L’Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano.

Rod Dreher, L’Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano, Edizioni San Paolo, 2018, pp. 352, euro 25,00

 

Il titolo potrebbe essere fuorviante. In questo caso è il sottotitolo che contiene, in parte maggiore, la sostanza del libro. Dreher vuole indicare una «strategia», una prassi, per superare il crollo del cristianesimo occidentale. E l’autore comunica questa prassi in modo molto semplice: è di necessità assoluta una formazione del cristiano, che stia a monte dell’azione, proprio sul modello benedettino. Una formazione, cioè un dare forma all’azione.

Di san Benedetto da Norcia, Dreher prende a programma la Regola monastica. Reputa anzi fondamentale quell’unico paragrafo della Regola che dà un senso unitivo al tutto: «Constituenda est ergo nobis dominici schola servitii» – «Bisogna dunque istituire una scuola per il servizio del Signore»[1]. Dreher intuisce la portata decisiva di quel termine, all’apparenza innocuo (schola, appunto), che ha edificato una civiltà. Magari mortifica un po’ lo stesso Benedetto, sostenendo che «la sua Regola è semplicemente un manuale di formazione», privo di una «dottrina mistica di insondabile profondità spirituale»[2].

Non è proprio così, ma in ogni caso Dreher non va fuori tema e si esprime più che altro sull’ortoprassi. Ammette, comunque, la perdita della dottrina in ambito cristiano, quando scrive che «le Chiese – protestante, cattolica e ortodossa» non «sono nulla più che assemblee scarsamente coese di individui impegnati a cercare la propria personale “verità”» e, quindi, «non sono più la Chiesa in senso significativo».

Sull’esempio dei monaci

Le cause della crisi odierna, analizzate nel libro, sono ben note e fanno parte dei contenuti dell’apologetica cattolica contemporanea: sconfitta del realismo metafisico classico e medievale; divorzio fede-ragione da parte del nominalismo occamista e della Riforma; ripiegamento culturale sull’Illuminismo; guerre e rivoluzioni moderne. Evidentemente con mali di così ampio respiro, che vanno a ledere ogni aspetto del vivere civile e personale, serve un rimedio che vada a recuperare le parti lese dell’ambito umano: culto, cultura, lavoro.

Dal monachesimo occidentale scaturì in effetti ciò che ora tornerebbe utile all’uomo e potrebbe ricondurlo sulla via di una «morale delle virtù», come già propose MacIntyre, più volte citato[3]. Scaturì, ad esempio, l’«ordine», per il quale i monaci credono esista un senso oggettivo delle cose. Scaturì la «preghiera»; il «lavoro», per cui esso non dovrebbe mai essere «slegato dalla vita», com’è invece oggi. Sorse l’idea della «stabilità», nel senso che l’antico monaco girovago (sgradito a Benedetto) rassomiglia al moderno cittadino, che irride la «fissità», annegato com’è nel mondo liquefatto di Bauman.

Tramite le suggestioni benedettine trarrebbe poi nuovo impulso l’«ascesi», così da poter «accettare sacrifici fisici in virtù di un obiettivo spirituale». Oppure ne verrebbe ricalibrata l’«ospitalità» che, in san Benedetto, non era un’accoglienza caotica. Egli, al contrario, ordinò «ai propri monaci di essere aperti al mondo esterno» – precisa Dreher – «ma fino a un certo punto»: ai visitatori non fu mai permesso «di compiere atti» che sconvolgessero «lo stile di vita del monastero». E questo stile di vita era necessario al costituirsi di una vera comunità, retta dalla disciplina, dall’obbedienza, ma pure dalla complementarietà reciproca. Un cristiano, difatti, da solo «non può cavarsela, senza ingannare se stesso sulla verità»[4]. Non soltanto, ma «Dio ha distribuito le proprie grazie in modo tale che abbiamo proprio bisogno gli uni degli altri» – dice un sacerdote intervistato dall’autore.

Iniziative dal basso

Così come, quindi, l’Europa scaturì sulle ceneri dell’Impero Romano d’Occidente per merito del «localismo» di alcuni monaci riuniti nel cenobio, allo stesso modo Dreher propone un «localismo» moderno, per mezzo del quale la società dovrà risollevarsi a partire dal basso, dall’azione dei laici.

Si tratterebbe insomma di organizzare piccole comunità, attorno alle parrocchie o alle famiglie, in modo da promuovere qualcosa di simile ad una formazione permanente dei giovani e degli adulti. I giovani verrebbero educati “in proprio”, all’interno delle scuole parentali o fondando dal nulla un nuovo tipo di «scuole cristiane classiche». Quanto agli adulti, dovrebbero ripensare la modalità di accesso al mondo del lavoro. Anche in questo caso, l’autore propone l’iniziativa personale come soluzione: sarebbe opportuno ripiegare sulla libera professione e sull’impresa familiare, piuttosto che vivere l’esperienza del lavoro dipendente, a contatto con persone lontane dal sentire cristiano. Dreher è preoccupato della persecuzione, verbale o penale, a cui potrebbero essere (e sono) soggetti i lavoratori cristiani, qualora praticassero l’obiezione di coscienza e non scendessero a compromessi con attività contrarie alla morale e alla vita.

È sbagliato però usare troppo il condizionale. Lo statunitense Dreher ha inteso scrivere sull’analisi e sulle soluzioni, calibrate per la società americana. Negli Stati Uniti la scuola parentale, ad esempio, è un’istituzione molto più diffusa che in Europa e da parecchi anni. Dreher non ha avuto difficoltà a contattare un certo numero di persone e di comunità che stanno già operando nel senso dell’Opzione Benedetto. Non è un fenomeno solo cattolico, beninteso: segnali positivi provengono anche dalle comunità riformate, da quelle dell’ebraismo o dall’ortodossia. L’autore stesso non è cattolico, ma ortodosso. Con tutta evidenza egli si rivolge anche a coloro che, pur non essendo cattolici, non se la passano bene nella società post-cristiana e sopportano spesso fenomeni discriminatori simili a quelli cui è soggetta la Chiesa.

Appare comunque azzardato concludere che Dreher sia disinteressato alla dottrina. Sembra, invece, che egli guardi con interesse a quanto le altre confessioni siano riuscite a concretizzare, in modo da potere attingere all’esperienza che questi gruppi hanno accumulato negli anni. Per il resto, la sua prospettiva si mantiene nell’ortodossia per tutta l’opera.

Localismo politico e vita nella verità

Quanto alla politica, Dreher suggerisce qualcosa di molto simile al risorgimentale «non expedit»[5]: la proposta è di seguire una «forma occidentalizzata di politica-antipolitica», sull’esempio dei dissidenti dell’Europa dell’est, durante la guerra fredda. Egli ritiene, semplicemente, che non vi sia più spazio per i cattolici, nella politica parlamentare: l’unica via da seguire, allora, è di «vivere nella verità», sostenendo «“strutture parallele”, in cui la verità si possa vivere comunitariamente». In altre parole, Dreher consiglia di uscire dalla politica dei partiti e di accontentarsi di una politica di «atti», poiché «sono pubblici»: in tal senso, gli «atti del verduraio sono inevitabilmente politici».

È la via seguita in fondo – scrive – da Václav Havel o Václav Benda, che rifiutarono l’assimilazione, vissero in clandestinità, persero il lavoro e furono perseguitati. È la via del samizdat o del seminario underground, un attivismo sotterraneo che crea cultura e istruzione. Anche per la politica, Dreher propone dunque di seguire un «localismo con le mani in pasta», che non persegua «risultati immediati», così come non li perseguivano i dissidenti vessati dai regimi sovietici.

C’è persino un capitolo del libro titolato “Prepararsi per i lavori forzati” che, seppure non imposti dall’esterno, sarebbero almeno da programmare per l’interno, preordinando una vita attiva, fatta d’intraprendenza e laboriosità. L’Opzione Benedetto – si comprende dalla prima all’ultima pagina – non è una ricerca della comodità o del disimpegno. Viceversa è una militanza cristiana, che impegna tutta una vita e coinvolge familiari e amici.

Si direbbe ci sia molta ambizione e qualche ingenuità diffusa in questo ultimo lavoro del giornalista e scrittore Rod Dreher, che riesce tuttavia a mantenere in equilibrio ottimismo e pessimismo, speranza di vedere il regno dei Cieli sulla terra e timore fondato di un grosso fallimento. Manca forse un riferimento più esplicito alla dottrina, alla necessità di una Chiesa unita. Senza l’unità dottrinale (soprattutto), l’Opzione Benedetto resterebbe una pura utopia. È vero che Benedetto visse nel primo millennio, quando per ben nove volte la Chiesa si riunì in concilio, vista la morbosità delle eresie che si andavano diffondendo. Non vi era dunque, all’epoca di Benedetto, unità dottrinale nella cristianità. Fu proprio Benedetto, tuttavia, a indicare la strada del recupero di un tesoro tanto prezioso: l’operazione ebbe successo e la cristianità medievale conobbe finalmente la sua epoca d’oro.

Silvio Brachetta

 

 

[1] Benedetto da Norcia, Regola, Prologo, n. 45.

[2] Tutte le citazioni riferite a Rod Dreher sono tratte dal libro qui recensito.

[3] Cf. Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, 1988.

[4] Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, 2003. Cit. nel testo di Dreher.

[5] «Non conviene» [ai cattolici partecipare alla vita politica dello Stato italiano, ndr]: coniato dalla Sacra Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari il 30 gennaio 1868. L’astensionismo era proposto come opposizione intransigente al liberalismo e al democratismo risorgimentali.