Chiesa in Italia

Suor Rosalina Ravasio. Stupore e meraviglia, ma in che mondo viviamo!

Carissimi,

sento il bisogno di comunicarVi il mio pensiero, in qualità di Responsabile della Comunità Shalom di Brescia, attiva da 35 anni sul territorio nel recupero di ragazzi e ragazze ritenuti socialmente problematici.

La Comunità Shalom è una “Comunità di vita” che si occupa dal 1986 della riabilitazione e reinserimento sociale dei tossicodipendenti  con patologie associate.

L’unicità dell’esperienza della Comunità Shalom, totalmente gratuita sia per lo Stato che per le famiglie, è la focalizzazione sul recupero della persona nella sua interezza:  fisicità, personalità, autocoscienza, affezione, senso di responsabilità; la persona così rifiorita ritorna a vivere.

La Comunità fin dalla sua nascita, si fonda sull’aiuto gratuito di piu’ di 2.000  volontari di ogni ceto sociale ( dottori, avvocati, ingegneri, professori, lavandaie ecc..) e con umiltà e con orgoglio non usufruiamo nemmeno dell’8 per mille della Chiesa Cattolica , pur essendo legati alla Diocesi e al Vescovo di Brescia. Oggi la Comunità ospita piu’ di 200 ragazzi e ragazze anche con bambini ed è stata oggetto di ricerche e studi universitari per il peculiare modello pedagogico.

 

Certa della Vostra attenzione vi allego la riflessione condivisa con la Comunità Shalom.

Distinti Saluti

Suor Rosalina Ravasio

Responsabile Comunità Shalom

 

Stupore e meraviglia, ma in che pianeta viviamo

 

 

 

 

 

Mons. Camisasca: Se accettiamo l’eutanasia poi arriverà la soppressione di persone affette da profonde depressioni.

www.sabinopaciolla.com

 

Monsignor Massimo Camisasca è vescovo di Reggio Emilia-Guastalla dal 2012. Milanese, cresciuto negli insegnamenti di don Luigi Giussani, ha persino un passato «sportivo»: fu il cappellano del mitico Milan di Arrigo Sacchi. Oggi, pastore attento e scrittore prolifico, è in prima linea nella difesa dei sempiterni principi teologici e morali della Chiesa.

Alessandro Rico, sul quotidiano La Verità del30 agosto 2021 lo ha intervistato sulla scottante questione del referendum proposto dall’Associazione Luca Coscioni che ha già raccolto 750.000 firme per abrogare parzialmente il reato di omicidio del consenziente.

Ecco alcuni stralci dell’intervista

 

Eccellenza, iniziamo dai concetti basilari: perché la Chiesa si oppone sia al suicidio assistito, sia all’eutanasia attiva?

«Perché l’uomo non è padrone della propria vita. Per comprendere questa affermazione è necessario entrare nelle linee fondamentali che guidano una delle culture prevalenti dell’epoca contemporanea, quella che Giovanni Paolo II chiamava “cultura della morte ” e Francesco chiama “cultura dello scarto”».

 

Che conseguenze comportano queste culture?

« L’uomo che si sente padrone di sé stesso, anche se non può non avvertire i limiti della propria esistenza quali la malattia e la morte, decide di allontanare da sé il più possibile i segni di tali limitazioni».

 

Ad esempio?

«Non si parla più di morte, ma di addio. Non si parla più di malattia, nascondendola dietro il diritto alla salute. Siamo invitati a riconoscerci come illimitati e onnipotenti, diventiamo così disumani. L’umanità invece sta nella cura, nel prenderci cura di noi stessi e degli altri».

 

In che modo?

«Lo Stato dovrebbe in tutti i modi sostenere le cure palliative, le terapie del dolore, aiutare attraverso una presenza infermieristica costante le famiglie segnate dalla drammatica realtà di malati inguaribili. Dobbiamo riscoprire il valore di ogni esistenza, anche la più tormentata».

 

E chi non sopporta più quei tormenti?

« Be’, questo non significa giudicare il dramma di chi vive, magari da anni, assistendo un proprio caro e non ce la fa più e neppure quello di chi desidera morire, stremato dalle lunghe prove».

 

Teme che il referendum promosso dai radicali, che mira alla parziale abrogazione del reato di omicidio del consenziente, sia il primo passo in direzione di una legge sull’eutanasia basata sui modelli di alcuni Paesi nordeuropei, come Belgio e Olanda?

«Autorevoli uomini del diritto come Giovanni Maria Flick e Luciano Luciano Violante hanno sostenuto che una legislazione che vorrebbe affrontare alcune problematiche singole finisce sempre per riconoscere dei diritti universali».

 

Quindi?

«Se noi diamo all’uomo il diritto di uccidere non potremmo più fermare la catena delle morti.

Perché allora combattere la pena di morte? Perché combattere la violenza sulle donne? Tutte lotte sacrosante, ma che possono trovare la loro giustificazione e forza soltanto in una legislazione che riconosca il valore sacro di ogni vita».

 

La nostra civiltà lo sta perdendo di vista?

«La civiltà borghese è una civiltà schizofrenica, rivendica i diritti di tutti tranne che di coloro che creano problemi. Ripeto: la strada deve essere quella del sostenere in ogni modo chi è in difficoltà, altrimenti si ricade nella barbarie che consiste nell’eliminare chi si pone come ostacolo alla nostra quiete. È la stessa ragione per cui siamo caduti nell’inverno demografico».

 

Teme, in definitiva, che l’eutanasia cominci a essere applicata ai casi in cui pare davvero più ragionevole concedere un aiuto a morire – i malati di cancro o i tetraplegici – per trasformarsi poi nella soppressione di persone affette da profonde depressioni, ma non invalide né allo stadio terminale?

«Temo purtroppo che sia così».

 

Nella Chiesa avverte un unanime desiderio di dare battaglia contro queste derive etiche? O crede che certe correnti progressiste finiscano per fare il gioco della cultura nichilista?

«Ritengo che nella Chiesa di oggi ci sia poca attenzione alle tragiche derive culturali del nostro tempo » .

 

Sì?

«Non si tratta tanto di fare battaglie, quanto di prendere coscienza della tragica svolta antropologica e di ricominciare a tessere, a partire dall’educazione dei più piccoli, l’alfabeto dell’umano che abbiamo quasi completamente dimenticato».

 

Qualcosa si è incrinato nella capacità della Chiesa di parlare a questo mondo: nel 2005 i cattolici furono capaci di neutralizzare il referendum sulla fecondazione assistita, oggi è già tanto se si riuscirà a rinviare ancora l’approvazione del ddl Zan. Cos’è successo?

«La mentalità mondana è penetrata profondamente nella Chiesa. Ma questo è accaduto in ogni epoca della storia, in forme diverse. Questa sì, è una battaglia continua: contro lo spirito del mondo che vuole distruggere l’uomo riducendolo a una macchina al servizio dei potenti».

 

Come si può rimediare ?

«Sono fondamentali una predicazione e un insegnamento che non dimentichino le verità fondamentali della vita presente e futura, dell’uomo come creatura, del peccato e della salvezza. Questo non riguarda soltanto i credenti. Il peccato e la salvezza riguardano tutti».

 

 

Giornata mondiale dell’acqua, il Papa: un dono, non una merce. Di Cecilia Seppia

Per noi credenti, “sorella acqua” non è una merce: è un simbolo universale ed è fonte di vita e di salute. Troppi fratelli, tanti, tanti fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata! È necessario assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici. Ringrazio e incoraggio quanti, con diverse professionalità e responsabilità, lavorano per questo scopo così importante. Penso per esempio all’Università dell’Acqua, nella mia patria,  a coloro che lavorano per portarla avanti e per far capire l’importanza dell’acqua. Grazie tante a voi argentini che lavorate in questa Università dell’Acqua”. Così Papa Francesco dopo l’Angelus ricordando che domani ricorre la Giornata mondiale dell’Acqua.

Oltre 2 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile

Quello per l’acqua è un grido che si propaga attraverso la stampa, i media, corre sul web, invade i social, illumina di blu i monumenti, in mancanza di iniziative e manifestazioni pubbliche, vietate a causa della pandemia di Covid-19. Ed è un grido che tutti, governi in primis, hanno il dovere di ascoltare, come non si stanca di ripetere il Pontefice. L’acqua, al centro della Giornata mondiale, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, quest’anno dal titolo “Valuing Water”,  manca infatti in ancora tante, troppe aree del mondo penalizzando i più poveri. Sono infatti oltre 2,2 miliardi le persone che non hanno accesso all’acqua potabile e 4,2 miliardi quelle che non dispongono di servizi igienico-sanitari, gestiti in modo sicuro. Inoltre, se l’uso dell’acqua è aumentato di sei volte nel secolo scorso e cresce oggi al ritmo di circa l’1 per cento l’anno, si stima che il cambiamento climatico e la crescente frequenza di eventi estremi, come tempeste, inondazioni e siccità, aggraverà la situazione nei Paesi che già soffrono di ‘stress idrici’.

L’iniziativa del Dicastero vaticano

In occasione di questa ricorrenza, il Dicastero per  il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha organizzato da domani fino al 26 marzo una serie di dialoghi pubblici: si tratta di cinque webinar con uno scopo informativo e animati dal desiderio di promuovere una collaborazione interdisciplinare. Relatori provenienti da congregazioni religiose, varie strutture della Chiesa e organizzazioni internazionali o regionali, condivideranno le loro riflessioni e testimonianze sui temi di “Aqua fons vitae”, documento pubblicato lo scorso anno dal Dicastero stesso, che è radicato negli insegnamenti sociali dei Papi e attinge al lavoro dei missionari e dei membri della Chiesa in contesti difficili, oltre che ai rapporti  tecnici delle Nazioni Unite, dell’Ocse e della società civile.

Dialogo e azione

In particolare “Acqua fons vitae” descrive tre aspetti dell’acqua che serviranno da spunto ai webinar in questa settimana:  primo, l’acqua come risorsa per l’uso personale, un diritto che comprende anche i servizi igienici;  poi l’acqua come risorsa utilizzata in molte attività dell’uomo, soprattutto l’agricoltura e l’industria; infine l’acqua come superficie, cioè fiumi, acque sotterranee, laghi e soprattutto mari e oceani. La parte iniziale del documento sollecita inoltre il riconoscimento dei molteplici valori dell’acqua: quello religioso, socio-culturale ed estetico, quello istituzionale e di pace, e infine un valore economico. “E’ necessaria una determinazione, una volontà degli stati per raggiungere al più presto questo obiettivo, per far sì che l’accesso all’acqua e ai servizi igienici, consenta poi di accedere ad altri diritti”, dice a Vatican News Tebaldo Vinciguerra, incaricato delle questioni di acqua del Dicastero ribadendo come la via del dialogo e della collaborazione tra Chiesa e istituzioni sia fondamentale non solo per sensibilizzare sull’argomento, ma per realizzare progetti e opere a beneficio della popolazione.

R. – L’acqua, bene primario non è di tutti, è vero! Perciò è importante cogliere questa giornata che le Nazioni Unite hanno deciso di celebrare utilizzando quest’anno lo slogan “Il valore dell’acqua”. E le assicuro che chi non ha l’acqua per cucinare, per l’igiene personale, ma anche per essere curato in ospedale adeguatamente, capisce benissimo il valore dell’acqua. Più di 2 miliardi di persone, ad oggi hanno qualche tipo di problema ad un accesso regolare in quantità e qualità adeguato di acqua potabile, e più o meno 4 miliardi di persone hanno un problema per quanto concerne i servizi igienici, stando alle cifre delle Nazioni Unite; oltre 600 milioni di persone praticano la defecazione all’aria aperta. Abbiamo una visione forse molto bella, troppo idilliaca di lavori svolti dalle suore, missionari, centri di salute, scuole cattoliche in zone particolarmente povere e svantaggiate. Quelle persone fanno sì lavori eccezionali, vanno ammirati ed aiutati, ma non sottostimiamo che anche lì dove la Chiesa è in prima linea, ci sono seri problemi collegati proprio all’acqua all’igiene, ai servizi, di cui nessuno parla. Dunque approfittiamo di questa giornata per mettere in visibilità un elemento troppo ignorato almeno da una parte dell’umanità, poiché l’accesso all’acqua, questo bene comune così prezioso, non va dato per scontato, non va dato per garantito.

L’acqua, come si legge nel documento che ispira questi webinar, ha diversi valori: un valore religioso, un valore sociale, economico, ma anche un valore istituzionale e di pace, perché lì dove manca l’acqua spesso viene meno anche la pace: lo abbiamo visto in tanti luoghi visitati  da Papa Francesco…

R. – E’ così ma di converso l’acqua esorta anche a creare ponti.  Alcuni suggeriscono che l’etimologia di “rivale” siano appunto le due comunità contrapposte sulle due rive, le due sponde di un fiume, e l’etimologia di Pontefice è invece “colui che va a proporre e stendere ponti”. Lì dove possiamo osservare la nascita di collaborazione intorno all’acqua, osserveremo anche la consuetudine al dialogo, la fiducia, la stima reciproca e talvolta anche la creazione di una “cabina di regia” che è un contributo fondamentale per la pace. Penso alla navigazione sul Danubio, penso ai tentativi di avere una commissione che gestisca il fiume Senegal. In alcune circostanze possiamo assistere alla volontà di determinati governi di lavorare in modo molto promettente tra di loro per la navigazione, per combattere l’inquinamento o anche per mantenere pulito un fiume o un lago. Di contro abbiamo anche tristi esempi di come risorse idriche comuni vengano sciupate, sfruttate, rovinate,  scompaiono, perché ciascuno fa il “freerider”, ciascuno fa i comodi suoi, senza preoccuparsi di curare il bene comune. È importantissimo allora vedere l’acqua come uno strumento, una causa di pace e avviare negoziati. Il sistema legislativo o giuridico da sempre si interessa all’acqua, quindi avere buone amministrazioni, una sana governance, che in sussidiarietà gestisca l’acqua pensando a tutti, pensando alle future generazioni e alla sostenibilità ambientale, questo è davvero un elemento importante per la pace, per la vita istituzionale e per la democrazia…

Siamo però ancora molto lontani dal raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030…

R. – Sì, ci sono stati severi avvertimenti dalle Nazioni Unite: “We are not on track”, noi non siamo avviati verso il raggiungimento dell’obiettivo concernente l’accesso all’acqua per tutti e ai servizi igienici entro il 2030, e questo è molto preoccupante. E’ imbarazzante per l’umanità del 21esimo secolo avere queste disuguaglianze drammatiche tra chi può accedere a tutta l’acqua che vuole anche importandola e purificandola attraverso meccanismi sofisticati e costosi, anche utilizzandola per lo svago e lo spreco da una parte e chi dall’altra parte stenta ad avere il minimo necessario per sopravvivere e la responsabilità degli Stati in questo è fondamentale.  E’ necessaria una determinazione, una volontà per far sì che veramente questo obiettivo diventi una priorità. Per far sì che l’accesso all’acqua e ai servizi igienici, consenta poi di accedere ad altri diritti. Che senso ha parlare di educazione o di diritto all’alimentazione o di diritto alle cure, se c’è il problema dell’accesso all’acqua e ai servizi igienici? Che senso ha dire “lavatevi le mani” durante questa pandemia per contrastare il virus, se i vescovi dell’Africa e dell’America centrale ci dicono che troppo spesso la popolazione non riesce ad adottare le misure igieniche di base proprio per mancanza di acqua?

Il Papa più volte, in occasione di questa Giornata, ha rilanciato proprio l’appello alla coscienza universale affinché davvero l’acqua sia un bene di tutti. Diciamo che quello della cura del Creato, di cui l’acqua è elemento imprescindibile, è un tema che è molto caro al Santo Padre…

R. – E’ vero  ripetutamente il Santo Padre è intervenuto, sia in occasione di messaggi in ambito internazionale, sia in occasione di commenti più specifici per esempio Angelus e catechesi e non dimentichiamo il primo fortissimo capitolo dell’Enciclica “Laudato Si’. L’acqua infine è citata una sola volta in “Fratelli tutti” ma esorto davvero a leggere quella bellissima citazione e di come il Papa utilizza questo elemento per sottolineare appunto il livello di consapevolezza e di umanità che ciascuno di noi è chiamato a raggiungere nell’aver cura del prossimo, nell’aver cura delle future generazioni (“Quando parliamo di avere cura della casa comune che è il pianeta, ci appelliamo a quel minimo di coscienza universale e di preoccupazione per la cura reciproca che ancora può rimanere nelle persone. Infatti, se qualcuno possiede acqua in avanzo, e tuttavia la conserva pensando all’umanità, è perché ha raggiunto un livello morale che gli permette di andare oltre sé stesso e il proprio gruppo di appartenenza. Ciò è meravigliosamente umano! Questo stesso atteggiamento è quello che si richiede per riconoscere i diritti di ogni essere umano, benché sia nato al di là delle proprie frontiere” Papa Francesco). I temi di cui parliamo sono intimamente collegati allo sviluppo umano integrale poiché affrontiamo questioni di legalità, di buona politica, di economia, di sostenibilità, appunto economica dei progetti, ci interroghiamo sulla corruzione sull’inquinamento, sulla disponibilità di energia per le operazioni idriche, parliamo di alimentazione, di salute, e il Dicastero sta lavorando molto proprio sulle questioni di acqua, igiene e gabinetti, nei centri di salute della Chiesa. Serve questa visione integrale, su questo hanno insistito le Nazioni Unite in questi ultimi anni, ma penso che la Chiesa con la sua preoccupazione per lo sviluppo umano, con la sua presenza in tanti Paesi, in tante opere educative e con il l’impegno delle famiglie dei religiosi della rete Caritas, delle sue università anche, possa fare moltissimo.

(Fonte:https://www.vaticannews.va)

Don Nicola Bux: “Signore, fa’ che il papa e i vescovi non seguano la chimera del mondo nuovo”

(www.aldomariavalli.it) In vista delle festività di fine anno, don Nicola Bux ha inviato per tutti gli amici di Duc in altum una riflessione in forma di preghiera.

***

O Signore Gesù, mio Salvatore, fa’ che la tua venuta, antica e sempre nuova, accresca nella Chiesa la fede in te e non nel progresso del mondo che mette da parte e persino sostituisce le cose ultime che ci aspettano: morte, giudizio, inferno o paradiso. Facci comprendere che la promessa di felicità è legata a quelle e non a questo mondo, perché il tuo regno non è di questo mondo.

Le scienze non hanno migliorato la condizione del mondo e non hanno portato in terra il paradiso; i sistemi totalitari, che lo promettevano con la loro ideologia, sono falliti. Anche i tentativi attuali di costruire il futuro sotto il nome di Nuovo Ordine Mondiale, espressi in modo sempre più evidente nell’Onu, sono un inganno, perché fissano i limiti del benessere raccontando che le risorse  stanno esaurendosi e raccomandando di non preoccuparsi di coloro che non sono più produttivi o che non possono più sperare in una determinata qualità della vita. Tu che sei del mondo il Creatore e il Signore, potresti mai permetterlo?

Pertanto, ti supplico, apri gli occhi agli uomini di Chiesa, a cominciare dalla Gerarchia, affinché si accorgano che questa nuova ideologia, non propone agli uomini il sacrificio necessario per raggiungere un benessere generale, bensì una strategia per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che taluni hanno raggiunto.

Ti prego ora per la donna, alla quale nei Vangeli ti sei rivolto con questo straordinario nome: falle comprendere che la sua autorealizzazione non è ostacolata dalla famiglia e dalla maternità, che anzi costituiscono la sua specificità femminile, che non si può annullare di fronte all’ideologia di un essere umano indistinto e uniforme. Aiutala, o Signore, a non aver paura di essere madre, come ha fatto la tua Madre Maria, perché il figlio che nasce non è una minaccia per il suo io e per il suo libero sviluppo, e comprenda che nel momento in cui le viene sconsigliato di amare, le viene impedito di essere donna.

Fa’ che il papa e i vescovi non seguano la chimera di un mondo nuovo, ma aiutino i cristiani prima di altri ad alzare la voce. Così saranno davvero profetici, perché parleranno in faccia al mondo. Come possono, infatti, essere rispettati e promossi i diritti dei più poveri quando l’uomo è in preda alla gelosia, all’angoscia, alla paura e persino all’odio? Come possono le pratiche abominevoli e contraddittorie, che da un lato pretendono e dall’altro rifiutano la vita (sterilizzazione, aborto, contraccezione sistematica, utero in affitto, eutanasia) restituire la gioia di vivere e di amare?

Dona, dunque, o Signore Gesù, ai laici cristiani di lottare in maniera risoluta contro questo pseudo-nuovo umanesimo, senza distogliere lo sguardo dalla vita eterna, che conferisce all’esistenza terrena la sua responsabilità, la sua grandezza e la sua dignità. Sono i tratti fondamentali da te fissati, dell’immagine cristiana dell’uomo, il contenuto concreto, politicamente realistico e realizzabile, spesso espresso dal papa Giovanni Paolo II, di una “civiltà della verità e dell’amore”.

Questo è l’antico e sempre nuovo ordine del mondo, in una parola, la pace, che tu, o Gesù Cristo mio Signore, porti con la tua venuta a tutti gli uomini di buona volontà, non senza l’ausilio di Maria tua Madre.

Amen.

Nicola Bux

L’esproprio proletario di Bergoglio

(Fonte: loccidentale.it) Se i più papisti del Papa pensavano che le preoccupazioni seguìte all’enciclica “Fratelli tutti” su una serie di aspetti, e fra questi la critica al concetto di proprietà privata, fossero le solite operazioni false e tendenziose dei cattolici non allineati alla Revolucion bergogliana, eccoli serviti. In un messaggio alla Conferenza internazionale dei giudici membri dei Comitati per i diritti sociali di Africa e America, Francesco lo ribadisce chiaro e tondo. Anzi, per restare in tema, papale papale: “Costruiamo la giustizia sociale sulla base del fatto che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata”. Per Bergoglio, “il diritto alla proprietà è un diritto naturale secondario derivato dai diritti di cui tutti sono titolari, scaturito dai beni creati. Non vi è giustizia sociale in grado di affrontare l’iniquità che presupponga la concentrazione della ricchezza”.

Affermazioni assai scivolose, soprattutto se inquadrate nel contesto di un discorso che così esorta i giudici dei Comitati per i diritti sociali dei due continenti: “Nessuna sentenza può essere giusta, nessuna legge legittima se ciò che generano è più disuguaglianza”. Con tanto di invito finale a lottare “contro quanti negano i diritti sociali e lavorativi. Lottando contro quella cultura che porta a usare gli altri, a schiavizzare gli altri e finisce col togliere la dignità agli altri”.

Al netto di ovvietà come il rifiuto della schiavizzazione e della negazione dei diritti, che difficilmente potrebbero essere non condivise, un approccio per metà da socialismo reale in salsa sovietica e per metà da madurismo venezuelano, che alla valorizzazione dei talenti e all’etica del lavoro e della fatica quale strumento di realizzazione personale sembra preferire un rivendicazionismo redistributivo che come modello economico non ha fin qui dato grande prova di sé. Come proprio la storia di quel terzo mondo al quale Bergoglio si rivolge e al quale sembra guardare quasi come fonte di ispirazione dovrebbe invece dimostrare.

Insomma, dopo la patrimoniale di cui si sente parlare in casa nostra, l’esproprio proletario. Un passo avanti verso quella “Francesconomics” i cui contorni sono sempre più chiari e della quale ci occuperemo più diffusamente nei prossimi giorni. Intanto limitiamoci a rispondere attraverso la Dottrina sociale della Chiesa e la miliare enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII, rifacendoci alle osservazioni formulate su questo giornale dal professor Stefano Fontana a commento della “Fratelli tutti”.

Per quanto riguarda la concezione di disuguaglianza e inequità che per Francesco è la causa di tutti i mali, “quando la disuguaglianza è frutto dell’ingiustizia – scrive Fontana – va combattuta come ingiustizia. Ma quando la disuguaglianza è frutto o della natura o dell’impegno personale allora è una ricchezza per tutti. Anche la Rerum novarum di Leone XIII lo diceva, mettendo in guardia dalle utopie egualitariste che producono danni infinitamente maggiori di quelli che vorrebbero evitare. C’è il rischio che dalla valutazione della proprietà privata che papa Francesco esprime nell’enciclica derivino forme di statalismo populista, di pauperismo egualitario, di assistenzialismo deprimente. Bisognerebbe tornare a parlare di giustizia e non di diseguaglianza, ma per farlo bisogna superare le insufficienti dottrine moderne dell’equità (come per esempio Rawls) per tornare al concetto denso di bene comune”.
Quanto invece alle considerazioni critiche sulla proprietà privata, già formulate nella “Fratelli tutti”, la Dottrina sociale della Chiesa – ricorda il professore “ha sempre difeso il diritto naturale alla proprietà privata, frutto del lavoro, garanzia di vera libertà, tutela della famiglia, fattore propulsore dell’economia perché, diceva Leone XIII, uno si impegna di più sul suo che in quello degli altri. Il diritto naturale alla proprietà privata non contrasta con l’altro principio della destinazione universale dei beni e non ne è sottoposto e condizionato, come sembra sostenere papa Francesco. Sono sullo stesso piano o, si può dire, sono lo stesso principio. Infatti c’è un unico modo per realizzare in modo giusto e naturale la destinazione universale dei beni: diffondere la proprietà privata, che va ampliata e non ridotta, esaltata e non vilipesa, convenientemente valorizzata da un contesto etico e culturale veramente umano, ma non ridotta a questione marginale di una economia centralizzata”.

Più chiaro di così…

Articolo di Idefix