La Chiesa e lo Stato in un libro di Liberatore. Ripresa e sviluppo di un articolo di Stefano Fontana.

Naturalismo

In un precedente articolo si è citata una raccolta di alcuni articoli del Padre Matteo Liberatore recentemente ristampati, nei quali si prendeva ad esame il naturalismo politico nei suoi aspetti principali e nelle sue conclusioni ultime. Il gesuita si occupò a lungo di questioni di filosofia politica proseguendo così la linea intrapresa dal Padre Luigi Taparelli d’Azeglio, anch’egli della Compagnia di Gesù, e diversi suoi articoli pubblicati dalla Civiltà Cattolica interpellano tuttora chiunque si occupi di ciò che attualmente chiamiamo “metapolitica”, anche per via delle conseguenze previste dall’autore sugli effetti della separazione tra Chiesa e Stato.

Di particolare rilievo un’opera edita circa venti anni prima della Rerum Novarum nella quale tale problematica viene approfondita in molti aspetti che, sebbene all’epoca potessero sembrare provocatori, oggi sono realtà concrete anche se spesso ipocritamente velate nei termini con i quali sono presentate. Nel libro La Chiesa e lo Stato (reperibile in formato elettronico) padre Liberatore ha raccolto e edito alcuni suoi articoli pubblicati dalla Civiltà Cattolica nel corso degli anni, dando loro la forma di un prontuario sulle diverse concezioni dei rapporti tra Chiesa e realtà temporali; per approcciare la lettura del testo occorre tenere a mente il lessico dell’autore, abbastanza diverso da quello cui siamo abituati per via della distanza temporale, a cominciare dal termine “Stato” che nel corso dell’opera viene utilizzato in senso abbastanza largo, indicante le realtà politiche temporali in generale, comunque vengano intese. Tale termine è correntemente utilizzato per indicare un ente che ha il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza – definizione che dobbiamo a Weber – mentre nell’opera del padre gesuita tale realtà statale è vista come uno dei pericoli maggiori che possono concretizzarsi con la separazione tra Stato e Chiesa.

Questa precisazione è necessaria per comprendere il reale significato di quanto sostenuto dall’autore il quale nella prima delle tre parti del libro prende in esame i vari tipi di rapporto tra Chiesa e realtà temporali, distinguendo tre tipi di liberalismo (assoluto, moderato e “cattolico”) per poi esporre la visione cattolica; nella seconda parte espone la teorica del naturalismo politico e le conseguenze che esso comporta per la società e per i popoli; la terza parte, che tralascio, espone i diritti della Chiesa nei confronti delle realtà temporali.

Con liberalismo assoluto il padre Liberatore intende una situazione nella quale lo Stato è superiore alla Chiesa (o in generale alla sfera spirituale) ponendosi così come fonte ultima ed unica di ogni diritto, del bene comune e di ogni relazione sociale, capace di poter ridefinire ognuna di esse a seconda dell’opportunità. Non si fa cenno alle ideologie politiche associate a questo tipo di Stato solo perché all’epoca non erano ancora giunte al potere, ma tale discorso si può benissimo applicare ad ogni regime ideologico nel quale la società viene assorbita nello Stato – ossia il totalitarismo. Il rapporto di tale ordinamento con la religione è ben sintetizzato da Mons. Luigi Negri: “Mentre lo Stato moderno tende a considerare la religione come parte di sé, secondo quel processo che tende a fare della religione un instrumentum regni, la dottrina sociale ha difeso la distinzione radicale fra la dimensione religiosa e la vita politica in quanto la religione non è problema della società e dello Stato, ma della persona, della sua libertà ultima di coscienza. Lo Stato moderno mentre afferma che occorre separare Chiesa e Stato, ha invece sostanzialmente perseguito l’assorbimento della Chiesa nello Stato. Si è sviluppata la tendenza, dunque, a considerare la religione come qualcosa che dev’essere socialmente e politicamente controllato dallo Stato» (tratto da Per un umanesimo del terzo millennio, Ares, Milano 2012).Inizio modulo

Vi è poi il liberalismo moderato consistente nella separazione tra Chiesa e Stato, che porta quest’ultimo all’indifferentismo religioso e all’esclusione di qualsiasi bene non materiale dal bene comune e dalla scena pubblica, risultando in un generale appiattimento dell’esistenza al livello materiale e, infine, nel rendere la dimensione spirituale “opzionale” e soggettiva, alla mercé dello Stato – rischiando di ricadere nel liberalismo assoluto. In questa forma di Stato le varie libertà (coscienza, opinione, stampa, associazione) discendono dalla costituzione stessa della società, ma portano inevitabilmente a continui contrasti nella scena pubblica e a tensioni sociali – alle quali ormai siamo abituati e riteniamo inevitabili – e infine nella dissoluzione del tessuto sociale, rendendo così lo Stato incapace di provvedere allo stesso bene comune, in quanto non esiste più qualcosa ritenuto patrimonio comune o obiettivo comune.

Il liberalismo cattolico è riassumibile nello slogan “cedere per non perdere” e restare al passo coi tempi, e la critica dell’autore è abbastanza agevole e prevedibile.

Si passa poi ad esporre la visione cattolica del rapporto tra Chiesa e Stato, nella quale ordinando il fine temporale al fine spirituale si evita di ridurre il bene comune alla prosperità temporale, la quale è una dimensione dell’essere umano, ma non la sua totalità o il fine supremo. Lo Stato (la sfera temporale) si occupa solo di fini particolari e secondari, dai quali non può discendere nulla che invada la superiore sfera spirituale, la quale resta al di fuori del potere temporale. Se ne traggono quindi le conseguenze per la libertà di coscienza, la quale può essere intesa nel senso di «libertà del soggetto da costrizione» o come «esenzione da legge, governatrice dell’operare [del soggetto]». Mentre la prima non è messa in discussione né dall’autore né dai testi a cui si richiama, la seconda viene criticata e condannata in quanto creatrice di un relativismo di fondo nell’ambito spirituale sopra il quale si erge lo Stato – fin quando non viene toccato nei suoi interessi. Riducendo il fine spirituale al supermarket del sacro, dove ognuno sceglie quello che ritiene vero a propria immagine e somiglianza, non si fa altro che negare ogni valore oggettivo alla sfera spirituale, risultando così la libertà di coscienza un flatus vocis senza alcuna presa reale, ma limitato al rango delle pure opinioni personali.

Per comprendere tali posizioni a noi non congeniali è necessario leggere la seconda parte dell’opera, dedicata al naturalismo politico. Anch’esso si presenta in diversi gradi e sfumature, ma tutte hanno in comune la volontà di tenere il sovrannaturale al di fuori della sfera pubblica, riducendo quest’ultima alla pura natura perché all’epoca (siamo in pieno Positivismo) essa veniva considerata capace di mettere d’accordo tutti per via dell’evidenza delle verità che se ne traevano scientificamente. Posizione questa che oggi crea infinite divisioni anche sull’esistenza stessa di qualcosa che si possa definire “natura umana”. Ciò che nel libro è chiamato “naturalismo alemanno” (le diverse versioni dell’hegelismo) è la forma più estrema di tale posizione, la quale partendo dall’affermazione che non c’è nulla di superiore alla natura (sia essa intesa come Geist o materia) non ci sono verità immutabili che la regolano, dunque si può modificare arbitrariamente. Tra le conseguenze del naturalismo politico sono ricordate a livello sociale l’«oscuramento e perdita della verace idea di diritto», a cui «sottentra necessariamente in sua vece la forza» la quale genera «la teorica della pubblica opinione e dei fatti compiuti» (ossia riduce la politica all’influenza di quante più coscienze possibile); a livello di forme di governo si «avvilisce l’autorità regia» e le «istituzioni di libero reggimento» (i corpi intermedi); infine l’autore ritiene che il naturalismo politico sia «invasore dei diritti paterni». Su tutto ciò non ci sono commenti, poiché si tratta di realtà che conosciamo concretamente e tocchiamo con mano, compreso il «degradamento della società», articolo che chiude questa seconda parte del libro.

Probabilmente i nostri antenati del XIX secolo si sarebbero messi a ridere leggendo simili titoli dei capitoli, perché all’epoca il naturalismo con il conseguente liberalismo politico si affermarono mentre «era chiaro ed evidente a tutti» cosa fosse la natura e quali fossero le verità morali da ottemperare. C’era un consenso che oggi semplicemente è impensabile, talmente ampio che si riteneva superfluo e dannoso fondare la sfera pubblica su questioni spirituali, sulle quali le coscienze sono sempre state divise. Oggi, che siamo divisi anche su chi è una donna e chi no, ci troviamo in una realtà dove l’unico potere assoluto che non ammette deroghe è quello dello Stato. Nato per garantire più libertà possibile a quante più persone possibile, è diventato arbitrio onnipotente delle stesse verità naturali, soggette esse stesse all’opinione pubblica. Leggendo le prime pagine del libro, e specialmente la parte sulla libertà di coscienza, risulta difficile capire la portata di ciò che sta affermando l’autore; il tutto diventa palese leggendo la seconda parte e completando la lettura della terza, che funge da pars construens su quali siano gli ambiti della Chiesa e quali quelli dello Stato.

 

Riccardo Zenobi