Europa: la fine delle illusioni. 09.02.2017

Pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi alla presentazione del IX Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan tenutasi a Roma, presso la Radio Vaticana, venerdì 9 febbraio 2018

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I Rapporti annuali del nostro Osservatorio forniscono dei dati e fanno anche delle proposte di contenuto circa i temi che di anno in anno vengono affrontati. Però si concepiscono anche come strumento e occasione di approfondimento. Per noi che abbiamo redatto il Rapporto questa giornata è stata di grande soddisfazione perché persone così importanti e competenti hanno, potremmo dire, continuato e completato il Rapporto con le loro osservazioni e riflessioni, E’ come se il nostro Rapporto fosse uscito sì definito ma ancora incompleto e che gli illustri relatori di oggi lo abbiano completato. A noi il merito di aver suggerito le giuste emergenze da considerare sul tema dell’Europa, a loro il merito di aver accolto l’appello e di aver scritto un Rapporto vivo e non solo cartaceo. Rivolgo quindi il mio sentito ringraziamento al prof. Lorenzo Ornaghi e all’onorevole Alfredo Mantovano che hanno accolto l’invito a pensare con noi oggi all’Europa. Un ringraziamento particolare al cardinale Angelo Bagnasco che ci ha onorato della sua presenza e della sua parola. Permettetemi anche di ringraziare pubblicamente il prof. Gianfranco Battisti, dell’Università di Trieste, che è autore di uno dei saggi centrali del Rapporto. Non è seduto al tavolo ma è qui presente insieme a noi. Infine un fraterno grazie al Movimento Cristiano Lavoratori e al suo presidente Carlo Costalli che, con fattiva amicizia, condivide e sostiene l’operato dell’Osservatorio, specialmente l’annuale pubblicazione del Rapporto.

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Permettetemi, in conclusione di questa interessante giornata, di fare qualche osservazione “finale”, finale solo perché giunge per ultima e non perché abbia la pretesa di chiudere i lavori. I lavori, in realtà, bisognerebbe aprirli. Ed è con questo spirito – quello di aprire i lavori piuttosto che chiuderli – che vorrei fare qualche sottolineatura circa il rapporto che dovrebbe esserci tra noi e l’Europa.

Un primo punto di grande importanza è di non abbandonare la prospettiva della “nuova evangelizzazione” del Continente europeo. Quando pensano all’Europa, al suo processo di unificazione con tutti i problemi che ciò comporta molti dei quali sono stati segnalati nel Rapporto e evidenziati anche oggi, i cattolici dovrebbero farlo sempre dentro una visione missionaria di annuncio di Cristo. Ciò dovrebbe valere per ogni loro atteggiamento ad extra, ma vale in modo particolare per l’Europa. Qui, infatti, si è storicamente strutturata una modalità di incontro tra la Chiesa e il mondo dal significato provvidenziale e dal valore “tipico”, ossia con una validità universale. Qui, la natura e la soprannatura, incontrandosi, hanno prodotto lungo i secoli forme di civiltà autenticamente umane e autenticamente cristiane, pur con i limiti della storia. Si può dire anche il contrario: qui, ad un certo punto, quello stesso incontro è entrato in una profonda crisi, crisi che se non viene risolta qui, ove essa è nata, non potrà essere risolta in nessun altro posto. I recenti Pontefici hanno avuto chiaro questo quadro della situazione e hanno inteso l’Europa come un campo di prova in cui si giocano dinamiche di salvezza o di perdizione ben più grandi dell’Europa stessa. Sarebbe un errore valutare il processo di unificazione europea senza collocarlo in questo più ampio e profondo contesto.

Considerare ancora attuale e doverosa da percorrere la strada della Nuova evangelizzazione del Continente è di fondamentale importanza per continuare ad adoperare, anche nel contesto europeo, la Dottrina sociale della Chiesa che, come affermava in modo insuperato Giovanni Paolo II, è strumento di questa nuova evangelizzazione. So bene che oggi varie correnti teologiche ritengono superato e addirittura sbagliato il concetto di “Nuova evangelizzazione”. Come so bene che per queste correnti teologiche la Dottrina sociale della Chiesa dovrebbe essere abbandonata in cambio di una presenza cattolica meno qualificata, meno strutturata, meno identitaria, meno dottrinale e più pastorale. Però credo che senza il respiro lungo e profondo della nuova evangelizzazione e senza il patrimonio di luce della Dottrina sociale della Chiesa, la presenza cattolica nel continente rischi il qualunquismo e, soprattutto, finisca per concentrarsi soprattutto sui metodi che non sui contenuti.

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E’ questa appunto la seconda osservazione che vorrei fare. Nei Paesi dell’Unione Europea, nelle istituzioni dell’Unione si nota spesso un vuoto di contenuti e un ossequio alle procedure. La retorica “europeistica” spesso fa diventare prioritario lo “stare insieme” piuttosto dei fini e dei contenuti di questo stare insieme. Si parla spesso di “bene comune” dentro l’Unione, ma non lo si definisce quasi mai. Si è parlato e si parla di “principio di sussidiarietà” ma alla fine si scopre che di esso si ha una visione solo funzionalistica e operativistica, non contenutistica: sussidiarietà per fare cosa?

La questione è complessa, potremmo però dire in sintesi che l’Unione europea, come ogni altra compagine politica, è davanti ad una scelta: pensare di costituirsi da sé o sentirsi come costituita da altro. Il tema è sempre quello: del costituirsi o dell’essere costituiti. L’Unione ha spesso assunto il primo modello, il modello moderno contrattualista e volontarista del costituirsi. In questo caso le procedure hanno la priorità sui contenuti, perché è proprio seguendo delle procedure che la comunità stabilisce dei contenuti che meritino il suo consenso. La priorità data alle procedure è effetto della disperazione e produce disperazione. Solo un uomo disperato può affidare alle procedure di stabilire il bene e il male e, facendolo, passa ad una nuova disperazione. C’è però anche il secondo modello, cui Giovanni Paolo II intendeva richiamare l’Europa invitando a parlare di Dio nella sua Costituzione: l’essere costituiti. C’è un ordine che precede le compagini politiche e che pone agli uomini uniti in società dei fini ad essi indisponibili appunto perché precedenti e costituenti. In questo caso i contenuti precedono le procedure. Spesso l’Unione europea ci appare come un immenso apparato tecnico e funzionalistico. Ciò dipende dal fatto che le procedure hanno avuto la precedenza sui contenuti. Ma è possibile anche il processo contrario, il recupero dei contenuti indisponibili del nostro stare insieme come anima delle procedure. Credo che questo dovrebbe essere l’impegno dei cattolici per l’Europa e ritengo che per svolgerlo essi abbiano bisogno strutturale della Dottrina sociale della Chiesa.

Del resto – e così mi avvio a concludere – ci sono molti segni oggi di stanchezza per l’Europa delle procedure, mentre emergono bisogni di contenuti, non di “nuovi contenuti”, ma dei contenuti di sempre, dei contenuti naturali come la famiglia, la nazione, l’impresa a dimensione umana, la tradizione, la solidarietà vissuta nei corpi intermedi. Nell’Europa ci sono molte cose di cui andare fieri e che l’Europa non deve svendere in cambio della tecnica, della procedura e di una convivenza anonima e impersonale.

+ Giampaolo Crepaldi