi anglosassoni, l’attività volta ad impedire che gli omosessuali o i transessuali possano sposarsi o adottare figli, potrebbe essere considerata istigazione alla discriminazione e all’odio e, quindi, una forma di violenza.

Lei è stato personalmente testimone, in questi anni, di quanto possa essere labile anche in Italia questo confine?

Sì, mi è capitato più volte. Durante un confronto avuto con l’on. Ivan Scalfarotto al Liceo Scientifico Cavour di Roma il 20 ottobre 2014, per esempio, mi sono sentito apostrofare come “violento” dal suddetto parlamentare, semplicemente per il fatto di aver ribadito la mia ferma contrarietà al fatto che gli omosessuali possano sposarsi o adottare figli. In quell’occasione Scalfarotto mi ricordò che esiste anche una «violenza verbale» e che «le parole sono pietre». Recentemente un giornalista ha scritto di me la seguente frase: «Gianfranco Amato si chiede: “Sostenere pubblicamente che l’unica vera famiglia è quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è omofobia?”. Ed ovviamente la risposta è sì, dato che non esiste violenza più grande di un tizio che pretende che le altre famiglie siano considerate “false” solo perché lui erge a dogma i suoi pruriti sessuali». Se a questo aggiungiamo il fatto che un magistrato della Repubblica, il dott. Marco Gattuso giudice del Tribunale di Bologna, ha definito sul suo profilo Facebook il Family Day del 20 giugno 2015 svoltosi a Roma come una manifestazione «di talebani che hanno riempito di odio una piazza», beh, sinceramente, qualche preoccupazione l’avverto. Visto, peraltro, che da quel palco io ho pure parlato.

Le pene previste nel caso di condanna in questi casi sarebbero diverse da quelle contemplate per la discriminazione e l’istigazione alla discriminazione?

Per la violenza e la provocazione alla violenza è prevista la reclusione da sei mesi a quattro anni, oltre le pene accessorie viste prima: uscita e rientro a casa entro una certa ora, ritiro di patente, passaporto, impossibilità di propaganda politica per tre anni, lavori socialmente utili in favore di associazioni LGBT, eccetera.

Quello che preoccupa sarebbe quindi una eccessiva genericità di alcuni termini?

Il problema è esattamente questo. Discriminazione, odio, violenza rischiano di diventare concetti generici che, se non esattamente definiti, lasciano un margine di discrezionalità alla vittima e al giudice del tutto inaccettabili.

Rileva altre perplessità circa il testo della proposta di legge?

Sì, più d’una. Per esempio, la previsione in favore delle asserite vittime di omotransfobia del gratuito patrocinio (lo Stato pagherà il loro avvocato) e la definizione di esse come persone «in condizione di particolare vulnerabilità».

Quest’ultima considerazione perché sarebbe un problema?

Lo sarebbe dal punto di vista procedurale. Il riconoscimento delle vittime di omotransfobia come persone «in condizione di particolare vulnerabilità» consentirebbe, infatti, di raccogliere la loro deposizione in un incidente probatorio quasi segreto, con serie limitazioni al controesame da parte dell’avvocato, oltre al riconoscimento del diritto ad opporsi alla richiesta di archiviazione e il diritto a nominare associazioni rappresentative. Come ha giustamente rilevato il dott. Giacomo Rocchi, magistrato della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, in tal modo già si intravede una sorta di “processo speciale”, che rischierà di arrivare “confezionato” in dibattimento, limitando fortemente il diritto di difesa degli accusati.

Il testo di legge prevedrebbe anche l’istituzione di una “Giornata contro l’omofobia”, come solennità civile nazionale, al pari del “Giorno del Ricordo” o della ricorrenza internazionale del “Giorno della Memoria”. Si avverte davvero una simile necessità? 

Per essere precisi la norma proposta parla testualmente di istituzione della «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», con espressa previsione di organizzare «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», quindi anche per le scuole paritarie di ispirazione cristiana. È legittimo chiedersi quale necessità ci sia di istituire un’apposita Giornata per un fenomeno che, come si è visto, riguarda in media una ventina di persone l’anno, e non pensare di istituire, piuttosto una Giornata contro la cristianofobia (fenomeno ben più tragico e diffuso) o una Giornata nazione della famiglia.

Lei ha parlato di una ventina di casi all’anno. Da dove ha ricavato questo dato?

Sono dati ufficiali rilasciati dall’OSCAD, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori, reperibili nel sito istituzionale del Ministero dell’Interno. Dal 2010 al 2018, infatti, sono stati segnalati 197 casi di discriminazione per orientamento sessuale e 15 casi per discriminazione dovuta ad identità di genere, per un totale, quindi, di 212. Se la matematica non è un’opinione 212 diviso otto fa 26,5 casi all’anno.

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Il nostro Paese è omofobo?

Uno dei più autorevoli e accreditati istituti americani d’indagine demoscopica, il Pew Research Center di Washington ha pubblicato uno studio intitolato The Global Divide On Homosexuality contenente i risultati di un sondaggio sull’atteggiamento verso l’omosessualità nelle principali aree geografiche del mondo. Il dato davvero interessante è che l’Italia, secondo quello studio, si colloca nella top ten, tra le dieci nazioni più gay friendly a livello mondiale, con il 74 per cento della popolazione che dichiara la propria non ostilità all’omosessualità, ed un 18 per cento che, invece, professa un atteggiamento contrario. Il nostro Paese si colloca un gradino sotto la liberalissima Gran Bretagna (76% a favore e 18% contro), anch’essa appena sotto la laicissima Francia (77% a favore e 22% contro). Se poi il clima italiano sia davvero gay friendly, almeno in politica, lo dimostra anche un dato incontrovertibile. Nel Mezzogiorno del nostro Paese, che l’immaginario collettivo dipinge come una terra culturalmente arretrata e sacca della più becera omofobia, ben due Presidenti delle due più importanti regioni, la Sicilia e la Puglia, sono stati eletti pur essendo omosessuali dichiarati e pubblicamente conviventi con i rispettivi partner. La circostanza, com’è noto, non ha impedito loro una brillante carriera culminata con l’elezione diretta da parte dei cittadini

Qualcuno ritiene che uno degli effetti inevitabili della legge proposta sia quello di incrementare l’ideologia omosessualista attraverso un’azione pervasiva nei vari settori della società. Condivide questa preoccupazione?

È una considerazione fondata. Basta leggere l’art. 6 del testo unificato, ove si prevede che l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) elabori «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per obiettivi e l’individuazione di misure relative all’educazione e istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Ciò significherebbe dare valore legale al documento dello stesso UNAR già elaborato nel 2013 proprio con il titolo di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni, il quale si sarebbe dovuto articolare proprio secondo quattro “assi”: (I) Educazione e Istruzione, (II) Lavoro, (III) Sicurezza e Carcere, (IV) Comunicazione e Media. Mette conto evidenziare che per quanto riguarda, per esempio, il primo asse relativo all’educazione ed istruzione, la summenzionata Strategia dell’UNAR prevedeva espressamente, tra l’altro, l’obiettivo di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT», di «garantire un ambiente scolastico sicuro e gay friendly», di «favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni», nonché di «contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali», anche attraverso: (a) la «valorizzazione dell’expertise delle associazioni LGBT in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie, per potersi avvalere delle loro conoscenze»; (b) il «coinvolgimento degli Uffici scolastici regionali e provinciali sul diversity management per i docenti»; (c) la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali» (genitore 1 e genitore 2); (d) l’«accreditamento delle associazioni LGBT, presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in qualità di enti di formazione»;

(e) l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche LGBT e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini LGBT che consenta un uso appropriato del linguaggio».

Stesso indottrinamento nel campo del lavoro, della sicurezza e dei mezzi di comunicazione.

Si parla anche del rischio di legalizzare la prospettiva della cosiddetta ideologia gender. Cosa pensa a questo riguardo?

Il testo parla espressamente di «identità di genere». Tale concetto nasce da quel filone della filosofia post-strutturalista nordamericana, rappresentato da accademici come Judith Butler, secondo cui il genere non dipende dall’aspetto binario che si trova in natura (maschile/femminile), ma dalla volontà soggettiva di un individuo, grazie alla teoria della “performatività”. Proprio la Butler ha coniato il termine “genere performativo”. In base a tale teoria sarebbe la percezione soggettiva manifestata in un comportamento esteriore a determinare il sesso e il genere di una persona. Si tratta di una visione filosofica decostruzionista introdotta nel diritto attraverso l’espressione «identità di genere», così definita nel preambolo dei cosiddetti Principi di Yogyakarta (2007): «L’identità di genere si riferisce all’esperienza del genere profondamente sentita, interna ed individuale, che può o non può corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale senso corporeo (che può implicare, se liberamente scelte, modificazioni dell’aspetto o delle funzioni del corpo con mezzi medici, chirurgici od altri) ed altre espressioni del genere, compreso l’abbigliamento, l’eloquio ed il linguaggio del corpo». In Italia esiste un documento intitolato Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’ente governativo UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), appartenente al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che così definisce l’identità di genere: «É il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono uomo, io sono donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Questa idea è alla base della cosiddetta ideologia gender, oggetto di non poche critiche che sarà sempre più difficile continuare a sollevare nel caso in cui venissero approvate le proposte di legge in esame.

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Lei è sempre stato molto critico nei confronti dell’ideologia gender, che combatte da anni. Ma quali problemi può creare dal punto di vista legislativo?

L’idea che sta alla base di questa ideologia è che attraverso una mera autodichiarazione un individuo possa scegliere il proprio sesso, senza alcuna modificazione della sua struttura fisica che possa esternare in maniera evidente il sesso scelto. In definitiva, la percezione soggettiva deve prevalere sulla evidenza oggettiva. Ora, se questa singolare idea può, in astratto, essere presa in considerazione nell’ambito filosofico, come quello del post-strutturalismo e del decostruzionismo, nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema. Il diritto per attuare le funzioni regolatrici che gli sono proprie necessita di situazioni, fatti e dati definitivi, determinati e soprattutto comprovabili. Ci sono casi in cui la realtà si deve poter verificare e valutare con evidenza obiettiva. Questo vale, per esempio, con il fenomeno delle cosiddette “quote rosa, ovvero quel meccanismo legislativo con cui viene garantito un mimino di partecipazione femminile in determinati ambiti come quello politico o aziendale. Ora, può invocare tale diritto un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico per modificare il suo aspetto fisico esteriore? Un uomo con i propri genitali intatti, con le proprie caratteristiche maschili totalmente integre può pretendere che gli vengano applicate le norme sulle quote rosa, se si sente donna? E coloro che sono tenuti ad interpretare ed applicare la legge, come possono verificare e valutare una percezione soggettiva non comprovabile e indimostrabile? Altro esempio: se nel sistema legale di un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini, perché un uomo che si sente donna non potrebbe invocare il diritto delle donne a ritirarsi dal lavoro prima del raggiungimento dell’età prevista per gli uomini? Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte della speculazione filosofica relativa al concetto gelatinoso e arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del diritto.

Se esistono già tutte le tutele legali a favore delle persone omosessuali e transessuali, quali sarebbero, allora, le vere finalità che i proponenti della legge si prefiggono?

In mancanza di reali esigenze concrete, qualunque ampliamento delle garanzie giuridiche già esistenti produrrebbe l’effetto paradossale di sconvolgere e rovesciare l’ordine etico della società umana. Infatti, l’inevitabile punto di approdo di qualunque intervento normativo in materia – com’è già avvenuto in altri Paesi europei – è costituito dal matrimonio omosessuale, dall’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, nonché dalla loro “capacità di riproduzione” attraverso la tecnica della fecondazione artificiale eterologa. Aggiungerei, anche, che includere l’orientamento sessuale fra le considerazioni per cui è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta “affirmative action”, ovvero lo strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, di genere, sessuale e sociale. In altre parole, nel momento in cui si riconosce che la categoria degli omosessuali e transessuali è stata ingiustamente discriminata al punto da meritare una privilegiata tutela giuridica, occorre rimediare agli effetti della discriminazione attraverso misure compensative, quali ad esempio quote riservate. È ciò che è successo con gli afroamericani negli USA. Gli obiettivi dell’affirmative action sono raggiunti, normalmente, attraverso quote riservate nelle assunzioni, nelle cariche istituzionali, nell’assegnazione di alloggi pubblici, nell’erogazione di servizi e così via. Già qualcuno comincia a parlare di “quote arcobaleno”, in analogia rispetto a quanto accaduto con le cosiddette “quote rosa” in materia di discriminazione femminile. Quindi lo Stato rischia di offrire un modello comportamentale più vantaggioso, in un momento di grave crisi economica.