LA DISMISSIONE E IL RIUSO ECCLESIALE DI CHIESE. Pontificio Consiglio della Cultura -Dicembre 2018-

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La ricerca della nuova destinazione di una chiesa ridotta a uso profano deve far parte di un progetto di cui sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile. E se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione. Parola del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura Gianfranco Ravasi, che anticipa in esclusiva al Sir i contenuti delle Linee guida della Santa Sede che verranno diffuse oggi.

Formazione dei futuri preti nella tutela dei beni culturali; inventario e catalogazione di questi beni; coinvolgimento della comunità cristiana locale nei progetti di trasformazione e nuova destinazione delle chiese dismesse; dialogo con le istituzioni civili. Preferibili finalità culturali, sociali e caritative; da escludersi utilizzi commerciali. E le reliquie custodite sugli altari devono essere collocate in nuovi altari o custodite in appositi reliquiari. Questi alcuni contenuti del documento “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida”, approvato dal Pontificio Consiglio della cultura – Dicastero della Santa Sede competente per la questione – e dai delegati delle Conferenze episcopali di Europa, Canada, Stati Uniti e Australia a conclusione del convegno internazionale “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici” (Pontificia Università Gregoriana, 29 – 30 novembre). Le Linee guida (cinque capitoli e 11 raccomandazioni finali) verranno pubblicate oggi alle 12 sul sito del Dicastero. Ad anticiparne i contenuti in esclusiva al Sir è il cardinale presidente Gianfranco Ravasi. Con una precisazione lapidaria : “Se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione”.

Quali sono gli scenari delineati e il quadro emerso dal convegno?
All’interno di un contesto generalizzato di urbanizzazione e secolarizzazione, una grande diversità e ricchezza di proposte ed esperienze all’interno degli ambiti nazionali. Sono state presentate proposte concrete e significative. Anche in futuro spingeremo all’idea di far conoscere le “buone pratiche” proponendole come modelli da imitare adattandoli ai contesti nazionali. La ricchezza di chiese era un tempo calibrata su un contesto socio-culturale che presupponeva una civitas christiana o una città non attraversata dall’attuale urbanesimo. Oggi il centro delle città non è quasi più abitato, ma funzionale ad attività esclusivamente amministrative e gestionali. Questo immenso patrimonio ecclesiale si rivela quindi sempre più problematico nella sua conservazione e nella sua stessa esistenza; tuttavia costituisce una realtà simbolica permanente. Più della metà delle chiese al centro di Roma non vengono utilizzate, ma non le potremmo mai trasformare in un museo o altro perché costituiscono un simbolo per la città e per il mondo intero che viene a visitarle.

Se cade la sacralità di un tempio non ne viene però meno la funzione simbolica di luogo spirituale e artistico.

Il patrimonio “nobile” andrà dunque conservato e tutelato così com’è, anche se non più destinato al culto. In caso di edifici “dispersi” e privi di qualità simbolica

la desacralizzazione è legittima; ciò che invece non è mai ammissibile è la dissacrazione.

Non deve pertanto scandalizzare i fedeli il fatto che uno di questi spazi venga destinato ad un uso non sacrale, a condizione che non sia dissonante con la realtà originaria del tempio: musei, biblioteche, archivi, centri culturali e d’incontro anche per la comunità civile, ma anche segni caritativi. Penso ai pranzi per i poveri nella basilica di sant’Eustachio o a quello che la Comunità di sant’Egidio organizza a Santa Maria in Trastevere il giorno di Natale.

Che cosa direbbe a chi definisce “dissacratorie” queste iniziative?
Non si tratta di dissacrazione. È piuttosto una sorta di “desacralizzazione temporanea” che però in ultima analisi partecipa dello spirito della liturgia, categoria sulla quale è necessaria una riflessione. Come indica il termine greco, “liturgia” deriva da laós (popolo) ed érgon (opera). Non è soltanto il culto, è opera di un popolo, di un’assemblea. La Bibbia la definisce “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio che è primario, ma anche dei fedeli tra loro. Culto divino, annuncio del Vangelo e carità in azione: nella liturgia non c’è la sola dimensione della verticalità ma anche quella dell’orizzontalità. Per questo, una destinazione “altra” che però riguardi la comunità fa parte dell’anima della liturgia:

è una sorta di para-liturgia, una continuazione della liturgia in altra forma.

Del resto san Francesco affermava che era lecito alienare beni della chiesa e oggetti sacri per finalità caritative, e ce lo ha ricordato anche Papa Francesco nel Messaggio inviato al convegno.

All’interno di queste coordinate, quali sono a suo avviso le raccomandazioni più significative?
Anzitutto l’indicazione di prevedere nella formazione dei futuri preti – ma anche dei vescovi di recente nomina – una preparazione specifica in materia di beni culturali, sull’importanza e il valore storico e artistico del patrimonio della Chiesa. Forme di degenerazione o dissacrazione nascono spesso da incompetenza e mancanza di consapevolezza. Un’adeguata conoscenza consentirebbe inoltre di interloquire con i professionisti della conservazione e con i funzionari dello Stato.

Oltre agli edifici sacri, il patrimonio comprende anche gli arredi.
Le raccomandazioni offrono norme anche per la loro tutela: se rimossi in caso di dismissione del tempio devono essere collocati in un’altra chiesa oppure custoditi in un museo. Come ha affermato ancora il Papa nel suo Messaggio, una corretta esposizione museale può ridonare loro “quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale”. Discorso diverso per l’altare, che anche dopo la riduzione della chiesa ad uso profano non perde mai la sua dedicazione e benedizione: già le Linee guida per la modificazione di parrocchie e la chiusura e l’alienazione di chiese, emesse nel 2013 dalla Congregazione per il clero, stabiliscono che se non può essere trasferito in un’altra chiesa deve essere distrutto. Presupposti essenziali cui richiamano le raccomandazioni sono l’inventario e la catalogazione del patrimonio della Chiesa. Se la Conferenza episcopale italiana è molto avanti in questo censimento, i diversi contesti nazionali presentano situazioni disomogenee, legate anche a differenti normative in materia di proprietà degli edifici di culto.

Nel corso del convegno è stata sottolineata l’importanza di coinvolgere la comunità cristiana tentando di “ricostruire un patto virtuoso” tra popolazione e territorio.
Le linee guida raccomandano infatti

il coinvolgimento di tutta l’assemblea, dell’intero popolo di Dio

per evitare che, pur nel rispetto della normativa canonica, l’alienazione di una chiesa e la sua nuova destinazione siano un colpo di mano del vescovo o del parroco. La decisione deve essere il più possibile condivisa e assunta in dialogo con la società civile. Talvolta, infatti, a battersi contro la dismissione sono gruppi di non credenti. In alcuni casi si tratta di manovre strumentali per dimostrare il degrado del clero o della Chiesa; in altri di persone che, pur non mettendo piede nel tempio, lo considerano il simbolo del quartiere, un emblema incastonato nel tessuto urbano. Le raccomandazioni invitano inoltre a tenere conto, in ogni decisione, del contesto generale del territorio, delle dinamiche sociali e delle strategie pastorali.

La dismissione e la ricerca della futura destinazione devono far parte di un progetto del quale sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile

coinvolgendo anche le figure professionali di riferimento – specialisti del patrimonio, architetti, operatori sociali del territorio – per sottolineare la finalità anche sociale di questa trasformazione. Preferibili gli usi culturali, sociali o caritativi; da escludersi ogni utilizzo commerciale con finalità speculative.

(Fonte:SIR)

 

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