Tolkien e la Dottrina sociale della Chiesa. Di Fabio Trevisan.

Tolkien sguardo

John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), oltre che essere l’autore dei celebri “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli”, è stato anche un valente saggista e poeta. L’interesse di pubblico e critica nei suoi confronti, scaturiti innanzitutto dalla lettura dei suoi capolavori fantasy e recentemente dai film, che si sono ispirati al suo legendarium, non hanno tuttavia tenuto conto dell’essenzialità delle sue opere, come lo stesso Tolkien scriveva all’amico Padre gesuita Robert Murray: «Il Signore degli Anelli è un’opera eminentemente religiosa e cattolica».

Tolkien era stato cresciuto dalla madre, cattolica, a Birmingham e, rimasto orfano all’età di 12 anni, fu affidato a Padre Morgan, seguace del Cardinale John Henry Newman. I principi e i valori della Dottrina sociale della Chiesa sono disseminati in tutte le sue opere. Nell’accostarsi a questo grande scrittore inglese è opportuno partire dalla sua biografia, dalle numerose lettere che egli scriveva ai figli (per inciso, il primo figlio era un sacerdote cattolico) ed ai saggi e poesie, forse meno conosciuti, come ad esempio il componimento: Mitopoeia” (La creazione mitica).

In questa composizione egli, riconoscendosi in Philomythus («Colui che ama i miti») confutava l’opinione dell’amico scrittore Clive Staples Lewis (1898-1963), raffigurato nel personaggio di Misomythus («Colui che odia i miti»). Si racconta che, durante una passeggiata nel 1931, dopo aver cenato assieme, Lewis manifestò a Tolkien le sue perplessità in merito al mito e alla fiaba, arrivando pure a definirle «menzogne».

Da questo confronto critico prendeva spunto la composizione in versi Mitopoeia, che manifestava ancora una volta la visione creaturale e cristiana di Tolkien e l’assunzione del mito e della fiaba a ingredienti sostanziali della vita dell’uomo: «Iddio creò macigni di pietra, alberi di legno, le stelle astrali e il suol terreno e questi uomini omuncoli che vanno con nervi che la luce e il suolo sanno».

Tutta la creazione, secondo Tolkien, era potenzialmente conoscibile dalla mente umana e costituiva l’oggetto materiale della sua metafisica: «Il mare mosso, il vento tra le fronde, il prato verde, la mucca ruminante, il tuono e il lampo…ogni cosa si registra e poi resta nelle spire cerebrali della testa».

In questo poema egli trattava pure le questioni riguardanti la gnoseologia, evidenziando le carenze del nominalismo e proponendo la dottrina della conoscenza universalistica e del realismo cristiano: «Ma albero puoi dire pel nome che fu dato da chi seppe dispiegare, in tempo andato, l’alito parlante del linguaggio, eco lontana e vaga immagine del mondo ma non un disco né una fotografia…».

Il trattare queste tematiche di natura filosofica con un linguaggio mitico e poetico costituiva qualcosa di estremamente affascinante che, a mio modesto avviso, si dovrebbe ancora considerare, poiché permetteva di cogliere in profondità la sostanza di tutta la sua produzione letteraria.

In poche parole, Mitopoeia sintetizzava la filosofia di Tolkien, rinvenibile in filigrana ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli Anelli. Mito e fiabe erano tutt’altro che “menzogne” ma formavano il bagaglio conoscitivo per poter entrare profondamente nel mondo, per poterne carpire la recondita essenza: «Non vede il firmamento chi non scorge la tenda ingioiellata, di mito intessuta, dagli elfi cantata, la terra non scorge chi non vede un grembo».

In Tolkien mito e fiabe fungono da propedeutica alla vera avventura della vita di ciascun pellegrino nel mondo, dopo la caduta del peccato originale: «Seppur caduto addietro l’uomo non è perduto ancora, né senza metro. Conosce la dis-grazia ma è ancor tale e serba i brandelli del suo manto regale, il suo dominio per atto creatore». Tolkien sapeva gustare e assaporare le finezze teologiche (da notare la sottigliezza della parola dis-grazia) e da buon cattolico era consapevole della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e dell’eredità dei figli di Dio («L’uomo serba i brandelli del suo manto regale»).

La poesia: “Mitopoeia” (La creazione mitica) di Tolkien riassume in versi l’enorme formazione cattolica del suo autore, che ribadisce in essa il rapporto essenziale e di dipendenza sostanziale dell’uomo verso Dio. Tolkien ha coniato l’espressione «sub creazione» per manifestare le potenzialità umane, rendendo non solo plausibile ma necessaria la creazione mitica: «L’uomo sub creatore per cui la luce da un solo Bianco si rifrange in mille sfumature combinate, forme da mente e mito tramandate…se dei draghi evocassimo il seme, ne è nostro il diritto (e la scelta dell’uso)». L’appassionata e al contempo lucida difesa del mito costituiva in Tolkien l’antidoto alla violenza cieca, irrazionale e fungeva da sostrato culturale all’intera sua cospicua produzione letteraria. Difesa del mito significava quindi salvaguardia delle facoltà naturali dell’uomo (intelligenza, volontà, memoria) contro le prevaricazioni, gli abusi delle stesse. Egli difese così la fantasia collegata alla ragione, distinguendola dall’allucinazione o dalle chimere: «Invero tentiamo noi “sognatori” di ingannare i nostri timidi cuori e debellare gli orribili Fatti!». L’uso delle maiuscole nel poema accentuava la visione cristiana dell’autore, laddove poneva come inconfutabile l’esistenza del Male nella storia («L’esistere del Male è certa offesa») ma anche del Bene originario. Nel poema così descriveva le “sue” Beatitudini: «Beati i cuori timidi che il male odiano, che pur tremanti gli serran l’uscio in fronte…Beati i Noè, che per fermo intento armano fragili e lente prore…Beati i creatori di leggende e miti, di cose introvabili nelle trame del tempo». Nei «cuori timidi» è facile scorgere il volto degli umili Hobbit, geniale sua sub creazione di chiaro riferimento evangelico; Tolkien tesseva le lodi anche di chi faticosamente sub creava leggende, storie di altri tempi e lo faceva per stimolare l’apporto di quanti (come lui) avevano immaginato e costruito storie che univano mito e metafisica, fantasia e ragione.

FABIO TREVISAN