Le parole di Flora Gualdani, ostetrica insignita del Premio Internazionale Cultura Cattolica a Bassano del Grappa. Di Andrea Mariotto.

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Flora Gualdani, ostetrica e fondatrice di Casa Betlemme, venerdì 8 novembre ha ricevuto il 37° Premio Internazionale Cultura Cattolica a Bassano del Grappa. “La sua opera è una chiamata per tutte le donne a guardare senza condizionamenti, senza sovrastrutture imposte a quella che è la verità del nostro essere, profondamente inscritta in ogni singola cellula del nostro corpo. Siamo fatte per accogliere e siamo fatte per donare con amore. In questo è la nostra felicità, la nostra piena realizzazione”, ha dichiarato in apertura di cerimonia Francesca Meneghetti, Presidente della Scuola di Cultura Cattolica. “Il Premio di quest’anno è un omaggio alla cultura cattolica che si fa carità”, ha proseguito. “Flora Gualdani ha saputo trasformare una professione sanitaria in un’opera per il bene di tutti, ha restituito in occasioni di formazione quanto appreso in anni di esperienza, studio e approfondimento, ha intessuto di preghiera il lavoro quotidiano svolto senza sosta in diverse parti del mondo”.

A Casa Betlemme le mamme hanno scoperto la libertà di non abortire: “Le ho aiutate a recuperare la loro dignità e a tornare autonome in mezzo alla società. La maternità è stata la loro ‘terapia’ adeguata. L’unica”, ha dichiarato l’ostetrica. La quale, ripercorrendo gli inizi del suo impegno, ha ricordato che è stato proprio sul luogo della natività di Gesù che ha avuto l’intuizione che la difesa della vita nascente sarebbe stato il suo campo. “Nel 1964 a Betlemme dentro quella Grotta compresi che la procreatica sarebbe diventata una questione epocale e drammatica, e che il terzo millennio dovrà tornare a genuflettersi davanti al Creatore”. Rientrata in Italia accoglie la figlia di una giovane mamma malata di cancro che non voleva abortire: “la bambina nacque, era sana e aveva due bellissimi occhi azzurri. Me la portai a casa, fu il mio primo amore. La tenni con me finché quella madre coraggiosa, lentamente, guarì perché Dio è regale, restituisce vita per vita a chi ha messo il rispetto della vita al primo posto”.

Quella prima bimba è stata la prima pietra di casa Betlemme, un progetto che Flora Gualdani ha capito con il tempo, un bimbo dopo l’altro (“come le ciliegie, una tira l’altra”), perché “Dio è un Padre buono e i Suoi progetti te li fa capire piano piano, altrimenti sa che ti spaventeresti e scapperesti via”. Ha iniziato ad accogliere anche le ragazze madri, gli spazi si sono fatti stretti, quindi si è fatta anticipare la sua parte di eredità e ha creato quello che “con un termine oggi di moda potremmo definire un piccolo ‘ospedale da campo’, un mini-villaggio della solidarietà, dove ho accolto decine di storie di sofferenza e casi sociali. Storie indicibili di umana catarsi, dove ho visto rifiorire l’impensabile grazie a quella faticosa maternità”.

Casa Betlemme è un’opera di assistenza alle gestanti in difficoltà che in tanti anni ha salvato centinaia di bambini dall’aborto e altrettante mamme da una ferita – il “tormento che riemerge e non passa” di aver ucciso un figlio – che si rimargina solo in Cristo. È Lui “l’unico farmaco capace di guarire un cuore da quella ferita viscerale. Alle donne spiego che la migliore cura di bellezza non passa dall’estetista ma dal confessionale”, ma la misericordia di Dio “atterra soltanto là dove trova il pentimento e quindi occorre chiamare il peccato con il suo nome e capire la gravità di quel gesto”.

Negli anni Ottanta ha maturato la consapevolezza che, accanto all’accoglienza, era necessaria un’opera di prevenzione e di formazione culturale: “vedevo crescere l’emergenza educativa, il degrado morale fuori e dentro le sacrestie, la disinformazione pastorale e i suoi danni. Così decisi di aprire un altro reparto: quello della formazione come chiave della prevenzione”. Per prepararsi si è rivolta all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ha incontrato i giganti della fede e della scienza: Jérôme Lejeune, Wanda Półtawska, la ginecologa Cappella con i coniugi Billings, Elio Sgreccia e Carlo Caffarra. “Ma sopra tutti ho conosciuto san Giovanni Paolo II, dai suoi insegnamenti mi sono sentita particolarmente sostenuta”, ha ricordato. Alla sua Teologia del corpo e ad Humanae Vitae di Paolo VI ha ispirato le lezioni di “alfabetizzazione bioetica” alle quali hanno assistito in tanti, “vergini e prostitute, analfabeti e professori, piccoli e anziani, artisti e giornalisti, vescovi e sbandati, famiglie ferite. E tante coppie di innamorati”. Lì ha insegnato il “nuovo femminismo” pensato da Giovanni Paolo II, “che parte dalla grandezza della maternità come realtà ontologica, cioè sostanza profonda della natura femminile. Ogni donna deve gioire di sentirsi femmina, sposa e madre: tre dimensioni che devono andare in armonia”. Superando la disinformazione, ha spiegato l’ostetrica, “la gente si rende conto che il messaggio dell’Humanae vitae – se si vuole – funziona ad ogni latitudine, anche nelle periferie esistenziali”.

Tuttavia, Flora Gualdani è arrivata a questo punto passando per tanti ostacoli, incomprensioni, delusioni. “Ho dovuto attendere 40 anni per avere un riconoscimento ufficiale dalla Chiesa: un tempo biblico che ci ha consentito di arrivare maturi all’appuntamento della storia”, ossia il riconoscimento di Casa Betlemme come Associazione pubblica di fedeli da parte dell’allora Vescovo di Arezzo Gualtiero Bassetti, oggi Presidente della Cei, anch’egli presente a Bassano. Nel frattempo, “la mia esperienza si è forgiata nella solitudine, nella tribolazione e nel fuoco, anche il fuoco amico”, il più doloroso. D’altra parte, “per rimanere fedeli alla verità tutta intera, occorre il coraggio di rinunciare alla carriera e all’indice di gradimento, accettando di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care”. Da qui è nato l’ammonimento che Flora Gualdani rilancia costantemente ai suoi collaboratori di prepararsi al martirio “del cuore e delle idee”, confortati dalla letizia francescana determinata dall’essersi affidati alla Provvidenza in tutto, “perché ho capito che si sta in piedi soltanto se si resta in ginocchio. Se il latore non è un povero, ‘il Mandante’ non è il protagonista. La povertà è parecchio faticosa, ti fa esercitare la fede ma in cambio ti dà una libertà che è letizia”.

Povertà, purezza e piccolezza (“con dosi abbondanti di preghiera”)  sono le “3 P” con le quali l’ostetrica ha formulato la sua controffensiva alle “3 S” del mondo – soldi, sesso, successo –, i capisaldi di una società che è giunta a questo punto perché “ha dimenticato il primo e il sesto comandamento, il primato di Dio e la purezza della nostra vita”. Ci troviamo, ha concluso, in un momento di grande crisi della fede, perché “quando si rinuncia ad annunciare verità impopolari, alla radice c’è un calo della nostra fede” che si accompagna alla crisi della castità nel suo significato più ampio. Castità è una virtù basilare per ogni vocazione: “per la fedeltà e la felicità degli sposi, per la salute dei nostri giovani, per l’equilibrio di una vita consacrata, per il bene di una persona con tendenza omosessuale”. A questo proposito, ha ricordato che “tutto il dibattito infuocato degli ultimi Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. È sempre quello il nodo che viene al pettine: dal vivere ‘come fratello e sorella’ dei divorziati alla questione dell’Humanae vitae, da quella dei giovani a quella del celibato sacerdotale”. La risposta? BTD: Bibbia, Tradizione e Dottrina.

Andrea Mariotto