Samaritanus Bonus, un documento che offre speranza nell’attuale panorama ecclesiale. Di Fabio Fuiano

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Samaritanus Bonus, un documento che offre speranza nell’attuale panorama ecclesiale

 

Martedì scorso la Congregazione per la Dottrina della Fede ha reso nota la lettera Samaritanus Bonus, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita.

Tale documento risulta decisamente una sana e sorprendente rottura rispetto agli ultimi interventi pubblicati dalla Pontificia Accademia per la Vita e riteniamo significativo che un giudizio di spessore come questo, chiaro e coerente, non sia venuto da un organo che nacque specificamente con l’obiettivo di difendere la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Un ulteriore importante aspetto è che questa lettera veicola un contenuto totalmente contrario rispetto alla tristemente famosa nota dei Vescovi inglesi riguardo al tema del “miglior interesse” che facilitò l’Alder Hey Hospital di Liverpool nell’uccidere il piccolo Alfie Evans.

La contraddizione che qui evidenziamo, tuttavia, è il risultato di un evidente stato confusionale all’interno della Chiesa, motivo per cui sarebbe auspicabile un ritorno generale ad una sana oggettività nella cui cornice sia chiara a tutti l’indisponibilità della vita umana in ogni sua fase. Solo in tale prospettiva, infatti, l’eutanasia si configurerà oggettivamente come «un crimine contro la vita umana, perché l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente» (come ricordava Mario Palmaro, il malato è in-nocente in quanto non è in grado di nuocere ad alcuno).

Ci limitiamo in questa sede ad evidenziare alcuni punti salienti della lettera, senza pretesa di esaustività, per la quale rimandiamo alla lettura del documento completo.

Un primo punto nodale, risiede nel fatto che il valore di una persona è subordinato alla sua essenza umana, data da sempre e per sempre e non alla presunta “qualità” della sua vita.

È poi vero, come affermato nella lettera, che la sofferenza è una dimensione ineliminabile della vita di ogni uomo e pone necessariamente una domanda di senso la cui risposta non può essere solamente umana. Qui si ribadisce con chiarezza che la ragione è certamente necessaria, ma non sufficiente per poter cogliere con pienezza la portata della sofferenza umana. Da un’analisi attenta della Rivelazione e del Magistero, è possibile non solo dare un senso alla stessa, ma anche definire in maniera cristallina cosa voglia dire “prendersi cura” di qualcuno. Infatti l’uomo, come già Aristotele aveva intuito, è sinolo di anima e corpo. Questo svela perché la cura, per essere piena, deve coinvolgere ambedue queste componenti strutturali dell’uomo. Ed è per tale motivo che essa non può esaurirsi di fronte al riconoscimento dell’inguaribilità, ma deve andare ben oltre, fornendo assistenza fisica, psicologica e spirituale. Quest’ultima, in particolare, si manifesta attraverso l’amministrazione dei sacramenti, dato che la Chiesa ha come fine, oltre alla gloria di Dio, la salvezza delle anime.

Un secondo punto è che l’attività medica, come già Ippocrate aveva capito, si basa sul principio primum non nocere, motivo per cui «la relazione di cura rivela un principio di giustizia» in quanto dà all’uomo ciò che merita per la sua intrinseca dignità ontologica (cioè in quanto essere umano). Ma la lettera non si ferma qui e va oltre, parlando di una “carità sovrannaturale” senza la quale la trattazione di un tema del genere risulterebbe inevitabilmente monca. Senza Dio, infatti, nulla ha senso e non può essere un caso che la società attuale chieda la morte: il primo passo del processo rivoluzionario atto a sovvertire l’ordine creato è stato l’eliminazione di Dio dall’orizzonte umano. Dapprima si instaura un rifiuto a livello di idee ma, successivamente, tale rifiuto è divenuto così radicale, da spingere l’uomo a privarsi dell’essere stesso, il primo e basilare bene di cui godiamo e che Dio mantiene in ogni singolo istante della nostra vita. Se poi pensiamo che persino Satana ha qualcosa di buono, ovvero l’essere che Dio gli ha donato, ciò deve farci riflettere su quanto sia drammatica la rinuncia dell’uomo al proprio essere, ad esistere, procurandosi la morte.

In una prospettiva sub specie aeternitatis, è normale che vengano esclusi tanto l’accanimento terapeutico (ovvero un’ostinazione irragionevole di mezzi impiegati per impedire una morte inevitabile) quanto l’eutanasia e il suicidio assistito, nei quali si rinuncia alla cura in virtù dell’inguaribilità di una patologia (che, ci teniamo a precisarlo, è limitata ad un dato momento storico, visto che tantissime sono ad oggi le malattie guaribili che una volta non lo erano per mancanza di mezzi). La lettera evidenzia chiaramente la differenza che sussiste tra l’incurabilità (condizione che non si verifica mai, in virtù della dignità di ogni essere umano) e l’inguaribilità (condizione che può verificarsi a causa della fragilità umana). All’infuori di una tale prospettiva, non può che esserci la pretesa di “gestire” la morte, perfino anticipandola.

Un terzo punto nodale della lettera è dedicato agli errori più diffusi riguardo alla richiesta eutanasica: dal malinteso senso di “morte degna” in rapporto all’artificioso concetto di “qualità della vita”, all’errata lettura del termine “compassione”, fino a giungere alla visione gnostica che si contrappone alla dottrina cattolica in quanto vede l’uomo come dio al posto di Dio, fino al punto di volersi liberare della “prigionia” del proprio corpo, soprattutto nella malattia.

Un quarto punto trattato nel documento evidenzia giustamente che il bene non può essere frutto di del contrattualismo ma gode di una sua oggettività. Rinunciando a quest’ultima, si giunge inevitabilmente ad una legislazione ingiusta che sacrifica l’indisponibilità della vita umana e introduce nell’ordinamento giuridico dei paesi la possibilità di manipolarla (aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia sono solo alcuni esempi…). Addirittura tale visione giuridica suscita dilemmi su atti che dovrebbero essere sempre dovuti, come idratazione e nutrizione dei malati (necessarie per il sostentamento ordinario e fisiologico del malato). Seppure non siano menzionati, è inevitabile pensare ad Eluana Englaro e, più recentemente, ad Alfie Evans e a Vincent Lambert durante la lettura.

Infine, è decisamente positivo che una lettera della CDF condanni anche la cooperazione, tanto formale quanto materiale immediata, ad una legge ingiusta che legittimi l’eutanasia o il suicidio assistito e spinga perché sia garantita al personale sanitario la possibilità dell’obiezione di coscienza, fino alla trasgressione della legge ingiusta se necessario. Infatti il medico non può essere un mero esecutore della volontà di un paziente e deve essere libero di contrastare non solo il male fisico, ma anche quello morale.

Ci auguriamo che tale documento non sia semplicemente una goccia nel mare magnum di affermazioni che si limitano ad inseguire il consenso mondano e si perda dunque di vista, disattendendone in parte o in toto il contenuto.

 

Fabio Fuiano