Il senso del Voto pubblico e la Dottrina sociale della Chiesa. Di Don Samuele Cecotti

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Per gentile concessione del direttore Lorenzo Bertocchi pubblichiamo l’articolo apparso nel numero 196, giugno 2020,  del mensile Il Timone [www.iltimone.org] sul significato di un Voto pubblico quale è stato quello alla base della costruzione della Basilica  Sacro Cuore di Montmartre a Parigi. L’articolo faceva parte del dossier “Il segreto di Montmartre”. 

 

Il voto è promessa deliberata fatta a Dio d’un bene migliore moralmente possibile. In quanto promessa deliberata richiede la libertà e la piena consapevolezza di chi lo emette. Inoltre deve avere per oggetto una obbligazione al bene (è impossibile fare voto a Dio di ciò che è peccato) migliore delle altre opzioni lecite e il tutto deve essere fisicamente e moralmente realizzabile (non si può fare voto dell’impossibile).

Il voto in quanto promessa a Dio ha natura obbligatoria analoga alla legge, è un atto di culto latreutico e rientra nella virtù di religione. Chi si impegna innanzi a Dio con un voto si vincola ad un obbligo che è morale e giuridico allo stesso tempo la cui violazione costituisce una ingiustizia nei confronti di Dio.

I religiosi, ad esempio, emettono voto di vivere i consigli evangelici di castità, obbedienza e povertà che per loro, in ragione del voto emesso, non sono più consigli ma legge.

Il voto a Dio non è però solo quello dei religiosi, il voto può riguardare una promessa circa la propria persona (voto personale) o una cosa da realizzare/offrire (voto reale), può essere temporale o perpetuo, solenne o semplice, riservato o non riservato, pubblico o privato, assoluto o condizionato.

La logica stessa del voto implica il riconoscimento a Dio della Sua Signoria sul creato e che Dio ha cura delle cose create e che bisogna ricorrere a Lui nelle necessità. Il voto, in se stesso, afferma il primato di Dio. Nel caso del voto condizionato è ancora più evidente questo appello alla Provvidenza Divina infatti in quel caso, difronte ad una difficoltà, l’uomo ricorre a Dio chiedendo aiuto e promettendo a Dio una certa cosa se quell’aiuto divino sperato e invocato giungerà.

Pensiamo ad esempio ad una nave scossa dalla tempesta e al comandante che si rivolge a Dio dicendo: «Signore, se farai cessare la tempesta e ci farai approdare sani e salvi in porto, ti prometto di far erigere a mie spese un capitello (votivo) dedicato alla tua Santissima Madre sul terreno della mia famiglia». È un chiaro esempio di voto reale condizionato. Di tutta evidenza la implicita certezza che Dio sia Signore del creato e possa intervenire nel mondo per beneficare l’uomo.

Il voto ha solide radici bibliche, regolato in Dt 23, 22-24, ne parla Is 19, 21 e molti sono gli esempi di voti formulati nell’Antico Testamento tra i quali quello di Giacobbe (Gn 28, 20-22) e quello di Anna madre di Samuele (1 Sam 1, 11). Anche il Nuovo Testamento fa menzione di voti (ad es. in At 21, 23) e lo stesso san Paolo ci è detto aver fatto un voto (At 18, 18).

I secoli cristiani hanno costellato l’Europa e le altre terre raggiunte dal Vangelo di opere ed edifici sacri realizzati per voto: chiese, edicole, capitelli, statue, pale d’altare, “ex voto” realizzati in adempimento d’un voto. E poi opere di carità (lebbrosari, ricoveri di mendicità, orfanotrofi, ospedali) sempre frutto di voti a Dio. E quanti pellegrinaggi sono stati intrapresi per compiere un voto. E quante vite sono cambiate grazie a un voto a Dio.  Molto del bene e del bello che ci circonda è frutto di promesse a Dio fatte e mantenute dai nostri antenati.

L’uomo è creatura libera e come essere libero si può assumere degli obblighi liberamente, vincolandosi volontariamente ad una certa promessa. Il voto è propriamente questo: un sublime esercizio di libertà che testimonia l’uomo come spirituale e dunque capace di signoria su se stesso e sui propri atti.

Se la modernità tende a contrapporre obbligazione a libertà e viceversa, la logica cristiana del voto rivela invece come la grandezza della libertà umana non stia in una spontaneità del volere perennemente instabile ma piuttosto nella capacità che l’uomo ha di volere liberamente una obbligazione e restarvi fedele, costi quel che costi. E il voto non è una qualunque obbligazione ma obbligazione a Dio circa il bene migliore!

Ci si può ora chiedere se i voti a Dio possano essere solo individuali oppure se possano darsi anche come obbligazioni per una intera famiglia, una intera confraternita, una intera corporazione, un intero municipio, una intera diocesi, una intera nazione.

Se la religione (ovvero il legame tra l’uomo e Dio) è una questione puramente privata e individuale, se la Signoria di Dio è confinata all’interiorità dell’uomo e se dunque le umane società non hanno rapporto alcuno con Dio ecco che sarà inaccettabile l’idea d’un voto familiare, corporativo, cittadino, nazionale. Se invece tutto l’universo e la storia sottostanno alla Signoria di Dio, se la religione ha natura anche pubblica, se le umane società debbono riconoscere e onorare Dio ecco che il voto diviene espressione sacrosanta del vincolo che una famiglia, una comunità, una nazione riconosce d’avere con Dio e che, in una particolare situazione, si fa promessa d’un bene migliore.

Tutta la storia sacra biblica e tutta la Tradizione Cattolica ci dicono l’estraneità dalla Divina Rivelazione della idea individualistica/privatistica/interioristica della religione, è tuttavia l’idea affermatasi nella modernità e oggi indiscussa anche tra molti cattolici. Un simile cristianesimo, di chiara radice protestante, confina Dio nelle coscienze individuali e lascia il mondo (inteso come creato e come umana società) in balia di se stesso. Un mondo senza Dio abitato da cristiani (più o meno anonimi) convinti d’avere Dio nella propria coscienza è quanto di più lontano dalla logica dell’Incarnazione, d’un Dio Logos Creatore che si Incarna facendosi uomo in un tempo e in un luogo, in un popolo e in una famiglia.

Sono due visioni inconciliabili del mondo e del rapporto uomo/Dio, l’una biblica e cattolica, l’altra protestante e liberale. Il voto nazionale francese è perciò straordinariamente significativo perché si dà dopo la rivoluzione dell’89 in una Francia che non è più Regno Cristianissimo ma Stato moderno. È come un ultimo sussulto di cattolicesimo e allo stesso tempo l’aurora d’un possibile ritorno all’ordine cristiano dentro una storia francese ed europea ormai segnata dalla secolarizzazione.

Uno Stato che impegna l’intera nazione davanti a Dio riconoscendo così la Signoria Divina sulla nazione e i suoi destini. Dio non è ridotto a ospite privato della interiorità individuale ma dichiarato Signore dell’universo e della storia, dunque anche della nazione e dello Stato … e non da questo o quel fedele ma da tutto un popolo con atto della massima autorità legislativa.

Il voto francese al Sacro Cuore equivale a dichiarare la Signoria regale di Cristo sulla Francia. La questione del voto si lega così alla questione della Regalità sociale di Cristo, verità della fede come poche altre rifiutata dalla modernità.

Nostro Signore Gesù Cristo non è Re solo dell’anima di chi crede in Lui ma è Re, Legislatore e Giudice universale di tutti gli uomini e di tutte le umane società. È Re di tutte le famiglie, di tutte le città, di tutti i popoli, di tutte le nazioni, di tutti gli Stati. È Re per diritto naturale, in quanto Creatore, e per diritto di conquista, in quanto Redentore, come ribadito nel ‘900 da papa Pio XI con l’enciclica Quas Primas.

Verità questa, la Regalità sociale di Cristo, pacifica e indubitata per tutti i secoli cristiani ma ferocemente combattuta dalla modernità filosofico-politica sino all’esito attuale della sua quasi totale eclissi persino tra i cattolici e nella stessa voce della Chiesa.

Ritornare a Dio attraverso la logica del voto potrebbe essere quello che la Provvidenza va disegnando in questo nostro tempo: un comune, una provincia, una regione, uno Stato ma anche una famiglia o un corpo sociale intermedio che pubblicamente impegna se stesso, come società umana, in una promessa a Dio!

Ogni voto così compiuto è potente testimonianza della Signoria Divina, della Regalità di Cristo, del posto di Dio nel mondo. È atto di fede pubblico d’una comunità, è l’inizio del ritorno all’ordine perché è riconoscimento della dipendenza di ciò che è contingente, come sono le umane cose, dall’Unico Eterno Creatore benefico e provvidente!

Don Samuele Cecotti