Le nuove sfide alla DSC a trenta anni dalla Centesimus annus: l’eco-socialismo teologico. Di Pierluigi Pavone

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Cosa è davvero avvenuto dopo il 1989, sul piano della critica sociale? Ho maturato la convinzione di un duplice sviluppo: uno in ambito capitalista, uno in ambito socialista. Nel primo caso, fino al 2001 il capitalismo globale ha maturato la propensione al trionfalismo messianico e/o culturale. L’opera di Fukuyama – La Fine della Storia e l’ultimo uomo – ha mirato a dimostrare la vittoria “antropologica”, prima ancora che economica, da parte del capitalismo, rispetto a qualsiasi altro sistema sociale: il capitalismo sarebbe stato l’ultimo possibile e non migliorabile sviluppo economico e politico su scala mondiale.

I popoli del pianeta, in qualsiasi latitudine e pur provenienti da qualsiasi tradizione storica, dimostravano – ormai liberi di farlo dopo il 1989 – di desiderare, per se stessi, il capitalismo come sistema di opportunità di benessere, libertà, riconoscimento giuridico. Questo trionfalismo ebbe due resistenze: una fenomenologica e contingente, l’altra più strutturata.

La prima resistenza fu data dal terrorismo internazionale, che ha destato tutti dall’illusione (analogamente a quanto realizzato adesso dalla pandemia del Coronavirus, sia in termini di shock emotivo, sia per la nuova consapevolezza della inaccessibile imprevedibilità dei mercati); la seconda dal contributo sociale di Giovanni Paolo II, quando rispondeva alla obiezione mossa che M. Novak[1] muoveva negli anni Ottanta alla Dottrina Sociale della Chiesa, circa un certo “astrattismo”.

Novak, in modo anche apprezzabile teoricamente, vedeva “utopico” il terreno delle pur legittime critiche sociali dei papi, nel senso che “la piattaforma sulla quale si trovavano [gli acuti e apprezzabili rilievi di papi e studiosi] non sembrava più collegata con l’esperienza concreta”. A pochi anni di distanza, nella Centesimus annus – da cui sarebbe più che necessario ripartire per resistere a qualsiasi tentazione socialista – il Papa, infatti, incentrava la riflessione sociale sulla legittimità del capitalismo, a patto di indicare “un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera»” (C.A. § 42). E inseriva questo, in modo magistrale, non solo nell’ambito strettamente sociale, bensì teologico: “La dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana” (C.A. § 55).

Proprio questo ci permette di cogliere la pericolosità dello sviluppo in ambito socialista, dopo la fine della Guerra Fredda. Infatti, è possibile valutare una sorta di mutazione genetica della ideologia marxista. Ad essere precisi, gli anni Sessanta del XX secolo avevano già determinato una fondamentale revisione della ortodossia ottocentesca. Marx – almeno consciamente – non aveva lasciato spazio alcuno alla religione. Anzi aveva indicato, persino ne La Questione ebraica (che precede il Manifesto), il livello di emancipazione assoluta: l’ebreo – simbolo in quel caso dell’uomo universale – non avrebbe dovuto limitarsi alla uguaglianza giuridica (l’emancipazione politica che le comunità ebraiche dell’Ottocento, come le confessioni cristiane discriminate, rivendicavano nel nuovo stato laico, successivo alla Rivoluzione francese), non avrebbe dovuto limitarsi alla cittadinanza nello stato borghese, che nullifica condizione e professione davanti alla legge, ma lascia nel privato la subordinazione proletaria.

Ogni uomo deve aspirare alla rivoluzione internazionale, al fine della società senza classi, al fine della liberazione assoluta dalla stessa legge, che è in ultima analisi – come in qualsiasi dottrina gnostica (religiosa o secolare che sia), quale è anche il marxismo – espressione del Dio carnefice. L’opposizione alla religione diventa allora militanza dovuta e necessaria: sia perché la religione è il narcotico anti-rivoluzionario, sia perché la religione è manifestazione di oppressione ancora più antica, in quanto legittima l’esistenza – e quindi per Marx come per lo Gnosticismo – la sudditanza verso Dio: il Padrone dei Padroni.

Ebbene, questa opposizione radicale alla religione tradisce tuttavia due fattori: il primo è presente già in Marx, il secondo sarà l’originalità post-bellica. Quanto a Marx è infatti possibile ravvisare nella fede redentiva della storia, nella società senza classi di uomini puri, nella visione messianica del proletariato tre elementi religiosi molto forti. Quanto agli anni sessanta, invece, il marxismo fecondò una certa propensione cattolica al dialogo col mondo: fu così che il cattolicesimo apostatò la sua opposizione alla semina del Nemico, per trasformare il Vangelo del Figlio di Dio, in una rivendicazione plebea di diseredati dell’Impero Romano; fu così che il marxismo riuscì persino a capovolgere l’antica accusa alla religione come oppio dei popoli.

Intellettuali come Bloch – e in linea i teologi della liberazione – erano ben disposti a valutare la carica utopica e cripto-sovversiva degli insegnamenti di Gesù. Ovviamente era più che opportuno misconoscere la divinità di Cristo e l’istituzione divina della Chiesa, cosa che molti tra le gerarchie cattoliche non mancarono (e non mancano) di assecondare felicemente, pur pretendendo di farlo – naturalmente – in nome dello Spirito Santo.

Dopo il 1989, il socialismo non ha accettato la dimostrazione palese del proprio fallimento. Ha modificato l’idea della contraddizione tra capitale e lavoro – criticata in sé e nella soluzione proposta anche da Leone XIII – nella contraddizione tra capitale e natura. Soprattutto James O’Connor ha contribuito fin dagli anni Ottanta a ridefinire in chiave ecologista la prospettiva comunista. Questo connubio tra uguaglianza sociale, crescita economica e ideologia ambientalista ha trovato ampio spazio a livello internazionale, almeno dal 2015, trovando probabilmente solo nella presidenza Trump e parallelamente nella Nuova Russia post-sovietica, adeguate e più che opportune resistenze politiche, economiche e culturali.

Il pericolo è di primo livello, perché il bolscevismo rappresentava prima di tutto una alternativa sociale: lo scontro ideologico nella Guerra Fredda fu di “coesistenza competitiva” tra due modelli economici, tra due capacità di produzione materiale. Dopo il 1989, questa sorta di mutazione genetica del socialismo e l’innesto della (e nella) teoria ambientalista non sono da valutare come contingenze. Sono da analizzare, piuttosto, come rifondazione strutturale dello stesso socialismo. La critica neo-marxista, diventando critica ambientalista deforma, in un solo colpo, sia l’ambito economico e sociale, sia quello culturale e religioso.

Negli anni Sessanta, il Vangelo veniva “accolto e reinventato” sul piano socialista. Ora, il Vangelo viene decisamente apostatato per una nuova religione planetaria: il pianeta come Grande Madre. La critica sociale non è più ora sul piano del lavoro dell’uomo, quanto sul piano dell’uomo stesso. Per Marx era l’ebreo dei ghetti il paradigma dell’uomo universale, che doveva aspirare alla emancipazione politica ed economica. Ora è l’immigrato a diventare il paradigma dell’uomo universale, che deve aspirare ad emancipazione ancora più radicale.

Le posizioni teologiche (si fa per dire) di un Leonardo Boff[2] – ex francescano comunista che esalta la miseria cubana come virtù di modestia anti-consumistica e emblema del Regno di Dio in opposizione alla Chiesa (?) ed è stato relatore di spicco in Vaticano[3] – mirano alla eguaglianza cosmica, in cui ogni tipo di distinzione e di legge è sinonimo di oppressione. E sono incredibilmente in linea con il panteismo cabalista di Spinoza, per il quale ogni determinazione è negazione del Tutto. Per Spinoza, infatti, Dio e la Natura sono in un rapporto reciproco di correlazione causativa: l’unica sostanza universale divino-naturale è allo stesso tempo “Dio”, in quanto Natura naturante e “Natura”, come natura naturata. Causa ed effetto di sé, come nella mistica cabalista il mondo è l’effetto dell’auto-contrazione di Dio, inteso come En Sof, Indistinzione infinita illimitata.

L’eco-socialismo innestando la rivendicazione sociale in questo tipo di “egualitarismo indifferenziato di matrice teologica”, che vede nel pianeta l’Indistinzione originaria, da cui tutto proviene e in cui tutto torna, non solo non accetta nessun riformismo liberale eco-sostenibile (come d’altra parte Marx avversava ogni forma di socialismo riformistico o reazionario), ma sovverte la stessa rivendicazione sociale, in una più pericola sovversione di ogni identità culturale, nel momento in cui asseconda un indiscriminato globalismo; in una più pericolosa sovversione di ogni giustizia sociale basata sui diritti naturali – cattolicamente intesi – alla vita, alla libertà e alla proprietà privata, nel momento in cui misconosce ogni identità e ogni individuale diritto a favore di un a-prioristico collettivismo statalista (o persino cosmico); in una più pericolosa sovversione degli stessi approfondimenti sulle fonti energetiche alternative, nel momento in cui rivendica le politiche contro l’inquinamento alla luce di una religione anti-umana; in una pericolosa sovversione della dottrina cattolica, nel momento in cui sostituisce la maternità sacramentale della Chiesa con la maternità ecologista dell’Uno-Tutto divino.

 

Pierluigi Pavone

[1] M. Novak, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo, Ed. Studium, Roma 1987.

[2] Qui una sintesi: https://www.sabinopaciolla.com/leonardo-boff-come-ha-fatto-un-radicale-ecoteologo-a-diventare-portavoce-di-papa-francesco/

[3] Cfr. https://www.sabinopaciolla.com/il-teologo-della-liberazione-leonardo-boff-e-relatore-al-convegno-leconomia-di-francesco-in-vaticano/