LETTERA SAMARITANUS BONUS. LA PRESENTAZIONE DEL VESCOVO CREPALDI

Crepaldi anniversario

Samaritanus Bonus

sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita

Presentazione

 

Carissimi sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici, fratelli e sorelle in Cristo!

1.        La Congregazione per la Dottrina della Fede il 22 settembre ha reso pubblica la Lettera Samaritanus Bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, Lettera indirizzata soprattutto ai familiari, ai tutori legali, ai cappellani ospedalieri, ai ministri straordinari della comunione, agli operatori pastorali, ai volontari ospedalieri, al personale sanitario e, naturalmente, ai malati stessi. Il documento, avvalorato dall’approvazione del Santo Padre Francesco, è un intervento illuminante ed esaustivo che si è reso necessario se si considera la situazione odierna, caratterizzata da una mentalità e da un contesto legislativo sempre più permissivi a proposito dell’eutanasia, del suicidio assistito e delle disposizioni sul fine vita.

2.        Invitando tutti a leggere il documento nella sua completezza, mi permetto qui di segnalare alcuni punti significativi, proponendo alcuni brani dello stesso.

a) Eutanasia e suicidio assistito. L’eutanasia «è un crimine contro la vita umana perché, con tale atto, l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente. […] L’eutanasia, pertanto, è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza. […] L’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva». Anche l’eutanasia praticata tramite sedazione profonda non è moralmente accettabile. Anche le norme che legittimano l’eutanasia sono ingiuste: «Sono gravemente ingiuste, pertanto, le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso, per il falso diritto di scegliere una morte definita impropriamente degna soltanto perché scelta». La “libera” determinazione della persona non conferisce ad un gesto immorale un carattere di validità morale e non lo fa diventare da antigiuridico – perché contrario al bene comune – giuridico: «Così come non si può accettare che un altro uomo sia nostro schiavo, qualora anche ce lo chiedesse, allo stesso modo non si può scegliere direttamente di attentare contro la vita di un essere umano, anche se questi lo richiede. Pertanto, sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita». Di fronte a queste leggi è doveroso per il medico sollevare obiezione di coscienza perché non è mai lecito praticare l’eutanasia né collaborare formalmente ad essa o materialmente in modo immediato. Il giudizio di illiceità morale dell’eutanasia deriva dal concetto di dignità personale, ossia di intima preziosità di ciascuna persona, preziosità che deriva soprattutto dalla sua anima razionale, realtà metafisica non corruttibile e quindi immutabile nel suo valore. La Lettera ricorda a tal proposito l’insegnamento di Giovanni Paolo II: «Solo in riferimento alla persona umana nella sua “totalità unificata”, cioè “anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale”, si può leggere il significato specificamente umano del corpo» (Veritatis splendor, 50). E dove deriva in ultima istanza la dignità spirituale dell’uomo? Da Dio: «L’uomo, in qualunque condizione fisica o psichica si trovi, mantiene la sua dignità originaria di essere creato a immagine di Dio».

b) Accanimento terapeutico. Su questo punto il documento afferma: «Nell’imminenza di una morte inevitabile, dunque, è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne (supporti all’idratazione, alla nutrizione, alla termoregolazione; ed altresì aiuti adeguati e proporzionati alla respirazione, e altri ancora, nella misura in cui siano richiesti per supportare l’omeostasi corporea e ridurre la sofferenza d’organo e sistemica)». Questo ovviamente non comporta scivolare nell’abbandono terapeutico. La sottolineatura sull’accanimento terapeutico aiuta anche a comprendere quando alimentazione e idratazione assistite sono lecite e quando non lo sono: «In particolare, una cura di base dovuta a ogni uomo è quella di somministrare gli alimenti e i liquidi necessari al mantenimento dell’omeostasi del corpo, nella misura in cui e fino a quando questa somministrazione dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. Quando il fornire sostanze nutrienti e liquidi fisiologici non risulta di alcun giovamento al paziente, perché il suo organismo non è più in grado di assorbirli o metabolizzarli, la loro somministrazione va sospesa».

c) Cause della cultura di morte presente nelle società soprattutto occidentali.

– La prima causa è la mancanza di fede: «Dinnanzi all’ineluttabilità della malattia, infatti, soprattutto se cronica e degenerativa, se la fede manca, la paura della sofferenza e della morte, e lo sconforto che ne deriva, costituiscono oggigiorno le cause principali del tentativo di controllare e gestire il sopraggiungere della morte, anche anticipandola, con la domanda di eutanasia o di suicidio assistito». Ecco quindi che la Lettera richiama i plurimi significati che la Croce di Cristo può rivestire per il paziente sofferente, per quello cronico e per quello terminale. Significati che aprono al senso profondo della esistenza e ricchi di speranza ultraterrena.

– La seconda causa è una mentalità utilitarista che equipara la dignità della vita alla qualità della stessa: «La vita viene considerata degna solo se ha un livello accettabile di qualità, secondo il giudizio del soggetto stesso o di terzi, in ordine alla presenza-assenza di determinate funzioni psichiche o fisiche, o spesso identificata anche con la sola presenza di un disagio psicologico». In secondo luogo, si è diffuso un erroneo concetto di compassione: «Davanti a una sofferenza qualificata come “insopportabile”, si giustifica la fine della vita del paziente in nome della “compassione”».

– La terza causa è l’individualismo: «L’idea di fondo è che quanti si trovano in una condizione di dipendenza e non possono essere assimilati alla perfetta autonomia e reciprocità, vengono di fatto accuditi in virtù di un favor». Tu paziente sei un peso, un limite alla mia libertà. Se io mi prendo cura di te ti faccio un favore, non soddisfo un dovere morale.

– In quarto luogo: «l’elevata articolazione e complessità dei sistemi sanitari contemporanei che possono ridurre la relazione di fiducia tra medico e paziente ad un rapporto meramente tecnico e contrattuale».

d) Compiti del sacerdote nei confronti di colui che ha chiesto l’eutanasia e contemporaneamente la confessione: «Rispetto al sacramento della Riconciliazione, il confessore deve assicurarsi che ci sia contrizione, la quale è necessaria per la validità dell’assoluzione, e che consiste nel “dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnato dal proposito di non peccare più in avvenire”. Nel nostro caso, ci troviamo davanti ad una persona che, oltre le sue disposizioni soggettive, ha compiuto la scelta di un atto gravemente immorale e persevera in esso liberamente. Si tratta di una manifesta non-disposizione per la recezione dei sacramenti della Penitenza, con l’assoluzione, e dell’Unzione, così come del Viatico. Potrà ricevere tali sacramenti nel momento in cui la sua disposizione a compiere dei passi concreti permetta al ministro di concludere che il penitente ha modificato la sua decisione». Inoltre, aggiunge la Lettera, «non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come un’approvazione dell’azione eutanasica, come ad esempio il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione. Tale presenza non può che interpretarsi come complicità».

3.        Carissimi fratelli e sorelle, rinnovo l’invito a leggere il documento della Congregazione nella sua interezza perché offre un quadro illuminante e completo delle questioni attualissime legate al fine vita e indica con forza e coraggio evangelici la strada da seguire da noi cristiani. In particolare sono ad invitare i sacerdoti a usare la Lettera della Congregazione come uno strumento di catechesi e formazione degli adulti in particolare. Un invito pressante lo rivolgo alla Commissione diocesana per la salute a valorizzare il documento, proponendolo agli operatori sanitari, ai medici, agli infermieri, al mondo di coloro che gestiscono gli indirizzi e hanno la responsabilità sul fronte delle scelte di politica sanitaria. In un mondo schiavo della cultura della morte, la Lettera è un grande testo cristiano che ci ricorda che non ci sono vite indegne di essere vissute e che se non c’è nulla di gratificate nella malattia, nella sofferenza – che vanno per questo affrontate e curate – è altrettanto vero che è proprio l’uomo, malgrado le sue limitazioni, fragilità, fatiche, che è sempre degno di essere amato.

Colgo l’occasione per assicurare a tutti la mia preghiera e la mia benedizione.

✠ Giampaolo Crepaldi

Trieste, 24 settembre 2020