Un campanile e il seme da salvare: alcune riflessioni per i più giovani. Di Luca Pingani

Don Camillo

Penso sia giusto ed opportuno, davanti ad un evento eccezionale come la pandemia da coronavirus, lasciarsi interrogare da quello che sta succedendo, cercando di valutare gli eventi andando oltre il dato sensibile, cercando uno sguardo “metafisico”. In questi giorni molte autorevoli voci hanno dato il loro contributo a questa riflessione: mi aggiungerò anch’io, che non mi ritengo autorevole né profondo.

Sono emiliano e quando un emiliano pensa ad una calamità naturale pensa immediatamente a due cose: il terremoto, di cui non ci occuperemo, e il Po con le sue inondazioni. Il più lungo fiume italiano, che attraversa questa terra e le dà vita, ha segnato per interi secoli la quotidianità di coloro che vicino ad esso si guadagnavano il pane e pregavano affinché, così come portava vita, non diventasse portatore anche di morte e di disgrazie.

Giovanni Guareschi ha utilizzato questo scenario per narrare gli accadimenti del suo “Mondo piccolo”: una “raffigurazione sorridente della intera commedia esistenziale”[1]. Questo piccolo angolo di mondo affronta, in alcune delle sue pagine più profonde ed emozionanti[2], una drammatica inondazione che costringe gli abitanti del paese a fuggire. Penso che alcune riflessioni, nate dalle oneste e veraci parole di due profondi teologi (Don Camillo e Peppone) possano esserci di aiuto per guardare ai giorni nostri con occhi diversi e magari trovare qualche risposta alle domande nate dallo “sguardo metafisico” di cui parlavo all’inizio.

 

Il campanile e le campane

Il paese è ormai deserto, la gente si è messa in salvo appena ha capito che gli argini stavano per saltare e che presto l’acqua avrebbe ricoperto tutto quanto. Sembra non vi sia più nessuno, ad eccezione del parroco, don Camillo:

Scese perché voleva vedere cosa fosse successo, ed entrato nel campanile salì su fino in cima. Di lassù si vedeva tutto benissimo: l’acqua aveva già invaso la parte bassa del paese e lentamente avanzava.

Don Camillo si mette in una posizione che gli permette di vedere la realtà in modo più ampio, uscendo da una prospettiva ridotta e limitata. Dall’alto del campanile può vedere tutto quello che succede intorno. Mi piace questa immagine del campanile perché la associo al tentativo dell’uomo di uscire dalla sua piccola prospettiva cercando di aprire il proprio orizzonte a qualcosa che va oltre se stesso. In questi giorni difficili rischiamo di concentrarci troppo su noi stessi, sulle nostre preoccupazioni e sui nostri interessi. È vero, le autorità ci chiedono lo sforzo di isolarci, ma questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare al pensare “a chi ci sta intorno”. Guardare “dall’alto del campanile” ci può permettere di riflettere su chi è altro da noi: i professionisti sanitari che stanno affrontando il virus nelle corsie di ospedale, la solitudine di chi non ha una famiglia che lo possa confortare, i fragili e gli indifesi e chi è stato messo in difficoltà economiche a causa della sospensione del lavoro. Il cambio di prospettiva ci permette di prendere coscienza di due “attività” a cui troppo spesso non diamo importanza: ringraziare e sostenere. Ringraziare per i doni che continuiamo a ricevere nonostante le difficoltà del momento e sostenere coloro che, proprio a causa del virus, stanno passando attraverso la sofferenza. Pur rispettando le norme di igiene pubblica è possibile comunque “fare sentire” la propria vicinanza a chi è nella solitudine o nel dolore di una malattia che sta affliggendo lui o un suo caro. Penso che a questo riguardo siano particolarmente adatte le parole del filoso francese Alain Finkielkraut[3]:

«Perché credo che ciò che caratterizza la modernità sia il risentimento per tutto ciò che si presenta come dato. E che non ci sia salvezza per noi tutti se non nell’abbandono di questo risentimento, ovvero nel ritorno alla gratitudine. Ma questa è una disposizione d’animo che ci risulta particolarmente difficile, da quando viviamo in un mondo senza Dio. Cioè davanti a un dato senza il Donatore».

 

Il donarsi con le ginocchia nell’acqua

Don Camillo dall’alto del campanile vede le persone sull’argine. Non penso fosse in grado di vedere i loro occhi o di cogliere la disperazione dei loro volti. Molto probabilmente, conscendo a fondo e in modo intimo il suo gregge, ha intuito il disagio nei loro cuori e l’affievolirsi della speranza. Guareschi dipinge il loro stato d’animo con poetica drammaticità:

Nessuno parlava: le vecchie piangevano senza strepito. Stavano lì a veder morire il loro paese, e lo vedevano già morto. «Non c’è un Dio!» disse con voce cupa un vecchio.

Don Camillo, davanti a questa mancanza di speranza, sente impellente la necessità di andare incontro all’altro cercando di cogliere i suoi bisogni e le sue esigenze. È la piena comunione con la sua gente che gli permette di andare oltre se stesso per accogliere pienamente l’altro.

In quel momento suonarono le campane. Suonarono le loro campane, non c’era da sbagliarsi, anche se i rintocchi avevano qualcosa di diverso. Tutti gli occhi adesso guardavano soltanto il campanile. Don Camillo, quando aveva visto la gente sull’argine maestro, era sceso. L’acqua, superati i tre gradini del portale, era già entrata in chiesa.

E cosa si mette a fare don Camillo? Semplice: il suo dovere, e chiedendo pure scusa!

«Gesù, perdonatemi se mi ero dimenticato che oggi è domenica» disse don Camillo inginocchiandosi davanti all’altar maggiore. Prima di andare in sagrestia a prepararsi, passò nello stambugio del campanile, dove l’acqua era già a mezza gamba perché aveva il pavimento più basso della chiesa. Si attaccò a una corda sperando che fosse quella giusta.

Viviamo nella società dei diritti dove si è portati a chiedere e non a donare. La società dei diritti dove ognuno chiede per sé senza pensare all’altro e senza preoccuparsi se i diritti che esige siano giusti o sbagliati. Se “sento” che una cosa è giusta allora “deve” esserlo: quindi mi adopererò perché essa possa diventare diritto, senza chiedermi se essa rappresenti realmente un bene e se rispetti la natura dell’uomo. Il gesto di don Camillo è invece controcorrente: lui guarda al suo dovere, intendendo il dovere come “mettersi a disposizione”. Per un cristiano dove si realizza pienamente questo senso del dovere? Nella propria vocazione, il luogo dove ci mettiamo “a disposizione” e in cui realizziamo pienamente noi stessi. Sublime paradosso: nell’atto di donarsi l’uomo trova la sua libertà che gli permette di realizzarsi con pienezza. Di fatto che cosa allora è il Bene Comune, per cui tutti ci adoperiamo, se non il cercare di permettere all’altro di realizzarsi pienamente e quindi, alla fine, di rispondere alla propria vocazione?

[Il Bene Comune è] … l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente[4].

Nella semplicità dei nostri giorni appare evidente come tutti siamo obbligati a “cedere” alcuni nostri diritti (il poter andare a cena fuori, trascorrere un pomeriggio in compagnia oppure andare al cinema), ma in questa offerta di sacrificio (che è davvero ben poca cosa rispetto ad altri sacrifici!) ci doniamo per il bene degli altri soddisfacendo il nostro dovere e quindi anche la nostra vocazione.

Si attaccò a una corda sperando che fosse quella giusta. Ed era la giusta e la gente sull’argine sentì il richiamo della campana e disse: «La Messa delle undici!». Le donne giunsero le mani e gli uomini si tolsero il cappello.

 

Tutto va bene se salviamo il seme

L’adempimento del proprio dovere da parte di don Camillo non è sterile e porta frutto. La gente sente le campane, si “riprende” dalla propria disperazione e si ricorda della Santa Messa domenicale: si dispone in un atteggiamento di preghiera e di rispetto. Questa immagine è davvero attuale: anche noi non possiamo andare in Chiesa a celebrare la Santa Eucarestia. Anche a noi viene chiesto, così come imposto dalle circostanze ai parrocchiani di don Camillo, di non andare in Chiesa. La celebrazione avrà luogo ugualmente e non con meno intensità o con distante partecipazione: il popolo sta portando il proprio sacrificio in offerta al sacrificio eterno e indissolubile, quello della croce.

Infatti è una sola e medesima vittima e Colui che ora offre il sacrificio per il ministero dei sacerdoti è quello stesso che si offrì allora sulla croce, essendo differente soltanto la maniera di offrire[5].

In questo atto di offerta, l’uomo può portare davanti alla croce le proprie sofferenze, le proprie difficoltà e le proprie miserie. Cristo, rinnovando il suo dono totale, saprà farle proprie e si unirà al nostro dolore aiutandoci a portarlo e a scoprirne il valore. Ringraziamo i nostri vescovi e i nostri sacerdoti che, nonostante le difficoltà, celebrano questo sacrificio accompagnandoci davanti alla croce. Ringraziamoli per la possibilità che ci offrono di essere lì con loro davanti a Cristo che ci offre se stesso.

«Fratelli» disse don Camillo. «Le acque escono tumultuose dal letto dei fiumi e tutto travolgono: ma un giorno esse ritorneranno, placate, nel loro alveo e ritornerà a risplendere il sole. E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa.»

Quella di don Camillo è una predica che va al punto, non si perde in giri di parole o inutili sofismi. È una predica che porta speranza, che prova a mostrare la luce in fondo al tunnel. Sono parole di speranza ma allo stesso tempo non vogliono togliere a chi ascolta la propria responsabilità. La natura ha portato distruzione e miseria ma non tutto è perduto, anzi! Se l’uomo sa custodire l’unica vera cosa importante, la fede, allora nulla sarà perso! Ma se perderà quella, allora nulla gli rimarrà. Sono parole pesanti che non lasciano spazio ad interpretazioni: ci parlano e ci interrogano. Noi, cosa stiamo proteggendo in questi tempi di coronavirus? Quanto sappiamo riconoscere ciò che davvero è importante, ciò che davvero vale?

Prima c’è la grazia della rivelazione: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all’uomo. Segue poi la chiamata a dare una risposta. Infine, c’è la risposta dell’uomo, una risposta che d’ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita. Ecco che cosa è la fede! È la risposta dell’uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente. Le domande che Cristo pone, le risposte che vengono date dagli Apostoli, e infine da Simon Pietro, costituiscono quasi una verifica della maturità della fede di coloro che sono più vicini a Cristo[6].

Il racconto si conclude in modo semplice descrivendo il ritorno della gente alle proprie case, ai propri pensieri e ai propri problemi. Tuttavia, hanno uno sguardo diverso, hanno una speranza in fondo al cuore.

E partendo guardavano le loro povere case che parevano navigare nell’acqua fangosa. Ma forse pensavano: “Fin che c’è in paese don Camillo tutto va bene”.

Questo “tutto va bene” sembra volere chiudere questo racconto con la certezza di non essere soli e che insieme si possano affrontare le avversità che la vita presenta: ci sarà da piangere, ci sarà da lottare, ci sarà da faticare ma possiamo affrontare tutto questo, portando ognuno il proprio fardello e aiutando chi ci sta a fianco a portare il proprio. Penso sia un messaggio molto distante dall’ “andrà tutto bene” che vedo appeso sui balconi delle case delle nostre città. Non metto in dubbio le buone intenzioni che lo accompagnano ma non voglio nemmeno nascondere un po’ di insofferenza per quel tempo verbale utilizzato, il “futuro semplice” che rischia di portarci lontano dal presente, che rischia di non farci dare importanza a quello che stiamo vivendo, nel bene e nel male. Viviamo invece il presente! Accogliamolo nella sua complessità e nella sua, a volte, incomprensibilità. Viviamo il presente pensando a ciò che veramente è importante e a ciò che ci permette di vivere ogni attimo con intensità e partecipazione. Facendo questo avremo la certezza che davvero tutto andrà bene. Salviamo il seme!

“Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”[7].

E pensare che tutto ha avuto inizio su un campanile.

Luca Pingani

luca.pingani@gmail.com

 

[1] Biffi, G. (2009). Giovanni Guareschi — ovvero — La teologia di Peppone. In Pinocchio, Peppone, l’Anticristo e altre divagazioni. Cantagalli.

[2] Guareschi, G. (2017). La campana. In Don Camillo e il suo gregge. BUR Rizzoli.

[3] Casadei, R. (2002). La bellezza ci tenga a bada. Tracce. https://tracce.clonline.org/tracce/it/2002/m09w

[4] Gaudium et spes, 26

[5] Trento S. XXII Cap. 2

[6] XV Giornata Mondiale della Gioventù – Veglia di preghiera presieduta dal Santa Padre Giovanni Paolo II, 17 agosto 2000.

[7] Guareschi, G. (2016). È di moda il ruggito della pecora. In Don Camillo e don Chichì. BUR Rizzoli.