Matteo Liberatore e il principale nemico della DsC. A proposito di un testo a cura di Giovanni Turco

Naturalismo

Un libro a cura di Giovanni Turco ripropone alcuni scritti del gesuita Padre Matteo Liberatore sul “naturalismo politico” [1] che sono di straordinaria attualità. Il Padre Liberatore (1810-1892), giurista e redattore molto autorevole de “La Civiltà Cattolica”, è, come noto, uno degli autori materiali della Rerum novarum [2]. Nei tre testi del 1883 qui pubblicati, egli mette a tema il “naturalismo” come categoria filosofica e teologica che, secondo lui, riassume il modernismo, approfondendone in modo particolare la dimensione politica. Si tratta di considerazioni di ampio respiro e capaci cioè di prefigurare in anticipo molte conseguenze negative di un atteggiamento spirituale e concettuale che allora non aveva ancora manifestato fino in fondo il suo volto. Questa lungimiranza deriva dall’aver indagato il problema del naturalismo politico fino alle massime profondità. E quando si va alle radici si riesce a guardare meglio anche in avanti. Pubblicati alla vigilia della Rerum novarum, i tre scritti definiscono con chiarezza il principale “nemico” contro il quale Leone XIII erigerà l’imponente cattedrale della Dottrina sociale della Chiesa.

Per “naturalismo politico” si intende la presunzione del piano della politica di fare da sé, separandosi dal piano soprannaturale. L’organizzazione della vita sociale e politica sarebbe autosufficiente, possedendo tutti i mezzi in vista del proprio fine. Il naturalismo politico si esprime a due livelli, quello dell’autonomia della politica e quello dell’indipendenza della politica, il primo corrisponde ad una visione cosiddetta moderata (potremmo dire il livello dell’ipotesi, secondo la distinzione del vescovo Doupaloup) e il secondo ad una cosiddetta radicale. Molti considerano la prima come liberale e la seconda come giacobina. Alla prima si dà anche il nome di secolarizzazione e alla seconda di secolarismo. Il confine tra i due livelli, quello moderato e quello radicale, è facile da superare e infatti nella pratica l’autonomia tende a scivolare verso l’indipendenza e la secolarizzazione verso il secolarismo.

L’aspetto decisivo è chiarire se la politica ha bisogno della religione per essenza, o se ne ha bisogno solo come aiuto complementare. Nel primo caso la politica senza la religione non riesce ad essere politica, nel secondo caso riesce ugualmente ad essere politica ma in modo più limitato, con delle disfunzioni da sanare o delle incongruenze da correggere. Se il bisogno è “per essenza”, la politica è se stessa non per l’apporto della religione, ma prima e indipendentemente. Se la politica ha bisogno della religione ma non essenzialmente, allora ne deriva un rapporto accidentale e contingente, un rapporto che può esserci o non esserci e ciò dipende dalle circostanze. Ma se tale rapporto può esserci come non esserci, se la presenza della religione può essere utile ma non indispensabile, allora l’autonomia contiene già in sé l’indipendenza. Il magistero sociale ha sempre parlato di “legittima autonomia”. Con tale espressione si intende che il rapporto tra politica e religione cristiana è essenziale, ossia che la politica non riesce ad essere tale senza il cristianesimo, pur non identificandosi con la fede e la religione. Ne ha bisogno non per diventare fede o religione, ne ha bisogno per essere politica. Questo è appunto quanto negato dal naturalismo politico.

Il naturalismo politico separa quindi politica e religione, in quanto come naturalismo filosofico ha separato ragione e fede e come naturalismo teologico ha separato natura e grazia, come naturalismo antropologico ha separato il fedele dal cittadino.

Il naturalismo, come annota Giovanni Turco, rende “impenetrabile l’esistenza umana alla grazia” e, come dice Matteo Liberatore, vuole “impedire nei popoli il benefizio della redenzione”. Esso consiste quindi in una “immanentizzazione” del conoscere e dell’agire. Ogni attività umana “è posta come dotata in se medesima del suo principio e del suo compimento”. Quando questo avviene si hanno delle conseguenze inevitabili: la Chiesa si pone davanti allo Stato semplicemente come una associazione di cittadini e quindi si sottomette alla legislazione e alle politiche dello Stato; diventa impossibile giustificare l’autorità e il diritto perché una giustificazione morale priva del fondamento assoluto di Dio non è sufficiente sicché autorità e diritto si ridurranno a dipendere dalla pura forza.

Giovanni Turco, nella cospicua Introduzione, tira tutte le conseguenze del presupposto del naturalismo politico. Ma la cosa migliore del libretto consiste nel leggere direttamente le parole del Padre Liberatore.

Come è naturale, parlando del naturalismo politico che nasce dal Modernismo il nostro autore non può non iniziare con la libertà. La libertà intesa come la libertà del male, non può che essere “l’oppressione del bene. Così esso perverte il concetto stesso di società, la quale è aiuto degli individui, inteso dalla natura affinché più facilmente e meglio conseguano il proprio fine. Da aiuto l’ha convertita in ostacolo. La società, sotto il dominio del modernismo, è una società irrazionale contro natura. Essa tiranneggia, più che i corpi, l’anima dei cittadini”. Perfettamente inutile commentare la straordinaria attualità (purtroppo) di queste note.

Contro il razionalismo, il Padre Liberatore fa nota che “un vero comando non può aversi dalla ragione, parlante in nome proprio. Ella, di per sé, non è che una facoltà, una appartenenza dell’animo umano. Or come volete che un’appartenenza, vale a dire una dipendenza, si assuma il diritto d’imperare al subbietto stesso, da cui dipende?”.

Il naturalismo politico provoca la scissione tra il fedele e il cittadino. Ecco come ne parla Liberatore: “Essendo il fedele identico al cittadino, il volerlo sottoporre a due indirizzi, non coordinati tra loro, ti dà sembianza di chi commettesse a due coloni, aventi scopo diverso, la coltura di un medesimo campo, senza che l’uno sia subordinato all’altro o s’intenda con l’altro”.

Molto attuale questa riflessione sulla pubblica opinione, come esempio di naturalismo politico: “La pubblica opinione, laddove sussistesse e fosse liberamente formata, si ridurrebbe al dispotismo della maggioranza; essendo per lo più simulata o conseguita per inganno, si riduce all’oppressione, che un piccolo numero di audaci e di tristi esercita sull’intera nazione. Nell’un caso e nell’altro essa si riduce alla prepotenza e alla forza”.

Stefano Fontana

 

[1] M. Liberatore, Il naturalismo politico, a cura di G. Turco, Ripostes, Giffoni Valle Piana 2016.

[2] Cfr. G. Antonazzi, Il laboratorio della “Rerum novarum”, in “I tempi della “Rerum novarum”, a cura di Gabriele De Rosa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 293-298.