Trieste. Il Prof. Cristin ha inaugurato la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa del Friuli Venezia Giulia. Di Silvio Brachetta.

Trieste 12 ottobre

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Renato Cristin, docente all’Università di Trieste[1], è stato relatore di una Lectio Magistralis[2], durante l’inaugurazione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa del Friuli Venezia Giulia[3]. Cristin, in particolare, ha trattato del concetto di «ordine», sulla base dell’ultimo libro di mons. Giampaolo Crepaldi[4]. Il tema è centrale e del tutto attuale, perché la società umana è stravolta dal caos. Ed è stravolta dal caos, a parere di Cristin, soprattutto a motivo del trionfo delle dottrine socialiste (o socialistiche) e del conseguente crollo di due concetti cardine della Dottrina sociale della Chiesa: la proprietà privata e il principio dello spirito d’iniziativa personale, ad essa collegata.

Premesse ermeneutiche

E, anzi, prima di parlare dell’ordine sociale, c’è a monte una sentenza di San Tommaso d’Aquino, che Cristin considera «l’alfa e l’omega di tutta la Dottrina sociale della Chiesa»: «[…] è lecito ma è anche necessario alla vita umana che l’uomo abbia la proprietà dei beni […]»[5]. La proprietà privata infatti – aggiunge il relatore – «stimola una maggiore cura dei beni da parte dei loro proprietari e favorisce una maggiore iniziativa individuale», nonché «una maggiore responsabilità personale».

Proprietà privata e iniziativa individuale corrispondono, quindi, al «nucleo teoretico, morale, politico e persino estetico della Dottrina sociale della Chiesa». La cura dei beni, inoltre, è alla base dell’ordine, secondo l’Aquinate: «[…] le cose umane si svolgono con più ordine, se ciascuno ha il compito di provvedere a una certa cosa mediante la propria cura personale, mentre ci sarebbe disordine se tutti indistintamente provvedesse ad ogni singola cosa»[6].

C’è ancora qualcosa a monte, però, da chiarire. È facile fraintendere la Dottrina sociale, poiché ogni testo è suscettibile d’interpretazione. Per questo motivo, Cristin parla di una corretta ermeneutica, con la quale accedere ai testi, avendo come riferimento la Rivelazione, anche nella sua componente di tradizione: il discrimine «dell’interpretazione della Dottrina sociale è il Vangelo e la tradizione bimillenaria». E, nel caso del libro di Crepaldi, esso «contiene questo miglior canone» ermeneutico.

Proprietà privata e destinazione universale dei beni

In assenza del canone adeguato, ogni concetto è frainteso. Se la sussidiarietà, ad esempio, non è letta con il criterio dello spirito d’iniziativa umano, tutta l’attenzione scivola sul sussidio, che diventa assistenzialismo. Oppure, se la giustizia è separata dal criterio della verità, la solidarietà si trasforma in ridistribuzione, come anche Crepaldi sostiene. Ed è proprio Crepaldi che, nel suo libro, definisce la sussidiarietà come «rivendicazione di spazi di libertà responsabile».

In tal senso, aggiunge Cristin, «la sussidiarietà non è il sussidio garantito, bensì suscita a cascata il senso di responsabilità attivo e produttivo». Se la sussidiarietà corrispondesse invece al sussidio, sarebbe mortificata la verità secondo cui «la povertà si supera sia con il lavoro, sia con la coscienza della produttività». Queste, infatti, sono «le due condizioni di possibilità per qualsiasi benessere sociale, in una circolarità virtuosa tra dimensione materiale e sfera spirituale».

Il lavoro, in particolare, è strettamente legato all’«imprenditorialità» e collega materia e spirito, poiché esso «trasferisce l’idea della trascendenza sul piano storico, in una spinta alla realizzazione concreta». Il relatore ha insistito molto sulla necessità dello spirito d’iniziativa e dell’economia di mercato, per nulla in contrasto con la Dottrina sociale. Statalismo e redistribuzione sono patologie della società, anche per Crepaldi, che nel merito scrive: «i beni non sono dati a tutti in fettine uguali, ma sono messi a disposizione di tutti, perché tutti vi abbiano accesso con il proprio lavoro, accedendo così alla proprietà privata». Nulla a che fare – commenta Cristin – «con la collettivizzazione e con una redistribuzione forzata dei beni». È vero, insomma, che Dio ha predisposto la «destinazione universale dei beni», ma la proprietà individuale nasce con il lavoro umano: sarà poi il singolo che, mediante la solidarietà e la carità, farà partecipe (spontaneamente e volontariamente) delle sue sostanze tutto il corpo sociale, così come richiesto dalla vocazione peculiare del cristiano.

Quanto alla giustizia, allora, disporre del bene significa averne accesso tramite il lavoro. Quanto invece alla carità, che completa la giustizia, chi possiede di più (e tale possesso è reale) è spronato da Dio a sovvenire chi possiede di meno o chi non possiede nulla.

La Dottrina sociale come antidoto al caos

Fermo restando che il bene comune sia tale solo in vista di un fine soprannaturale e teleologico[7], tutto l’apparato secolare (lavoro, economia di mercato) non è escluso, ma fa parte di questo bene. Cristin dimostra, nella sua relazione, «l’intangibilità e la necessità della proprietà privata», contro il pauperismo predicato dall’impianto ideologico social-comunista o dalla teologia della liberazione. E, seppure «non tutti i sistemi economici salvaguardano i principi necessari al conseguimento dell’ordine», non si dà bene comune in assenza di operosità, produttività e impulso alla crescita. Lo scopo della Dottrina sociale della Chiesa è appunto quello di fare da cerniera – dice Cristin – «tra le regole dell’economia e le leggi di Dio». La Dottrina sociale, in quanto «fattore di ordine», è «un faro nella notte», nonché «l’antidoto alla malattia del caos».

Vi è un incontro tra cristianesimo ed economia di mercato, a parere di Cristin, che non ritiene negativa l’esperienza del cattolicesimo liberale e dell’ordoliberalismo[8], specialmente nell’accezione datagli da Ludwig Erhard e Wilhelm Röpke. Cristin, inoltre, considera la vicenda del cristianesimo sociale come il conflitto tra due tradizioni: la liberale (accettabile) e la socialista (da rigettare). Va detto, però, che il magistero considera errate entrambe le tradizioni. Tra i diversi pronunciamenti, si potrebbe citare Paolo VI, al riguardo: «il cristiano […] non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione […] né all’ideologia marxista, […] né all’ideologia liberale, che ritiene di esaltare la libertà individuale sottraendola a ogni limite, stimolandola con la ricerca esclusiva dell’interesse e del potere, e considerando la solidarietà sociale come conseguenza più o meno automatica delle iniziative individuali e non già quale scopo e criterio più vasto della validità dell’organizzazione sociale»[9].

C’è dunque sempre stata un’opposizione della Chiesa tanto al social-comunismo, quanto al liberalismo. Ancora Paolo VI, che riassume: «[…] alla sua stessa radice il liberalismo filosofico è un’affermazione erronea dell’autonomia dell’individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell’esercizio della sua libertà. Ciò significa che anche l’ideologia liberale esige da parte loro [dei cristiani, ndr] un attento discernimento»[10]. Rimane da approfondire, secondo noi, il rapporto della Dottrina sociale della Chiesa non solo con il socialismo ma anche con il liberalismo, tollerato dalla Chiesa, ma non accettato.

Molto validi, infine, i riferimenti alla difesa delle radici cristiane dell’Europa e all’esigenza di un dialogo che non annulli l’identità cristiana.

Silvio Brachetta

 

 

[1] Professore di Ermeneutica filosofica e autore di diverse pubblicazioni, tra le quali la recente: I padroni del caos, Liberilibri, Macerata 2017.

[2] “Dal caos all’ordine. Ermeneutica metapolitica della Dottrina sociale della Chiesa”.

[3] Seminario vescovile di Trieste, 12/10/2019. Relatori: il vescovo di Trieste, Mons. Giampaolo Crepaldi, il Presidente del Consiglio Regionale del FVG Arch. Mauro Zanin, il Prof. Renato Cristin dell’Università di Trieste, don Samuele Cecotti, vicepresidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.

[4] Giampaolo Crepaldi, Lezioni di Dottrina sociale della Chiesa, Cantagalli, Siena 2018. Le citazioni di Crepaldi sono sempre riferite a questo libro.

[5] S.Th., II-II, q. LXVI, a. 2.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. AA.VV., Le chiavi della questione sociale. Bene comune e sussidiarietà: storia di  un equivoco, a cura di S. Fontana, Fede & Cultura, Verona 2018.

[8] L’ordoliberalismo è una variante tedesca del pensiero neo-liberale, che si oppone alla concorrenza sfrenata tra gli imprenditori e all’ingiustizia sociale. Auspica un maggiore intervento dello stato, che dovrebbe stabilizzare la moneta, garantire un minimo di assistenza sociale e impedire la distruzione della proprietà privata.

[9] Paolo VI, lettera apostolica Octogesima adveniens, 14/05/1971, n.26.

[10] Ibid., n. 35.