Un Paese smarrito e la speranza di un popolo. Appello politico agli italiani.

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Editore: Cantagalli
Pagine: 84
Prezzo: €6,00

Osservando attentamente i principali indici socio-politici attuali, il nostro Paese sta attraversando un crinale epocale. Non solo per la grave crisi economica-finanziaria che va avanti ormai da sei anni perpetrando tragedie materiali e umane senza precedenti (imprenditori che si suicidano, aziende che chiudono da un giorno all’altro, lavoratori con famiglie a carico che restano senza lavoro in età adulta – ancora ben lontana dalla pensione – e non riescono più a ricollocarsi) ma anche perchè quest’anno un ciclo politico si è definitivamente chiuso e, con esso, l’epoca di passaggio tra la Prima (1948-1994) e la Seconda Repubblica che esso nel bene o nel male ha rappresentato. Le date non sono tutto ma se si pensa che negli ultimi tempi abbiamo visto la dipartita, uno dopo l’altro, di veri e propri pezzi da novanta della storia recente della Nazione – oltre che esponenti storici della classe dirigente democristiana – censurabilissimi senz’altro più volte nell’ambito del loro operato ma mai più sostituiti come figure di ‘peso’ istituzionale, da Francesco Cossiga (1928-2010) a Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012) fino a Emilio Colombo (1920-2013) e Giulio Andreotti (1919-2013) e si aggiunge che il progetto berlusconiano (qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare) che successivamente aveva raccolto l’eredità elettorale del polo cattolico-moderato ha pure visto la sua conclusione quest’anno (anzitutto per sentenze giudiziarie, ma anche – in parte – per ragioni anche lì anagrafiche) il panorama che resta davanti a noi ‘dopo la tempesta’ è obiettivamente desolante. Senza polemizzare, ma guardando ai meri dati di fatto, lo stesso arrivo a Palazzo Chigi di un’intera generazione di trentenni (ministri e viceministri) che in gran parte non è  passata né per la gavetta delle scuole di partito, né per quella degli uffici amministrativi di Montecitorio, è pure un’altra certificazione evidente della crisi in corso. Così, ancora una volta, le responsabilità per la ripresa gravano soprattutto sulle spalle dei laici cattolici che, se non altro per vocazione, hanno ‘naturalmente’ a cuore il bene comune, rifiutano da sempre le letture ideologiche e dell’Italia costituiscono comunque la parte più viva e solidale. Partendo da queste premesse, e ragionando sulla crisi in corso – ricordando altresì il settantesimo anniversario dell’ultimo documento programmatico della classe politica cattolica italiana (il codice di Camaldoli, redatto nel luglio 1943 nel celebre monastero aretino) – il nostro Osservatorio propone una riflessione organica sul momento presente, le sue sfide e le sue drammatiche urgenze. Con le parole introduttive del Presidente, monsignor Giampaolo Crepaldi: “Oggi sembra che nel nostro Paese i conti non tornino quasi più, pur in presenza di risorse culturali e umane di qualità. Non si sa da dove cominciare la ripresa, tanto la tela si è sfilacciata. Davanti ad un quadro desolante nei fatti, pur se speranzoso per i tanti italiani onesti e laboriosi e i tanti credenti che hanno conservato la consapevolezza che la loro fede viene da lontano, i cattolici da tempo non sanno fare una proposta organica, coerente, unitaria, lungimirante e, soprattutto, chiaramente ispirata alla propria tradizione, alla propria dottrina, inclusa la dottrina sociale della Chiesa, alla propria fede. Una proposta cattolica, insomma. Non hanno saputo farla e non hanno saputo farla insieme. La difficoltà viene sicuramente dal quadro oggettivo esterno ma, come sempre accade in cose di questo genere, viene ancor di più dalle debolezze interne al mondo cattolico. L’accidia é una malattia morale e spirituale. Non l’hanno saputa fare perchè troppi tra di loro pensano che non si possa fare e che non si debba fare. Non si tratta solo di avere idee diverse su cosa proporre. C’è anche questo, ma ormai si tratta di non ritenere più che i cattolici, in quanto tali, debbano, possano, sappiano fare una proposta. Si tratta di una disertazione teologicamente ben argomentata […] Questo ha fatto più o meno fallire i tavoli di confronto; ha prodotto documenti di convergenza ambigui, che in breve tempo sono stati triturati dalla macchina comunicativa senza lasciare traccia; ha fatto dimenticare che ‘tutto si tiene’, disabituando a pensare dal punto di vista dell’intero piuttosto che dei frammenti; ha prodotto prese di posizione tipiche di un’etica civile senza Cristo, secolarizzando ulteriormente la fede cattolica e atrofizzando quanto di specifico essa può dare nell’ambito pubblico; ha illuso di essere adeguatamente presenti solo umanizzando i progetti altrui, progetti che, nel frattempo, avevano preso congedo dall’umano” (pagg. 9-10).

Se questo è il quadro di partenza attuale, occorre anzitutto ripartire dal motivo stesso che dà senso e motivazioni alla presenza dei credenti nella società, ovvero l’evangelizzazione e la testimonianza della verità liberante di Gesù Cristo, che invece è proprio quello che oggi si è perso: “i settori sociali vanno reciprocamente alla deriva e si fa fatica a vedere come la tenuta morale della società abbia un rapporto schietto con la ripresa economica o come la capacità di educare, e non solo di istruire, della scuola abbia un nesso concreto con il mercato del lavoro e con la ripresa economica” (pag. 14). Nonostante tutto, da tante, troppe parti si pensa in effetti ancora che il lavoro non abbia nulla a che fare con la Verità e che la ricerca – universitaria, economica, medica e scientifica – possa realizzare il bene della società dandosi da sola, a discrezione, le proprie regole. Questo vale in generale ma ora, e più che mai, anche e specialmente per i cattolici che – dopo la fase storica del partito unico scudocrociato – hanno visto i propri rappresentanti confluire negli schieramenti più diversi con risultati equivoci e talora imbarazzanti: “si è verificato che la presenza dei cattolici nei vari partiti ha prodotto due effetti negativi: l’accentuazione delle differenze culturali e politiche tra i cattolici e l’indifferenza per il momento elettorale. Il primo comporta che anche davanti a leggi che con ogni evidenza minacciano la natura umana l’atteggiamento politico dei cattolici si diversifica notevolmente ed è diventato impossibile costruire una prassi, anche parlamentare, comune. Il secondo effetto negativo consiste che nei momenti elettorali la valutazione da parte dell’elettorato cattolico si concentra più sul candidato che sul partito, più sull’onestà personale che sul programma politico, più sulle cose da fare che sulla cultura di riferimento. Ciò, alla lunga, disabitua i cattolici a ragionare in politica ‘da cattolici’. Si finisce per non credere più che dalla fede e dalla dottrina sociale della Chiesa possa emanare una cultura, una forma, una visione cattolica della politica. Accade così che la stessa dottrina sociale della Chiesa viene impoverita ad una serie di raccomandazioni etiche che può animare appartenenze politiche anche molto diverse o contrapposte. Oppure viene ridotta ad una serie di insegnamenti che ogni partito fa propri per qualche pezzetto e che quindi non sono in grado di promuovere una visione politica organica” (pagg. 27-28). Beninteso, l’antidoto a questa situazione l’hanno suggerito gli stessi Pontefici con il loro Magistero, se solo si considerano documenti come Veritatis Splendor, Evangelium Vitae e Spe Salvi che fanno da cornice ideale e sostanziale ai cosiddetti ‘princìpi non negoziabili’. E’ a partire così dal rispetto dei loro criteri che si misura tutto il resto e, per l’Italia, questo significa soprattutto riprendere in mano la questione della libertà di educazione che, sancita formalmente dalla Costituzione, non ha mai visto una reale attuazione dal Dopoguerra ad oggi. A ben vedere, d’altra parte, a questa sono legate anche altre problematiche centrali dello ‘stare in società’ da cattolici: il fatto che esista una società civile autonoma prima dello Stato e quindi dei diritti pre-giuridici da ri-conoscere, il fatto che ‘pubblico’ non significa sinonimo di ‘statale’, il fatto che la libertà della famiglia viene prima delle decisioni del Ministero dell’istruzione, il fatto che é difficile affermare un senso reale di autorità se si è distrutta alla base la prima autorità che un bambino vede al mondo, cioè quella dei genitori. E poi ancora e in modo più ampio e articolato: ovviamente il giudizio sulla parabola storica della modernità che non è sempre segnata dalle ‘magnifiche sorti e progressive’ (è a partire dalla Rivoluzione francese che gli Stati espropriano agli ordini religiosi le scuole statalizzando l’istruzione che viene così radicalmente monopolizzata) e sulla nozione stessa di scuola pubblica in una società pluralistica (ad esempio, può la scuola trattare i temi della verità e dell’assoluto o deve semplicemente limitarsi a dare delle generiche esortazioni filantropiche al volersi bene?).

Oltre la scuola, resta ancora da affrontare la questione scottante della denatalità “che é il vero problema della società italiana” (pag. 81) essendo il nostro Paese da tempo agli ultimi posti per tasso di natalità annuale e che in un modo o nell’altro segnerà la costruzione della società del futuro (che vuol dire più o meno immigrati, più o meno famiglie naturali, più o meno single e convivenze). E tuttavia, proprio perchè siamo cristiani – e quindi uomini che coltivano quotidianamente la virtù teologale della speranza – e poi anche perchè il nostro destino è ancora tutto da scrivere, restiamo legati a quell’idea di ‘eccezione italiana‘ che San Giovanni Paolo II ci ha trasmesso convintamente fin dall’inizio del suo lungo pontificato ricordando in più frangenti le peculiari caratteristiche di vitalità che hanno contraddistinto la storia – recente e non – del nostro Paese: “nonostante ciò, l’Italia si trova in una situazione per molti versi unica, con delle potenzialità proprie e risorse che non sono ancora andate perdute. Qui da noi il passato non è ancora completamente trascorso e fa ancora da luce per il futuro. Gli stili di vita si sono decomposti, ma la famiglia cerca di resistere. Pur tra mille difficoltà e pericoli e pur nella velocità del cambiamento, non c’è stata ancora l’accelerazione negativa imposta in altri Paesi da raffiche di leggi improvvide. Gli indici dei fenomeni di disgregazione sociale aumentano più lentamente che in altri Paesi, la diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle nascite fuori del matrimonio sono fenomeni in grande espansione, ma non ancora generalizzati. La famiglia è ancora il luogo del risparmio, è ammortizzatore sociale e banchiere occulto. L’attenzione per l’educazione dei figli e le relazioni intergenerazionali sono ancora sentiti, anche se forti incrinature si manifestano all’orizzonte, man mano che i nuclei familiari si assottigliano e si allarga l’area della monogenitorialità. Inseminazione  artificiale, procreazione assistita, maternità surrogata sono fenomeni ancora contenuti da una legislazione tra le più restrittive nell’Occidente e che stabilisce almeno una fase di positivo rallentamento, che permette nuove battaglie, mentre altre nazioni si sono consegnate al nuovo a mani alzate” (pagg. 19-20).

Omar Ebrahime

Osservatorio Internazionale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Un Paese smarrito e la speranza di un popolo. Appello politico agli italiani, Cantagalli, Siena 2014, Pp. 84, Euro 6,00.