Comitato Nazionale di Bioetica: altra occasione persa. Valutazione del documento “Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito”

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Lo scorso 29 luglio sono state rese pubbliche le “Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito”, a cura del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). Si tratta, spiegano i redattori, di un semplice «parere» nel merito del dibattito pubblico sulla legislazione di fine vita, fortemente richiesta al Parlamento dalla Corte costituzionale italiana.

Il problema di queste Riflessioni è che non c’è nessun «parere», ma un coacervo di «opinioni», espresse dai membri del CNB e fondate su convinzioni etiche personali. Meno della metà sono i membri su posizioni cattoliche, i quali hanno riaffermato la ferma opposizione al suicidio medicalmente assistito, con argomenti condivisibili. Ad eccezione di Assuntina Morresi, il CNB si guarda bene dal criticare la Legge 219/2017, laddove «la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale» sono definite come «trattamenti sanitari» (terapie), in quanto «somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici» (art. 1, comma 5). Le Riflessioni avrebbero potuto essere un pretesto per dichiarare qualcosa su cui la pubblicistica si è frequentemente espressa e, cioè, che in alcun modo nutrizione e idratazione artificiali – per via di ragione e di pura evidenza – possono essere considerate semplici terapie.

Non sono i malati e le persone coinvolte nella sofferenza, bensì i redattori del documento a muoversi «in un’atmosfera chiaroscurale, dominata dall’angoscia e dall’incertezza e tutt’altro che illuministicamente univoca». Qua non c’è nulla di univoco, ma molto di equivoco. Il presidente del CNB, Lorenzo d’Avack, è deciso sin dall’inizio ad «affrontare il tema con la consapevolezza di rilevare orientamenti difformi sia all’interno dello stesso Comitato, sia nella società». Si potrebbe obiettare: ma a che serve allora un Comitato di Bioetica, se non c’è un riferimento etico preciso sul quale lavora? E, infatti, non fa alcun problema a d’Avack che «all’interno del presente Comitato si riscontrano differenti opinioni». Dovrebbe invece farne, altrimenti il tutto si riduce a una mera questione tecnica, dove però la ragione d’esistenza del CNB non è la tecnica, ma l’etica. Il Comitato dovrebbe essere una guida sulle scelte, non un elenco di opinioni su chi è chiamato a scegliere o legiferare.

È vero che il documento giunge a stilare – al di là delle divergenze – una serie di «raccomandazioni condivise» finali, ma queste nulla dicono sulla liceità o sull’illiceità dell’eutanasia o del suicidio medicalmente assistito. Si auspica, ad esempio, una particolare attenzione, da parte del legislatore, alle problematiche morali del paziente, alla deontologia medica, alla riduzione della sofferenza, ai più alti standard delle cure palliative o alla ricerca biomedica. Tutto importante, ma si glissa sull’essenziale.

Viene accolto, senza contraddittorio, il «pluralismo morale nella nostra società» e si afferma che, quanto al suicidio assistito, «le scelte del legislatore devono mediare e bilanciare i diversi valori in gioco, al fine di potere rappresentare le diverse istanze provenienti dalla società». Scelte legislative, queste, che sottintendono un’accettazione del relativismo etico contemporaneo, in cui nulla può essere detto di definitivo, ma si devono soltanto catalogare le tesi discordanti e presentarle come spunto al dibattito.

Cosa dire, quindi, circa l’assistenza al suicidio? Le Riflessioni fanno l’inventario delle varie «correnti di pensiero», che vanno dall’autolegittimazione della coscienza personale, alla validità sul consenso informato; dal primato della vulnerabilità del soggetto, al suo diritto di porre fine alla vita. Nessuna voce si leva a denunciare l’antinomia della Corte costituzionale che, da una parte, ammette pacificamente la costituzionalità dell’«incriminazione dell’istigazione al suicidio» e, dall’altra, riconosce «all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire». Nessuno del CNB sembra accorgersi che quello stesso individuo che chiede il suicidio, lo vuole in forza della propria vulnerabilità e che la sua decisione possa essere maturata (e mutata) proprio a seguito di un’istigazione da parte di terze persone.

La Corte, anzi, è al riparo dal dissenso anche su fatti concernenti il passato. Con sentenza n. 27, del 1975, la Corte definiva l’embrione «chi “persona deve ancora diventare”». Nessuna obiezione, ma solo descrizione: è questa la prassi del CNB, per tutto il testo. A parte, dunque, una timida richiesta, espressa dai redattori, della «possibilità dell’obiezione di coscienza» per quei medici che non se la sentissero di partecipare al suicidio del paziente, le Riflessioni sembrano l’ennesima occasione persa per riproporre la necessità di una guida etica a monte delle questioni politiche o del diritto.

 

Silvio Brachetta