CINA: DA PRINCIPALE INQUINATORE A MODELLO DI ECOLOGIA. Di Stefano Magni

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Pubblichiamo l’intervento di Stefano Magni all’interno del 12mo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo (Cantagalli, Siena 2020, euro 16) dell’Osservatorio cardinale Van Thuân. Nel Rapporto oltre venti esperti fanno controinformazione veritiera sul tema dell’ideologia ambientalista, oggi pervasiva. Per acquistare il Rapporto scrivere a info@vanthuanobservatory.org. Per vedere l’indice CLICCA QUI

 

La Repubblica Popolare Cinese ha avuto particolarmente successo nel trarre vantaggio dalle catastrofi ambientali che, direttamente o indirettamente, provoca. Il regime di Pechino è sempre riuscito a nascondere sia il problema che l’origine, universalizzarne gli effetti e proporsi come soluzione. Il caso dell’epidemia di Covid-19 (che nessuno osa chiamare “cinese”) è solo il più recente ed eclatante. Ma la storia del rapporto conflittuale fra la Cina e l’ambiente naturale presenta sempre le stesse costanti.

Virus e interesse nazionale

La pandemia di nuovo coronavirus, contrariamente a tante altre epidemie del passato, non porta il nome del suo luogo di origine. Dovrebbe chiamarsi “cinese” invece che Covid-19. L’origine, fino a prova contraria, è nella città di Wuhan, nella Cina centrale, importante centro industriale e snodo delle comunicazioni mondiale da cui il contagio è partito e si è rapidamente diffuso in tutto il mondo. Non è ancora chiaro come il nuovo coronavirus, chiamato Sars-Cov-2, sia passato dal mondo animale a quello umano, né si ha certezza sull’identità del paziente zero, contagiato in un momento ancora da determinare nel tardo autunno del 2019. Ma è assolutamente chiaro, fin dal principio, che l’origine è Wuhan. La colpa umana potrebbe anche non essere diretta, non è affatto dimostrato che il coronavirus sia opera dell’uomo, o sia un virus naturale sfuggito da un laboratorio, o sia passato dal regno animale a quello umano nel mercato “bagnato” di Wuhan, dove le condizioni igienico-sanitarie in cui sono tenuti gli animali vivi sono a dir poco miserabili. Ma in ogni caso appare ormai chiara la responsabilità almeno indiretta della Cina nella diffusione dell’epidemia. Come risulta sin dalle prime inchieste condotte dal Wall Street Journal e dalle informazioni già a disposizione del governo di Taiwan tramite la sua intelligence, il regime di Pechino era al corrente della nuova malattia a partire dagli ultimi giorni del dicembre 2019, ma ha ammesso l’esistenza di un focolaio di epidemia solo il 23 gennaio 2020. Nel frattempo, i testimoni scomodi e chiunque non aderisse alla narrazione ufficiale del Partito Comunista è stato silenziato.

In febbraio è scomparsa la dottoressa Ai Fen (capo del pronto soccorso dell’Ospedale Centrale di Wuhan). È stato tacitato e poi è morto di Covid il dottor Li Wenliang. Entrambi avevano contribuito ad isolare un virus “simile alla Sars” e dato l’allarme. Le autorità di Wuhan hanno costretto Li Wenliang a fare autocritica in una vicenda ormai nota. È stato chiuso il laboratorio di Shanghai che, già nella prima settimana di gennaio, per primo aveva sequenziato il nuovo coronavirus. Tutti gli “scopritori” sono stati messi a tacere per interesse nazionale e di Partito. In quelle prime settimane di gennaio, infatti, la consegna era quella di ignorare l’esistenza del nuovo virus, sia per non turbare il Capodanno cinese, sia (soprattutto) per non disturbare i lavori del Congresso del Popolo cittadino a Wuhan, che si teneva proprio nella prima settimana di gennaio.

Ancora il 7 gennaio, quando lo stesso presidente Xi Jinping dava l’ordine di controllare lo scoppio dell’epidemia, le autorità locali ufficialmente negavano che si trattasse di una malattia trasmissibile da uomo a uomo. Il banchetto organizzato dal Partito nella città di Wuhan per celebrare il capodanno lunare si è tenuto regolarmente, con almeno 40mila ospiti. Nei giorni del capodanno, almeno 5 milioni di cinesi si sono mossi da e per Wuhan, il tutto mentre le autorità sapevano ma tacevano. Il 7 gennaio il Wall Street Journal riportava già la notizia del nuovo coronavirus, solo il 9 gennaio, anche per l’interesse suscitato dalla novità, le autorità cinesi si sono decise a darne notizia ufficialmente e in pubblico, ma non ad ammettere che vi fosse il rischio di un’epidemia.

L’Associated Press è giunta in possesso di documenti a dir poco imbarazzanti, da cui si deduce che l’ordine di tacere sull’esistenza del virus sia partito dall’alto, nel nome della “stabilità sociale”. La Commissione Nazionale della Sanità, a Pechino, il 14 gennaio contattava in teleconferenza le autorità sanitarie locali e distribuiva loro istruzioni su come contenere una nuova epidemia. Dunque si sapeva dell’epidemia, nonostante la comunicazione ufficiale della Cina (ripetuta dall’Oms) fosse ancora quella di ritenere poco probabile un contagio da uomo a uomo. Il 14 gennaio è una data significativa: il giorno prima era stato diagnosticato un caso in Tailandia, il primo fuori dai confini cinesi. Non era più solo una questione nazionale, né era più possibile nasconderla al mondo. Almeno per sei giorni, dal 14 al 20 gennaio, abbiamo la ragionevole certezza che il regime fosse al corrente di tutto, ma non lo abbia ammesso. Negli stessi documenti raccolti dall’Associated Press è infatti esplicita la consegna del silenzio. Solo il 20 gennaio, Xi Jinping ha parlato in pubblico del pericolo del nuovo virus. Il 23 è iniziato il lockdown a Wuhan e in tutta la provincia dello Hubei.

Nonostante queste responsabilità che sono costate molto care al mondo, la Cina si è ripulita l’immagine sin da subito. Nessuno, appunto, può parlare di “virus cinese”, senza essere tacciato di razzismo. In passato abbiamo avuto le epidemie di influenza spagnola (che pure aveva origine in Nord America), asiatica e anche Ebola è il nome di un fiume africano. Ma questo virus ha solo il nome Covid, che è un acronimo e 19, anno del primo focolaio. Nessun riferimento all’origine geografica. Il regime di Pechino tuttora prova a dimostrare che il virus sia partito dall’estero, prima attribuendo la colpa ai soldati americani che avevano partecipato ai Giochi Militari di Wuhan nell’ottobre 2019, poi anche alla stessa Italia (quando eravamo nel pieno dell’emergenza), infine al Nord Europa. Quando anche in Italia viene redarguito chi prova a parlare di Cina, quale origine del nuovo virus, o si parla di “origine tedesca” o in genere di “ceppi europei” pre-esistenti a quello di Wuhan, si ha la dimostrazione che la campagna di contro-informazione cinese ha avuto successo.

Da marzo in poi, quando l’epidemia è diventata pandemia globale, il problema cinese è diventato universale. La pandemia riguarda tutti i Paesi del mondo e qualunque governo è portato a considerarlo come una minaccia collettiva, da risolvere “assieme” agli altri governi colpiti. A parte alcuni Paesi della anglo-sfera (Stati Uniti, Regno Unito e Australia), che hanno ottenuto dall’Onu la possibilità di condurre un’indagine internazionale sulle origini del coronavirus, pochi esecutivi pensano di chiedere i danni a Pechino. Anzi, il regime comunista cinese propone il suo modello totalitario come soluzione.

In questo sta avendo particolarmente successo in Italia. Sta entrando nel lessico politico una nuova definizione: la “Via della Salute”, nuova partnership italiana cinese, seguito naturale della Nuova Via della Seta (il cui memorandum è stato firmato dal primo Governo Conte il 23 marzo 2019), dove è inevitabilmente la Cina a far la parte del leone.

Quello del coronavirus è, appunto, l’ultimo (in ordine di tempo) e più eclatante esempio del modus operandi della Cina nelle questioni ambientali. Ma la storia inizia con la sua rapida industrializzazione e l’inquinamento che provoca.

La “nube marrone dell’Asia” e l’isola di plastica del Pacifico

Forse oggi sfugge quanto fosse ritenuto importante, nei primi anni 2000, questo strano e pericoloso fenomeno atmosferico dell’Asia Orientale. «Una coltre di inquinamento chiamata “nube marrone dell’Asia” sta sorvolando l’Asia meridionale e orientale, gli scienziati avvertono che potrebbe uccidere milioni di persone nella regione e porre una sfida globale», si legge in un articolo del sito della CNN datato 22 agosto 2002. La nube marrone dell’Asia poteva, secondo i calcoli dell’epoca, filtrare il sole al punto da ridurne la luce al livello del suolo del 10-15%, con gravi effetti sull’agricoltura. Spessa tre chilometri, l’amplissima nube era considerata responsabile di centinaia di migliaia di morti all’anno in tutta la regione dell’Asia orientale, circa 340mila fra Cina e India, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Sull’origine umana di quel fenomeno vi sono pochi dubbi. Secondo la rivista Science, i due terzi della nube sono costituiti da particelle di fuliggine provenienti dai metodi di combustione, l’industria, il traffico e i fuochi per il riscaldamento o la cucina in cui si usa una serie di materiali tra cui sterco, legno e residui dei raccolti.

Fra i Paesi inquinatori la Cina ha svolto sicuramente la parte del leone. Nei primi anni 2000 Pechino era una delle città con il maggior problema di smog al mondo. Negli ultimi 7 anni, una politica ambientale nazionale ha ridotto drasticamente questo livello di inquinamento, anche se la qualità dell’aria della capitale cinese è tuttora inferiore agli standard dell’Oms (42 microgrammi per metro cubo di particelle PM2,5, quando lo stesso standard cinese è di 35 e quello raccomandato dall’Oms è di 10). A tutt’oggi la Cina ospita sul suo territorio il maggior numero delle città più inquinate del mondo. Fra le cinquanta peggiori, in Cina se ne contano ben 24: Linfen (la più inquinata in assoluto, nello scorso decennio), Pingdingshan, Weinan, Shangqiu, Luohe, Zhengzhou, Shouguang, Luoyang, Dongying, Zaozhuang, Dezhou, Xianyang, Jining, Heze, Handan, Xinxiang, Jiaozuo, Liaocheng, Anyang, Xingtai, Hengshui, Shijiazhuang, Jinan, Baoding. Nessun Paese, nemmeno India, Bangladesh e Pakistan (che pure includono città estremamente inquinate) riesce a battere questo record.

Nel 2013, uno studio pubblicato dal Proceedings of the National Academy of Sciences, aveva calcolato che l’inquinamento in Cina, nel corso degli anni ’90, aveva ridotto di 5,5 anni l’aspettativa di vita media delle persone che vivono nel Nord del Paese (che include la capitale), dove l’aria tossica porta ad un incremento dei tassi di ictus, malattie cardiache e cancro. Uno studio successivo, del 2015, effettuato dall’organizzazione non-profit Berkeley Earth ha stimato in 1,6 milioni le persone morte ogni anno in Cina, a causa di infarti, problemi respiratori, ictus correlati all’inquinamento dell’aria.

Le stesse autorità cinesi, come l’Amministrazione statale per la protezione dell’ambiente, stimano che circa 100mila km quadrati di territorio coltivabile cinese siano inquinati, inclusa la contaminazione dell’acqua usata per irrigare ulteriori 21.670 km quadrati ed altri 1300 km quadrati coperti di rifiuti solidi. Stiamo parlando di un’area pari a tre volte la Pianura Padana.

Esattamente come la nube marrone dell’Asia, di cui si parla meno nell’ultimo decennio, anche le isole di plastica nel Pacifico, che sono ancora in primo piano, sono originate prevalentemente in Cina. Nel 1980 venne scoperto il primo enorme accumulo di plastica del Pacifico, il “Great Pacific Garbage Patch” con dimensioni simili a quelli dell’intera Penisola Iberica. Di queste isole ora se ne contano altre quattro.

Si stima che il 90% dei rifiuti presenti in mare provenga da 10 fiumi, di cui 3 sono cinesi: Yangtze, Xi e Huanpu. L’esploratrice e docente universitaria Jenna Jambeck (Università della Georgia) ha stimato che, a livello mondiale, la Cina sia il singolo maggior contributore di rifiuti di plastica, con più di 5 milioni di tonnellate metriche prodotte nel 2010 (anno della sua indagine). Successivamente, Christian Schmidt, idrogeologo del Helmholtz-Centre for Environmental Research, ha calcolato che delle 2,75 tonnellate metriche scaricate nell’oceano attraverso i fiumi, circa 1,5 milioni (il 55%) provengono dal solo Yangtze.

Anche nel caso dell’inquinamento, dell’aria, della terra e dell’acqua, la Cina ha reso universale quello che è soprattutto un suo problema. Sulla nube marrone dell’Asia, l’Earth Summit proponeva la soluzione “fornire l’energia rinnovabile a due miliardi di cittadini del mondo privi di potere”. L’effetto provocato dall’allerta dei primi anni 2000 è stato quello di accelerare la spinta al taglio dei combustibili fossili e di finanziare le energie rinnovabili. Quanto alla sensibilizzazione per le isole di plastica nel Pacifico, la soluzione è individuata in una generale riduzione della plastica. Sono abitudini ormai di uso comune in Nord America ed Europa, come la sostituzione delle cannucce di plastica con scomode cannucce di cartone o l’eliminazione delle bottigliette in plastica, sostituite da una borraccia di ferro che ormai si vede in tutti gli zaini degli studenti. A nessuno, però, viene in mente di ricollegare il problema alla Cina. Come nel caso del coronavirus, quello dell’inquinamento diventa un problema universale, non più “cinese”. E nessuno, ad oggi, ha mai chiesto risarcimenti a Pechino: siamo semmai noi europei o i nordamericani a dover cambiare stile di vita.

Lo stesso discorso vale, anche se non si parla propriamente di inquinamento, per le emissioni di gas serra, dove la Cina riesce a promuoversi come difensore dell’ambiente pur costituendo gran parte del problema.

Carbone e accordi di Parigi

Mentre le emissioni di gas serra, in particolare di CO2 si riducono in tutto il mondo industrializzato, in Asia aumentano. L’80% dell’aumento di emissioni del 2019 viene dal continente asiatico e in particolar modo dalla Repubblica Popolare Cinese.

La Cina è di gran lunga il Paese che emette più CO2 da consumo di combustibili fossili: circa 9,1 miliardi di tonnellate, ossia il 28% delle emissioni mondiali del settore (con una crescita notevole negli ultimi 25 anni: dal 10% del 1990 al 14% del 2000 e al 20% del 2005). Successivamente, Pechino ha affermato di aver ridotto l’intensità delle emissioni di gas serra del 45% fra il 2005 e il 2018. Ma le emissioni della Cina, in assoluto, restano le maggiori del mondo e continuano ad aumentare, secondo un rapporto delle Nazioni Unite uscito alla vigilia della conferenza sul clima Cop25 di Madrid (2019).

Nella battaglia contro il riscaldamento globale, vero feticcio della politica contemporanea, la Cina è riuscita a “fare un capolavoro”, a modo suo, risultando fra le promotrici della lotta alle emissioni, pur essendo la principale responsabile. La Repubblica Popolare, infatti, risulta fra i firmatari del Protocollo di Kyoto del 1997 (firma il 29 maggio 1998, ratifica 30 agosto 2002)… pur essendo esente dalle clausole che imporrebbero una riduzione delle emissioni. Un privilegio che condivide con altri Paesi in via di sviluppo, come India e Brasile, per i quali la politica di riduzione delle emissioni era considerata un costo troppo gravoso per la loro nascente industria. E abbiamo visto come, dal 1997 al 2015, la Cina sia diventata il Paese che emette più CO2 al mondo.

Nel 2015 la Repubblica Popolare figurava anche fra i firmatari degli Accordi di Parigi, che si propongono di implementare la riduzione delle emissioni di CO2 fino al raggiungimento dell’obiettivo della “carbon neutrality” (le emissioni di gas serra non superano la capacità della terra di assorbire tali emissioni) entro il 2050. Eppure dimostra di non crederci. Secondo uno studio del think tank Global Energy Monitor, la Cina sta costruendo tuttora più centrali a carbone (la maggior fonte di CO2) di tutto il resto del mondo. La Cina sta costruendo, in particolare, centrali che avranno una capacità complessiva di 148 gigawatt. Si tratta di una potenza immensa, considerando che le centrali a carbone in tutta l’Ue producono un totale di 150 gigawatt e che in tutto il mondo ne stanno costruendo per un totale di 105 gigawatt.

Gli Usa, sotto l’amministrazione Bush, si sono ritirati dal protocollo di Kyoto e hanno subito tutta la pressione della condanna internazionale. Poi, con l’amministrazione Trump si sono ritirati anche dagli accordi di Parigi, subendo un ostracismo ancora peggiore. Ma negli Stati Uniti, gli accordi internazionali sono vincolanti, diventano legge federale, chiunque può portare una caso in tribunale sulla base di essi. In Cina no: prevale un “interesse nazionale” che si traduce spesso in un rispetto solo formale della legalità internazionale e una libertà di azione totalmente impunita e neppure monitorata. Pechino, insomma, si trova nella posizione privilegiata di poter fare prediche, pur violando le regole. Viene presa ad esempio come potenza “responsabile” contro l’“irresponsabile” amministrazione Trump, pur continuando a violare i patti.

Questioni di responsabilità

Parafrasando un motto riferito alla Fiat, anche la Cina, in materia ambientale, ha imparato molto bene a nazionalizzare gli utili e universalizzare le perdite. Ovviamente l’ambiente e la sanità sono solo due aspetti di un problema più vasto, un capitolo a parte andrebbe aperto su come la Cina sfrutta allo stesso modo l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ciò è possibile solo per una mancanza di responsabilizzazione. Nessuno ha mai chiesto seriamente conto alla Cina dei danni che sta provocando. Anzi: la comunità internazionale e i governi delle grandi potenze hanno dimostrato una grande volontà di accollarsi i costi dei danni provocati, in tutto o in parte, dal regime di Pechino. A prescindere dalle cause economiche, ideologiche e di opportunità che spingono a questo comportamento, la continua tolleranza dei danni provocati dal regime comunista cinese non è sostenibile, né nel lungo, né nel breve periodo.

Stefano Magni