La “omogenitorialità” e la “disuguaglianza procreativa”. Articolo di Stefano Martinolli.

Mani

È del 21 ottobre 2019 la notizia che la Corte Costituzionale italiana ha respinto il ricorso di una coppia di donne sposate in Wisconsin (USA), una americana e una italiana, che avevano richiesto il riconoscimento della «doppia maternità», della vera madre «gestazionale» o «biologica» insieme alla sua compagna, madre «intenzionale» o «sociale». Il Tribunale si è espresso individuando un «difetto di motivazione» e di infondatezza, ponendo il dubbio di costituzionalità all’applicazione di una legge straniera, pur senza individuare con chiarezza la disposizione contestata.

A simile verdetto era giunta la Corte di Cassazione nel maggio 2019 di fronte alla richiesta di riconoscimento in Italia di due bambini, concepiti con la pratica dell’utero in affitto (detta «gestazione per altri») in Canada da parte di una coppia di uomini. I due «padri», cittadini italiani, che si erano sposati in Canada e avevano ottenuto dalla Corte di quel Paese la genitorialità del secondo papà, chiedevano che tale verdetto fosse riconosciuto anche nel nostro Paese. Facendo anche riferimento all’articolo 12 della Legge 40/2004 (della Procreazione Assistita) la Corte ha opposto il rifiuto di intervenire sull’ordinamento italiano vigente, lasciando pertanto il riconoscimento genitoriale civile ad uno solo dei due membri della coppia.

Si tratta di decisioni che sembrano andare in controtendenza rispetto a numerose legislazioni internazionali e a quanto espresso ad aprile 2019 dalla CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani), organo indipendente, che ha invitato (senza peraltro parere vincolante) i Paesi UE a permettere ad una coppia omosessuale di poter riconoscere come proprio figlio il bambino partorito da una madre surrogata all’estero perché «l’interesse prioritario è la tutela del benessere del minore, rendendo necessario pertanto identificare legalmente le persone responsabili della sua crescita».

Da queste dichiarazioni si comprende bene come il tema della cosiddetta «omogenitorialità» sia molto dibattuto e coinvolga più discipline, specialmente giuridiche e psicosociali.

Sono state condotte in questi anni numerose ricerche dedicate alle coppie omosessuali, al loro percorso genitoriale, alle dinamiche relazionali genitori/figli, alla stato di salute psicologica dei figli, al loro vissuto, alle loro domande di senso circa le proprie origini, alla dimensione intergenerazionale della famiglia. Sono emersi numerosi dati spesso controversi, eterogenei, raccolti talora in maniera poco rigorosa. Si tratta spesso di interviste a genitori gay / lesbiche, di amicus brief, di rassegne curate e redatte da autori già a priori favorevoli all’omogenitorialità, di resoconti di madri lesbiche, di ricerche con campioni molto esigui, quindi statisticamente poco significativi. Anche i metodi di confronto tra i gruppi esaminati sono risultati talora poco rigorosi dal punto di vista scientifico, ponendo dubbi sulla significatività dei risultati. Molti autori sostengono che i figli delle coppie omosessuali manifestano problemi di socializzazione, di orientamento sessuale, di resa scolastica, di sviluppo psicologico simili a quelli dei figli delle coppie eterosessuali e che pertanto debba essere riconosciuta alle prime la completa genitorialità [Patterson, Wainright, Russel].

In realtà, la situazione di omogenitorialità strutturalmente porta in sé, a causa della doppia presenza dello stesso genere, una ovvia «diseguaglianza procreativa». Si è visto, ad esempio, che i figli esprimono una chiara e netta preferenza verso il padre / madre biologico e che l’altro genitore può vivere con sofferenza, turbamento e senso di esclusione tale situazione [Goldberg et al. 2008], innescando inevitabili meccanismi di competizione [Kurdek 1998; Schreurs 1994]. Nel caso di coppie eterosessuali, invece, la presenza di padre e madre dà luogo a forme di attaccamento costitutivamente differenti, che non si prestano a confronti e rendono facilmente accettabili eventuali preferenze.

Questo sbilanciamento relazionale si riflette poi anche sul rapporto con le famiglie di origine, evidenziando una preferenza per i parenti e i nonni della madre «biologica» [Patterson et al. 1998].

Simili problemi emergono anche nel caso di coppie gay maschili, anche se i dati sono ancora più esigui numericamente; la Letteratura relativa all’omogenitorialità è infatti molto più abbondante per le coppie di donne rispetto agli uomini, a causa del desiderio spiccato  di gravidanza  delle prime e della maggiore semplicità tecnica delle procedure di fecondazione femminile [Baetens et al. 2002].

Per ovviare a queste difficoltà, molte coppie omosessuali preferiscono ricorrere all’adozione, perché in questo caso entrambi i membri della coppia non hanno legami genetici con il figlio e non si possono quindi creare gerarchie tra genitori di primo o secondo livello [Goldberg et al. 2009]. La Letteratura internazionale, anche in questo caso, presenta dati piuttosto eterogenei e contradditori, da cui si possono però estrapolare alcuni rilevanti considerazioni:

  • Non tutte le coppie delle stesso sesso sono monogame [Goldberg 2015]; l’esclusività sessuale non è la norma, specie tra coppie di uomini gay (relazioni multiple 50-60%)[Hickson et al. 1992; Julien et al. 1996; Solomon et al. 2005], anche se le coppie lesbiche risultano essere più monogame [Bryant 1994; Blumstein 1990;Schwartz 1990; Peplau 1997];
  • I tassi di dissoluzione delle coppie omosessuali sono maggiori rispetto a quelle eterosessuali coniugate con figli [Kurdek 2006; US National Longitudinal Lesbian Family Study – Gartrell 2011; Mac Callum e Golombok 2004; Fulcher et al. 2002];
  • E’ evidente la carenza di rapporto sociale da parte delle famiglie di origine [Kindre, Erich 2005; Goldberg 2015];
  • I metodi utilizzati per realizzare i pochi studi esistenti sono poco rigorosi e creano i cosiddetti «campioni di convenienza»: reclutamento dei partecipanti attraverso annunci su siti Internet, riviste familiari e associative, gruppi associativi, servizi pubblici di protezione dell’infanzia, programmi di ricerca sull’adozione in generale, ecc; questo pone seri dubbi sulla solidità scientifica dei dati ottenuti.

Un altro elemento da considerare è il ruolo del denaro. Le coppie con maggiori disponibilità finanziarie sono inevitabilmente favorite. Il denaro è percepito dai figli, nati tramite donazione di seme, come elemento negativo che pone interrogativi sul reale livello di affettività disinteressata dei genitori [Indagine dell’Institute of American Values 2010]. Il desiderio di conoscere le proprie origini, di dare un significato alla propria identità e un senso compiuto alla propria esistenza, ha spinto molti di questi figli a raccogliersi in Associazioni internazionali, spesso attraverso i social networks.

Alla luce di queste considerazioni, peraltro non esaustive sull’argomento, si comprende come la genitorialità delle coppie omosessuali si configura come un fenomeno molto complesso, dove emergono diverse criticità. In questo senso, la Legislazione italiana sembrerebbe aver percepito questi elementi di debolezza e abbia sentito l’esigenza di rimarcare la centralità e distintività del ruolo del padre e della madre all’interno di un rapporto di coppia. Ci auguriamo che le sentenze delle Corti non siano dettate da motivi semplicemente «tecnici», ma siano ispirate ad una giurisprudenza che, pur nel rispetto delle varie forme di affettività, riconosca la famiglia naturale come struttura portante della società.

Stefano Martinolli