Il diritto, la legge e il loro fondamento. Con l’ausilio di Liberatore e Stickler. Di Silvio Brachetta.

il diritto e i diritti

Nel libro recente curato dal nostro Osservatorio su Il diritto e i diritti – Il senso della legge e le leggi senza senso (Fede & Cultura, Verona 2019) [vedi qui] che abbiamo già presentato in questo sito [leggi qui], c’è un saggio di Stefano Fontana[1] che trova conferma anche nel pensiero di due autori: Matteo Liberatore (1810-1892), recentemente riproposto dal nostro Osservatorio[2], e Alfons Maria Stickler (1910-2007).

Fontana osserva che, mentre prima del XVI secolo legge e diritto erano uniti – nel senso che la legge ha sempre fatto riferimento ad un preesistente «diritto inteso come espressione del giusto» – con Cartesio, Hobbes e la modernità, i due ambiti vengono separati, per cui la legge non è «più espressione di un ordine, ma solo di un atto di volontà»[3]. In altre parole, «il concetto moderno di legge […] è indifferente al contenuto, ossia è “neutrale” rispetto a principi e valori […]»[4].

Il card. Stickler, per evitare fraintendimenti, aveva scritto che c’è una differenza «tra diritto e legge, ius e lex»: mentre la legge è sempre scritta, il diritto può ben essere trasmesso anche oralmente[5]. Era di prassi, nelle civiltà pagane, far precedere il diritto alla legge: il diritto romano (ius), ad esempio, attese secoli prima di diventare la legge scritta sulle Dodici Tavole (lex)[6].

Anche l’Occidente cristiano non poté che attenersi a questa procedura, del tutto spontanea nelle società. Non solo il processo di formazione del diritto canonico e della canonistica giuridica ecclesiastica si fondò sul diritto tramandato oralmente, ma persino i codici civili imperiali non nacquero certo a tavolino, trovando invece nella tradizione orale degli antenati il proprio fondamento[7]. È da notare che nel mondo antico e pre-medievale anche il diritto tramandato oralmente aveva forza obbligante, al pari della legge scritta.

Quanto invece alla crisi del diritto e, di conseguenza, della legge, padre Liberatore sostiene che, a monte, vi sia l’affermarsi del naturalismo politico moderno, il quale separa l’ambito naturale dal soprannaturale[8]. Separare i due ambiti equivale a provocare una frattura, perché si priva la natura delle sue fondamenta, che sono in Dio. Ed è quello che è successo con l’imporsi dello Stato moderno e liberale: il diritto ha perduto il significato primordiale che proviene dalla sua fonte soprannaturale.

A questo proposito – rammenta Fontana – le fonti della Dottrina sociale della Chiesa sono da individuare «nel diritto naturale e nella Rivelazione», ovvero nel giusnaturalismo classico, supportato dal magistero cristiano. Alla corruzione moderna del diritto è seguita a ruota la corruzione della legge, la quale è ora «indifferente al contenuto, ossia è “neutrale” rispetto a principi e valori». Oggi come ieri, nei regimi del totalitarismo novecentesco, il contenuto delle leggi è tratto dai convincimenti del legislatore che, nella libertà più completa dalla coazione, sceglie e vuole ciò che reputa giusto, senza dare troppa importanza se il bene che vuole corrisponda al bene reale.

Proprio a partire da Cartesio – scrive Fontana – il «come» ha sostituito il «cosa» e il «perché», nel senso che il «metodo» ha preso il sopravvento su tutto, compreso l’ambito giuridico. L’ultimo criterio della decisione, nel mondo contemporaneo, spetta all’«atto di volontà», che non fa più capo alla ragione illuminata dalla fede, ma è dominato dall’opinione privata del legislatore.

L’«atto di volontà» è, in realtà, un «atto d’imperio» il quale, pur non divorziando completamente dalla ragione (poiché il convincimento privato è pur sempre conseguente al pensiero), divorzia però dall’épisteme, che coinvolge più persone – unito com’è al pensiero discorsivo dianoetico – e, nel caso che ci riguarda, coinvolge tutta la civiltà umana[9]. Per mezzo dell’«atto d’imperio», si manifesta il tribunale moderno della coscienza, dove sui due piatti della bilancia non c’è l’obbedienza o la disobbedienza alla sinderesi[10], ma ciò che il legislatore pensa siano il bene e il male, secondo una propria idea umana e arbitraria.

Al contrario, la Dottrina sociale della Chiesa – afferma Fontana – «si fonda sulla precedenza del cosa sul come, ossia del contenuto sulla procedura». Il contenuto ha il primato, perché procede direttamente da Dio. La stessa natura umana, a cui si dovrebbe riferire il diritto primordiale, è un’espressione della sapienza divina. Per questo motivo «mai l’ingiustizia nel contenuto potrà essere colmata dalla legalità dell’atto legislativo del sovrano», re o parlamento che sia.

Analogamente, padre Liberatore osserva che il diritto «inchiude l’idea di Dio, provvido e governatore», altrimenti non può esservi un senso[11]. Escludere Dio dalla società, dunque, significa espellere il diritto e la giustizia. Affinché la società si tenga senza deteriorarsi, è necessaria non l’idea astratta di diritto, ma quella concreta. Liberatore intendeva dire che, anche in assenza dell’orizzonte soprannaturale, il legislatore può in buona fede cercare la verità sul diritto e, di conseguenza, ne vorrebbe ottenere una legge giusta. Anche chi considera Dio solo in astratto, cioè, è dotato di una natura umana, originariamente inclinata all’idea del bene. Il problema, però, è che, dopo il peccato adamitico, c’è non solo un’inclinazione al male, ma – fatto ancora più importante – il solo modo di contrastare il male e di ricostituire la natura ferita è l’ausilio della grazia[12].

A meno, quindi, di non voler fondare la società su un diritto astratto e, per questo, incoerente in se stesso, l’uomo è tenuto a cercare e applicare il diritto concreto, di cui appunto la Dottrina sociale indica le fonti. Sotto questa luce, appare assurda la frattura dell’unione originaria tra Stato e Chiesa.

Silvio Brachetta

 

 

[1] S. Fontana, “La legge nel magistero sociale della Chiesa. Variazioni sul tema”, in AA.VV., Il diritto e i diritti. Il senso della legge e le leggi senza senso, Fede & Cultura, Verona 2019, pp. 14-38. Tutte le citazioni, ove non espressamente indicato, sono qui tratte da quest’opera.

[2] S. Brachetta, “Il naturalismo politico in Matteo Liberatore” [link: https://www.vanthuanobservatory.org/ita/matteo-liberatore-e-il-naturalismo-politico-di-silvio-brachetta/]; R. Zenobi, “La Chiesa e lo Stato in un libro di Liberatore” [link: https://www.vanthuanobservatory.org/ita/la-chiesa-e-lo-stato-in-un-libro-di-matteo-liberatore-del-1972-ripresa-e-sviluppo-di-un-articolo-di-stefano-fontana/]; S. Fontana, “Matteo Liberatore e il principale nemico della DSC. A proposito di un testo a cura di Giovanni Turco” [link: https://www.vanthuanobservatory.org/ita/category/notizie-dsc/]

[3] S. Fontana, “La legge nel magistero sociale della Chiesa …” cit. pp. 14-18.

[4] Ibidem.

[5] A. M. Stickler, “Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici”, in Ius Ecclesiae, Vol. V, n. 1, gennaio-giugno 1993, pp. 3-59.

[6] Cfr. ibidem.

[7] Cfr. ibidem.

[8] Cfr. Matteo Liberatore, La Chiesa e lo Stato, Tipografia Giannini, Napoli, 1872, Capo II, “Del naturalismo politico”, pp. 114-183.

[9] Sui gradi della conoscenza (eikasìa, pìstis, diànoia, epistéme) cff. Platone, La Repubblica.

[10] La sinderesi è «la percezione dei principi della moralità»: Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1780. Più in dettaglio, così come la ragione pura (intelletto) riconosce intuitivamente e immediatamente, ad esempio, i principi postulati della geometria – punto, retta, ecc… – anche la ragione pratica (che determina la volontà) ha una capacità innata e immediata di riconoscere, per principio, il bene e il male. San Tommaso d’Aquino osserva, però, che c’è differenza tra sinderesi e coscienza: la sinderesi, cioè, «è la prima regola dell’agire umano», non la coscienza (De ver., q. 17, a. 2, 7m), nel senso che la coscienza può errare, ma non la sinderesi (cfr II Sent. d. 24, q. 2, a. 4). Secondo san Tommaso la sinderesi è un abito della ragione e non si può estinguere (cfr II Sent. d. 39, q. 3, a. 1 – d. 24, q. 2, a. 3). «La sinderesi – scrive l’Aquinate – è quindi la custode della legge morale naturale […], mentre il compito della coscienza è quello di fare attenzione a questa legge applicandola ai diversi casi dell’agire umano». E perciò, «appare chiara la differenza fra sinderesi, legge naturale e coscienza: la legge naturale si riferisce ai principi universali del diritto [il cosiddetto “diritto naturale”, ndr], la sinderesi si riferisce al loro abito, o alla facoltà con l’abito [abito della ragion pratica, ndr], la coscienza invece dice applicazione della legge naturale all’azione sotto forma di una conclusione» (II Sent. d. 24, q. 2, a. 4). Si può sintetizzare il tutto dicendo che c’è una parte della nostra coscienza – la sinderesi, la voce di Dio – la quale non è stata colpita, o ferita, dalle conseguenze del peccato originale: essa comunica all’uomo la Legge eterna.

[11] Liberatore, La Chiesa e lo Stato, op. cit.

[12] Cf. ibidem.