Il pastoralismo uccide la Dottrina sociale. Serve formazione.

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Dottrina sociale della Chiesa tenuta dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi su la Nuova Bussola Quotidiana (vedi il programma qui; iscriviti qui). Lunedì 29 parte la prima lezione riguardante cos’è la Dottrina sociale della Chiesa: “La Dottrina sociale della Chiesa come annuncio di Cristo nelle realtà temporali”. Seguiranno le lezioni della prima Sessione. I frequentanti possono scaricare le video-lezioni, le slides e i testi didattici direttamente dalla pagina web preposta. L’evento è straordinario e invito a partecipare.

Se esaminiamo la situazione della Chiesa oggi, dobbiamo constatare che c’è un gran bisogno di formazione, anche alla Dottrina sociale della Chiesa. Siamo infatti davanti al pericolo del pastoralismo, che uccide la Dottrina sociale dichiarandola inutile. Il pastoralismo è l’assolutizzazione della pastorale, anche rispetto alla dottrina. Il pastoralismo non solo scavalca la dottrina, puntando direttamente al fare, non solo la rende quindi inutile, ma addirittura la cambia, a partire appunto dalle esigenze pastorali. Il pastoralismo è quindi molto nocivo.

Davanti ai problemi del nostro tempo il pastoralismo afferma che la Chiesa deve agire, sanare le ferite, accompagnare nelle difficoltà, fronteggiare le emergenze, collaborare con tutti. Non deve annunciare una luce dottrinale che illumini le cose da fare, deve fare. Non deve avere la pretesa che dalla dottrina della fede derivino insegnamenti per la costruzione della società, per la formulazione delle leggi, per il governo degli uomini dato che questo sarebbe ideologia, essa piuttosto deve vivere dall’interno le situazioni senza pretendere di giudicarle.

Succede così che la stessa espressione “Dottrina sociale della Chiesa” perde di significato, perché perdono di significato le due parti di cui essa è composta. Il termine “dottrina” per il pastoralismo è negativo e da eliminare, in quanto sinonimo di arroganza. L’espressione “della Chiesa” pure è da eliminare in quanto la Chiesa non avrebbe una “sua” dottrina da proporre al mondo, ma dovrebbe limitarsi a vivere nel mondo su un piano di pariteticità con tutte le altre agenzie, comprese le altre religioni. Perché l’espressione “Dottrina sociale della Chiesa” abbia un senso bisogna che la Chiesa abbia una parola di salvezza da portare al mondo riguardante anche la costruzione della comunità politica nella storia, bisogna che solo essa ce l’abbia e bisogna che il mondo ne abbia bisogno. Ma il pastoralismo supera ed elimina questa visione delle cose e quindi la Chiesa deve fare e non dire, agire e non giudicare, porsi in prima linea ma senza la pretesa di avere un perché decisivo.

Il pastoralismo mette da parte gli aspetti dottrinali delle questioni perché sarebbero divisivi e creerebbero muri. Sarebbero divisivi all’interno della comunità cristiana e tra questa e gli altri. Ma la verità non crea muri, anzi ci libera dalla prigionia delle opinioni, ci mette insieme e garantisce che questo essere insieme non sia fondato su interessi particolari ma sulla verità, che gratuitamente ci attira e ci conquista. Capita così che la dottrina sia messa da parte oppure venga annacquata per non escludere nessuno, in particolare viene messa da parte la Dottrina sociale della Chiesa con la scusa che dividerebbe dal punto di vista politico le comunità cristiane. Queste ultime fanno carità, ma spesso secondo modalità contrarie ai principi della Dottrina sociale, che per altro non conoscono; agiscono per un generico umanesimo che nulla ha a che fare con la Dottrina sociale della Chiesa e non lo sanno; si impegnano per l’ambiente e favoriscono gruppi e associazioni ambientaliste atee e materialiste; operano per la pace ma spesso è una pace ideologica dato che non viene esaminata alla luce della Dottrina sociale … senza di questa le comunità cristiane scambiano per cristiano quanto è proposto e imposto dai poteri dominanti, specialmente da quelli ideologici oltre che materiali. Per gli stessi motivi ci si guarda bene dal parlare di temi di bioetica e biopolitica, dato che – si pensa – potrebbero essere divisori, commettendo così un grande peccato di omissione. I cattolici che scendono in piazza contro le leggi ingiuste sulla vita e sulla famiglia vengono giudicati negativamente alla luce del nuovo pastoralismo, perché userebbero mezzi non adeguati, creerebbero muri e non consenso, userebbero una forza muscolare e non quella del dialogo. Dialogo che però il personalismo non sa fondare, perché senza una dottrina, vale a dire senza un volto, non si è nessuno e non si può dialogare con nessuno se non nella forma della sottomissione cieca. È per questi motivi che nessuno organizza più Scuole di Dottrina sociale della Chiesa e che le diocesi e i parroci ne hanno paura.

Il pastoralismo, allontanandoci dalla dottrina ci consegna alla prassi. Il consenso diventa più importante dei contenuti; partecipare più importante dei motivi per cui partecipare; esserci diventa la cosa fondamentale anche se esserci significa collaborare al male; condividere una decisione diventa più importante della verità di quella decisione, un generico spirito di “sinodalità” diventa vuoto contenuto di un nulla dottrinale; l’apertura delle porte viene considerata valida in sé anche quando da quelle porte entrano gli errori, l’uscire viene esaltato come l’ideale del pastoralismo anche se non si sa bene dove andare o anche se poi si va su strade sbagliate. Chi lo facesse sarebbe chiamato profeta. Il pastoralismo sostiuisce così la sostanza con la forma, ci si affida ciecamente al nuovo perché questo ci mette in contatto pastorale con le situazioni anche se per capirle ci sarebbe bisogno dell’antico.

La Scuola di Dottrina sociale della Chiesa dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi sulla Nuova Bussola Quotidiana si contrappone a questo pastoralismo e per questo merita di essere sostenuta e frequentata (vedi il programma qui; iscriviti qui).

Stefano Fontana