“Le tre profezie – Appunti per il futuro dal profondo della storia”: il libro di Giulio Tremonti.

Temonti profezie

Nell’aprile 2019 viene dato alle stampe “Le tre profezie – Appunti per il futuro dal profondo della storia” di Giulio Tremonti, edito da Solferino (184 pagine) [1]. L’autore è conosciuto dai più per essere stato Ministro delle Finanze nel primo governo Berlusconi e Ministro dell’Economia e delle Finanze nei tre successi esecutivi di centro-destra, presieduti dallo stesso Berlusconi.

Il libro prende le mosse da tre “profezie” di personalità illustri del passato (Karl Marx, Johann Wolfgang von Goethe e Giacomo Leopardi) per compiere una severa quanto lucida analisi dell’attuale contesto economico, sociale e politico sia a livello nazionale che internazionale. È d’obbligo sottolineare come, essendo stato pubblicato nel 2019, il volume non affronti il tema dell’attuale pandemia da COVID-19: l’introduzione alla più recente edizione include tuttavia un breve riferimento.

Il saggio non tratta in modo specifico di Dottrina sociale della Chiesa, ma affronta temi che sono profondamente collegati alle dinamiche e realtà sociali in cui l’uomo vive e nelle quali è chiamato a dare un proprio contributo. Ritengo quindi che questo testo possa essere una fonte preziosa di sollecitazioni e stimoli utili per la riflessione di tutti coloro che si adoperano per il Bene Comune.

 

“All’antico isolamento nazionale subentrerà una interdipendenza universale…”

La prima profezia presa in considerazione è tratta dal Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels [2] pubblicato nel 1848, e fa riferimento al fenomeno della “globalizzazione” che l’autore Tremonti definisce «… il tempio dell’utopia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo». La definizione è arguta e ogni suo termine merita un breve approfondimento.

La parola “Utopia” è stata coniata da San Tommaso Moro ad indicare un luogo ideale e tuttavia inesistente. Il fenomeno della globalizzazione può essere giustamente letto come “utopia” nella quale l’uomo ha vissuto negli ultimi trent’anni. Un periodo che sembrava caratterizzato da «…forme di benessere all’infinito crescente, magia applicata all’economia, lo sviluppo come ragione ultima di un nuovo messianismo, l’oppio del nuovo millennio». Una nuova epopea del benessere, della fratellanza dei popoli, degli scambi culturali e di una pace tanto universale quanto, all’apparenza, eterna. Tuttavia, il castello di carte non ha retto e con la crisi del 2008 abbiamo potuto tutti constatare la cruda realtà.

La globalizzazione era quindi una utopia in cui avrebbe dovuto vivere un uomo nuovo, non più cittadino di un piccolo paese ma del mondo. Un uomo «che non consuma per esistere, ma che esiste per consumare…»   Come sottolinea giustamente Tremonti, ci siamo trovati immersi in una nuova antropologia che esalta valori come l’immagine, la ricchezza e il dover apparire a tutti i costi (emblematico l’esempio dei reality televisivi che ormai spaziano dalla cucina alle fattorie, fino allo scambio del proprio coniuge). Una antropologia che chiede all’uomo di non porsi limiti, di essere sempre alla ricerca di nuovi diritti e di ritenere se stesso come centro del mondo. È la società dei diritti, dove l’altro diventa possibile ostacolo per l’autorealizzazione e quindi un nemico, un avversario da sconfiggere: «… i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri. L’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri» [3].

Una nuova utopia per un uomo nuovo che vive in un nuovo mondo: un mondo dove la politica è stata soppiantata dalla economia (o meglio dalla finanza), vera madre e governatrice della globalizzazione. Con la caduta del muro di Berlino cadono le ideologie e ad esse si sostituisce lentamente una «unica e nuova geografia politica mercantile piana» che troverà il suo battesimo con la stipula del trattato World Trade Organization (1995). Il mercato diventa quindi il “genio della lampada” che permette di uscire dai confini degli stati creati dalla politica e permette all’uomo nuovo di vivere in un mercato aperto, senza confini e aperto a qualsiasi tipo di speculazione. Aumentano gli scambi, aumentano le relazioni commerciali ed aumenta quindi l’interdipendenza fra coloro che vivono in questo nuovo mondo globale. Geniale paradosso della storia: mentre l’uomo sempre più si chiude nei propri egoistici interessi, dall’altra parte si ritrova sempre più legato, o meglio incatenato, ai suoi simili. Proprio per questo, quando la crisi nel 2008 è arrivata, come un domino posizionato ad arte, tutti ne abbiamo pagato le conseguenze.

“I biglietti alati voleranno tanto in alto che la fantasia umana per quanto si sforzi mai potrà raggiungerli”

La seconda profezia è tratta dal Faust, il capolavoro in versi di Johann Wolfgang von Goethe [4] e si propone di affrontare il tema della “rivoluzione digitale” ovvero la transizione dalla “tecnologia elettronica analogica” (i cari vecchi elettrodomestici) alla “tecnologia elettronica digitale”, quell’insieme di strumenti e apparecchi in grado di ricevere, elaborare e produrre informazioni (Smart Technologies). Una rivoluzione che caratterizza la nostra quotidianità (cellulare, tablet, laptop, automobili intelligenti, smart TV, ecc…) e che vede nel WEB il suo principale protagonista. Una rivoluzione, quella digitale, che è al tempo stesso sostenuta dalle globalizzazione di cui è la principale promotrice. Del resto, non era nemmeno ipotizzabile che la globalizzazione potesse svilupparsi così velocemente senza l’aiuto di internet e delle tecnologie ad esso associate; allo stesso modo la rete ha potuto evolversi poiché la globalizzazione ha «totalmente rimosso i confini politici, le barriere, le segmentazioni culturali, giuridiche e politiche nazionali … tipici del mondo non globale». Penso non sia sbagliato prendere in prestito dalla biologia il concetto di “simbiosi obbligatoria” per descrivere il rapporto intercorso inizialmente fra le due rivoluzioni: entrambi i simbiotici dipendono interamente l’uno dall’altro per la propria crescita e sopravvivenza. Se la globalizzazione ha portato in dono all’uomo una utopia dalla quale si è risvegliato bruscamente, il web è stato la causa di sette peccati che non potranno essere veniali o capitali, bensì digitali.

L’era digitale costringe l’uomo a velocizzare il proprio pensiero, a ragionare secondo modelli matematici o limiti di parole imposti a priori. Legge informazioni la cui verità è sempre messa in discussione o è oggetto di estenuanti dibattici. Le opinioni vengono pesate (esaltate o massacrate) da orde di sconosciuti di cui praticamente non sa nulla. L’uomo si trova quindi, per la prima volta nella storia, ad essere separato dalla propria coscienza morale (primo peccato digitale). Da questa rivoluzione non sono esentati la fisicità dell’uomo e il lavoro quotidiano (secondo e terzo peccati digitali): la rete porta l’individuo dove la propria fisicità viene mediata da altri strumenti e perde il primato della relazione sensibile-percettiva con la realtà. Nuovi strumenti tecnologici (come la realtà virtuale) mandano in esilio il corpo non ritenendolo più indispensabile. Fisicità che viene a mancare anche nel lavoro, ormai ribattezzato smart-working, che non è più un luogo privilegiato di incontro e di crescita quanto piuttosto la necessità di adempiere a compiti richiesti, nel minor tempo possibile e da casa propria. Oppure, il lavoro viene demandato ai robot, anch’essi figli della rivoluzione digitale, a cui viene chiesto di svolgere compiti che una volta erano dell’uomo. Si crea quindi una perdita di lavoro “umano” che deve essere compensata con la creazione di nuovi lavori, sempre più smart e sempre meno umani. Gli ultimi quattro peccati digitali riguardano le informazioni che condividiamo con il “mondo digitale”. Come sottolinea perfettamente Tremonti, il nostro “vivere” in rete è caratterizzato dalla cessione di dati e informazioni che permettono al sistema di “monitorare” le nostre vite in continuazione. Cediamo i dati perché pensiamo di  «averne un ritorno in termini di passatempo, di musica, di giochi, ecc.»  senza renderci conto che cediamo la nostra riservatezza e il nostro vivere quotidiano divenendo degli “schedati” (quarto peccato). I dati che cediamo vengono utilizzati per esercitare su noi stessi pressioni: la separazione dell’uomo dalla propria coscienza morale crea un vulnus che le tecnologie digitali sono pronte a riempire tramite condizionamenti e manipolazioni (quinto peccato). Basti pensare che ormai è prassi parlare di “reputazione digitale”! Il sesto è quello che ritengo personalmente il più affascinante ma anche il più pericoloso. Se l’uomo nella rivoluzione digitale viene per la prima volta “scisso” dalla propria coscienza morale, come potrà prendere decisioni, come potrà decidere chi votare alle prossime elezioni? La rete ha di fatto sostituito i vecchi quotidiani e può «influire sul voto, può muoverlo, può animarlo, …». Qualcuno ritiene che il web sia il miglior strumento per l’esercizio della democrazia diretta quando, molto più probabilmente, lo si può ritenere il miglior strumento per la manipolazione del voto. Infine, il settimo peccato digitale riguarda i big data. La cessione di informazioni costituisce la perpetua alimentazione di enormi database (big data) che attraverso sofisticati algoritmi sono in grado di “predire” le nostre necessità, gli acquisti che dovremmo fare o le persone da incontrare. Le macchine sono insomma pronte a dire all’uomo di che cosa ha bisogno per la propria vita.

 

“Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto.”

La terza profezia trae origine da una duplice riflessione tratta dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi [5]. La prima costituisce il titolo del presente paragrafo, mentre la seconda riguarda il concetto di patria moderna: «Converrà riprendere il discorso sulle nazioni e sull’Europa, sull’egoismo … La patria moderna deve essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione di interessi non vi possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione con i suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene».

Per entrambe le riflessioni leopardiane non è difficile notare l’analogia con l’attuale crisi della civiltà globale e con la crisi dell’ordine europeo che nasce in seguito ai Trattati di Maastricht (1992). I sintomi di queste crisi, descritti in modo preciso e dettagliato da Tremonti che si rifà a sua volta all’analisi dello storico Huizinga, sono rintracciabili nell’ansia per il domani (sapientemente alimentata dall’informazione), in strutture politiche e di governo sempre meno rappresentative e sempre più totalitarie, nello stato comatoso d un’economia sempre più vittima di provvedimenti elefantiaci quanto inutili, capaci al massimo di tamponare la situazione, ma non di risolverla. Crisi che hanno portato al superamento dei concetti di destra e sinistra e introdotto la diade “globalismo” – “sovranismo” dove da una parte si assiste alla rincorsa verso quell’ideale utopico di “società globale” che, come già scritto, ha pienamente manifestato le sue debolezze; mentre dall’altra si vuole teorizzare un ritorno verso le proprie origini, le proprie tradizioni e la propria cultura.

Una delle conseguenze sociopolitiche più interessanti delle “profezie” leopardiane riguarda la nascita dei populismi. Giulio Tremonti, in modo originale, ne formula una classificazione dove il lettore non farà fatica ad individuare attuali movimenti o partiti politici italiani o europei. Il populismo “sperimentale” che nasce dal malcontento popolare e si propone di cambiare radicalmente l’assetto di potere e chi lo gestisce: è il populismo che nasce e prospera attraverso la rete, suo habitat naturale. Il populismo “disciplinato” cerca di sfruttare dinamiche “di piazza” e slogan “di pancia” per cercare il consenso e per ampliare il proprio elettorato cercando di parlare al ceto medio che si sente sempre più stritolato dalle élite e minacciato di ritrovarsi nella fascia più povera della società. Le forze politiche che lo rappresentano, quando si ritrovano a governare la nazione, cercano di esercitare il potere legislativo proprio su quei temi che avevano raccolto dalle piazze. Arguta la riflessione di Tremonti sui leader delle forze politiche che esercitano questo populismo: «… ha possibilità e probabilità di successo direttamente proporzionali tanto alla sua possibile saggezza, quanto alla sicura ‘ stupidità’ delle attuali classi dirigenti …». Infine, il populismo “bieco e violento”, particolarmente presente nel nord Europa, che nasce dal basso e che cerca nella identificazione di un nemico la propria identità e l’orientamento della propria lotta.

Prima di avviarmi alla conclusione ritengo sia doveroso evidenziare come l’autore, nell’analisi di questa ultima profezia, abbia preso in considerazione la preghiera come strumento privilegiato per fronteggiare la crisi di civiltà: «…solo con il crocefisso e della preghiera si può e si deve uscire da questa crisi di civiltà, disegnando l’unica visione del mondo capace di futuro (il cammino evangelico) …». Prendendo spunto dal discorso di Papa Francesco alla “Civiltà Cattolica” [6], Tremonti sottolinea come la Chiesa sia chiamata a passare dalla sfera, simbolo del globale, al poliedro che «nell’unità mantiene l’originalità delle singole parzialità». Condivido inoltre la riflessione dell’autore che auspica una Chiesa non legata in modo indissolubile al potere temporale o alle istituzioni per poter essere così libera di svolgere al meglio il proprio compito. Ritengo che sia però necessario una ulteriore riflessione su questo aspetto: come ricordò Benedetto XVI nel 2006 durante la visita pastorale a Verona in occasione del IV Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, «La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, …»[7]. La vocazione della Chiesa è l’annuncio di Cristo a tutte le genti e questa sua missione, nel contesto sociale e politico, si estrinseca attraverso la «… dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato». La Chiesa, senza interferire con la politica, ha il desiderio di mettere a servizio dell’uomo il suo Magistero per «… istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune» [8].

Luca Pingani (luca.pingani@gmail.com)

 

Bibliografia

  1. Tremonti G (2019) Le tre profezie: appunti per il futuro, Prima edizione. Solferino, Milano
  2. Marx K, Engels F (1994) Manifesto del Partito comunista. Laterza, Roma
  3. Benedetto XVI (2009) Caritas in veritate.
  4. Goethe JW von, Mann T (2014) Faust. BUR Rizzoli, Milano
  5. Leopardi G, Moroni AM (2011) Zibaldone di pensieri. Oscar Mondadori, Milan
  6. Papa Francesco (2017) Discorso del Santo Padre Francesco alla comunità de “La Civiltà Cattolica.”
  7. Benedetto XVI (2006) Discorso del Santo Padre Benedetto XVI ai partecipanti del IV Convegno Nazionale della Chiesa Italiana.
  8. Joseph Ratzinger (2002) Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica.