Notizie DSC

Elenco Completo

Che fare se la globalizzazione mette da parte Dio? I dirigenti cristiani d’impresa di tutto il mondo davanti alle sfide contemporanee dello sviluppo sociale.

Segnala ad un amico
 

10-01-2017 - di Omar Ebrahime

Fondata a Roma nel 1931 in occasione del quarantesimo anniversario della Rerum Novarum, l’UNIAPAC (Union Internationale des Associations Patronales Catholiques) rappresenta oggi, con oltre quaranta associazioni di imprenditori dai cinque continenti (per l’Italia è associata l’UCID), il più importante organo di aggregazione internazionale per i dirigenti cristiani d’impresa.

Nata all’interno della naturale vocazione di amicizia transnazionale dell’imprenditoria cattolica, soprattutto centro-europea (la sede centrale è a Parigi) e fin dall’inizio seguita e sostenuta dalla Santa Sede (tra le prime guide spirituali si ricorda il cardinale Giuseppe Siri), l’UNIAPAC è attiva anche all’interno del cammino ecumenico dando luogo a notevoli iniziative di collaborazione, cooperazione, formazione e sviluppo tra cristiani di tutto il mondo come è emerso dall’ultima Conferenza Internazionale svoltasi in Vaticano la scorsa settimana, in significativa concomitanza con la conclusione del Giubileo Straordinario della Divina Misericordia indetto da Papa Francesco.

 L’evento, che cadeva a due anni di distanza dall’ultimo meeting svoltosi a Roma (“Il Bene Comune globale: verso un’economia più inclusiva”, luglio 2014) e promosso congiuntamente insieme al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha visto la partecipazione di oltre cinquecento delegati provenienti da ogni parte del mondo che hanno messo a disposizione le loro testimonianze e le loro differenti esperienze professionali sul tema “I Leader d’impresa come agenti d’inclusione economica e sociale” riprendendo quindi le riflessioni di Evangelii Gaudium e Laudato sì sull’urgente necessità di contrastare la diffusione globale della “cultura dello scarto” che tende – anche e soprattutto in ambito economico-finanziario, agevolata com’è dalle logiche predominanti della ricerca ossessiva della manodopera a costo-zero, della delocalizzazione della produzione di beni e servizi su scala e dello svincolamento più o meno mascherato dalle normative principali di garanzia dello Stato di diritto – a trattare chiunque vi contribuisce con il proprio lavoro sempre più come un oggetto, anziché come un soggetto di diritti, e a fare carta straccia, mai termine fu più appropriato, di quella dignità sociale della persona umana che invece proprio della Dottrina sociale, come noto, sarebbe il primo e principale fondamento.

Beninteso, a scanso di equivoci ideologici, o strumentali, non si tratta ovviamente, né ieri, né oggi, di mettere in dubbio il ruolo o addirittura la ragion d’essere o la missione di chi fa professionalmente e legittimamente impresa, in patria come all’estero per le più svariate ragioni, dal momento che è lo stesso Francesco ad avvertire gli antagonisti in servizio permanente che quella dell’imprenditore è piuttosto una “nobile vocazione” (cfr. nr. 129 di Laudato sì), oltre che l’esercizio di una essenziale libertà d’iniziativa personale, diretta al bene comune come qualsiasi altra attività umana retta volta a produrre ricchezza e dunque condizioni di vita e di sviluppo migliori per sé e per gli altri che ne usufruiscono.

Il problema, al contrario, è proprio che il cambiamento di paradigma globale degli ultimi anni ha generato – in realtà soprattutto per la crescente influenza ed egemonia di attori esterni ed ‘oscuri’ al mercato del lavoro in quanto tale quali le lobby parassitarie della finanza liquida virtuale, spesso prive di strutture reali, e sradicate da ogni rapporto con il territorio, o le consorterie tecnocratiche dell’antipolitica – un panorama ultra-secolarizzato dove è l’indifferenza dell’utilitarismo per l’utilitarismo a regnare sovrana producendo le conseguenze sociali e morali che sono sotto gli occhi di tutti.

Se poi non bastasse, anche nell’udienza speciale concessa ai partecipanti preso la Sala Regia del Palazzo Apostolico in Vaticano, richiamando la conclusione dell’Anno Santo, Papa Francesco ha ribadito che come tutte le attività umane “anche quella imprenditoriale [può] essere un esercizio della misericordia, che è partecipazione all’amore di Dio per gli uomini”, e non tanto per dire, perché è noto che proprio nel Vangelo si trovano almeno due parabole in cui il Signore paragona esplicitamente la conquista del Regno dei Cieli al rischio imprenditoriale (vedi quella relativa al tesoro nascosto nel campo in Mt 13,44 e alle perle preziose, Mt 13,45).

D’altra parte, non si può comunque negare che oggi nell’orizzonte comune degli affari internazionali siamo obiettivamente piuttosto lontani, per usare un eufemismo, dal riscontrare negli attori protagonisti simili motivazioni interiori: il denaro in generale, anzi, è diventato – nella ricerca esasperata della ricchezza a qualsiasi costo, per dirla con la Quadragesimo Anno di Pio XI – non più ‘solamente’ un idolo pagano ma addirittura un veicolo di dominio amorale sull’altro e di una nuova forma di colonizzazione mondiale strisciante: quella dell’“imperialismo internazionale del denaro” appunto (cfr. nr. 109 della Quadragesimo Anno).

Né si può dire che fosse una convinzione personale estemporanea di Papa Ratti se accanto a questo passaggio si pongono altri di analogo tenore tratti ad esempio dell’Octogesima Adveniens di Paolo VI, laddove Montini stigmatizzava letteralmente la crescita di forme abusive di dominio economico (cfr. nr. 44) o lo stesso San Giovanni Paolo II sulla nascente “idolatria del mercato”, di cui al numero 40 di Centesimus Annus.

Che fare allora? Un imprenditore cristiano coerente, suggerisce il Papa, conosce già la risposta: portare, testimoniare e dunque trasmettere il messaggio della sequela cristiana, giorno dopo giorno, con la metodica pazienza di chi possiede la mentalità del missionario, anche nell’ordine temporale cominciando – per esempio – a coltivare le virtù (naturali e soprannaturali) e a combattere il peccato sociale facendo particolare attenzione a quello della corruzione, che per definizione distrugge ogni istanza di verità negli ambienti di lavoro e non a caso è proprio del Diavolo, il padre della menzogna (cfr. Gv, 8,44). In questo senso appare particolarmente degno di nota che per Francesco il primo presupposto per lo sviluppo sociale sia proprio “l’assenza di corruzione” dal momento che – per un cattolico – il progresso rettamente inteso non è mai di tipo esclusivamente materiale o economico-produttivo (secondo una certa ‘stima da ansia del PIL’, per dirla con una battuta) ma si misura anche dalla qualità complessiva della dimensione morale e insieme spirituale di una data società che d’altra parte – lo ricordava da ultimo la Caritas in veritate sottolineando la valenza imprenditorialmente fruttuosa della variabile del dono quale atto di gratuità consapevole e solidale – hanno con quest’ultimo una diretta correlazione.

Era questa, tra le altre, una convinzione profonda di Enrique Shaw (1921-1962) l’imprenditore argentino, diretto ispiratore dell’UNIAPAC, sposo fedele esemplare e padre di nove figli, che riuscì a coniugare mirabilmente etica professionale e ricerca quotidiana della santità cristiana nella vita ordinaria, animatore pratico delle logiche di sussidiarietà e responsabilizzazione personale a partire dall’ambiente di lavoro dell’azienda che diresse, nonché promotore attivo di provvedimenti legislativi in supporto delle famiglie numerose dei lavoratori meno abbienti senza per questo simpatizzare con alcun paternalismo – un cristiano esemplare dalla fede contagiosa saldamente radicata nell’adorazione eucaristica e in una profonda devozione mariana – attualmente Servo di Dio, di cui è in corso il processo di beatificazione e che proprio Francesco contribuì a promuovere quando era Arcivescovo di Buenos Aires. Quasi a dire insomma che, come recita quel vecchio adagio illuminante della sapienza pratica cristiana, lungi dal perderti in chiacchiere inutili o dibattiti senza-fine su utopiche fantasie irrealizzabili a proposito di che cosa sarebbe meglio fare se solo magari si avesse per un giorno il comando del governo universale, “se vuoi fare santo il mondo incomincia col guardarti allo specchio e a fare santo te stesso” e vedrai che tutto il resto verrà quasi da sé, come un valore aggiunto – per restare in termini aziendali – ma derivato provvidenzialmente dalla Grazia di Dio in un modo che tu, con le tue sole forze, non avresti mai nemmeno lontanamente immaginato, persino nelle proiezioni di crescita più generose ed ottimistiche.     

Dopo l’udienza con Francesco, i lavori della due-giorni internazionale sono continuati mettendo al centro – come da auspicio del presidente dell’UNIAPAC, José Maria Simone – le esperienze più riuscite di ‘riscatto’ del valore della persona umana attraverso e grazie al lavoro (non nonostante il lavoro) a livello globale con la presentazione delle best-practices sulla tutela e la promozione della dignità del singolo lavoratore coerentemente con il magistero sull’umanesimo cristiano tratteggiato nel Compendio di Dottrina sociale.

 Qui si è visto in maniera quantomai significativa come nella pratica della vita quotidiana dell’ordine temporale il cristiano sia portatore di un valore aggiunto che ‘redime’ (mai verbo fu più appropriato) tutte le comuni logiche dei processi produttivi nella società contemporanea e che nessun altro (se non il credente, dal momento che il suo orizzonte ultimo è trascendente e il Bilancio finale della sua attività sarà portato davanti a Dio) potrebbe rilevare. Tanti sono infatti gli imprenditori cristiani (30.000 i membri della sola UNIAPAC) che oggi dirigono le loro aziende mettendo in pratica quell’evangelizzazione del sociale che dovrebbe essere poi la missione feriale di ogni battezzato nell’adempimento dei suoi doveri ordinari.

Se le condizioni di stabilità e sicurezza di un contesto sociale restano la premessa-prima di ogni autentico e duraturo sviluppo civile, come ha ricordato il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, ricordando il monito di Paolo VI decenni or sono (“lo sviluppo è il nuovo nome della pace”) e oggi si può forse aggiungere che l’emergenza delle migrazioni intercontinentali di massa e le catastrofiche situazioni di conflitto sulla sponda meridionale del Mediterraneo (dalla Siria alla Libia) non fanno altro che confermare ulteriormente la previsione di allora, è pure vero che la globalizzazione dei processi produttivi ha evidenziato nuovi e inediti conflitti di carattere culturale e religioso.

Un esempio significativo a tal proposito lo ha portato il neo-ambasciatore del Giappone presso la Santa Sede, Yoshio Matthew Nakamura, che si è soffermato sulle strategie di penetrazione nei mercati stranieri di alcuni dei più noti – e rinomati – marchi industriali del Sol Levante in Europa e in Africa come quella di tenere aperte le fabbriche anche durante le festività comunemente osservate a livello locale obbligando così (secondo un approccio al lavoro ultra-stakanovista tipico del suo Paese di origine) a lavorare i cristiani la Domenica o gli islamici il venerdì nei propri stabilimenti.

 La noncuranza della sensibilità e del rispetto del costume dei propri dipendenti stranieri, ha spiegato il diplomatico, ha generato reazioni furibonde che hanno portato in breve tempo all’avversione e in alcuni casi persino all’odio verso non solamente il proprio datore di lavoro ma anche verso la cultura di cui questo era portatore alimentando un “clima di risentimento anti-giapponese” a livello sociale con manifestazioni di protesta di vario tipo.

 Il danno prodotto nell’occasione dalle aziende nipponiche è stato insomma duplice: da una parte i consumatori delle popolazioni locali hanno percepito come un invasione indebita e una mancanza di rispetto il comportamento irreligioso del nuovo protagonista di mercato nella loro piazza pubblica, dall’altra gli stessi lavoratori locali assunti dalle aziende asiatiche si sono sentiti esclusi dalla vita ordinaria della loro stessa comunità subendo persino una certa emarginazione sociale in seguito a questi fatti. “E meno male che la globalizzazione dovrebbe favore i processi d’inclusione sociale e integrazione”, si potrebbe concludere a mò di morale.

 L’episodio, tuttavia, nella sua semplicità, suggerisce un insegnamento importante di base con cui guardare al mercato e al mondo del lavoro in generale: nessuna azione, quando si tratta d’incidere sulla vita concreta delle persone, che siano singole o in comunità, è mai moralmente indifferente o neutrale, tantomeno quella dei giorni in cui lavorare (o non lavorare). Questo ci dice anche che le variabili non immediatamente monetizzabili del commercio sono più di una e non sempre evidenti a prima vista e fattori come la cultura identitaria sociale, i valori spirituali e le tradizioni popolari possono incidere – e incidono – anche sui grandi processi commerciali.

Secondo una lettura superficiale, nel caso descritto, l’azienda dovrebbe avere degli indiscussi meriti: dopotutto, ha portato in loco un marchio di qualità che prima non c’era, alzando il livello dell’offerta e assumendo personale, garantendo dunque lavoro. In tutto questo, sempre apparentemente, non c’è niente di male, anzi solo cose meritevoli, ma il punto vero è che l’uomo – diversamente  da quanto pensava un filosofo famoso – non è mai limitato a ciò che mangia, o che compra, perché quello che ‘fa’ la persona è molto di più e l’etica, come i valori di riferimento, i sentimenti e gli ideali (che dall’esterno non si vedono) alla fine contano molto di più di quello che si vede.

In questo senso è apparsa strettamente consequenziale la relazione del professor Raj Sisodia, docente di economia internazionale negli Stati Uniti, al Babson College di Wellesley (Massachussets) che ha esordito facendo riferimento a una ricerca pubblicata negli ultimi tempi proprio negli USA (non certo un Paese dirigista nella propria economia) secondo cui solo il 20% dei consumatori oggi “ha fiducia nelle imprese” e nel business d’impresa: sarebbe dunque interessante chiedersi il perchè. Secondo lo studioso i motivi vanno ricercati nell’immagine che gli organi di comunicazione sociale in generale veicolano sulle imprese, dove è dominante l’idea dell’inseguimento del proprio tornaconto (o “self-interest”, in inglese).

Che questo sia effettivamente vero o meno nella realtà non conta assolutamente nulla, ha spiegato l’accademico, dal momento che nell’attuale paradigma economico costruito dai mass-media la percezione che un consumatore possiede di una certa azienda è strettamente legata all’immagine pubblica con cui questa viene rappresentata a livello collettivo.

Per ribaltare l’idea utilitarista diffusa a livello trasversale occorre quindi puntare su “obiettivi più alti” che oggi in gran parte non si vedono, o non vengono comunicati socialmente, ed entrare in dialogo con tutti gli attori sociali presenti facendo vedere in che modo la propria attività d’impresa “contribuisca al bene comune”.

E’ questo un punto particolarmente decisivo non solo per gli studiosi di Dottrina sociale e i cristiani consapevoli dell’apostolato nel mondo del lavoro ma anche per le giovani generazioni che, per quanto impolitiche o persino talora anti-politiche siano, sono tutt’altro che ingenue secondo le ultime ricerche di mercato e dimostrano invece nel complesso una grande sensibilità verso i comportamenti valoriali delle aziende come ha evidenziato anche Jean-Marc Liduena, dirigente della Deloitte, che ha sottolineato le parole a suo avviso fondamentali per superare sia la crisi d’immagine di molte aziende che gli effetti più deleteri della crisi economico-finanziaria: “puntare sulla cooperazione tra imprese”, “costruire reti di allenza con gli attori sociali della propria filiera“, “condivisione comune dei propri obiettivi e della propria comunicazione con utenti, cosumatori e cittadini” per concludere con una riflessione di buon senso per tutti gli imprenditori e valida per i cristiani in particolare: “se ti curi delle persone che servi saranno poi le persone le curarsi del tuo buon nome” perché da che mondo è mondo il passaparola è sempre l’arma di marketing più convincente e persuasiva, oltre che democratica, che esista.             

            Se l’investimento sul capitale umano resta insomma una strategia economicamente – e non solo filantropicamente, o caritatevolmente – vincente (da altra prospettiva lo ha messo in rilievo anche Vic Van Vuuren, esponente dell’ILO, quando ha richiamato l’importanza dell’istituzione famigliare non solo come primo ente morale sociale ma anche come imprescindibile scuola di formazione e sviluppo della personalità di ogni uomo) permangono tuttavia, a detta degli stessi dirigenti d’impresa, non pochi problemi sul tappeto che aspettano di trovare una soluzione a livello di sistema istituzionale e anche strutturale: tra gli altri, gli intervenuti nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano hanno messo in luce in particolare il divario (in alcune aree geografiche obiettivamente drammatico, e che non esclude nemmeno l’Europa, fatta eccezione forse per la sola Germania) tra i programmi scolastici e universitari e il mondo del lavoro reale che chiede continuamente figure professionali che i curricula formativi classici non conoscono ancora, o su cui non investono affatto, e anche la questione della “digitalizzazione complessiva” del mondo del lavoro che ormai non è più neanche qualificabile come innovazione tecnologica dei processi tradizionali in senso stretto ma appare come un processo nuovo e unico in sé, con i suoi paradigmi, i suoi linguaggi e le sue logiche specifiche (si pensi alla rivoluzione dei vari giovani e giovanissimi che hanno inventato le piattaforme di tendenza globali dei social network o delle reti del commercio on-line dell’ultima generazione in tempo reale costruendo colossi del mercato mondiale praticamente ‘dal divano’ di casa propria senza mai essere passati per gli uffici di un’azienda tradizionale).

Dall’altra parte, come ha testimoniato l’imprenditore libanese maronita Raymond Sfeir nell’intervento forse più toccante dell’intera manifestazione, non va nemmeno dimenticato che se a volte le logiche utilitaristiche del mondo sembrano sopraffare quelle del Vangelo in tante aree geografiche oggi forse quasi solo i cristiani – in ragione della loro Fede e del loro ‘costitutivo’ spirito di riconciliazione evocato dalle Beatitudini – possono essere la soluzione a una crisi di civiltà globale che tra indifferenza neo-pagana (in Occidente) e spiriti di rivalsa contrapposti (Africa) rischia di aggravarsi sempre più prendendo una via di non ritorno: è questa la ragione per cui, a partire dal Libano, ma anche in Siria e nel vicino Medioriente, le Autorità pubbliche che credono ancora nel dialogo interreligioso e nella ri-scoperta della speranza per i loro popoli cercano testimoni credibili e impegnati seriamente nello sviluppo della società civile locale: non perché altri non lo facciano ma perché – come avvertiva già Paolo VI in un celebre discorso – oggi “l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.

Cerca

Anno XII (2016), numero 4, OTTOBRE - DICEMBRE

Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa

Leggi
Abbonati

Scaffale
Il Libro della Settimana

La luz brilla en las tinieblas. Cardenal Van Thuȃn: historia de una esperanza

M. A. VELASCO

La luz brilla en las tinieblas. Cardenal Van Thuȃn: historia de una esperanza

Continua

Elenco Completo

I nostri Libri

Le nuove guerre di religione.

Le nuove guerre di religione. (Cantagalli 2015)

LE NUOVE GUERRE DI RELIGIONE.

Continua

Elenco Completo

Il Cardinale Van Thuân

 

I Dossiers dell'Osservatorio