Perché è nata la Dottrina sociale della Chiesa? Tra magistero e pensiero.

Perché è nata la dottrina sociale della Chiesa? Tra magistero e pensiero è un agile volume con cui l’autore, Rocco Pezzimenti, docente di Filosofia politica e Storia delle dottrine politiche alla LUMSA di Roma, vuole rispondere proprio alla domanda contenuta nel titolo. Per fare questo prende in considerazione non soltanto la Rerum Novarum, che – come è noto – costituisce la prima pietra della moderna dottrina sociale della Chiesa, ma tutto l’insegnamento sociale di Leone XIII, compresa la vicenda personale del pontefice definito “innovativo come pochi”.

La risposta alla questione l’A. ce la offre subito, dicendo che essa è nata non solo e non tanto per ragioni di ordine sociale ed economico, ma soprattutto per motivi di natura teologica, politica e pedagogica, «in un secolo, l’Ottocento, segnato da quelle che verranno chiamate ideologie o “religioni terrene o secolarizzate”,  Leone XIII vuole ribadire che dal Cristianesimo viene l’unica possibilità di un’autentica salvezza e che tutte le altre possibilità sono contraffazioni che possono generare tragici equivoci». (p. 7) Questa tesi, che corrisponde alla natura più profonda della DsC, sarà ripetuta con altre parole dai successivi pontefici, e del resto sarà anche confermata dalla storia del Novecento, quando si toccherà con mano cosa significa costruire una società contro l’ordine naturale voluto dal Creatore. La dottrina sociale della Chiesa è dottrina e non pensiero perché la Chiesa attraverso di essa non deve solo illuminare le contingenze storiche, ma deve in esse annunciare e portare la salvezza, che trascende la storia umana (p. 54).

Andando più nello specifico, l’Autore rileva come il pontefice fosse a conoscenza del dibattito culturale del suo tempo, specialmente della disputa tra socialisti e liberali.  Dei primi passa in rassegna velocemente quelli non marxisti (Saint-Simon, Proudhon e Owen) evidenziando come tratto comune il tentativo di costruire una società perfetta in alternativa alla Chiesa, oltre alla convinzione che il male avesse radici sociali.

Del liberalismo, lo sforzo evidente dell’autore (che ha tra le sue pubblicazione saggi sui cattolici liberali) è quello di operare dei distinguo tra le sue diverse declinazioni, sostenendo che vi è un liberalismo incompatibile con la dottrina cristiana, quello filosofico e morale, che come è scritto nell’enciclica Immortale Dei afferma che “per ciascuno il solo giudice è la coscienza”. In questa forma di liberalismo radicale, che si merita la condanna del magistero dato che sottende una visione tutta immanente dell’uomo e della sua libertà, rientra anche l’adagio cavouriano del “libera Chiesa in libero Stato”.

Vi è, però, anche una “via cattolica al liberalismo” (p. 15), espressione che l’autore ritiene preferibile a quella di cattolicesimo liberale, che non necessariamente è incompatibile con una visione cristiana della vita e che nemmeno è chiusa alle logiche della democrazia liberale (purché questa beninteso non ritenga la maggioranza o il popolo essere la fonte dei diritti), dato che interpreta il liberalismo come forma politica che limita il potere dello Stato e favorisce, senza assolutizzarla, una ragionevole ricerca di felicità terrena.

In conclusione il testo non è né un manuale né una storia completa della Dottrina sociale della Chiesa, ma un tentativo di cogliere le ragioni che stanno alla base della sua nascita e in tal modo chiarirne l’essenza. Il pregio del libro è, insomma, la domanda di partenza, anche se da un così breve volume (il saggio, escludendo l’appendice, si compone di sole 58 pagine) non ci si può aspettare una dettagliata ed esaustiva risposta.

È meritevole anche l’attenzione posta all’intero corpus delle encicliche sociali di Leone XIII, oggi forse trascurato o comunque ridotto alla sola Rerum Novarum. Ci sono tesi che oggi suonerebbero molto forti, come p. es. quella secondo cui “gli uomini uniti in società non sono meno soggetti a Dio dei singoli individui”, il che significa che anche nella organizzazione politica non ci si può comportare come se Dio non esistesse. È implicito che la valorizzazione di tutto l’insegnamento leonino vada nella direzione di una comprensione unitaria della dottrina sociale. In appendice, infatti, sono riportati i testi integrali delle encicliche, dalla Aeterni Patris del 1879, passando attraverso la Immortale Dei (1885) e Libertas (1888) per arrivare – come è ovvio – alla Rerum Novarum del 1891.

Un altro merito è anche l’elogio della figura di Leone XIII, papa di grande levatura intellettuale (Gilson lo definì il più grande filosofo del XIX secolo), profondo conoscitore del dibattito culturale soprattutto di area francofona, e attento alle espressioni sociali più vive del cattolicesimo sociale del tempo; a questo riguardo è giustamente ricordata l’importanza dell’esperienza da nunzio a Bruxelles dal 1843 al 1846, durante la quale, ancora come mons. Pecci, ebbe modo di conoscere p. es. la realtà dei Fratelli di nostra Signora della Misericordia che invitò a operare nello Stato pontificio dove essi gestirono ben otto opere assistenziali (tra cui spicca il Riformatorio di Santa Sabina per le modalità innovatrici che i Fratelli seppero attuare nel recupero dei giovani carcerati). Va anche detto che prima dell’annessione all’Italia, Roma “divenne la capitale europea più dotata di opere assistenziali al punto da essere studiata da non pochi governi del tempo”.

Alessandro Cortese

 

Rocco PezzimentiPerché è nata la dottrina sociale della Chiesa? Tra magistero e pensiero, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018, 166 pagine.