CARNE E OSSA O NON E’ SCUOLA. Giovannino, la DAD e il governo. Di Giovanni Lazzaretti

aula vuota

Ricordi di scuola

Sono figlio di un’insegnante di matematica, marito di un’insegnante di matematica, padre di un’insegnante di matematica. Diciamo che ho sentito parlare di scuola ogni giorno della mia vita.

Mia madre lavorava prevalentemente di notte, al mattino si svegliava solo per i calci di mio padre, arrivava a scuola puntualmente in ritardo, indossava il grembiule nero, e iniziava.

Era catalogata tra i professori “duri”. Aiutata dal cognome Imperatrice che “faceva autorità” (niente di nobile comunque: mio nonno era nato ai 900 metri di Stigliano di Matera; nobiltà da conquistare sul campo) si sapeva che con lei in classe non si sgarrava.

E così imparai presto che la categoria degli insegnanti si può liberamente insultare. Un giorno in prima media attendevo il mio turno in un forno per comprare un pezzo di gnocco; c’era in negozio una signora che parlava di una professoressa “fetente” che aveva a che fare con suo nipote. Alla fine capii che era mia madre: ebbi un momento di sgomento, ma poi, pensando al fatto che l’epiteto di “fetente” era legato al pretendere impegno e disciplina, lo appuntai a mia madre come una medaglia al valore.

Ammaestrato dall’episodio, ho cercato sempre di non sbraitare troppo contro il professore che non mi piaceva o mi terrorizzava (due professori di francese alle medie, in particolare). Se dovevo sfogarmi, mi sfogavo in casa, dove le mie escandescenze venivano al contempo comprese e rettificate.

Dopo il ginnasio, nei tre anni del liceo classico la mia “plasmatura” era completata: il corpo insegnanti mi andava bene così com’era. In fondo la classe è un insieme assortito del mondo under 20 così com’è, e il corpo insegnanti è un insieme assortito del mondo over 25 così com’è, messi in relazione tra loro nella casualità più assoluta.

Il professore di italiano non piaceva a un gruppo di studenti perché troppo schematico? A me piaceva proprio perché era schematico: rileggendo i suoi appunti coglievo l’evoluzione della letteratura italiana, cosa che forse non avrei percepito con un professore più “creativo”. E quando studiavo o ripassavo un autore, non era più un nome a se stante, ma si collocava sempre nello schema del professore, che mi forniva il quadro generale.

Mentre un gruppo di compagni di classe sosteneva che «non si può andare all’esame di maturità basandosi sui suoi appunti», io andai tranquillamente alla maturità coi suoi appunti. Scelsi il cosiddetto “tema di materia”, e me la cavai bene. Addirittura con una conclusione imprevista.

«Nel tema abbiamo apprezzato molto la sua sensibilità», dissero dopo l’esame orale. Cosa che mi fece intimamente sorridere, perché sceglievo il “tema di materia” proprio per non dover tirare fuori niente di “mio”, ma solo le cose che sapevo. Non so dire come un prof “schematico”, unito a uno studente “schematico”, abbia potuto alla fine partorire una “sensibilità” apprezzata da professori sconosciuti. Ma di fatto andò così.

In quell’esame di maturità, 1973, il nostro membro interno nella commissione era Ermanno Dossetti.

 

Ricordi di scuola: Ermanno Dossetti

Ermanno Dossetti era fratello del più famoso don Giuseppe Dossetti.

Il cognome allora non mi diceva nulla, ma comunque si sapeva che arrivava al liceo di Correggio un personaggio insolito: era stato partigiano, eletto deputato DC per un quinquennio, aveva fondato e diretto l’OPO (Opera Pia Orfanotrofi), aveva fatto il preside, e desiderava chiudere la carriera nuovamente come insegnante, tra l’altro spostandosi da Reggio a Correggio, dalla città alla provincia.

Certamente è l’insegnante che ricordo di più. Magro, un naso vistoso, tendenzialmente non si arrabbiava. Di fronte agli strafalcioni più grossi si limitava a una prolungata inspirazione dalla bocca a denti stretti. Si arrabbiò quando facemmo assenza collettiva il 4 e 5 gennaio di un anno in cui una sciagurata decisione governativa aveva tagliato le vacanze di Natale: un’arrabbiatura “morale”, non scolastica. «Se io sono qui, perché voi non dovete esserci?».

Tentava esperimenti scolastici, tipo lavori di gruppo in classe, che sostenessero i più deboli senza inquinare la valutazione del singolo studente. E un anno scelse di non rimandare a nessuno, ma caricò su ciascuno dei traballanti un lavoro estivo corposo da eseguire: da eseguire per “dovere” e non per “passare”.

***

«La Pax Augusti e i Ludi Saeculares non vennero cantati da Virgilio, perché…»

Pausa. Poi Dossetti si rivolse alla classe: «Perché?»

E qui i più colti e i più coraggiosi provarono a formulare una motivazione.

«No», rispose al primo. «Ma no!», rispose al secondo. «Ma no!!», rispose al terzo.

Ricordo ancora quando puntò gli occhi su di me: ma io mi limitai a scuotere la testa, perché mai avrei formulato una risposta quando non avevo una ragionevole certezza alle spalle.

E venne la sua risposta, alla fine.

«Non li cantò perché Virgilio era morto».

Lezione di vita: prima i dati, poi i ragionamenti sui dati.

Ricordo anche l’interrogazione di un compagno, chiamiamolo “Carletti”, che a noi dal banco era sembrata di qualità, con un’esposizione ricca. Ma il suo commento fu «Carletti, stavolta l’eloquenza non ti salva».

Lezione di vita: l’eloquenza serve a esporre meglio le cose conosciute; ma a volte può anche servire a cercar di coprire le cose non studiate.

E poi venne il giorno di Giovannino.

 

Per insegnare il latino a Giovannino

Era il tempo della TV in bianco e nero, e c’erano solo due canali televisivi.

Al venerdì (mi pare) trasmettevano TV7, rotocalco televisivo di approfondimento. Una volta intervistarono Ermanno Dossetti su tematiche scolastiche e, quando misero in onda l’intervista, la classe era tutta davanti alla TV.

Non ricordo le parole, ricordo solo che l’intervista si svolgeva anche in auto mentre il professore guidava. Ma a un certo punto venne fuori quella frase:

«Per insegnare il latino a Giovannino, bisogna conoscere il latino e Giovannino».

Venne memorizzata da tutti, e fu anche un bel momento di risate la mattina dopo, perché noi avevamo realmente un Giovannino in classe, uno di quelli che faceva simpaticamente tribolare.

Il succo dell’insegnamento sta in quelle poche parole: scienza e conoscenza. Il rapporto umano è una componente ineliminabile, senza la quale l’insegnamento semplicemente non esiste.

E il rapporto umano assume un peso sempre crescente quando lo studente è un ragazzino, o un bambino. Il rapporto umano ha tanto peso, che un tempo poteva fare il maestro anche uno che nulla sapesse di pedagogia. Vedete semmai l’appendice, se vi interessa.

 

Didattica a distanza, ovvero la morte dell’insegnamento

Chissà cosa avrebbe detto Ermanno Dossetti della “Didattica a Distanza”: forse lì si sarebbe arrabbiato davvero.

«La didattica (dal greco διδάσκω, cioè “insegnare”), indica la teoria e la pratica dell’insegnamento» (prendendo per buona la definizione di Wikipedia).

E poiché l’insegnamento è “scienza personale” + “conoscenza delle persone che hai di fronte”, la didattica a distanza non è insegnamento, perché le manca uno dei due pilastri. E se non è insegnamento, non è didattica.

Ci si barcamena un po’ attraverso il video quando l’insegnante già conosce gli studenti, ma in breve tempo questa “didattica che non è insegnamento e quindi non è didattica” (è una contraddizione in termini, in altre parole) spazzerà via la scuola come noi la conosciamo, per sostituirla con qualcosa di orrendo.

Daniele Novara l’aveva scritto anni fa (e notare che parlava solo della scuola digitalizzata, ma ancora “in presenza”, come diremmo oggi).

Un’accentuazione totalizzante del discorso della scuola digitale non può che portare come obiettivo ultimo all’inutilità stessa della scuola. Se quello che conta è stare connessi a un Tablet, a un video schermo o anche a una LIM, fra breve potrebbe non essere più necessario andare fisicamente a scuola.

Se così fosse gli economisti avrebbero chiuso il cerchio: non solo sarebbero riusciti nella malsana idea di risparmiare proprio sulla scuola piuttosto che sugli sprechi che ovunque registriamo, ma addirittura di andare verso una specie di abolizione della scuola stessa in quanto comunità sociale di apprendimento che si organizza nella logica del lavoro comune.

Restare connessi a un video schermo non necessita di una reale presenza scolastica. Se questo è il vero obiettivo dei fautori della scuola digitale ovviamente non c’è che da preoccuparsi per i nostri figli.

Perché c’è da preoccuparsi quando allo strumento elettronico viene data troppa enfasi?

Perché, volendo esprimersi in maniera grezza, lo strumento elettronico è ciò che diamo in mano al bambino disabile per superare i suoi handicap. Se invece lo diamo in mano al bambino che non è disabile, lo trasformiamo in un handicappato.

L’apprendimento biro, matita, foglio «permette un coordinamento di motricità fine con componenti neurofisiologiche assolutamente uniche che la tastiera non è in grado di garantire, al punto che i temi scritti a mano libera dai bambini delle scuole elementari risultano nettamente migliori rispetto a quelli che gli stessi alunni scrivono alla tastiera. I temi scritti al computer sembrano fatti da soggetti il cui sviluppo è indietro di 2 anni». E la scrittura a mano libera agisce anche come propulsore della memoria.

L’uso della tastiera toglie anche la voglia di leggere perché «nei bambini di 5 anni i circuiti cerebrali dedicati alla lettura si attivano quando provano a scrivere lettere a mano, ma non quando premono i corrispondenti tasti su una tastiera».

Servono gli strumenti elettronici? Certo, ci sto davanti tutto il giorno. Ma non servono per la tua formazione. Al massimo servono alle superiori per apprendere a scuola delle tecniche preparatorie al lavoro; non servono a nulla per formare bambini delle elementari o ragazzini delle medie.

Il video crea dipendenza, e uso il termine “dipendenza” come lo si usa per le droghe: non ha importanza se nel video appare la morosa o l’insegnante. (Credo l’abbia detto Paolo Crepet, ma non sono sicuro. Comunque, se non l’ha detto lui, lo affermo io).

Tutto questo era ovvio alle mamme fino a un anno fa: tenere i bambini lontani dal video più che si può!

Ma poi arriva l’emergenza sanitaria.

 

Governante, all’inizio ti comprendo, adesso non più

All’inizio eravamo stupiti e frastornati, e si perdonava tutto.

Semmai eravamo stupiti che il 23 febbraio 2020 chiudessero le scuole del nord, e il 27 febbraio 2020 Zingaretti fosse ancora alla manifestazione “Milano non si ferma”, aperitivo sui Navigli.

La prima ordinanza di chiusura scuola durava dal 24 febbraio al 1 marzo…; affermai con certezza che sarebbero arrivati a Pasqua (1 mese e mezzo), e scommisi che l’anno scolastico non si sarebbe più riaperto.

Dai governanti accettiamo tutto, all’inizio: paura, impreparazione, disorganizzazione.

Ma quando poi le acque si calmano, quando si leggono le statistiche (in primavera le età della popolazione scolastica 0-69 anni erano praticamente esenti dal covid: 96 morti per milione, a fronte di 2.077 per milione morti per altre cause), quando hai il tempo di organizzarti, devi arrivare a essere un governante che capisce l’essenziale: la scuola è un bene primario che va aperto, punto e basta.

I governanti avevano mesi davanti per poter organizzare trasporti extra con la marea di pullman fermi delle ditte private, avevano mesi davanti per reperire aule, semmai in scuole paritarie che hanno chiuso o sono a numeri ridotti, avevano mesi davanti per assumere personale con contratti-covid volanti.

Ma ormai la cultura del video si era infilata nei cervelli, la dad (scrivo volutamente minuscolo) è “l’insegnamento in sicurezza”: al primo alito di vento, si chiude la scuola, parzialmente o totalmente, e ci si pianta davanti a un video.

La scuola, che è un corpo vivo in movimento, viene sostituita da zombi che aggiungono il video-scuola a tutti gli altri video che ingombrano la loro giornata.

Per una presunta salute fisica (limitata al covid, peraltro) si produce un dissesto psichico che già si vede ampiamente con ricoveri ospedalieri in neuropsichiatria di bambini e ragazzini che nulla avevano mai manifestato. Il grosso lo vedremo sui tempi lunghi.

La mia mail è legata in qualche modo alla Scuola Materna del mio paese, e così mi arrivano valanghe di pubblicità su disinfettanti, mascherine, barriere di plastica, e, purtroppo, dad. Pubblicità dad con la bambolottina sorridente, con le sue cuffie in capo, la sua scrivania, in una luminosa stanza tutta per lei.

«Noi procediamo, anche se col marito che continua a uscire la mattina e tornare la sera, io a fare dad in uscita, tutti i figli a casa a fare dad in entrata, adesso ci hanno mollato anche la spippola di 4 anni, Teresa detta “hurricane”, o “Terrycane” per abbreviare, puoi immaginare il momento catartico. Ma va bene così».

Questa mamma descrive in poche pennellate l’essenza rovinosa della dad.

Ma la rovina sarebbe uguale anche se ogni studente-dad avesse la sua stanza, il suo ampio video, le sue cuffie in testa, la linea che funziona sempre, il programma che non si pianta mai, e la spippola tranquilla a giocare con le bambole.

La rovina è il fatto che l’insegnante non conosce lo studente, perché non ha davanti il suo corpo fisico che parla più di mille parole.

Gli insegnanti dovrebbero essere in sciopero permanente per il ritorno in aula.

Non capiscono che, se la mentalità progredisce, a breve non ci sarà più bisogno di loro?

Se la didattica può fare a meno di un suo pilastro, ossia l’insegnante che conosce Giovannino, che bisogno c’è dell’insegnante?

Perché dovrei avere in un video la professoressa Azzolini e in un altro la professoressa Brunetti, visto che devono insegnare le stesse cose?

Tanto vale che il Ministero fornisca un pacchetto standard per ogni materia, e lo studente se lo guarda quando ne ha voglia. Poi gli si mandano dei questionari a crocette, per poter dire che c’è una valutazione.

Tanto, per far parte del popolo dei paria, qualche nozione imparaticcia basta e avanza.

Nel frattempo la casta usufruirà delle sue scuole private, rigorosamente in presenza, per perpetuare i poteri (bancari, mediatici, politici, burocratici, medici) di padre in figlio.

 

Carne e ossa, o non è scuola

Perché inventare, quando c’è chi l’ha scritto benissimo?

La scuola è una comunità sociale e non una comunità digitale. Pertanto il vantaggio della scuola è quello di avere una classe con individui in carne ed ossa che necessariamente devono entrare in relazione per sviluppare processi mimetici e interattivi di apprendimento.

Non va dimenticato che l’imitazione è la base dell’apprendimento stesso e che stare in un contesto sociale ci permette di raggiungere più facilmente gli obiettivi che ci siamo preposti.

Occorre pertanto richiamare le istituzioni scolastiche a valorizzare al massimo non tanto la virtualità tecnologica quanto il continuo, inesauribile, creativo confronto sociale ed interpersonale fra gli alunni, gli insegnanti e fra gli insegnanti e gli alunni stessi.

Occorre in altre parole insistere perché la classe sia gestita dagli insegnanti come un’entità sociale e non come un insieme di singoli individui più o meno capitati lì per caso e che questa entità sociale è una risorsa per la didattica nella logica della cooperazione, del lavoro di gruppo, dell’imitazione.

E’ per questo che ho indugiato molto all’inizio sui ricordi di scuola.

La scuola, se è scuola, deve necessariamente lasciare dei ricordi in carne e ossa.

Semmai il compagno dietro a mia moglie bambina, che le prendeva delicatamente la treccia nera e la intingeva nel calamaio dell’inchiostro. O il succitato Giovannino che modificava una spina elettrica a scuola, faceva saltare la luce in tutto l’edificio, e bloccava le lezioni per alcune ore.

Che ricordi lascia la dad?

«Mammaaa… Il programma si è piantatooo…»

Non ti rimarrà neanche il prof da insultare. Vuoi insultare una faccia che appare nel video? E se la chiamano Azzolini, ma fosse in realtà un’insegnante virtuale?

 

Giovanni Lazzaretti

giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com

 

 

APPENDICE – Maurizio Blondet, descrizione di un maestro «in presenza»

In questa manfrina trentennale è andata perduta la funzione cruciale, insostituibile, dell’insegnante elementare: precisamente, la capacità di educare.

Le conoscenze da trasmettere sono semplici e scarse, elementari appunto. La cosa principale che i bambini apprendono da un insegnante delle prime scuole sta in tutt’altro.

Mi è difficile definirlo.

Direi, tentativamente: nella «presenza» di un adulto che non è né il papà né la mamma – uno dei pochi adulti con cui uno scolaro ha a che fare con la sua età – e che imprime la serietà della vita, e accende fuochi nelle menti, imponendo la sua esperienza vissuta di adulto – meglio se istruito.

Perché dico questo? Perché ricordo un mio parente, maestro elementare, che ho chiamato sempre lo zio Dino. Ora non c’è più, e mi spiace di non potergli chiedere come e cosa insegnava.

Essenzialmente, lo zio Dino era stato un soldato. Era stato chiamato e richiamato in non so quali e quante guerre d’Africa (aveva conquistato sul campo il grado di ufficiale), che verso i trent’anni, lui – come molti della sua generazione – doveva aver sofferto problemi di reinserimento. Come si dice, per servire lo Stato in armi, aveva perso molti treni, molte possibili carriere civili.

Allora però lo Stato pensava a questa generazione a cui aveva chiesto molto; aprì per essa un ingresso facilitato in un lavoro statale. Zio Dino diventò maestro elementare, e lo fece per quarant’anni. Non so nemmeno se avesse il diploma magistrale; un diploma doveva averlo, a quei tempi bastava.

Me lo ricordo segaligno, militaresco coi suoi baffetti, lievemente ironico; parlava un buon italiano perché era toscano (tutti gli insegnanti dovrebbero essere toscani), e del suo lavoro di maestro non diceva né bene né male. Si capiva che non gli pesava e non lo preoccupava: sapeva le cose che doveva insegnare, e che non erano molte.

Ma posso provare a immaginare me, bambino, in classe, davanti a una simile «presenza». Un adulto che ne aveva viste tante, che aveva combattuto in Africa, che aveva marciato con gli zaptiè e con gli àscari, che conservava una foto di lui cotto dal sole, in calzoni corti militari e stivali, smagrito ed esausto, ma sempre lievemente ironico.

Io credo che, bambino, avrei accettato l’autorità di un simile maestro vissuto, la sua disciplina. Storia, geografia, aritmetica, insegnava quello che lo Stato gli aveva ordinato di insegnare, luoghi comuni vigenti compresi. Non doveva cercarsi una «qualificazione» pedagogica.