Il liberalismo tra suggestioni della sinistra e conservatorismo. La profezia delle Lettere di Nikolaj Berdjaev.

Berdjaev

L’eterodosso cristiano Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev[1] se n’è uscito, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, con un testo tutto sommato ortodosso, con non pochi agganci alla Dottrina sociale della Chiesa. Si tratta di una raccolta di lettere[2], indirizzate ai responsabili ideologici e materiali della rivoluzione russa, dove riespone, con veemenza, gli errori e i mali del socialismo, del liberalismo, del democratismo, dell’egalitarismo e dell’anarchismo.

Sorprendono abbastanza queste lettere, anche perché Berdjaev, sebbene aristocratico di sangue, abbracciò da giovane il marxismo studentesco e subì pure, per questo, tre anni di confino (1898). Mutò più volte pensiero e, dopo il contrasto con i bolscevichi e dopo essere stato esiliato a Parigi nel 1923, approdò all’esistenzialismo, al personalismo e all’anarchismo cristiano[3]. Fu mutevole al punto da prendere le distanze da queste sue stesse Lettere, parlando esplicitamente di «un libro che non mi piace, che non riflette fedelmente il mio pensiero»[4]. Ma, il problema, è che non esiste un suo pensiero immodificato.

Tipo sanguigno e irascibile, anche con se stesso dunque, Berdjaev fu un polemista formidabile e seppe contrastare con energia le molte traversie della sua vita, dovute agli scontri dialettici e agli attacchi da parte degli avversari. Dotato di una corazza psicologica naturale – scrive Andrej Belyj – «nell’anima era un guerriero e la sua matita era una spada»[5]. E Pierre Pascal: «Berdjaev era soggetto ad attacchi di collera improvvisi ed immotivati […]. Mi ricordo che una volta sua moglie, Lidija Judifovna, continuava a supplicarmi: “Calmatelo, o gli verrà un colpo!”. Come se ciò fosse stato possibile!»[6].

 

Equivoci del pensiero liberale

Berdjaev tesse le lodi della libertà fondata in Dio. La definisce «parola meravigliosa»[7], nel senso che ha un suo proprio «nucleo ontologico». Se dunque il liberalismo si fosse sviluppato, nella storia, fedele al concetto di libertà, metafisicamente inteso, esso non si sarebbe imposto come movimento rivoluzionario. Ma la storia del liberalismo è la vicenda di un «tradimento»: il filosofo attacca brutalmente i liberali; il liberalismo è da lui definito «ideologia».

All’indomani delle rivoluzioni europee, in particolare la francese, i liberali ne hanno assunto il malinteso principale, che è la confusione tra uguaglianza e libertà, di cui la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (Parigi, 1789) è direttamente responsabile. Tra uguaglianza e libertà – scrive Berdjaev – c’è invece «opposizione»: la libertà è legata al «contenuto qualitativo» della vita, mentre l’uguaglianza è tutta inclinata sul «contenuto quantitativo». La libertà distingue le persone, diverse in qualità. L’uguaglianza rifiuta il semplice impulso naturale a distinguersi e impone un livellamento artificioso e utopico. La libertà è secondo natura (umana). L’uguaglianza è innaturale: una sua instaurazione presuppone il controllo del totalitarismo, la dittatura, ovvero la soppressione della libertà personale.

La libertà è «prima di tutto diritto alla disuguaglianza». E, quindi, «la contraddizione tra libertà e uguaglianza, tra diritti della persona e diritti della società è insuperabile e irrisolvibile nell’ordine naturale e razionale». C’è sicuramente una via per superare la contraddizione: essa può essere «superata solo nell’ordine della grazia, nella vita della Chiesa», dove c’è posto per i poveri accanto ai ricchi, per la proprietà privata assieme alla redistribuzione delle sostanze, per le differenze di capacità (che è più opportuno indicare come vocazioni) accanto alla comune dignità di figli di Dio e fratelli.

C’è anche un altro aspetto, legato a un malinteso ulteriore. Ed è la questione dei diritti e dei doveri. Voi liberali – gli rimprovera il filosofo – «vi siete dimenticati dei diritti di Dio, e vi siete dimenticati anche che la dichiarazione [francese] dei diritti dell’uomo deve essere legata alla dichiarazione dei suoi doveri». Il motivo è molto semplice: «il diritto scaturisce dal dovere» e non viceversa, cioè il dovere è fondativo, sta a monte del diritto.

Berdjaev ha un rapporto tormentato con il concetto di “natura umana”, che non equipara tanto alla sostanza ontologica dell’uomo, ma alla sua stretta consonanza con la “fisicità” pura, non cogliendo la radice trascendente del termine. In queste pagine delle Lettere sembra quasi che egli svaluti troppo il diritto naturale, come se la natura fosse totalmente corrotta dal peccato originale, che è il presupposto antropologico del protestantesimo. Per questo egli considera che alla base della pretesa di coloro che rivendicano solo i diritti e dimenticano i doveri, vi sia l’identificazione tra l’uomo e la natura, in senso fisico. In ogni caso, il filosofo ha ragione quando dice che «i diritti dell’uomo presuppongono i diritti di Dio, che sono prima di tutto i diritti di Dio nell’uomo». Egli insiste molto sul fondamento ontologico e soprannaturale che deve avere l’antropologia, in genere e, in questo caso, il diritto (e i diritti). Di nuovo, quindi, si appella alla necessità della grazia per sostenere (ma qui sembra, erroneamente, per rifare o ricostruire) la natura umana ferita dalla colpa adamitica.

Eppure, Berdjaev pare non ami per nulla il mondo protestante. Anzi – osserva –, «dal punto di vista religioso, il liberalismo equivale al protestantesimo», proprio per la rinuncia liberale alle fondamenta ontologiche. E, quindi, non perché i protestanti si considerino religiosi, li fa distinguere dai liberali. Alla base del protestantesimo, come pure del pensiero liberale o socialista, c’è un immanentismo evidente e insopprimibile. Si nega, in tutti questi casi, che «la realtà della persona presuppone le altre realtà», in modo speciale quelle indicate dalla Chiesa di Cristo.

Berdjaev, alla fin fine, distingue poco le differenze tra liberalismo, socialismo, marxismo e anarchismo, benché i rispettivi adepti siano in perpetuo conflitto tra loro e spergiurino di appartenere a dottrine separate. Anche se il liberalismo «si affida troppo alle forme politiche» e il socialismo «crede troppo all’organizzazione economica», si tratta, in entrambi i casi, nella medesima «fede meschina» camuffata o, tutt’al più, di fedi che «sono resti del vecchio razionalismo», distinte in parecchi dei contenuti, ma congiunte nelle fondamenta ideologiche e immanentiste.

Il testo delle Lettere dedicate al liberalismo è quasi profetico, poiché descrive una situazione molto simile a quella attuale. Il liberalismo contemporaneo è, infatti, sempre meno (e ora quasi per nulla) distinto dalle suggestioni della sinistra. Come sosteneva Berdjaev, l’unico liberalismo appena accettabile avrebbe potuto essere quello di stampo conservatore, essendo egli un partigiano del conservatorismo. Ma il liberalismo, già ai tempi del filosofo, ha guardato con sempre maggiore empatia ai «principi democratici, socialisti e anarchici», sino ad assumere la connotazione del «tipo volgare e floscio del radicale». È quello che è avvenuto storicamente: il liberalismo, anche di destra, è diventato qualcosa di simile ad una grande formazione radicale, al pari dei movimenti o dei partiti di sinistra. Se, in esso, resiste ancora una qualche vaga trascendenza è per via dell’azione di una minoranza intransigente che, però, ottiene ben poco.

Non solo, dunque, il liberalismo è partito male, ma è naufragato anche sull’oggetto della liberazione: all’inizio si voleva liberare l’uomo dal male, dalla sofferenza, dall’infelicità, dal bisogno, dal peccato; ora si pretende di «liberare l’uomo anche dalla Chiesa di Cristo», la quale, al contrario di quanto sostiene l’ideologia, «è il regno della libertà». Quanto sostenuto da Berdjaev si è realizzato. Liberale è divenuto «sinonimo di moderato, di uomo incline ai compromessi, di opportunista». Uno, insomma, che rinuncia alla propria identità e, paradossalmente, a quella libertà che pensava essere al di sopra di tutto.

 

Fine parte prima

 

Silvio Brachetta

 

[1] Filosofo e scrittore. Kiev (Ucraina) 1874 – Clamart (Francia) 1948.

[2] Nikolaj Berdjaev, Lettere ai miei nemici. Filosofia della disuguaglianza, La Casa di Matriona, 2014. Le quattordici Lettere trattano dei seguenti argomenti, che costituiscono altrettanti capitoli del libro: Sulla rivoluzione russa, Sull’aristocrazia, Sullo Stato, Sulla nazione, Sul conservatorismo, Sui fondamenti ontologico-religiosi della socialità, Sul liberalismo, Sulla democrazia, Sul socialismo, Sull’anarchismo, Sulla guerra, Sull’economia, Sulla cultura, Sul Regno di Dio. Scritto nel 1918 e pubblicato nel 1923. Da ora Lettere.

[3] L’anarco-cristianesimo ammette la legge naturale e l’autorità di Dio ma, in nome della libertà individuale, rigetta la legittimità dei governi civili ed ecclesiastici.

[4] Berdjaev, Autobiografia, citata dal traduttore Giacomo Foni nell’Introduzione. Cit. in Lettere, p. 4.

[5] A. Belyj, Central’naja stancija, cit. in ibid., p. 8.

[6] P. Pascal, Souvenir sur Berdjaev, cit. in ivi.

[7] Per questa sezione sul liberalismo, le citazioni sono tratte da Lettere, pp. 155-169.