Disegno di legge sul fine vita: ideologico, contraddittorio, inutile. Il convegno di Rovereto del 29 settembre scorso.

gandolfini

È all’analisi della Commissione Igiene e Sanità del Senato in queste settimane, dopo aver ricevuto ad aprile una prima approvazione alla Camera dei Deputati, il disegno di legge 2801/17 sulle Disposizioni anticipate di trattamento (DAT) e sul consenso informato, che a Rovereto venerdì 29 settembre è stato al centro di un convegno organizzato dall’Associazione Italiana Notai Cattolici, dal Comitato Difendiamo i Nostri Figli, dall’Associazione ProVita e dal Centro Studi Rosario Livatino e che ha avuto tra i suoi ospiti il prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra portavoce del Comitato DNF, ed il prof. Mauro Ronco, professore di Diritto penale all’Università di Padova e Presidente del Centro Studi Livatino.

Il caso Dj Fabo e Marco Cappato

Il tema del testamento biologico e delle DAT ha recentemente ripreso forza nel dibattito pubblico, come ha rilevato il prof. Ronco, grazie a fatti di cronaca come quelli che hanno riguardato Fabiano Antoniani, meglio conosciuto come Dj Fabo, accompagnato dal radicale Marco Cappato in una clinica svizzera per porre fine alla propria vita. Da questo episodio ha preso spunto Ronco, che ha rilevato come il disegno di legge meriti un esame sia per i principi che lo ispirano sia per le norme che esso contiene. Se da un lato, ha affermato, “emerge chiara la volontà del legislatore di affermare il principio della disponibilità della vita contro il criterio dell’indisponibilità sancito da tempo immemore”, dall’altro è da prendere atto positivamente del fatto che in Italia vi sia stato una pronuncia del gip di Milano che, rigettando la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ha rinviato a giudizio Cappato per aiuto al suicidio.

Sarà ancora possibile salvare una persona dal suicidio?

La legge, oltre che essere voluta da molti suoi fautori per introdurre nell’ordinamento il criterio della disponibilità della vita, ha ribadito Ronco, presenta numerose altre criticità. Fin dall’inizio, infatti, il provvedimento comprime il carattere di beneficialità del rapporto medico-paziente fino quasi ad annullarlo in nome del principio astratto del consenso imprescindibile del paziente. Un’impostazione di questo genere, ha affermato Ronco, “è il frutto avvelenato della mentalità per cui, il nome della disponibilità della vita, nulla può essere fatto se non previo consenso, nemmeno salvare una persona che ha tentato il suicidio”.

Il rapporto medico-paziente

Il rapporto medico-paziente ha rilievo anche per quanto riguarda le DAT, che sarebbero vincolanti per il medico. Dal punto di vista giuridico si presenta secondo Ronco una “contraddittorietà insanabile”, poiché il soggetto coinvolto potrebbe correre il rischio di trovarsi “intrappolato” da una disposizione rilasciata precedentemente, in un momento diverso da quello in cui la disposizione stessa diventa efficace, ed in questo caso, paradossalmente, “la legge si rivelerebbe contraria allo stesso principio del consenso informato”.

Verso l’eutanasia

Se non si può parlare esplicitamente di eutanasia, si può senz’altro affermare che il provvedimento “introduce una fenditura nella tutela del diritto alla vita”, che è il primo passo verso un piano inclinato che, come ha evidenziato successivamente Massimo Gandolfini, ha condotto a un aumento esponenziale dei casi di “dolce morte” (fino all’eutanasia per i minori di 14 anni senza consenso dei genitori e all’eutanasia addirittura senza consenso del paziente) in paesi come Olanda, Gran Bretagna e Belgio, che dai sostenitori della legge vengono indicati come esempi di civiltà.

Un testo contraddittorio e inutile

Il disegno di legge, ha detto Gandolfini, è contraddittorio perché riassume in sé i contenuti di 16 proposte di legge che negli anni sono state formulate su questo tema per dare vita ad una sorta di testo unico. Inoltre, ha spiegato, molte delle previsioni in esso contenute (come il consenso informato ed il concetto di accanimento terapeutico) “sono totalmente inutili” perché si trovano già nel Codice di Deontologia Medica riscritto nel 2014, peraltro espresse in senso più favorevole alla tutela del paziente. Anche secondo Gandolfini la questione fondamentale è che il legislatore ha assunto come centrale il principio di autodeterminazione a discapito di quello di indisponibilità della vita, il che porterà ad un aumento della medicina difensiva e del numero dei contenziosi. Il provvedimento introduce un criterio contrattualistico tra medico e paziente nel quale il primo viene svilito nell’esercizio della sua professione riducendosi a mero esecutore della volontà del secondo, ha spiegato il neurochirurgo.

Dalle “dichiarazioni” alle “disposizioni”

Per dimostrare l’orientamento ideologico del disegno di legge, inoltre, basterebbe considerare l’utilizzo delle parole scelte: quelle che nel codice deontologico vengono definite “dichiarazioni anticipate di trattamento” nel testo del DDL 2801/17 diventano infatti “disposizioni anticipate di trattamento”, dando ad esse un carattere di perentorietà e di vincolatività senza precedenti.

Anche Gandolfini si è soffermato, nel suo intervento, sugli elementi di contraddittorietà tra il consenso informato e le DAT. “La condizione di attualità che deve caratterizzare il consenso è fondamentale”, ha dichiarato, perché “il paziente deve dare il proprio consenso in un preciso momento e con riferimento a una precisa terapia, e non a un non meglio precisato numero di interventi”. È evidente, ha commentato portando la propria testimonianza personale, che un conto è immaginare di avere una patologia, un conto è averla davvero: “in quarant’anni di professione medica non mi è mai capitato – ha detto – che un paziente rifiutasse la tracheotomia pur avendola rifiutata in precedenza, quando respirava da solo”.

Alimentazione e idratazione non sono terapia

Un ulteriore passaggio molto pericoloso, ha aggiunto, è quello che tratterebbe l’alimentazione e l’idratazione artificiali non come dei sostentamenti vitali di base, ma come una terapia che il paziente può decidere di sospendere (art. 1, comma 5 e 6). Introdurre le DAT questo tema si configura come una “eutanasia omissiva”, come l’ha definita nel 2005 il Comitato Nazionale di Bioetica parlando di “forma particolarmente crudele di abbandono del malato”. “Cibo e acqua – ha commentato Gandolfini – non diventano una terapia perché vengono somministrate con un mezzo artificiale, come non lo è il latte per il neonato sano, anche se questo gli viene somministrato attraverso un biberon”.

Tutto si gioca, ha concluso, sulla differenza tra i concetti di terapia e di cura. Se la prima esprime l’insieme dei presidi e dei rimedi per curare una malattia, la seconda evidenzia l’intenzione di farsi carico del malato in quanto persona. “Rispettando la libertà decisionale, senza dimenticare i rischi insiti nell’esaltazione acritica dell’autonomia dell’individuo, al medico è richiesto di mirare sempre al vero bene del paziente, ricordando che ogni malato porta con sé il valore di una vita unica ed irripetibile, e soffre una paura che condiziona ogni scelta: sentirsi abbandonato”.

Andrea Mariotto