L’opzione Benedetto vale anche per la Dottrina sociale.

In questi giorni si riparla della “Opzione Benedetto” data la presenza in Italia dell’autore del libro Rod Dreher. La presentazione in Parlamento è stata poi coperta mediaticamente dalla relazione di Mons. Georg Gaenswein che ha parlato di un 11 settembre per la Chiesa cattolica, ma questo semmai ha ulteriormente dato risalto alla proposta di Dreher.

A renderla di grande attualità è la doverosa constatazione non solo degli attacchi al cristianesimo fuori della Chiesa [come una alluvione secondo l’immagine proposta da Dreher nel suo libro] ma soprattutto di quanto avviene dentro la Chiesa. È proprio nei confronti di un disastro interno che l’opzione Benedetto si rende necessaria e quasi si impone con la forza delle cose per le comunità cristiane che non si vogliano limitare a fronteggiare l’alluvione (interna) con i sacchetti di sabbia ma che intendano conservare il seme.

Nel suo libro “La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale” (Cantagalli, Siena 2017) l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi non parla direttamente della Opzione Benedetto né di Rod Dreher, però indica l’urgenza e la necessità di una strada – in questo caso nel settore della Dottrina sociale della Chiesa e della pastorale sociale – che ricominci dal basso, in piccole comunità riflessive, pur mantenendo un respiro universale. La situazione interna alla Chiesa, sostiene il vescovo di Trieste, non permette più di partire dal centro e di pianificare, come si sperava di fare con il direttorio “Evangelizzare il sociale” del 1991. Serve ripartire dal basso, soprattutto da parte dei laici, nella volontà di riappropriarsi dell’abc cattolico tradizionale senza tuttavia chiudersi in gruppi chiusi ed asfittici. In questo momento dall’alto sembra venire solo confusione.

Riporto qui di seguito alcuni passaggi di Mons. Crepaldi tratti dal libro sopra ricordato. Mi sembrano profondi contributi alla discussione sulla Opzione Benedetto.

“Quando la post-naturalità diventerà diritto, la naturalità diventerà reato. Se lo Stato garantisce alla donna il diritto di abortire, al medico non sarà più concessa l’obiezione di coscienza. Questo avverrà anche in molti altri campi e colpirà i cattolici nelle farmacie, negli ambulatori, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici comunali, nei tribunali. I cristiani che vorranno ancora essere fedeli al principio che tra salvezza e creazione non c’è opposizione e che non si adatteranno alla tesi della “doppia verità” dovranno soffrire e combattere per poter fare obiezione di coscienza. Ebbene, da queste vicende di resistenza, attorno a queste battaglie di frontiera sorgeranno i nuclei di una nuova pastorale sociale che non vuole separare la carità dalla verità”.

“In Italia abbiamo già avuto molte esperienze di questo genere ed è già in atto un recupero di consapevolezza circa l’urgenza di riappropriarsi della Dottrina sociale della Chiesa assieme ad un progetto completo di pastorale sociale. Gran parte del clero e dell’episcopato sembra essere in ritardo rispetto a questo, rischiando di essere tradito da chi propone di accettare il pluralismo sulle questioni di natura e contemporaneamente superato da chi organizza la resistenza per trasformarla in ripresa”.

“Si tratta di prendere atto che oggi una pastorale universalistica, nel senso di sistematica, presente in ogni ambito ecclesiale e coordinata dal centro, non è possibile. Bisognerà ricominciare, ma dal basso e con una nuova coscienza. Ciò non significa che le nuove proposte non vengano rivolte a tutti e in prospettiva pienamente ecclesiale, non impedirà cioè che siano proposte in modo universalistico. L’universalismo è una prospettiva, un punto di vista, anche se a proporlo è un soggetto ecclesiale particolare”.

“Ribadisco che secondo me questo non è il momento del centro, ma delle periferie, non è il momento del clero ma del laicato, non è il momento del vertice ma della base”.

“Credo però anch’io che il prossimo futuro della pastorale sociale passerà attraverso “piccole comunità creative”, per usare l’espressione di Benedetto XVI. Sull’aggettivo “creative” però vorrei esprimere una mia osservazione. Oggi la creatività consiste, a mio avviso, nello sforzo di tenere insieme il tutto. Per la pastorale sociale la creatività consiste nell’intendersi dentro la vita della Chiesa, dentro la tradizione apostolica, dentro la dottrina della fede e dentro il rapporto confidente tra fede e ragione. Non consiste, come la parola creatività potrebbe far pensare secondo l’accezione in voga oggi del termine, in una corsa scriteriata verso il nuovo”.

Stefano Fontana

(Fonte:http://lanuovabq.it)