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Le Migrazioni, il Bene comune e la Dottrina sociale della Chiesa. Intervento dellíArcivescovo Giampaolo Crepaldi alla Presentazione dellíVIII Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo.

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17-02-2017 - di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Intervento dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

alla Presentazione dell’VIII Rapporto

sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo

dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

 

Roma, Sala Marconi della Radio Vaticana, 15 febbraio 2017

 

L’annuale pubblicazione del Rapporto dell’Osservatorio sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo è diventato ormai un appuntamento significativo per quanti si interessano alla Dottrina sociale della Chiesa. Ringrazio quindi tutti i partecipanti a questo incontro e in particolare il presidente Costalli e il Movimento Cristiano Lavoratori che l’ha resa concretamente possibile.

A me spetta di dire una parola in conclusione, non certo una parola conclusiva su un tema così importante e urgente. Vorrei farlo non entrando a mia volta nelle pieghe concrete del problema, come hanno fatto gli intervenuti, ma proponendovi una riflessione su quanto può dare la Dottrina sociale della Chiesa non dico alla soluzione ma almeno ad affrontare in modo corretto e conveniente la sfida.

Sia come vescovo sia come presidente dell’Osservatorio,  devo notare che c’è oggi tra i cattolici una tendenza ad affrontare il problema delle migrazioni nella forma di una carità immediata senza però una prospettiva politica costruttiva vera e propria. Noto una positiva mobilitazione di sforzi e impegno per assistere l’immigrato e dargli immediata solidarietà, ma meno l’impegno di affrontare con realismo il problema in modo da approntare soluzioni non solo di solidarietà corta, ma anche strutturate e funzionali sistemicamente. La carità è la regina delle virtù sociali, come diceva già Leone XIII nella Rerum novarum, ma egli scrisse le sue encicliche sociali, alla luce appunto della carità, anche e soprattutto con l’obiettivo di costruire una società conforme alla dignità dell’uomo e secondo i piani di Dio. La carità immediata da volto a volto la Chiesa la esercitava già quando Leone XIII scrisse la Rerum novarum, egli volle che si cominciasse anche ad impegnarsi per una carità che potremmo chiamare “politica” nel senso ampio del termine. Le migrazioni ci chiamano alla solidarietà immediata ma, ancora di più, ad una solidarietà di più ampio respiro e di più lungo termine che richiede non solo lo slancio entusiastico dell’aiuto al bisognoso, ma l’utilizzo di tutto l’impianto della Dottrina sociale della Chiesa, realismo e lungimiranza, capacità critica e realistica di esaminare nella verità e non nell’ideologia tutti gli aspetti del problema, capacità politica di costruire il futuro senza che sia il futuro ad imporsi a noi.

Il quadro del problema delle migrazioni è complesso e proprio per questo non richiede solo interventi sulla frontiera del bisogno immediato, ma un realismo cristiano, capace di speranza “strutturata”. In gioco c’è non solo il bene delle persone che premono per entrare nei paesi occidentali , c’è anche il bene delle persone che rimangono là, nei paesi di origine, c’è anche il bene dei cittadini dei paesi di accoglienza che conservano dei diritti a fronte dei nuovi arrivi, c’è il bene di quanti sono soggetti alle organizzazioni criminali, c’è il bene delle nostre società che non possono permettersi di importare soggetti destabilizzanti camuffati da immigrati e richiedenti asilo. C’è il bene di colui che arriva con la sua cultura di origine, ma c’è anche il bene della signora anziana che ormai è la sola autoctona nel condominio dove abita, attorniata da costumi e usanze che la fanno sentire estranea a casa propria. Come si vede da questi pochi esempi il problema della immigrazione va inquadrato all’interno della ricerca del bene comune, sul quale tema la Dottrina sociale della Chiesa ha detto tanto e ha ancora tanto da insegnare.

Sarebbe sbagliato pensare che la generosa accoglienza e l’impegno, diciamo così, “sul bagnasciuga” fossero sufficienti. Una Chiesa e un mondo cattolico impegnato solo in quel senso farebbero certamente il loro dovere, ma non lo farebbero tutto. Interessarsi solo di chi arriva e poco o niente di chi rimane là, colpevolizzare prevalentemente i cittadini dei paesi di accoglienza, non distinguere le diverse situazioni tra gli immigrati, considerare con eccessiva faciloneria il problema difficile e arduo della integrazione, non sono atteggiamenti che si possano far risalire alla concezione del bene comune proposta dalla Dottrina sociale della Chiesa.

Non bisogna poi dimenticare che del bene comune non fanno parte solo elementi di ordine sociale, come per esempio il lavoro, l’economia, la tenuta del sistema di welfare e così via. Il bene comune ha anche una componente etica ed una componente religiosa. Bisogna chiedersi con realismo se i popoli dell’accoglienza hanno diritto a conservare la propria identità culturale e religiosa, così come ce l’hanno i popoli della migrazione. E bisogna chiedersi come questo rapporto possa essere risolto in modo non di semplice giustapposizione. Tutti conosciamo i due pericoli incombenti: il primo è che tutte le culture diventino sottoculture rispetto ad una nuova cultura mondialista egemone in mano ai centri di potere transnazionali; la seconda è che si assista ad una balcanizzazione dell’Europa, divisa in tante enclaves autonome in tutti gli aspetti di autogoverno nella via reale seppure formalmente ossequienti alle leggi formali dello Stato.

Noto un eccesso di irenismo quando oggi si parla di società multiculturale e multireligiosa. Non mancano esperienze di positiva integrazione, ma bisogna riconoscere che nella maggior parte dei casi la società multiculturale e multireligiosa ha recato con sé anche tanti problemi e sofferenze. Questo capita soprattutto quando tale società viene in un certo senso imposta e le migrazioni – accanto alle tante loro cause - hanno anche quella di obbedire a regie geopolitiche internazionali.

Possiamo tornare allora al problema da cui siamo partiti. Anche il rilevante problema delle migrazioni ha bisogno della Dottrina sociale della Chiesa. Non può essere affrontato solo con interventi di carità immediata, ma con una visione d’insieme circa l’autentico bene comune. Ora, il bene comune, secondo la Dottrina sociale della Chiesa, ha tre dimensioni: una dimensione etica, una dimensione analogica ed una dimensione verticale. Nel conflitto delle visioni morali, nel centralismo burocratico e nel secolarismo prevalente, l’Occidente, e specialmente l’Europa, non trova le risorse interne per affrontare questo problema esterno.  Ed è ancora la Dottrina sociale della Chiesa a chiedere che la ragione e la politica facciano il loro dovere. E’ ancora la Dottrina sociale della Chiesa a chiedere che anche la carità non sia cieca, ma realistica e lungimirante.

 

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

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