I cattolici, il suicidio assistito e l’Ordinanza della Corte costituzionale. Di Silvio Brachetta.

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[Nota redazionale. Silvio Brachetta interviene con questo suo articolo nel dibattito su cosa fare dopo la ormai famosa Ordinanza 207/2018 della Corte costituzionale. Il nostro Osservatorio aveva pubblicato un suo Comunicato nel quale si sosteneva che ottemperare alle richieste della Consulta, richieste finalizzate all’inserimento nel nostro ordinamento del suicidio assistito e quindi di una estensione dell’eutanasia già prevista dalla cosiddetta legge sulle DAT, accettando la revisione dell’articolo 580 del codice panale mediante una revisione delle pene per i familiari coinvolti, non avrebbe impedito una nuova legge sul suicidio assistito mentre avrebbe alimentato la percezione di una partecipazione cattolica alla sua elaborazione facendola passare per una legge anche “dei cattolici”. La proposta dell’Osservatorio era invece di iniziare una vera e propria battaglia per il mantenimento dell’articolo 580 del codice penale e per l’abolizione della legge eutanasica sulle DAT.

Importanti chiarimenti sono stati forniti da Tommaso Scandroglio in due articoli apparsi su La Nuova Bussola Quotidiana (vedi qui  e qui ), da un Comunicato del Comitato Verità e Vita (vedi qui ) e da un articolo di Marco Ferraresi, presidente dei Giuristi Cattolici di Pavia, pubblicato nel nostro sito (vedi qui ).

Ringraziamo Assuntina Morresi per aver tenuto in contro le nostre osservazioni].

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Assuntina Morresi, su Tempi, critica le posizioni dell’Osservatorio Van Thuân – espresse da Stefano Fontana – circa la necessità di non scendere a compromessi sull’eutanasia. Il compromesso in questione – che un gruppo di parlamentari cattolici ha richiesto alla Conferenza episcopale italiana di sostenere – prevede, tra l’altro, l’attenuazione delle pene regolate dall’articolo 580 del Codice penale, nella speranza di mantenerlo in essere. Se, infatti, l’articolo 580 non sarà abrogato, costituirà almeno un argine all’eutanasia, che potrebbe essere introdotta da future legislazioni in materia.

E, infatti, l’Osservatorio chiede un impegno «per la conferma di tale articolo e su questo impegnare una battaglia culturale a difesa della vita come valore assolutamente intangibile». Non solo, ma l’articolo 580 è un argine solo se integro: in caso contrario – scrive Fontana – «una legge sul suicidio assistito a maglie larghe si avrà ugualmente, non nonostante ma proprio perché i parlamentari cattolici si impegneranno a ridurre le pene, illudendosi di ottenere in cambio un nuovo art. 580 moderato e non radicale».

Morresi risponde, in sintesi, che la battaglia culturale è ottima, ma che ora non c’è il tempo materiale di sostenerla: la Consulta ha dato la scadenza del 24 settembre prossimo perché le Camere possano legiferare nel merito. «Non è questione di scegliere il “male minore”», dice, ma è «una questione di tempo». A suo parere, l’obiettivo che dovrebbero darsi i cattolici, nel momento presente, è un risultato utile alla causa contro l’eutanasia: «Chi si concentra esclusivamente contro le leggi sull’eutanasia fa una battaglia teoricamente giusta ma in pratica inutile». Non solo, ma «svegliarsi è doveroso e se perderemo questa battaglia tornare indietro sarà impossibile». Per tutti questi motivi, non ci sarebbe altra via che «modificare questo benedetto articolo 580», in modo da neutralizzare la Consulta e la sua intenzione di depenalizzare l’eutanasia. La Morresi è sempre stata convinta che nella battaglia sia necessario privilegiare il successo pratico.

La posizione della Morresi (e dei parlamentari cattolici che hanno proposto la revisione dell’articolo 580) è lodevole, ma contiene alcuni equivoci sul ruolo del singolo cattolico, in particolare, e del cattolicesimo, in generale. E l’equivoco maggiore sta proprio nel ritenere che il cattolico – in politica o in altri ambiti – debba perseguire battaglie utili al raggiungimento del risultato, anche rinunciando a volte alla testimonianza della verità. È, infatti, riduttiva l’espressione di «battaglia teoricamente giusta», quando invece bisognerebbe affermare che la teoria cattolica, in realtà, coincide con la verità rivelata. Si dovrebbe quindi parlare di «battaglia nella verità».

Tutta la storia del cristianesimo è là a dimostrare un fatto: l’apostolato non deve mai limitarsi a ricercare l’utile, ma si fonda sul primato della verità, anche se, a causa di questo primato, dovesse seguire una sconfitta. A cominciare da Gesù Cristo, l’obiettivo della vittoria immediata non è mai stato importante al punto da evitare la sconfitta del patibolo. Viceversa, il patibolo della croce è una causa diretta della rinuncia al compromesso. Il credente cerca la vittoria, ma non quella mondana. Cerca invece la vittoria finale, ultraterrena. Non esistono – o non dovrebbero esistere – per il credente, vittorie e sconfitte terrene, ma solo vittorie e sconfitte ultraterrene.

Quanto alle vittorie conseguite nel secolo, c’è quella ad esempio del monachesimo benedettino, che ha innescato la civiltà medievale e il progresso umano. Il progresso umano, tuttavia, è solo una conseguenza dell’unico obiettivo dei benedettini, che è sempre stato coincidente con la gloria di Dio e la salvezza eterna dell’uomo. Non c’è mai stato un compromesso benedettino tra l’obiettivo unico e ultraterreno e il progresso umano terreno.

Nel caso odierno dell’eutanasia, si vorrebbe la difesa intransigente dei principi non negoziabili mediante la ricerca del compromesso transigente: è una contraddizione logica che si è manifestata storicamente nella sconfitta dei cattolici, a lungo termine, proprio su quei principi sui quali mai si sarebbe auspicato il negoziato. La difesa dei principi non negoziabili, in altre parole, non dev’essere un pretesto per vincere una battaglia nel secolo, fosse anche la battaglia per la verità.

Un altro equivoco è legato all’irrevocabilità dei processi storici. Non è vero – come ritiene la Morresi – che è «impossibile tornare indietro» dopo una sconfitta. Il cristianesimo si fonda invece nella penitenza, nella conversione, nel «tornare indietro», nel riparare, nel restaurare la natura corrotta. La Rivelazione cristiana ha tolto ogni giustificazione al determinismo storicista, al fatalismo, all’irreversibilità dei processi idealistici. Anche in questo caso valgono i fatti. È del tutto possibile, per fare un altro esempio, contrastare l’aborto, com’è avvenuto recentemente in Alabama. In Alabama sono tornati indietro. Per contrastare l’aborto, però, l’esecutivo repubblicano dell’Alabama non è sceso al compromesso: noi la pensiamo così e siamo maggioranza.

Se, dunque, il cattolico in politica non vince, non è perché è soggetto ad un qualche processo storico irreversibile, ma perché è irrilevante, perché è in minoranza. Nemmeno l’essere in minoranza è una condizione irreversibile e il cattolicesimo tornerà maggioranza solo quando – è fattuale – rinuncerà al compromesso.

Tra le molte iniziative attuali, quella dell’Osservatorio Van Thuân s’inserisce tra coloro che ritengono indispensabile agire ‘a monte’. Ricostruire una maggioranza non è qualcosa d’immediato. La ricetta è semplice, ma richiede impegno costante e pazienza: formazione continua sui contenuti e mutazione di atteggiamento nei confronti del compromesso.

 

Silvio Brachetta