La pastorale sociale e l’antropologia vocazionale. Riflessioni sul libro “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale” dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi.

Stiamo pubblicando una serie di interventi di approfondimento sul nuovo libro-intervista dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale sociale” (Cantagalli, Siena 2017).

In precedenza abbiamo pubblicato i seguenti interventi:

  • + Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale (leggi);
  • Fabio Trevisan, Recensione al libro (leggi).
  • Silvio Brachetta, Il pericolo del nuovo pastoralismo sociale nell’ultimo libro dell’arcivescovo Crepaldi (leggi)
  • Don Lillo D’Ugo, CHIESA/MONDO E PASTORALE/PASTORALISMO: brevi considerazioni teologiche. (leggi)

Continuiamo la serie con questo intervento di Luca Pingani,

 

È in libreria il volume “La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale” scritto da Mons. Giampaolo Crepaldi con la collaborazione-intervista di Stefano Fontana (Edizioni Cantagalli). La lettura del testo genera un forte senso di gratitudine perché viene permesso al lettore di riflettere su un tema assolutamente centrale come quello della Pastorale sociale, sia per quanto riguarda i contesti attuali che per gli scenari futuri.

La questione viene posta al lettore, affinché possa essere immediatamente consapevole delle criticità che verranno affrontate, senza mezzi termini e inutili giri di parole:

Serve una nuova messa a punto generale[1] e …intendo ampliare il discorso alla Pastorale sociale nel suo insieme, nella speranza che la situazione pressoché bloccata di oggi possa riprendere il cammino adeguato[2].

L’autore è persona di profonda cultura con una lunga conoscenza ed esperienza nel contesto, anche istituzionale, della Pastorale sociale. Queste doti, nell’incedere dello scritto, emergono con chiarezza permettendo al lettore un veloce ma preciso excursus in merito a tre diversi ambiti: la storia e l’evoluzione della Pastorale sociale dal Concilio al oggi; le principali criticità attuali (pastoralismo in primis) e le sorgenti teologiche che le hanno innescate; infine, le sfide che dovranno essere affrontate nel futuro della Pastorale sociale e gli strumenti di cui ci si potrà avvalere per intraprenderle.

Occupandomi di formazione dei giovani alla Dottrina sociale della Chiesa, mi sono chiesto quale possa essere il loro ruolo rispetto alla Pastorale sociale alla luce delle riflessioni effettuate dall’arcivescovo Crepaldi.

I giovani di oggi saranno i protagonisti della scena sociale di domani. E’ necessario fornire loro gli strumenti per affrontare queste sfide, per saperle leggere nel proprio contesto di vita e affinché possano dare un proprio contributo allo sviluppo dell’uomo e quindi della società tutta. Quale educazione e formazione proporre loro affinché siano davvero capaci di lottare e all’uomo venga data l’importanza e la dignità che gli sono proprie?

… Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi; …[3]

Mons. Crepaldi ci ricorda che davanti ad una domanda di questo tipo esistono solamente due risposte: possiamo chiedere ai giovani di essere “del mondo” oppure di essere “nel mondo”.

Essere “del mondo” significa ritenere che la Chiesa sia una parte di esso: il mondo è

… visto come un interlocutore libero in un dialogo aperto, imparare anzi a vedere se stessa [la Chiesa] come una parte genuina di tale mondo che collabora dall’interno alla sua storia – che Dio solo guida – senza essere per questo semplicemente la rappresentante di Dio nel suo seno[4].

Un rapporto di questo tipo però pone molti interrogativi, alcuni dei quali lasciano molto perplessi. Secondo questa prospettiva teologica, la Chiesa e il mondo, portandosi reciprocamente a braccetto, possono condurre l’uomo verso la propria salvezza. La prima domanda che sorge spontanea è il valore morale che viene dato al mondo: tutto nel mondo è buono? Purtroppo sappiamo di no: è la colpa originale, che da Adamo ed Eva, lega l’uomo al proprio egoismo generando il male e le strutture di peccato così come descritto dall’allora Cardinale Ratzinger e poi da Papa Francesco[5]:

Divenuto centro di sé stesso, l’uomo peccatore tende a affermarsi e a soddisfare il suo desiderio di infinito, servendosi delle cose: ricchezze, poteri e piaceri, senza preoccuparsi degli altri uomini che ingiustamente spoglia e tratta come oggetti o strumenti. Così, da parte sua, egli contribuisce a creare quelle strutture di sfruttamento e di schiavitù, che peraltro pretende di denunciare.[6]

Nel mondo esiste il male e questo non è solamente una presenza immobile ma è anche una realtà viva e pulsante contro l’uomo e contro la Chiesa. Mons. Crepaldi ci ricorda[7], citando il cardinale Charles Journet, che è la presenza de

L’Antagoniste, l’Ennemi, le Persécuteur.[8]

Davvero si vuole pensare che l’uomo, nel suo cammino verso la salvezza, possa collaborare con il male e con tutto ciò che si propone di fare il male?

Una ulteriore riflessione riguarda la relazione di simbiosi Chiesa-mondo descritta dalla affermazione di Rahner. Possiamo davvero pensare che la Chiesa possa dare qualcosa al mondo e viceversa come in un costante scambio reciproco? Non possiamo invece ritenere che vi sia qualcosa che solamente la Chiesa possiede e che il mondo potrà avere solamente se è questa a donarglielo? Sì, stiamo parlando dell’evangelizzazione, del portare il lieto annuncio della vita che ha vinto la morte, della speranza dell’uomo che va al di là del tempo e dello spazio: Cristo risorto ha vinto il peccato, il male di cui parlavamo prima, e la Chiesa, sua Sposa, è chiamata ad annunciarlo al mondo. La prospettiva quindi di essere “del mondo” appare evidentemente paradossale se non addirittura autolesionistica per l’uomo che non potrà trovare in essa la propria salvezza e trascorrerà il proprio tempo, infelicemente, cercando qualcosa che non potrà trovare.

Cosa significa invece essere “nel mondo” per un giovane?

Significa avere trovato la risposta a quella sete di infinito che lo tormenta, significa aver trovato il senso della propria vita e la voglia, irrefrenabile, di fare conoscere ad altri quello che è stato sentito e conosciuto. La risposta al quesito ci è stata data da San Giovanni Paolo II durante la veglia del Giubileo dei Giovani a Roma nel 2000:

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.[9]

Siamo “nel mondo” e non “del mondo” quando siamo capaci, con la grazia di Dio, di intuire che la nostra missione è di portare l’annuncio di Cristo a tutte le persone che ci circondano. Portare il messaggio che la morte è stata sconfitta e che la nostra vita ha un senso: collaborare con Cristo, in questo mondo, per portare il suo messaggio di amore e di pace. La Pastorale sociale non è nient’altro che questo: essere consapevoli di avere qualcosa di speciale, unico ed avere il desiderio forte di portarlo in tutto i contesti del sociale perché è un bene troppo prezioso da tenere per sé stessi.

La pastorale sociale è la vita-azione della Chiesa per il bene delle cose del mondo, affinché la vita comunitaria sia a lode di Dio e per il bene integrale della persona, comprensivo anche del bene trascendente. Senza Dio non ci può essere bene comune.[10]

Sperando di avere chiarito come sia necessario per un giovare essere “nel mondo” e non “del mondo” penso sia opportuno riflettere su come un giovane possa acquisire la consapevolezza di cui parlava precedentemente San Giovanni Paolo II. Parliamo di come un giovane possa scoprire la propria vocazione, la propria chiamata e accettare consapevolmente di dare il proprio sì. Viviamo in un modo dove l’attuale corrente relativista insegna che ognuno deve avere il diritto di fare ciò che vuole poiché, di fatto, non esiste il giusto e lo sbagliato.

Siamo nella società dei diritti: all’uomo viene tolta la sua componente trascendentale e quindi è costretto a fare affidamento unicamente sul suo “sentire”. Se “sento” che una cosa è giusta allora lo deve essere e quindi mi adopererò perché essa possa diventare un mio diritto senza riflettere se essa sia realmente un bene, se rispetti la natura dell’uomo e rappresenti davvero un bene per tutti gli uomini. Ogni uomo chiede solamente per sé: è la società dell’egoismo.

La vocazione invece è completamente l’opposto! Con la vocazione l’uomo accetta di divenire strumento nelle mani di Dio per la costruzione del Bene comune: siamo passati dall’uomo che pone al centro sé stesso (la società dei diritti) all’uomo che pone al centro Dio (la vocazione come strumento di costruzione della società).

La vocazione non è frutto di un progetto umano o di un’abile strategia organizzativa. Nella sua realtà più profonda, è un dono di Dio, un’iniziativa misteriosa e ineffabile del Signore, che entra nella vita di una persona seducendola con la bellezza del suo amore, e suscitando di conseguenza un donarsi totale e definitivo a questo amore divino.[11]

Appare quindi evidente che i giovani potranno davvero essere protagonisti credibili della Pastorale sociale solamente nel momento in cui avranno compiuto un proprio percorso di introspezione e di discernimento sulla propria vocazione: è quello che Mons. Crepaldi chiamò, in un suo precedente intervento, l’“antropologia vocazionale”.[12] Questo percorso viene tratteggiato ricorrendo a quattro precisi passaggi del Magistero sociale della Chiesa.

  • L’amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l’altro; aprendo all’alterità, afferma anche l’identità del soggetto, poiché l’altro mi rivela me stesso.[13]

Per andare incontro alla propria chiamata è prima di tutto necessario uscire da sé stessi, abbandonare i propri egoismi e le proprie false sicurezze. In questo modo la nostra attenzione non sarà ciecamente concentrata su noi stessi e avrà la possibilità di guardare e conoscere le altre persone che ci stanno intorno, persone come noi, bisognose, assetate della stessa verità che anche noi stiamo cercando. Nel guardare il prossimo l’uomo vede quindi sé stesso e conosce meglio sé stesso: la persona scopre di avere una componente trascendentale che lo chiama a scoprire ciò che va oltre a sé stesso. È un passaggio che fa riscoprire all’uomo di essere incapace di essere fine a sé stesso perché ha bisogno dell’altro per potersi realizzare. A sua volta anch’egli sarà necessario ad altri affinché possano intraprendere il proprio cammino.

  • … tale dottrina [sociale] entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell’uomo, ne integra in sé gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio al servizio della singola persona, conosciuta ed amata nella pienezza della sua vocazione.[14]

Grazie alle parole di San Giovanni Paolo II, Mons. Crepaldi ci permette di riflettere sull’associazione dei termini pienezza e vocazione. L’uomo uscendo da sé stesso si orienta verso la ricerca di Dio. Questa sete di conoscenza appartiene all’uomo e ne è una sua caratteristica ed esigenza costitutiva. L’uomo esce da sé stesso e, attraverso gli altri, conosce sé stesso. Tuttavia la piena conoscenza di sé avviene solamente nel momento in cui si abbandona completamente in Dio: solamente nel momento in cui rispondiamo all’amore che Lui per primo ci ha manifestato allora potremo a nostra volta amare e dare un significato alla nostra vita.

  • È nella risposta all’appello di Dio, contenuto nell’essere delle cose, che l’uomo diventa consapevole della sua trascendente dignità. Ogni uomo deve dare questa risposta, nella quale consiste il culmine della sua umanità, e nessun meccanismo sociale o soggetto collettivo può sostituirlo.[15]

Attraverso la ricerca della propria vocazione l’uomo conosce sé stesso (la propria natura e la propria identità) e si apre al trascendente: nella sua necessità di camminare e incontrare Dio la persona umana riconosce in sé stessa tutte quelle caratteristiche che ne definiscono la dignità in quanto figlio prediletto di Dio (l’uomo come creatura a immagine di Dio, l’unità della persona anima/corpo, la trascendenza, la libertà e l’unicità e l’irripetibilità di ogni persona).

  • È alienato l’uomo che rifiuta di trascendere sé stesso e di vivere l’esperienza del dono di sé e della formazione di un’autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio. È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana.[16]

Se l’uomo concentra i suoi sforzi in modo egoistico verso sé stesso si percepirà come realtà singola a sé stante che nulla deve agli altri. Trascorrerà quindi la sua vita preoccupandosi di soddisfare i propri desideri in modo egoistico senza preoccuparsi delle conseguenze.  Questo suo comportamento porterà alla formazione di una società il cui unico scopo è di soddisfare i diritti dei suoi membri, senza preoccuparsi di ciò che sarebbe buono e utile per loro. La vocazione, al contrario, diventa quindi un elemento costitutivo dell’intera società.

Giungendo al termine di questa breve riflessione viene quindi spontaneo chiedersi come la vocazione (strumento unico per l’uomo per essere promotore di una vera Pastorale sociale) possa essere in qualche modo legata alla Dottrina sociale della Chiesa. Anche in questo caso vengono in nostro aiuto le parole di Mons. Crepaldi:

L’antropologia della Dottrina sociale della Chiesa si incentra sulla persona umana come vocazione.[17]

Il percorso di discernimento della propria vocazione deve essere fondato nella Dottrina sociale della Chiesa poiché essa è uno strumento privilegiato per la conoscenza della natura e della dignità dell’uomo. La sua “mission” non è quello di essere un semplice manuale di “istruzioni per l’uso” quanto piuttosto uno strumento per portare la “luce” a tutte le persone in cammino o che sono chiamate ad affrontare le grandi sfide dei nostri tempi. La Dottrina sociale è inoltre un aiuto per le persone in discernimento in quanto elemento della Teologia Morale: al suo interno chiunque potrà trovare risposte per quelle condizioni in cui non riesce a distinguere il bene dal male.

Ripercorrendo a ritroso questa riflessione appare come la Dottrina sociale sia un elemento fondante e insostituibile per la ricerca vocazionale di un giovane che, così facendo, potrà essere veramente artefice e promotore di una Pastorale sociale fruttuosa e orientata al bene comune:

“… la dottrina chiede, illumina, anima, orienta la pastorale e, così facendo, essa stessa svolge giù un eminente ruolo pastorale in quanto dottrina”.[18]

 

Luca Pingani

 

[1] Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale, Cantagalli, Siena 2017, p. 7.

[2] Ivi, p.10.

[3] Salmo 8, 6-7

[4] Karl Rahner, Considerazioni teologiche sulla secolarizzazione, Paoline, Roma 1969. p. 62.

[5] Francesco, Omelia durante la visita a Lampedusa, 8 luglio 2013.

[6] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Libertatis Coscientia sulla libertà cristiana e la liberazione, n. 42.

[7] Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale cit., p.16.

[8] Charles Journet, Chiesa e mondo: piani di incontro, “Studi Cattolici” n. 45, 1964, pp. 37-38.

[9] Giovanni Paolo II, Veglia di preghiera della XV Giornata Mondiale della Gioventù, 19 agosto 2000.

[10] Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale cit., p. 11.

[11] Benedetto XVI, Messaggio II Congresso continentale latinoamericano sulle vocazioni, 1 febbraio 2011.

[12] Giampaolo Crepaldi, Intervento al Tavolo interassociativo “Nell’educazione, le ragioni e l’esperienza del Bene Comune”, Reggio Emilia, 8-10 maggio 2009.

[13] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al convegno inter-accademico “L’identità mutevole dell’individuo” promosso dalla “Académie des Sciences” di Parigi e dalla Pontificia Accademia della Scienze, 28 gennaio 2008.

[14] Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 59

[15] Ivi, n. 13.

[16] Ivi, n. 41.

[17] Giampaolo Crepaldi, Intervento al Tavolo interassociativo “Nell’educazione, le ragioni e l’esperienza del Bene Comune” cit.

[18] Giampaolo Crepaldi, La Chiesa italiana e il futuro della Pastorale Sociale cit., p.32.