Il pericolo del nuovo pastoralismo sociale nell’ultimo libro dell’arcivescovo Crepaldi

Chiesa_italiana

Stiamo pubblicando una serie di interventi di approfondimento sul nuovo libro-intervista dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale sociale” (Cantagalli, Siena 2017).

In precedenza abbiamo pubblicato i seguenti interventi:

  • + Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale (leggi);
  • Fabio Trevisan, Recensione al libro (leggi).

Continuiamo la serie con questo intervento di Silvio Brachetta

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Si sono sentite spesso ripetere, da parte dell’episcopato, esortazioni di questo tenore: c’è bisogno di «una nuova classe di politici cattolici», di una «nuova stagione del cattolicesimo politico», di «una nuova generazione di cattolici impegnati in politica». È del tutto vero. Ma dove mai «dovrebbe andare a formarsi un laico», dato che l’insegnamento della Dottrina sociale è «molto carente»?

Se lo chiede Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, nel libro “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale” (Cantagalli, 2017), scritto assieme a Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. L’Arcivescovo tratta della questione nel capitolo “Pastorale e pastoralismo: equivoci e ritardi nella Pastorale Sociale”. E individua la causa della crisi pastorale proprio nel «pastoralismo» definito, appunto, come una «pastorale sociale senza dottrina» o una sua «assolutizzazione», che «soffoca e assorbe le altre dimensioni della vita della Chiesa».

È un problema che ha segnato tutta l’epoca postconciliare e che si è acutizzato specialmente negli anni successivi al 1980. Si tratta di una prassi innescata, in modo particolare, dalla teologia di Karl Rahner, secondo cui nella Chiesa c’è posto per tutti e per tutte le dottrine, indistintamente. Secondo Crepaldi, a seguito della deriva rahneriana, vasti settori della Chiesa hanno dimenticato che in essa «possono entrare tutti, ma non il male che portano con sé». In altre parole, il mondo «non è solo l’ambito esistenziale dell’umano» (come pensava Rahner), ma «anche il luogo delle forze antagoniste a Cristo». Per questo motivo, la pastorale non può limitarsi al semplice accompagnamento o al puro ascolto di tutti gli uomini, ma deve trovare il coraggio d’indicare la dottrina di Cristo, il quale – spiega Crepaldi – «ci ha detto di amare tutti, ma non di amare tutto». Nel momento in cui il cristiano rinuncia ad indicare il peccato e l’errore, respingendo così la dottrina, scivola dalla pastorale al pastoralismo.

Non è possibile, allora, collaborare con tutti e specialmente con chi rifiuta, a priori, la verità cattolica. Sono tipici atteggiamenti pastoralisti, ad esempio, la «cura delle persone omosessuali» e la simultanea «accettazione dell’omosessualità», o la collaborazione con organizzazioni «impegnate per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, per l’approvazione del diritto all’eutanasia, per la liberalizzazione della droga, per i “diritti sessuali e riproduttivi”» o impegnate per la «contraccezione». Non è infrequente – dice l’Arcivescovo – che la pastorale resti «priva di annuncio», nel timore che la dottrina si possa trasformare in ideologia ed «impedisca l’incontro».  Sono in molti, purtroppo, a pensare che la verità sia causa della «divisione tra i cattolici». Molti parroci non trattano i «temi scottanti» per paura di «dividere la comunità», dimenticando però che «l’unità si fa nella verità».

Non deve stupire che da simili pratiche siano scaturite forme oramai sclerotizzate di relativismo e secolarizzazione. La grande assente degli istituti di scienze religiose e dei seminari è stata proprio – e continua ad essere – la Dottrina sociale. Crepaldi lamenta anche una certa assenza formativa nei Movimenti ecclesiali, più assorti su «altre priorità».

Crepaldi e Fontana avevano più volte riflettuto sul pastoralismo. Nell’articolo “Il pastoralismo, malattia infantile del catto-pietismo” (La Nuova Bussola Quotidiana, 13/01/2016), Stefano Fontana ne ha elencato i danni. Tra l’altro, il pastoralismo «ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone»; «fa ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventi ideologia»; «ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l’intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione». Per il pastoralista, nulla di oggettivo è più materia di critica o giudizio. Nulla è più carità o presenza, se non aiuto immediato, pronto soccorso. Non c’è più posto per programmi strutturati, per una proposta formativa di lungo respiro, per un progetto di evangelizzazione. La pastorale sociale è tutt’altra cosa.

 

Silvio Brachetta