IL CARDINALE CARLO CAFFARRA SPIEGA LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

cardinal-caffarra-31

Riprendiamo e rilanciamo da Alleanza Cattolica Ferrara:

Cari Amici,

in questo mese di ottobre 2017 cade il ventunesimo anniversario della memorabile lezione che il Cardinale Carlo Caffarra ha svolto nella nostra sede ferrarese di via Boiardo il 14 ottobre del 1996. 

Il tema da lui svolto per inaugurare i corsi di quell’anno della nostra Scuola di Educazione Civile fu «Introduzione alla Dottrina sociale della Chiesa»; abbiamo proposto alla vostra attenzione il mese scorso un piccolo assaggio tratto dall’ultima parte della sua lezione e riguardante quello che lui stesso ha definito un autentico cancro: l’utilitarismo. Ora vi consigliamo la lettura della prima parte di quella stessa lezione, nella quale distingue i tre ambiti della Dottrina Sociale della Chiesa (quello puramente dottrinale, quello di elaborazione delle strategie derivanti da questi principi ed infine un terzo ambito, di pertinenza del laicato, di applicazione pratica nella politica e nell’agire sociale).

L’intera lezione è consultabile sia sul sito della Scuola di Educazione Civile www.scuoladieducazionecivile.org che su www.caffarra.it. Il testo, non rivisto dall’autore, è tratto dalla registrazione audio della lezione e conserva la freschezza del parlato.

 

* * *

Riflettendo sull’invito che mi avete fatto – e del quale vi ringrazio – di tenere questo incontro, e sapendo qual è lo scopo di questo vostro ritrovarvi assieme, ho pensato che sarebbe stato utile farci due domande fondamentali che servano, lo spero, per tutto il lavoro di riflessione seria e rigorosa che mi dite volete fare.

1 – Che cosa è la Dottrina sociale della Chiesa, e

2 – Perché oggi è importante conoscere la Dottrina sociale della Chiesa.

Cercherò di rispondere a queste due domande.

Primo punto: Che cos’è la Dottrina sociale della Chiesa.

L’espressione «Dottrina sociale della Chiesa» denota precisamente un insegnamento compiuto dai pontefici, soprattutto a partire da Leone XIII, che implica tre ambiti. Se paragonassimo questo insegnamento, che si chiama Dottrina sociale della Chiesa, ad un terreno e ne facessimo la sezione, lo vedremmo composto da tre strati. Un primo ambito di ciò che chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa è costituito dalla presentazione di una visione della persona umana e della società umana, che fondamentalmente trova la sua radice nella fede cristiana ma che, almeno fino a un certo punto, può essere condivisa anche alla luce della sola ragione. Una visione della persona umana e della società umana legata ad un secondo ambito che è costituito da una serie di princìpi generali che servono come criteri poi per la edificazione della società umana nelle sue varie espressioni.

Che cosa vuol dire «nelle sue varie espressioni»? La socialità dell’uomo (il fatto che l’uomo sia un essere socievole) si esprime in tante forme che vanno dalla società di raggio più stretto che è la società coniugale – matrimonio – fino a quella che ha il raggio più ampio, che è la società internazionale. Quando parliamo di società umana intendiamo tutte le realtà nelle quali si realizza la dimensione sociale della persona umana, che vanno dal matrimonio fino alla società internazionale.

Il secondo ambito, molto agganciato con il primo, è quello in cui l’insegnamento sociale della Chiesa elabora dei criteri che servono per edificare, per costruire la società umana nelle sue varie espressioni. Connesso con questo secondo ce n’è un terzo e ultimo, che consiste in indicazioni molto pratiche, anche se ancora generali, che possono poi costituire il programma sociale di associazioni, di movimenti, di partiti politici, ecc. Quindi quando noi diciamo «Dottrina sociale della Chiesa» in realtà noi indichiamo un complesso di insegnamenti che si pongono in ambiti abbastanza diversi. Vedremo presto perché facciamo questa distinzione estremamente importante anche dal punto di vista pratico.

Per fare subito qualche esempio: se voi leggete il primo documento di Dottrina sociale della Chiesa, la Rerum Novarum di Leone XIII, del 1891, troverete affermazioni come questa: «La persona umana non deve ritenersi semplicemente come parte di un tutto che è la società». Questa è una affermazione che riguarda proprio il concetto di persona umana. Quando tu pensi – dice il papa – la persona umana, non la devi pensare come fosse la parte di un tutto. Questa è una affermazione che appartiene al primo ambito. In altra parte del documento il papa raccomanda molto che si costituiscano dei sindacati cattolici. Le due affermazioni sono molto diverse, perché la seconda affermazione appartiene già ad un ambito di programmazione, in questo caso economica-sociale. Ora, qualunque enciclica sociale voi leggiate, troverete sempre questi tre ambiti che non è sempre facile distinguere perché come dicevo sono molto connessi fra loro. Cerchiamo ancora di spiegare meglio. La distanza fra il primo ambito (Leone XIII che dice: «La persona non è la parte di un tutto») e il terzo ambito («i cattolici devono costituire dei sindacati»), la diversità dei due tipi di insegnamento, è costituita da alcune proprietà che noi dobbiamo tenere ben presenti, che sono le seguenti:

L’insegnamento del primo tipo, del primo ambito, ha una validità di carattere universale. È sempre vero e sarà sempre vero che la persona umana non deve essere considerata come la parte di un tutto. Questa affermazione ha una validità di carattere universale. Gli orientamenti pratici che si pongono invece nel terzo ambito hanno sempre un valore storicamente condizionato. Cioè può essere benissimo che per risolvere i problemi del lavoro non sia più opportuno che ci sia un sindacato cattolico. Pio XI nella Quadragesimo Anno vedeva molto importante, per risolvere il problema del lavoro, una cogestione a livello dei redditi dell’impresa. Può essere benissimo che oggi questo modo non funzioni più. Mentre il primo tipo di insegnamento ha un valore universale, il terzo ha un valore sempre contingente. Questa è la prima diversità.

Seconda diversità, importantissima: mentre il primo ambito, così come il secondo, come vedremo, entra come tale nella competenza del Magistero della Chiesa, il terzo ambito non è propriamente parlando di competenza del Magistero della Chiesa, bensì piuttosto dei laici, non di chi esercita il Magistero della Chiesa, del papa e dei vescovi.

Di conseguenza – terza diversità – mentre il primo tipo di insegnamento ed il secondo esigono il consenso interiore a quell’insegnamento da parte di tutti i fedeli, come lo si deve al Magistero autentico della Chiesa secondo il grado di obbligatorietà dovutogli, il terzo ambito non esige questo consenso.

Faccio un esempio. Quando uscì, qualche anno fa, il documento preparato dalla Conferenza episcopale cattolica statunitense, molto preannunciato con uso di grandi mezzi di comunicazione sociale, sull’economia americana, incontrai per caso in via della Conciliazione un grandissimo professore di economia della Harvard University del quale sono amico, e che già da qualche anno vedo candidato per il premio Nobel in economia; questo è un cattolico, credente e praticante. Mi ferma e mi dice: «Questo documento è per me un problema di coscienza, perché io, come cattolico, di fronte al magistero dei vescovi ho il dovere di ossequio non solo esterno ma anche interno a ciò che i vescovi insegnano; però in quel documento si dice la tal cosa (non ricordo di che cosa si trattasse specificamente). Ora – continua – per arrivare a questa conclusione, non è sufficiente il principio universale proprio della dottrina cristiana sull’uomo, ma è necessario aggiungere una certa interpretazione del sistema economio statunitense. Ora questa interpretazione è discutibile, e io non l’accetto. Che cosa devo fare?» Allora gli ho risposto: la vecchia logica è sempre valida! Uno dei suoi principi diceva: «la conclusione segue sempre la parte peggiore» in un ragionamento. Se in questo ragionamento c’era un principio di dottrina (parte migliore), e c’era poi un’interpretazione dell’economia americana (parte peggiore), la conclusione è ancora di dottrina o è di economia? Di economia! Dunque su questo punto tu non sei obbligato per niente, perché su questo punto in senso stretto, il Magistero della Chiesa non è competente: ecco l’altra diversità molto importante.

Ancora: con il primo ambito del suo insegnamento il Magistero della Chiesa risponde alla domanda: che cosa è la realtà sociale, chi è la persona umana. Con il terzo ambito esso cerca di dirti come programmare il nostro intervento nella società in modo tale che essa sia veramente una società umana. Leone XIII diceva: nell’economia, fate dei buoni sindacati cattolici; Pio XI invece diceva: nel mondo dell’impresa, ci vuole la cogestione degli utili; viene qui un professore di economia e dice, no guardate che questo non funziona! Per questo, questo e questo motivo. Ricordate, ci aveva provato Tito a fare un’economia di questo tipo, ma in realtà sappiamo che non ha funzionato.

Ho sempre parlato del primo ambito e del terzo, perché questi sono i più distanti, quindi di valore diverso. Questo vi fa capire che la Dottrina sociale della Chiesa ha bisogno di un ambito di mezzo, che è il secondo. Da che cosa è formato? Da quelli che in termine tecnico vengono chiamati «gli assiomi di mezzo» cioè da quei criteri basati sulla dottrina in senso stretto (primo ambito), che servono precisamente di orientamento generale su come poi programmare il proprio intervento nella società, nell’economia, nella politica, ecc.

Facciamo un esempio. L’affermazione: «Il matrimonio è una società naturale» è una affermazione di carattere dottrinale in senso stretto, perché risponde alla domanda «Che cos’è il matrimonio?». Nella risposta «una società naturale», naturale vuol dire: non tutto nel matrimonio è negoziabile; non si può negoziare, per esempio, la durata del matrimonio; né si può negoziare l’unità del matrimonio; cioè non ci si può mettere d’accordo con la propria ragazza prima di sposarsi e dire: senti, ci mettiamo d’accordo, tu non dici niente se assieme a te porto in casa anche altre due donne. Questo non è negoziabile, l’unità non è negoziabile. Vuol dire, più profondamente ancora, che la comunione, la comunità coniugale trova la sua radice ultima proprio nella struttura stessa della persona uomo-donna, che non è una creazione inventata puramente dall’uomo. Questo è il significato di società naturale.

Guardo adesso la realtà e vedo che, di fatto, nell’assegnazione degli alloggi popolari si mette sullo stesso piano il matrimonio – che è l’unione legittima fra un uomo e una donna – e l’unione fra due donne, o l’unione fra due uomini. Ma il cristiano di fronte a questa proposta, a questa equiparazione, come si deve comportare? Ebbene, il cristiano deve dire no, perché se il matrimonio è una società naturale, tu non puoi decidere che cosa è matrimonio e che cosa non lo è. Non dipende da te il dare la definizione del matrimonio. Non è che se un Parlamento domani stabilisce che il matrimonio è l’unione legittima o fra un uomo e una donna, o fra due uomini o fra due donne questo diventi vero; mentre invece può benissimo dire: da domani mattina le società per azioni sono così… questo lo può fare, perché le società per azioni non sono società naturali. Dunque: primo, la definizione non dipende da una decisione umana; secondo, non si possono mettere sullo stesso piano i due tipi di unione; e terzo, non potendolo mettere sullo stesso piano non si deve agire in modo tale da diminuire la stima verso il matrimonio. Vedete che ho fatto già tre affermazioni, che non sono più puramente dottrinali, però sono conseguenze immediate di una affermazione dottrinale, e hanno la caratteristica di diventare criteri per intervenire poi nei problemi concreti della società.

Che cosa ho fatto: sono partito da una affermazione dottrinale, la quale mi ha generato dei criteri di operazioni, di scelte, di orientamenti – ecco i «criteri di mezzo» –, i quali poi mi aiutano a programmare l’intervento nella società, in modo che la società sia sempre più a misura di uomo. Ecco allora che quando si dice Dottrina sociale della Chiesa si intendono questi tre grandi momenti. Il primo momento è di competenza vera e propria del Magistero della Chiesa, il secondo momento ugualmente, anche se in questo caso la competenza del Magistero non è così costringente come nel primo. Il terzo ambito è di pura competenza dei laici.

Che cosa vuol dire competenza? Vuol dire che un laico potrebbe anche dire ai vescovi: no, quello che voi dite su questo… no, guardate, proprio vi sbagliate. Mentre invece se il Magistero della Chiesa dice: «l’uomo è una persona», questo è un insegnamento di carattere dottrinale. A questo punto allora, sempre cercando di rispondere alla domanda: «che cos’è la Dottrina sociale della Chiesa» dovremmo chiederci quali sono le verità fondamentali che costituiscono il primo ambito, qual è il contenuto del primo ambito. La Chiesa, alla domanda: che cos’è la persona umana, che cos’è la società umana, come risponde? Ecco il primo ambito. Poi chiederci: che cosa sono i cosiddetti principi di mezzo, principi di passaggio nella Dottrina sociale della Chiesa? Sono quelli del secondo ambito. Il terzo ambito, infine, è proprio il momento in cui la dottrina (primo e secondo ambito) diventa programma politico, programma economico, programma sociale, e dunque si traduce nei programmi delle varie associazioni laiche cattoliche.

Ora, la vostra Scuola esattamente vi aiuta a rispondere a queste due domande: prima, qual è la visione della persona umana e della società umana e, seconda, quali sono i grandi princìpi, i criteri operativi per far sì che la società umana sia veramente tale.