L’ideologia “gender”. La presunzione fatale di costruire l’identità – Parte 1. Studio dell’avv. Caragliu sul Gender

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Pubblichiamo, diviso in due parti, l’interessante studio dell’avvocato Antonio Caragliu apparso sulla Rivista “Veritatis diaconia”, a. IV (2018), n. 7

 

  1. Un’ideologia composita

L’ideologia gender è stata definita un’ideologia che separa il sesso biologico (sex) dal suo ruolo socio-culturale (gender), consegna l’identità a un’opzione personale ed insindacabile anche mutevole nel tempo, nega la differenza e la reciprocità naturale tra uomo e donna, prospetta una società senza differenze di sesso, svuota la base antropologica della famiglia [1].

Il tema è da tempo al centro della discussione pubblica, eppure, nonostante di anno in anno si moltiplichino contributi preziosi alla sua comprensione, il principio dialettico che lo anima si sottrae ad una precisa definizione. La ragione di questa difficoltà non è dovuta solo al carattere interdisciplinare ed alla complessità degli studi sul gender. Ciò che, mi pare, fino ad ora si è mancato di evidenziare ai fini di una sicura comprensione è la chiara determinazione del carattere composito di questa ideologia.

Essa è composta essenzialmente da due tesi:

1) una tesi antropologico-psicologica, che sostiene che il genere è una costruzione sociale rispetto alla quale il sesso biologico è irrilevante;

2) una tesi giuridica, che sostiene che il genere è una costruzione sociale rispetto alla quale il sesso biologico deve essere irrilevante, ragione per cui il diritto deve considerare il genere non come uno status, oggetto di un accertamento obiettivo, ma come una funzione della libera e variabile determinazione del soggetto, misurata su un auto percezione svincolata da qualsiasi riferimento obiettivo e, in quanto tale, non sindacabile da terzi.

I sostenitori dell’ideologia gender fondono queste due tesi, facendo in modo che le argomentazioni a sostegno dell’una suppliscano le debolezze argomentative dell’altra. Così, di fronte ad evidenze logiche ed empiriche che provano l’insostenibilità dell’irrilevanza del sesso biologico ai fini della costruzione dell’identità di genere, essi obiettano che alla persona deve esser riconosciuto il diritto di non essere vincolato dal proprio sesso biologico.

Inutile sottolineare come questa confusa commistione tra “essere” e “dover essere”, tra scienza psicologica e rivendicazioni giuridiche, non sia logicamente corretta. Essa è un indice del carattere ideologico di quella che definiamo, appunto, “ideologia gender”, la quale, come tutte le ideologie, non è governata dallo scrupolo metodologico proprio della scienza, ma dall’ambizione di ottenere il consenso necessario alla realizzazione del proprio mito politico. Che è poi il classico mito dell’uomo nuovo padrone del proprio destino, che si crea e si salva da sè. Sotto questo aspetto, nulla di nuovo sotto il sole.

 

  1. Lo sviluppo storico del concetto di gender

L’uso di un concetto di “genere” distinto da quello di “sesso biologico” non è significativo di per sè del carattere ideologico di un discorso. Distinguere non significa separare. Pertanto, al fine di cogliere il carattere specificatamente ideologico dell’ideologia gender, è utile considerare, seppur in maniera succinta, lo sviluppo storico del concetto di genere e delle teorie che lo hanno incorporato.

È lo psichiatra e sessuologo neozelandese John Money (1921-2006) ad introdurre negli anni ‘50 il concetto di gender nell’ambito delle sue ricerche sull’ermafroditismo, ovvero di studi clinici nei quali è la stessa conformazione anatomica a porre il problema dell’ascrizione univoca ad un genere, essendo i caratteri sessuali esterni (fenotipo) o intermedi o comunque non concordanti rispetto al sesso cromosomico o gonadico.

Money definisce il “ruolo di genere” (gender role) come «tutto ciò che una persona dice o fa per esternare se stesso o se stessa come detentore rispettivamente dello status di ragazzo o di uomo, di ragazza o di donna» [2] e, pur rilevando che i risultati delle sue scoperte indicano che «né una dottrina puramente ereditaria nè una dottrina puramente ambientale delle origini del ruolo e dell’orientamento di genere – del sesso psicologico – è adeguata», osserva, tuttavia, che «il sesso corrispondente all’assegnazione ed all’educazione ricevuta [sex of assignment and rearing] è consistentemente e palesemente un pronosticatore più affidabile del ruolo e dell’orientamento di genere di un ermafrodita rispetto al sesso cromosomico, al sesso gonadico, al sesso ormonale, alla morfologia dell’apparato riproduttivo interno o all’ambigua morfologia degli organi genitali esterni» [3].

Money, pur non disconoscendo la rilevanza dell’aspetto biologico della sessualità, riconosce nell’educazione familiare e sociale un ruolo prevalente nella costruzione dell’identità di genere del bambino: «Money ed i suoi colleghi indicavano due analogie rilevanti per l’acquisizione di un ruolo di genere: il primo era l’acquisizione da parte del bambino del linguaggio naturale; il secondo era l’imprinting di un anatroccolo verso Konrad Lorenz quando egli imitava il verso di una madre anatra. In entrambi questi esempi l’individuo era visto come biologicamente preparato ad acquisire un linguaggio o una figura materna, ma quale linguaggio fosse acquisito, o quale individuo fosse identificato come una madre, era determinato dall’ambiente. Coerentemente con queste analogie Money et al. (1957) ritenevano che il ruolo di genere fosse acquisito molto presto nello sviluppo del bambino e una volta acquisito fosse resistente al cambiamento. […] Sebbene Money adottasse esplicitamente una posizione interazionista in riferimento al rapporto tra natura ed educazione il suo lavoro era implicitamente letto come posizionato dalla parte dell’educazione. Dal momento che il sesso di una persona poteva differire dal suo ruolo di genere, il genere finiva con l’essere associato con un annebbiamento della dicotomia maschio/femmina, e la pretesa che l’educazione surclassasse l’anatomia procurò un potente argomento contro la natura essenziale delle differenze sessuali» [4].

In ambito psicanalitico Robert Stoller (1924-1991) e Ralph Grinson (1911-1979) riprendono la concettualizzazione di Money e, nel 1963, al ventitreesimo International Psyco-Analytical Congress di Stoccolma, introducono il concetto di “identità di genere” (gender identitity), che definiscono come la «consapevolezza di essere un uomo o un maschio a differenza di essere una donna o una femmina» [5].

Stoller ricomprende nel concetto di identità di genere quegli aspetti della sessualità che, essendo primariamente determinati dalla cultura, vengono appresi: «questo processo di apprendimento incomincia alla nascita, però soltanto con un graduale e crescente sviluppo dell’ego i suoi effetti sono resi manifesti nel bambino. Questo processo culturale scaturisce dalla società in cui ognuno è inserito, ma un’impressione di questo è incanalata attraverso la madre, così che ciò che effettivamente incide sul proprio bambino è la propria idiosincratica versione degli atteggiamenti della società. Più tardi il padre del bambino, i fratelli, gli amici, e quindi gradualmente la società nella sua interezza assistono allo sviluppo della sua identità». Ma, aggiunge significativamente Stoller, «se il principale risultato di questo lavoro è che l’identità di genere è primariamente appresa, il secondo è che ci sono forze biologiche che contribuiscono a questa. Ritengo che lo sviluppo del genere sia incrementato, oppure ostacolato, da alcune forze biologiche» [6].

Il ruolo di queste “forze biologiche” viene discusso da Stoller alla luce di un particolare caso clinico. Il caso è quello di una paziente considerata fin dalla nascita come una bambina e cresciuta come una femmina fino all’età di quattordici anni quando, di fronte ad una personalità maschile resistente a qualsiasi pressione educativa dei genitori, viene sottoposta ad un’indagine medica dalla quale emerge che, sebbene l’apparato genitale esterno apparisse quello di una normale ragazza della sua età, lei era di fatto, dal punto di vista cromosomico, un maschio normale, con un piccolo pene della misura di un clitoride, dotato di un’integra funzionalità erettile e di una prostata normale, ma affetto da ipospadia, criptorchidismo bilaterale e scroto bifido.

Quando i risultati dei test medici vengono comunicati al paziente egli reagisce con serenità alla notizia e confessa di aver sempre avvertito dentro di sè un’identità psicologica maschile corrispondente a quella biologica: «questa reazione posata e ben integrata fu confermata dal successivo comportamento del paziente. Quando tornò a casa, si levò l’abbigliamento da ragazza, e divenne un ragazzo, cominciando immediatamente a comportarsi nella comunità come gli altri ragazzi. Ciò venne confermato quando il bambino fu visto pochi giorni più tardi, e nei sei anni che seguirono non ci sono state ragioni per cambiare questa opinione» [7].

Stoller, che concepisce l’identità di genere come un aspetto stabile dell’identità personale [8], ne identifica tre fattori determinanti:

1) l’anatomia dell’apparato genitale esterno: «in forza della loro “naturale” apparenza, l’apparato genitale esterno serve come un segnale per i genitori che l’ascrizione di un sesso piuttosto che di un altro alla nascita era corretta. Quindi oltre a ciò, dalla produzione della sensazione i genitali, in primo luogo dalla struttura esterna ma nella femmina in aggiunta e oscuramente dalla vagina, contribuiscono ad una parte del primitivo “Io corporeo”, del senso di sè e della consapevolezza del genere»;

2) la relazione bambino-genitore, che «è composta dalle aspettative dei genitori riguardo l’identità di genere del bambino, dalle loro proprie identità di genere, dalle identificazioni del bambino con entrambi i sessi, dalle gratificazioni libidiche e dalle frustrazioni tra il bambino ed i genitori, e da diversi altri aspetti psicologici dello sviluppo preedipico ed edipico»;

3) l’ipotizzata forza biologica [9].

 

Tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 le studiose femministe si appropriano del concetto di genere, conferendogli un’inedita caratterizzazione politica.

Scrive la sociologa femminista Ann Oakley (1972): «l’opinione unanime sembra essere che il suo ruolo [il ruolo della biologia] sia minimale, dal momento che la predisposizione biologica verso un’identità di genere maschile o femminile (se una condizione del genere esiste) potrebbe essere decisamente e inestirpabilmente scavalcata dall’apprendimento culturale.

Coloro che hanno lavorato nel campo dei disordini ermafroditici e dei problemi dell’identità di genere sembrano talmente impressionati dal potere della cultura da ignorare totalmente la biologia» [10].

Oakley, concependo un “potere della cultura” in grado di scavalcare la predisposizione biologica verso un’identità di genere determinata, elabora un concetto di genere non solo distinto ma anche separato dalla componente biologica. E lo fa sulla base di un’interpretazione assolutamente tendenziosa ed arbitraria degli studi clinici fino ad allora svolti nel campo dei disturbi dell’identità di genere.

Questa concezione è ribadita e sviluppata dall’antropologa culturale Gayle Rubyn, la quale, nel suo fondamentale saggio The traffic in Women: Notes on the “political economy” of sex (1975), rileva che: «i bisogni che vengono soddisfatti dall’attività economica anche nel più intenso significato marxiano non esauriscono i bisogni umani fondamentali. Un gruppo umano deve anche riprodurre se stesso di generazione in generazione.

I bisogni della sessualità e della generazione devono essere soddisfatti quanto il bisogno di mangiare, ed una delle più evidenti deduzioni che possono essere ricavate dai dati dell’antropologia è che questi bisogni non sono quasi mai soddisfatti in una forma “naturale”, non più di quanto lo sono i bisogni per il cibo. La fame è fame, ma ciò che vale come cibo è culturalmente determinato ed acquisito. Ogni società ha qualche forma di attività economica organizzata. Il sesso è sesso, ma ciò che vale come sesso è ugualmente determinato ed acquisito culturalmente. Ogni società ha anche un sistema sexgender – una serie di disposizioni attraverso le quali il grezzo materiale biologico della sessualità umana e della procreazione è modellato dall’intervento umano e sociale ed è soddisfatto in modo convenzionale, non importa quanto bizzarre alcune di queste convenzioni possano essere» [11].

Rubyn, criticando in questo punto la tradizione marxista, rivendica un’autonomia logica ed epistemica del “sistema sexgender” e delle “relazioni sociali della sessualità” rispetto al sistema di produzione economica ed alle relazioni socioeconomiche [12].

Di qui il riconoscimento di un’“organizzazione sociale del sesso” che si basa sull’imposizione del binarismo di genere, sull’eterosessualità obbligatoria e sul contenimento della sessualità femminile: «il genere è una divisione socialmente imposta dei sessi» che opprime sia le donne sia gli omosessuali [13].

La liberazione da questa oppressione parte innanzitutto dalla consapevolezza del carattere culturale e convenzionale delle relazioni sociali sessuali. Attraverso questa consapevolezza, promette la Rubyn, noi possiamo piegare i meccanismi e gli scopi di questo processo nella direzione di una scelta consapevole: «l’evoluzione culturale ci offre l’opportunità di prendere il controllo dei significati della sessualità, della riproduzione e della socializzazione e di fare decisioni consapevoli per liberare la vita sessuale umana dalle relazioni arcaiche che la deformano. In definitiva, una perfetta rivoluzione femminista libererebbe non solo le donne.

Libererebbe forme di espressione sessuale, e libererebbe la personalità umana dalla camicia di forza del gender» [14]. Quindi, il movimento femminista «deve sognare ancora di più dell’eliminazione dell’oppressione delle donne. Esso deve sognare l’eliminazione delle identità sessuali e dei ruoli sessuali obbligatori. Il sogno che trovo più convincente è quello di una società androgina e priva di genere (sebbene non priva di sesso), nella quale l’anatomia sessuale di ciascheduno sia irrilevante rispetto a chi ognuno è, a che cosa ognuno fa, e a colui con il quale ognuno fa l’amore» [15].

Gayle Rubyn è la prima studiosa ad introdurre in maniera organica i principi fondamentali dell’ideologia gender: dalla critica del “binarismo di genere” alla vera e propria “decostruzione” del concetto di genere.

Tali principi sono gli stessi fatti propri dal “movimento Queer” sviluppatosi negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘90.

Come spiega la filosofa del diritto Laura Palazzani: «Queer è una categoria fluttuante e sfuggente che dà voce alla proliferazione e al dinamismo “delle” differenze sessuali: non si può parlare di “differenza sessuale” al singolare (presupponendo la distinzione maschile/femminile), ma al plurale (data la diversità di scenari sessuali che si configurano a livello individuale e relazionale). Queer dilata e oltrepassa il genere, si contrappone alle “costrizioni” della normalità.

L’obiettivo è quello di decostruire la natura e destabilizzare l’ordine sociale rigido, per introdurre un nuovo paradigma antropologico ove la “eterosessualità” non sia egemonica, obbligatoria e normativa» [16].

A giudizio della filosofa post-strutturalista statunitense Judith Butler, la più nota leader intellettuale del movimento Queer: «il genere è sempre un fare, sebbene non un fare proveniente da un soggetto che può dirsi preesistere all’azione.

La sfida di ripensare le categorie del genere fuori dalla metafisica della sostanza dovrà considerare la rilevanza dell’affermazione di Nietzsche contenuta ne La genealogia della morale che “non c’è nessun “essente” dietro il fare, l’attuare, il diventare; ‘l’agente’ è soltanto una finzione aggiunta all’azione – l’azione è tutto”. In un’applicazione che Nietzsche stesso non avrebbe anticipato o ammesso, possiamo stabilire come un corollario: non c’è un’identità di genere dietro le espressioni del genere; questa identità è costituita performativamente dalle molte “espressioni” che sono dette essere i suoi risultati» [17].

Il genere è il prodotto della “performatività”, ovvero della ripetizione di atti culturalmente appresi i quali si irrigidiscono in automatismi: «Simili atti, gesti, messe in atto, generalmente costruiti, sono performativi nel senso che l’essenza o l’identità che in maniera diversa affermano di esprimere sono costruzioni [fabrications] prodotte e mantenute attraverso segni corporei ed altri significati discorsivi. Il fatto che il corpo di genere [the gendered body] sia performativo suggerisce che esso non ha uno status ontologico fuori dai vari atti che costituiscono la sua realtà. […] In altre parole, atti e gesti, desideri articolati e messi in atto creano l’illusione di un interiore ed ordinato nucleo di genere, un’illusione mantenuta discorsivamente ai fini di una regolazione della sessualità all’interno dello schema obbligatorio della riproduzione eterosessuale. Se la “causa” di un desiderio, di un gesto e di un’azione può essere situata all’interno del “sè” dell’attore, allora le regolazioni politiche e le pratiche disciplinari che producono questo genere apparentemente coerente sono effettivamente rimosse dalla vista. […] Se l’intima verità del genere è una costruzione e se un vero genere è una fantasia istituita ed iscritta sulla superficie dei corpi, allora sembra che i generi non possono essere né veri né falsi, ma sono soltanto prodotti come i veri effetti di un discorso su un’identità primaria e stabile» [18].

La Butler concepisce l’identità di genere come un’imitazione convenzionale. Di qui il suo carattere parodistico, che emerge con particolare evidenza dalla messa in scena della drag queen, la quale, nell’imitare il genere, «implicitamente rivela la struttura imitativa del genere stesso – così come la sua contingenza» [19].

Tuttavia, a differenza delle ordinarie parodie teatrali, la parodia del genere teorizzata dalla Butler non presuppone un’originale: è la stessa nozione di un’originale che viene parodiata. Di qui la totale decostruzione del concetto di genere: Undoing gender è il titolo di un suo saggio pubblicato nel 2004.

Solo il “disfacimento” del genere permetterà, secondo le promesse della Butler, di liberare il potere costruttivo del desiderio soggettivo. Un desiderio emancipato da qualsiasi vincolo veritativo, culturale o biologico che sia.

 

  1. La lezione di Friedrich von Hayek sul “costruttivismo”

 

Sono molteplici ed acute le critiche che sono state rivolte all’ideologia gender, ma nessuna di queste mi pare capace di penetrarne l’intima fallacia logica quanto quella che ci si offre alla luce della lezione sul “costruttivismo” di Friedrich von Hayek (1899-1992).

Hayek definisce il costruttivismo quella teoria secondo la quale «l’uomo, dato che ha creato egli stesso le istituzioni della società e della civiltà, deve anche poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri e le sue aspirazioni» [20]. Presupposto del costruttivismo è «una presunta conoscenza che nei fatti nessuno di noi possiede e che neppure il progresso della scienza potrà darci» [21].

La considerazione dello sviluppo storico del concetto di genere rende evidente come sia la logica del costruttivismo ad animare e strutturare l’ideologia gender. Nella teorizzazione di Money questo potere “costruttivo” è limitato ad una categoria di persone, quelle intersessuate, e ad una determinata fase della crescita infantile.

Secondo Money, infatti, il genere è malleabile e plasmabile dal potere educativo della famiglia e dell’ambiente sociale fino al primo anno e mezzo di vita. Fino a questa età l’aspetto biologico della sessualità si presenta come una materia passiva disponibile a ricevere la forma stabilita dal potere socioeducativo.

Dopo di essa un intervento chirurgico di riassegnazione o attribuzione del sesso causerebbe delle compromissioni dell’equilibrio psichico. Negli anni ‘60, infatti, pur esprimendosi a favore degli interventi chirurgici dei transessuali, Money rilevava le difficoltà di un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso in età adulta.

Certo, una simile concettualizzazione è temperata dallo stesso intervento chirurgico di riassegnazione o attribuzione del sesso: attraverso di esso si riconosce la rilevanza perlomeno dell’aspetto esterno della sessualità biologica ai fini della costruzione dell’identità genere.

Tanto è vero che, secondo il protocollo elaborato per i neonati ermafroditi da John Money e dai coniugi Hampson, sono i genitali esterni il marcatore per lo sviluppo del gender role: in presenza di genitali esterni prevalentemente maschili il genere assegnato doveva essere quello maschile. Viceversa nel caso in cui i genitali esterni avessero avuto un aspetto prevalentemente femminile. Tuttavia se il pene di un bambino, con i cromosomi tipici di un maschio (XY), era troppo piccolo per un rapporto vaginale, il protocollo prevedeva che il bambino fosse castrato e cresciuto come una bambina [22].

La teoria clinica di Money, pur caratterizzata da una forma limitata e temperata di “costruttivismo”, ha subito indiscusse smentite empiriche.

Il caso più noto è quello di David Reimer, che nasce come Bruce insieme al fratello gemello Brian nel 1965, a Winniperg, in Canada.

All’età di sei mesi, stante la difficoltà di entrambi i gemelli ad urinare, viene loro diagnosticata la fimosi, una condizione patologica per la quale il restringimento del prepuzio rende difficile o impossibile la scopertura completa ed agevole del glande. Si decide quindi di circonciderli. Purtroppo l’organo sessuale di Bruce viene irrimediabilmente danneggiato a causa dell’imperizia dei due medici che praticano per la prima volta la tecnica della cauterizzazione sul pene. Considerato l’esito negativo dell’operazione il fratello gemello Brian viene curato in altro modo.

I genitori si rivolgono quindi al sessuologo del John Hopkins Hospital di Baltimora John Money, il quale consiglia loro di modificare chirurgicamente gli organi genitali del figlio trasformandoli in femminili. Bruce viene operato all’età di 22 mesi da un equipe di chirurghi del John Hopkins Hospital. In seguito viene sottoposto ad un pesante trattamento ormonale, viene cresciuto come una bambina e gli viene assegnato il nome di Brenda.

Money visita Brenda una volta all’anno fino al 1978. Nel frattempo pubblica libri ed articoli scientifici nei quali dichiara il successo del suo “esperimento” (che, per tutelare la privacy del paziente, denomina come il caso “John/Joan”). A detta di Money il bambino trasformato in “bambina” aveva sviluppato una stabile identità femminile.

All’età di tredici anni, tuttavia, Bruce-Brenda inizia a sviluppare pensieri suicidiari ed esprime il desiderio di non vedere più il dottor Money. Nel 1980, su consiglio dello psichiatra, i genitori gli rivelano la storia dell’assegnamento di genere al quale era stato sottoposto. Bruce-Brenda, che non si era mai sentita una bambina, decide di riassumere la sua identità maschile: si fa rimuovere il seno che le era cresciuto a causa del trattamento ormonale, si sottopone a due interventi di falloplastica, decide di farsi chiamare David e, nel 1990, si sposa con Jane Fontaine.

Nei primi anni novanta il biologo Milton Diamond contatta lo psichiatra Keith Sigmundson, che in quel periodo aveva in cura David. Nel 1997 Diamond e Sigmundson pubblicano un articolo che denuncia il fallimento del trattamento sperimentato da Money, ravvisandone la ragione nell’azione prenatale degli ormoni, causa dell’organizzazione del sistema nervoso del bambino in senso maschile [23].

David Reimer decide così di rendere pubblica la sua storia raccontandola al giornalista e scrittore John Colapinto, che ne trae un articolo pubblicato nella rivista a larga diffusione “Rolling Stone”. Lo stesso Colapinto nel 2000 pubblica una biografia di David: As Nature Made him: the Boy Who Was Raised as a Girl [24].

Purtroppo la storia di David finisce in modo tragico. Nel 2002 il fratello gemello si suicida con un’overdose di antidepressivi. Il 2 maggio 2004 la moglie gli annuncia l’intenzione di separarsi. Il 5 maggio dello stesso anno David Reimer si suicida con un colpo di fucile.

Il caso di Bruce-Brenda-David non rappresenta un episodio isolato di falsificazione della teoria di Money. Lo psichiatra ed urologo William George Reiner, in uno studio condotto su 27 bambini, rivela che di 25 maschi cresciuti come femmine, 14 si dichiaravano maschi [25].

Le linee guida sul trattamento delle persone intersessuate elaborate da Diamond e Sigmundson (1997), muovendo dalla considerazione della rilevanza dell’esposizione prenatale agli ormoni sessuali per l’identificazione psichica del bambino, promuovono principi alternativi a quelli elaborati da Money, basati sul criterio della praticabilità chirurgica [26] e sulla tesi della plasmabilità sociale dell’identità di genere. Esse consigliano la scelta del sesso sulla base della diagnosi, non sulla base della funzionalità sessuale o dell’apparenza esteriore, e dispongono che la valutazione diagnostica venga effettuata, prima e dopo la nascita, da un’equipe medica composta da pediatri endocrinologi, radiologi, urologi e genetisti [27].

Le successive Linee guida della Intersex Society of North America (2006) confermano la necessità di un criterio diagnostico nelle ambiguità sessuali e la rilevanza, accanto agli indici somatici e funzionali, dei fattori genetici ed endocrini in fase prenatale. Raccomandano interventi chirurgici solo in presenza di una minaccia attuale e reale per l’integrità fisica del soggetto, mentre negli altri casi consigliano una posticipazione degli interventi ad un’età in cui il soggetto sia in grado di partecipare attivamente alla decisione [28].

Infine, il Comitato Nazionale per la bioetica italiano (2010) «ritiene importante che ogni scelta in questa peculiare situazione sia adeguatamente ponderata, valutando caso per caso, in funzione del “riconoscimento” dell’identità sessuale nell’ambito di una considerazione globale del soggetto, bilanciando in una sintesi dinamica i dati biologici (nel caso di neaonati) e gli aspetti biologico-psicologici (nel caso di minori con sufficiente livello di consapevolezza) con l’obiettivo di armonizzare elementi di disarmonia» [29]. Infatti, «l’armonizzazione deriva dalla interazione tra dimensione biologica e socioculturale (contro il determinismo biologico da un lato e il determinismo socio-culturale dell’altro), riconoscendo la rilevanza della componente biologica, ma anche l’intervento di fattori esterni (psicologici e ambientali) – presenti nelle fasi di sviluppo del minore che consentono il raggiungimento e l’espressione di un sufficiente grado di consapevolezza – pur senza sapere “quanto” e “come” essi interagiscano, nella ormai consolidata evidenza “che” interagiscano» [30].

Il modello di trattamento terapeutico dei soggetti intersessuati sviluppatosi in seguito alla falsificazione della teoria di Money si basa su una concezione interazionista incompatibile con un potere sociale “costruttivo” e, quindi, incompatibile con l’ideologia gender. L’educazione, la società, la cultura possono strutturarsi come “potere costruttivo” dell’identità di genere a condizione che possano essere concepite come stringenti “cause determinanti” e non come mere “concause”, dotate di un’efficacia soggetta a gradazioni variabili caso per caso e interagenti con le concause biologiche della sessualità.

Questa concezione interazionista è la stessa nella quale si mantiene il lavoro dello psicologo Robert Stoller, i cui studi clinici, infatti, sono avulsi da progetti socio-politici.

Diverso è il caso delle studiose femministe le quali, agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso, teorizzano i principi fondamentali dell’ideologia gender adottando esplicitamente una concezione costruttivistica della società.

Paradigmatico in questo senso è il lavoro di Gayle Rubyn la quale dal riconoscimento della dimensione simbolico culturale dell’identità di genere deduce il “contropotere” del singolo di assoggettarla ad una “scelta consapevole”.

Ma l’evidenza di questo “contropotere” è frutto della ragione o del mito di una “ragione ingegneristica” priva di riscontri logici ed empirici?

Ovviamente non è in discussione l’essenziale dimensione sociale e simbolica dell’uomo, nel quale biologia e cultura si compenetrano. Come osserva Sergio Cotta (1920-2007) «sul piano della comunicazione sia affettiva che intellettiva, il corpo è mediazione intersoggettiva, un linguaggio, e per giunta altrettanto simbolico, quanto quello scandito in parole» [31].

In discussione è la conclusione che Rubyn trae da questa premessa: la soggezione dell’identità e della società ad un progetto consapevole. È questa una conclusione che non ha alcun rapporto logico con la premessa che la precede e che tace sulle gravi conseguenze non intenzionali che derivano dall’applicazione giuridica (e quindi coattiva) di una scelta che viene imposta agli altri a prescindere da qualsiasi parametro obiettivo di riconoscimento sociale.

Hayek osserva che «fenomeni come il linguaggio o il mercato, la moneta o la morale non sono veri prodotti artificiali, posti in essere da deliberazioni coscienti» [32] ed avverte che «quando agiamo con la convinzione che noi possediamo la conoscenza e il potere che ci permettono di modellare i processi della società completamente a nostro piacimento, la conoscenza che in realtà non possediamo può arrecarci un grave danno» [33].

Anche la teorizzazione di Judith Butler è animata da una concezione costruttivista, ma se in Gayle Rubyn l’orientamento teorico è riconducibile alla filosofia strutturalista, nella Butler invece esso è riconducibile alla filosofia di Friedrich Nietzsche (1844-1900).

Judith Butler àncora tutto il proprio discorso nella dissoluzione del concetto di “Io” e di “identità” caratteristica della filosofia di Nietzsche [34]. Dalla tesi secondo la quale «l’agente è soltanto una finzione aggiunta all’azione» ella deduce la concezione del genere come “performatività”, come “costruzione assoluta” determinata dalla ripetizione di atti culturalmente appresi, nonchè la concezione “parodistica” dell’identità di genere.

Il fatto è che una simile dissoluzione filosofica dell’identità, per quanto possa apparire suggestiva, è il frutto di un principio assurdo. Tra agente ed azione, infatti, vi è un’inconfutabile correlazione logica. L’azione non è concepibile senza il riferimento ad un soggetto in quanto ciò che la caratterizza è la suitas, ovvero la sua appartenenza all’agente, che la distingue dagli altri fatti di natura.

Il paradosso di un’azione senza agente serve alla Butler per promovere un concetto di identità “non impegnativo”. A proposito dell’identità di genere ella parla, infatti, di “imitazioni convenzionali”. Ma un’imitazione non è un’identificazione vera e propria poichè, per quanto penetrante ed intensa possa essere, non è impegnativa.

Il concetto di libertà che opera implicitamente nel discorso dalla Butler è quello di un attore senza volto che si serve dell’identità come una maschera tra le tante.

La dimensione ideale nella quale un simile concetto di libertà si struttura è quella propria dell’arte, nella quale le emozioni e le passioni acquistano una diversa qualità rispetto a quelle sperimentate nella vita reale.

Osserva a questo proposito Ernst Cassirer (1874-1945): «un uomo il quale dovesse vivere nella vita reale tutte le emozioni che noi sentiamo quando ascoltiamo una tragedia di Sofocle o di Shakespeare, dalla potenza di queste emozioni sarebbe non già oppresso, ma schiacciato e annientato. In arte invece non siamo esposti a questo pericolo. Quel che sentiamo qui è la pienezza delle emozioni, ma senza il loro contenuto materiale.

Il fardello delle nostre passioni è tolto dalle nostre spalle; ciò che resta è il moto interno, la vibrazione e l’oscillazione delle nostre passioni senza la loro gravosità, la loro pressione, il loro peso» [35].

Nella promessa di trasfigurare l’esistenza reale, con la sua tragica ed ineludibile serietà, nella pienezza e nella libertà proprie dell’arte sta il fascino della proposta della Butler. Ma è il fascino di una disperata illusione, smentita dal buon senso prima ancora che dalla scienza psicologica.

Anche la drag queen, l’icona della natura “performativa” del genere, fa i conti con una “vera identità” quando «lo spettacolo è finito e i suonatori se ne vanno» [36].

(Fine prima parte)

 

di Antonio Caragliu

Avvocato penalista del Foro di Trieste e studioso di Filosofia del diritto

 

NOTE

[1] Parafraso così la definizione contenuta in FRANCESCO, Es. ap. post. sin. Amoris Laetitia, 19 marzo 2016, § 56.

[2] John Money, Hermaphroditism, gender and precocity in hyperadrenocorticism: Psychologic findings, «Bulletin of the John Hopkins Hospital», 1955, 96, p. 254.

[3] John Money – Joan G. Hampson – John L. Hampson, Imprinting and the establishment of gender role, «Archives of Neurology and Psychiatry», 1957, 77, p. 333.

[4] David Haig, The inexorable Rise of Gender and the Decline of sex: Social Change in Academic Titles, 1945-2001, «Archive of sexual Behavior», Vol. 33, No 2, April 2004, p. 92-93.

[5] Ralph Grinson, Contribution to “Symposium on Homosexuality” presented at the International Psicho-Analytic Congress, Stockholm, July-August, 1963, in Psycanalysis and Male Sexuality, ed. and introduced by Hendrik M. Ruitenbeek, College and University Press, New Haven CT 1966, p. 97.

[6] Robert Jesse Stoller (1968), Sex and Gender: The development of Masculinity and Femininity, Karnac Books, London 1984, p. XI.

[7] Ivi, p. 70.

[8] Ivi, p. 72: «il nucleo dell’identità di genere rimane invariato per tutta la vita; questo non per dire che l’identità di genere non sia costantemente in sviluppo e soggetta a cambiamento, ma soltanto per dire che il nucleo di consapevolezza di essere un maschio o una femmina rimane costante».

[9] Ibidem.

[10] Ann Oakley, Sex, gender, and society, Harper Colphon, New York 1972, p. 170.

[11] Gayle S. Rubyn, The traffic in Women: Notes on the “political economy” of sex, in Judith K. Brown et alii, Toward an Antropology of Women, a cura di Rayna R. Reiter, Monthly Rewiev Press, New York 1975, p. 165.

[12] Ivi, p. 167.

[13] Ivi, p. 179.

[14] Ivi, p. 199-200.

[15] Ivi, p. 204.

[16] Laura Palazzani, Identità di genere? Dalla differenza alla indifferenza sessuale nel diritto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, p. 42.

[17] Judith Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York 1990, p. 25.

[18] Ivi, p. 136.

[19] Ivi, p. 137.

[20] Friedrich August von Hayek (1978), Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, trad. it di G. Minotti a cura di E. Coccia, Armando, Roma 1988, p. 11.

[21] Ivi, p. 20.

[22] J. Money – J. G. Hampson – J. L. Hampson, Hermaphroditism: recommendations concerning assignment of sex, change of sex and psychologic management, «Bulletin of the John Hopkins Hospital», 1955, 97, p. 284-300.

[23] M. Diamond – H. K. Sigmundson, Sex Reassignment at Birth: A Long Term Review and Clinical Implications, «Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine», 1997; 151, p. 298-304.

[24] John Colapinto, As Nature Made him: the Boy Who Was Raised as a Girl, HarperCollins, New York, 2000, trad. it. di Lucia Braghini, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, Edizioni San Paolo, Milano 2014.

[25] William George Reiner, To be male or female: that is the question, «Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine», 1997; 151, p. 224.

[26] La preferenza per l’assegnazione del sesso femminile in caso di ambiguità sessuale era infatti motivata dalla maggiore difficoltà nella ricostruzione di organi maschili funzionanti.

[27] M. Diamond – H.K. Sigmundson, Management of intersexuality. Guidelines for dealing with persons with ambiguous genitalia, «Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine», 1997, 151, pp. 1046-1050.

[28] Intersex Society of North America (ISNA), Clinical guidelines for the management of disorders for sex development in childhood, Consortium on the Management of Disorders of sex development, 2006.

[29] Comitato Nazionale per la Bioetica, parere 25 febbraio 2010 I disturbi della differenziazione sessuale nei minori: aspetti bioetici, http://presidenza.governo.it/bioetica/pareri_abstract/disturbi_differenziazione_25022010.pdf, p. 18.

[30] Ivi, p. 19.

[31] Sergio Cotta, Il corpo tra mortalità e trasfigurazione, in Sergio Cotta et alii, Il corpo, perché? Saggi sulla struttura corporea della persona, Morcelliana, Brescia 1979, p. 75, citato in Salvatore Amato, Sessualità e corporeità: spunti per un’analisi giuridica, in Sergio Cotta et alii, Diritto e corporeità: prospettive filosofiche e profili giuridici della disponibilità del corpo umano, Jaca Book, Milano 1984, p. 48. Si veda anche Fiorenzo Facchini, Sessualità e genere. Si può scegliere?, Elledici, Torino 2016, p. 5 nota 2: «Nell’uomo la natura è culturale, inscindibile dalla cultura, che, in forza delle capacità progettuali e simboliche, arricchisce la condizione biologica (genotipo e fenotipo) dell’uomo. La cultura si costruisce sulla natura, non può né ignorarla, né sottovalutarla».

[32] Friedrich August von Hayek (1952), L’abuso della ragione, trad. it. di Renato Pavetto, prefazione di Dario Antiseri, Rubettino, Catanzaro, 2008, p. 146.

[33] Idem (1978), Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, cit., p. 42.

[34] «La dissoluzione della morale porta, nelle sue conseguenze pratiche all’individuo atomistico, poi ancora alla scissione dell’individuo in pluralità, flusso assoluto». Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1884-1885, trad. a cura di Sossio Giametta, in Opere, Adelphi, Milano 1975, vol. VII, tomo III, p. 128.

[35] Ernst Cassirer (1942), Linguaggio e arte I, in Simbolo, mito e cultura, trad. it. di Giovanni Ferrara, prefazione ed introduzione di Donald Philippe Verene, Laterza, Roma-Bari 1985, p. 167-168.

[36] Aforisma del celebre regista, sceneggiatore, drammaturgo e scrittore Ingmar Bergman (1918-2007).