La prima volta del Gay Pride a Trieste. Articolo di Sivio Brachetta.

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Seimila presenze, decine di minori, ragazzi e adolescenti in quantità, abiti estivi ma decenti, sfilata composta e rumorosa, preghiere blasfeme e minacce di denuncia alla giunta: questa in sintesi l’edizione del Gay Pride Friuli Venezia Giulia 2019, svoltosi l’8 giugno scorso a Trieste, per la prima volta.

In realtà il Pride è solo la fase finale di un evento globale e culturale che, dal 23 gennaio scorso, ha presentato in regione quasi una cinquantina di manifestazioni, tra cineforum, conferenze, tavole rotonde, concerti e spettacoli. Si tratta di una galassia di sigle e associazioni, con pluriennale attività pubblicistica, alcune delle quali sorte in seguito ai fatti di Stonewall, a New York, nel 1969, anno d’inizio dell’attivismo omosessualista organizzato.

Da quel tempo non molto è cambiato nel modo di comunicare di questi gruppi. Durante il Pride si ripetono perlopiù molti dei luoghi comuni che si rintracciano nelle opere degli autori che hanno caratterizzato la cultura libertaria e libertina dell’ultima metà del secolo scorso – Sartre, de Beauvoir, Foucault, Mieli. Si aggiungono poi i più recenti e martellanti riferimenti all’omofobia, alla transfobia, alla necessità di rivendicare diritti, allo sdoganamento delle “nuove famiglie” e, quindi, alla richiesta di poter ottenere l’accesso all’adozione o all’utero in affitto o alla fecondazione eterologa. I temi sono ripetitivi, stereotipati, sempre i medesimi.

Colpisce la chiusura del movimento arcobaleno su sé stesso. Il dibattito o la pubblicistica altrui è vista con sospetto, quando non contrastata con decisione. Non si contano le denunce effettuate da gruppi appartenenti al mondo LGBT verso quelli che sono considerati reati d’opinione. C’è una sorta di aggressività verbale e culturale, che non permette il dibattimento. Viene negata, ad esempio la teoria e l’ideologia gender, quando invece i termini “gender” e “genere” sono usati abitualmente, anche nel significato di “rivoluzione”. Si tratta, insomma, di una negazione dell’ovvio, che rende difficile un approccio critico alle questioni legate all’omoerotismo.

Il discorso della cantautrice Elisa Toffoli, madrina del Pride di Trieste, è un testo-campione di come si esprime un militante della cultura LGBT. «L’amore è amore, – dice Elisa – e non ci sarebbe neanche bisogno di un arcobaleno, di una musica o di un corteo […]. Non ci sarebbe bisogno di dire che amore è amore». Nulla di nuovo nelle parole della cantautrice: «l’amore è amore» è uno tra i moltissimi stereotipi ripetuti all’infinito dai militanti arcobaleno. Ma l’affermazione non è fine a se stessa. Come è possibile – continua infatti Elisa – «pensare che, con un bagaglio di vita del genere, [gli omosessuali] non possano essere dei buoni genitori, buoni quanto quelli eterosessuali, che non saprebbero amare e proteggerei i propri figli quanto gli altri, eterosessuali»? Ecco dunque l’approdo: il discorso sull’amore è solo un pretesto per rivendicare il diritto a un figlio che non si può avere, causa la sterilità della coppia omoerotica.

Se poi qualcuno scoprisse l’inganno e facesse notare che non vi è amore alcuno nello strappare i figli ai legittimi genitori – così come avviene per l’utero in affitto e per la fecondazione eterologa – si dovrebbe aspettare, nel migliore dei casi, di essere ignorato e, nei peggiori, di essere insultato o querelato.

Il problema sorge anche nel trascurare i diritti altrui. Al Pride non solo sono esposte in pubblico preghiere blasfeme, sul modello delle preghiere cristiane, ma vengono pure declamate tra gli applausi. Molta la cartellonistica, dai contenuti osceni e offensivi. C’è un attacco onnipresente alla Chiesa, alle istituzioni che non tollerano il coinvolgimento dei minori, a chi ha un pensiero diverso.

L’oscenità però non è espressa tanto dall’espressione e dall’abbigliamento, ma dal modo di fare, che è un modo di provocare altezzoso, sempre alla ricerca di un colpevole da colpire. Il tutto è dissimulato dalla musica e dai balli, che fanno sembrare la manifestazione gioiosa e positiva. Ma le cose non stanno così. Traspira invece un risentimento latente e la convinzione di non essere accettati come persone.

Tutto è confuso al Pride e nel movimento ad esso collegato. Non si fa distinzione tra rifiuto di un’idea sbagliata e rifiuto della persona. Non si distingue tra polemica e dibattito. Non c’è separazione tra critica e condanna. In tal modo il Pride finisce, come in genere finiscono le manifestazioni di popolo analoghe: la gente non è in grado di spiegare e difendere le proprie posizioni, con argomenti di ragione. Dilaga la dittatura del sentimento e dello slogan spontaneo. Si rivendicano posizioni assunte, ma non comprese. Si restringono gli orizzonti, che da verticali si fanno orizzontali, per via dell’esclusione di ogni riferimento al trascendente.

E in tutto questo caos, sono coinvolti i minori, che ricevono acriticamente quello che gli adulti gli somministrano con superficialità.

Silvio Brachetta