Chiesa in Italia

Giornata mondiale dell’acqua, il Papa: un dono, non una merce. Di Cecilia Seppia

Per noi credenti, “sorella acqua” non è una merce: è un simbolo universale ed è fonte di vita e di salute. Troppi fratelli, tanti, tanti fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata! È necessario assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici. Ringrazio e incoraggio quanti, con diverse professionalità e responsabilità, lavorano per questo scopo così importante. Penso per esempio all’Università dell’Acqua, nella mia patria,  a coloro che lavorano per portarla avanti e per far capire l’importanza dell’acqua. Grazie tante a voi argentini che lavorate in questa Università dell’Acqua”. Così Papa Francesco dopo l’Angelus ricordando che domani ricorre la Giornata mondiale dell’Acqua.

Oltre 2 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile

Quello per l’acqua è un grido che si propaga attraverso la stampa, i media, corre sul web, invade i social, illumina di blu i monumenti, in mancanza di iniziative e manifestazioni pubbliche, vietate a causa della pandemia di Covid-19. Ed è un grido che tutti, governi in primis, hanno il dovere di ascoltare, come non si stanca di ripetere il Pontefice. L’acqua, al centro della Giornata mondiale, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, quest’anno dal titolo “Valuing Water”,  manca infatti in ancora tante, troppe aree del mondo penalizzando i più poveri. Sono infatti oltre 2,2 miliardi le persone che non hanno accesso all’acqua potabile e 4,2 miliardi quelle che non dispongono di servizi igienico-sanitari, gestiti in modo sicuro. Inoltre, se l’uso dell’acqua è aumentato di sei volte nel secolo scorso e cresce oggi al ritmo di circa l’1 per cento l’anno, si stima che il cambiamento climatico e la crescente frequenza di eventi estremi, come tempeste, inondazioni e siccità, aggraverà la situazione nei Paesi che già soffrono di ‘stress idrici’.

L’iniziativa del Dicastero vaticano

In occasione di questa ricorrenza, il Dicastero per  il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha organizzato da domani fino al 26 marzo una serie di dialoghi pubblici: si tratta di cinque webinar con uno scopo informativo e animati dal desiderio di promuovere una collaborazione interdisciplinare. Relatori provenienti da congregazioni religiose, varie strutture della Chiesa e organizzazioni internazionali o regionali, condivideranno le loro riflessioni e testimonianze sui temi di “Aqua fons vitae”, documento pubblicato lo scorso anno dal Dicastero stesso, che è radicato negli insegnamenti sociali dei Papi e attinge al lavoro dei missionari e dei membri della Chiesa in contesti difficili, oltre che ai rapporti  tecnici delle Nazioni Unite, dell’Ocse e della società civile.

Dialogo e azione

In particolare “Acqua fons vitae” descrive tre aspetti dell’acqua che serviranno da spunto ai webinar in questa settimana:  primo, l’acqua come risorsa per l’uso personale, un diritto che comprende anche i servizi igienici;  poi l’acqua come risorsa utilizzata in molte attività dell’uomo, soprattutto l’agricoltura e l’industria; infine l’acqua come superficie, cioè fiumi, acque sotterranee, laghi e soprattutto mari e oceani. La parte iniziale del documento sollecita inoltre il riconoscimento dei molteplici valori dell’acqua: quello religioso, socio-culturale ed estetico, quello istituzionale e di pace, e infine un valore economico. “E’ necessaria una determinazione, una volontà degli stati per raggiungere al più presto questo obiettivo, per far sì che l’accesso all’acqua e ai servizi igienici, consenta poi di accedere ad altri diritti”, dice a Vatican News Tebaldo Vinciguerra, incaricato delle questioni di acqua del Dicastero ribadendo come la via del dialogo e della collaborazione tra Chiesa e istituzioni sia fondamentale non solo per sensibilizzare sull’argomento, ma per realizzare progetti e opere a beneficio della popolazione.

R. – L’acqua, bene primario non è di tutti, è vero! Perciò è importante cogliere questa giornata che le Nazioni Unite hanno deciso di celebrare utilizzando quest’anno lo slogan “Il valore dell’acqua”. E le assicuro che chi non ha l’acqua per cucinare, per l’igiene personale, ma anche per essere curato in ospedale adeguatamente, capisce benissimo il valore dell’acqua. Più di 2 miliardi di persone, ad oggi hanno qualche tipo di problema ad un accesso regolare in quantità e qualità adeguato di acqua potabile, e più o meno 4 miliardi di persone hanno un problema per quanto concerne i servizi igienici, stando alle cifre delle Nazioni Unite; oltre 600 milioni di persone praticano la defecazione all’aria aperta. Abbiamo una visione forse molto bella, troppo idilliaca di lavori svolti dalle suore, missionari, centri di salute, scuole cattoliche in zone particolarmente povere e svantaggiate. Quelle persone fanno sì lavori eccezionali, vanno ammirati ed aiutati, ma non sottostimiamo che anche lì dove la Chiesa è in prima linea, ci sono seri problemi collegati proprio all’acqua all’igiene, ai servizi, di cui nessuno parla. Dunque approfittiamo di questa giornata per mettere in visibilità un elemento troppo ignorato almeno da una parte dell’umanità, poiché l’accesso all’acqua, questo bene comune così prezioso, non va dato per scontato, non va dato per garantito.

L’acqua, come si legge nel documento che ispira questi webinar, ha diversi valori: un valore religioso, un valore sociale, economico, ma anche un valore istituzionale e di pace, perché lì dove manca l’acqua spesso viene meno anche la pace: lo abbiamo visto in tanti luoghi visitati  da Papa Francesco…

R. – E’ così ma di converso l’acqua esorta anche a creare ponti.  Alcuni suggeriscono che l’etimologia di “rivale” siano appunto le due comunità contrapposte sulle due rive, le due sponde di un fiume, e l’etimologia di Pontefice è invece “colui che va a proporre e stendere ponti”. Lì dove possiamo osservare la nascita di collaborazione intorno all’acqua, osserveremo anche la consuetudine al dialogo, la fiducia, la stima reciproca e talvolta anche la creazione di una “cabina di regia” che è un contributo fondamentale per la pace. Penso alla navigazione sul Danubio, penso ai tentativi di avere una commissione che gestisca il fiume Senegal. In alcune circostanze possiamo assistere alla volontà di determinati governi di lavorare in modo molto promettente tra di loro per la navigazione, per combattere l’inquinamento o anche per mantenere pulito un fiume o un lago. Di contro abbiamo anche tristi esempi di come risorse idriche comuni vengano sciupate, sfruttate, rovinate,  scompaiono, perché ciascuno fa il “freerider”, ciascuno fa i comodi suoi, senza preoccuparsi di curare il bene comune. È importantissimo allora vedere l’acqua come uno strumento, una causa di pace e avviare negoziati. Il sistema legislativo o giuridico da sempre si interessa all’acqua, quindi avere buone amministrazioni, una sana governance, che in sussidiarietà gestisca l’acqua pensando a tutti, pensando alle future generazioni e alla sostenibilità ambientale, questo è davvero un elemento importante per la pace, per la vita istituzionale e per la democrazia…

Siamo però ancora molto lontani dal raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030…

R. – Sì, ci sono stati severi avvertimenti dalle Nazioni Unite: “We are not on track”, noi non siamo avviati verso il raggiungimento dell’obiettivo concernente l’accesso all’acqua per tutti e ai servizi igienici entro il 2030, e questo è molto preoccupante. E’ imbarazzante per l’umanità del 21esimo secolo avere queste disuguaglianze drammatiche tra chi può accedere a tutta l’acqua che vuole anche importandola e purificandola attraverso meccanismi sofisticati e costosi, anche utilizzandola per lo svago e lo spreco da una parte e chi dall’altra parte stenta ad avere il minimo necessario per sopravvivere e la responsabilità degli Stati in questo è fondamentale.  E’ necessaria una determinazione, una volontà per far sì che veramente questo obiettivo diventi una priorità. Per far sì che l’accesso all’acqua e ai servizi igienici, consenta poi di accedere ad altri diritti. Che senso ha parlare di educazione o di diritto all’alimentazione o di diritto alle cure, se c’è il problema dell’accesso all’acqua e ai servizi igienici? Che senso ha dire “lavatevi le mani” durante questa pandemia per contrastare il virus, se i vescovi dell’Africa e dell’America centrale ci dicono che troppo spesso la popolazione non riesce ad adottare le misure igieniche di base proprio per mancanza di acqua?

Il Papa più volte, in occasione di questa Giornata, ha rilanciato proprio l’appello alla coscienza universale affinché davvero l’acqua sia un bene di tutti. Diciamo che quello della cura del Creato, di cui l’acqua è elemento imprescindibile, è un tema che è molto caro al Santo Padre…

R. – E’ vero  ripetutamente il Santo Padre è intervenuto, sia in occasione di messaggi in ambito internazionale, sia in occasione di commenti più specifici per esempio Angelus e catechesi e non dimentichiamo il primo fortissimo capitolo dell’Enciclica “Laudato Si’. L’acqua infine è citata una sola volta in “Fratelli tutti” ma esorto davvero a leggere quella bellissima citazione e di come il Papa utilizza questo elemento per sottolineare appunto il livello di consapevolezza e di umanità che ciascuno di noi è chiamato a raggiungere nell’aver cura del prossimo, nell’aver cura delle future generazioni (“Quando parliamo di avere cura della casa comune che è il pianeta, ci appelliamo a quel minimo di coscienza universale e di preoccupazione per la cura reciproca che ancora può rimanere nelle persone. Infatti, se qualcuno possiede acqua in avanzo, e tuttavia la conserva pensando all’umanità, è perché ha raggiunto un livello morale che gli permette di andare oltre sé stesso e il proprio gruppo di appartenenza. Ciò è meravigliosamente umano! Questo stesso atteggiamento è quello che si richiede per riconoscere i diritti di ogni essere umano, benché sia nato al di là delle proprie frontiere” Papa Francesco). I temi di cui parliamo sono intimamente collegati allo sviluppo umano integrale poiché affrontiamo questioni di legalità, di buona politica, di economia, di sostenibilità, appunto economica dei progetti, ci interroghiamo sulla corruzione sull’inquinamento, sulla disponibilità di energia per le operazioni idriche, parliamo di alimentazione, di salute, e il Dicastero sta lavorando molto proprio sulle questioni di acqua, igiene e gabinetti, nei centri di salute della Chiesa. Serve questa visione integrale, su questo hanno insistito le Nazioni Unite in questi ultimi anni, ma penso che la Chiesa con la sua preoccupazione per lo sviluppo umano, con la sua presenza in tanti Paesi, in tante opere educative e con il l’impegno delle famiglie dei religiosi della rete Caritas, delle sue università anche, possa fare moltissimo.

(Fonte:https://www.vaticannews.va)

Don Nicola Bux: “Signore, fa’ che il papa e i vescovi non seguano la chimera del mondo nuovo”

(www.aldomariavalli.it) In vista delle festività di fine anno, don Nicola Bux ha inviato per tutti gli amici di Duc in altum una riflessione in forma di preghiera.

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O Signore Gesù, mio Salvatore, fa’ che la tua venuta, antica e sempre nuova, accresca nella Chiesa la fede in te e non nel progresso del mondo che mette da parte e persino sostituisce le cose ultime che ci aspettano: morte, giudizio, inferno o paradiso. Facci comprendere che la promessa di felicità è legata a quelle e non a questo mondo, perché il tuo regno non è di questo mondo.

Le scienze non hanno migliorato la condizione del mondo e non hanno portato in terra il paradiso; i sistemi totalitari, che lo promettevano con la loro ideologia, sono falliti. Anche i tentativi attuali di costruire il futuro sotto il nome di Nuovo Ordine Mondiale, espressi in modo sempre più evidente nell’Onu, sono un inganno, perché fissano i limiti del benessere raccontando che le risorse  stanno esaurendosi e raccomandando di non preoccuparsi di coloro che non sono più produttivi o che non possono più sperare in una determinata qualità della vita. Tu che sei del mondo il Creatore e il Signore, potresti mai permetterlo?

Pertanto, ti supplico, apri gli occhi agli uomini di Chiesa, a cominciare dalla Gerarchia, affinché si accorgano che questa nuova ideologia, non propone agli uomini il sacrificio necessario per raggiungere un benessere generale, bensì una strategia per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che taluni hanno raggiunto.

Ti prego ora per la donna, alla quale nei Vangeli ti sei rivolto con questo straordinario nome: falle comprendere che la sua autorealizzazione non è ostacolata dalla famiglia e dalla maternità, che anzi costituiscono la sua specificità femminile, che non si può annullare di fronte all’ideologia di un essere umano indistinto e uniforme. Aiutala, o Signore, a non aver paura di essere madre, come ha fatto la tua Madre Maria, perché il figlio che nasce non è una minaccia per il suo io e per il suo libero sviluppo, e comprenda che nel momento in cui le viene sconsigliato di amare, le viene impedito di essere donna.

Fa’ che il papa e i vescovi non seguano la chimera di un mondo nuovo, ma aiutino i cristiani prima di altri ad alzare la voce. Così saranno davvero profetici, perché parleranno in faccia al mondo. Come possono, infatti, essere rispettati e promossi i diritti dei più poveri quando l’uomo è in preda alla gelosia, all’angoscia, alla paura e persino all’odio? Come possono le pratiche abominevoli e contraddittorie, che da un lato pretendono e dall’altro rifiutano la vita (sterilizzazione, aborto, contraccezione sistematica, utero in affitto, eutanasia) restituire la gioia di vivere e di amare?

Dona, dunque, o Signore Gesù, ai laici cristiani di lottare in maniera risoluta contro questo pseudo-nuovo umanesimo, senza distogliere lo sguardo dalla vita eterna, che conferisce all’esistenza terrena la sua responsabilità, la sua grandezza e la sua dignità. Sono i tratti fondamentali da te fissati, dell’immagine cristiana dell’uomo, il contenuto concreto, politicamente realistico e realizzabile, spesso espresso dal papa Giovanni Paolo II, di una “civiltà della verità e dell’amore”.

Questo è l’antico e sempre nuovo ordine del mondo, in una parola, la pace, che tu, o Gesù Cristo mio Signore, porti con la tua venuta a tutti gli uomini di buona volontà, non senza l’ausilio di Maria tua Madre.

Amen.

Nicola Bux

L’esproprio proletario di Bergoglio

(Fonte: loccidentale.it) Se i più papisti del Papa pensavano che le preoccupazioni seguìte all’enciclica “Fratelli tutti” su una serie di aspetti, e fra questi la critica al concetto di proprietà privata, fossero le solite operazioni false e tendenziose dei cattolici non allineati alla Revolucion bergogliana, eccoli serviti. In un messaggio alla Conferenza internazionale dei giudici membri dei Comitati per i diritti sociali di Africa e America, Francesco lo ribadisce chiaro e tondo. Anzi, per restare in tema, papale papale: “Costruiamo la giustizia sociale sulla base del fatto che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata”. Per Bergoglio, “il diritto alla proprietà è un diritto naturale secondario derivato dai diritti di cui tutti sono titolari, scaturito dai beni creati. Non vi è giustizia sociale in grado di affrontare l’iniquità che presupponga la concentrazione della ricchezza”.

Affermazioni assai scivolose, soprattutto se inquadrate nel contesto di un discorso che così esorta i giudici dei Comitati per i diritti sociali dei due continenti: “Nessuna sentenza può essere giusta, nessuna legge legittima se ciò che generano è più disuguaglianza”. Con tanto di invito finale a lottare “contro quanti negano i diritti sociali e lavorativi. Lottando contro quella cultura che porta a usare gli altri, a schiavizzare gli altri e finisce col togliere la dignità agli altri”.

Al netto di ovvietà come il rifiuto della schiavizzazione e della negazione dei diritti, che difficilmente potrebbero essere non condivise, un approccio per metà da socialismo reale in salsa sovietica e per metà da madurismo venezuelano, che alla valorizzazione dei talenti e all’etica del lavoro e della fatica quale strumento di realizzazione personale sembra preferire un rivendicazionismo redistributivo che come modello economico non ha fin qui dato grande prova di sé. Come proprio la storia di quel terzo mondo al quale Bergoglio si rivolge e al quale sembra guardare quasi come fonte di ispirazione dovrebbe invece dimostrare.

Insomma, dopo la patrimoniale di cui si sente parlare in casa nostra, l’esproprio proletario. Un passo avanti verso quella “Francesconomics” i cui contorni sono sempre più chiari e della quale ci occuperemo più diffusamente nei prossimi giorni. Intanto limitiamoci a rispondere attraverso la Dottrina sociale della Chiesa e la miliare enciclica “Rerum Novarum” di Leone XIII, rifacendoci alle osservazioni formulate su questo giornale dal professor Stefano Fontana a commento della “Fratelli tutti”.

Per quanto riguarda la concezione di disuguaglianza e inequità che per Francesco è la causa di tutti i mali, “quando la disuguaglianza è frutto dell’ingiustizia – scrive Fontana – va combattuta come ingiustizia. Ma quando la disuguaglianza è frutto o della natura o dell’impegno personale allora è una ricchezza per tutti. Anche la Rerum novarum di Leone XIII lo diceva, mettendo in guardia dalle utopie egualitariste che producono danni infinitamente maggiori di quelli che vorrebbero evitare. C’è il rischio che dalla valutazione della proprietà privata che papa Francesco esprime nell’enciclica derivino forme di statalismo populista, di pauperismo egualitario, di assistenzialismo deprimente. Bisognerebbe tornare a parlare di giustizia e non di diseguaglianza, ma per farlo bisogna superare le insufficienti dottrine moderne dell’equità (come per esempio Rawls) per tornare al concetto denso di bene comune”.
Quanto invece alle considerazioni critiche sulla proprietà privata, già formulate nella “Fratelli tutti”, la Dottrina sociale della Chiesa – ricorda il professore “ha sempre difeso il diritto naturale alla proprietà privata, frutto del lavoro, garanzia di vera libertà, tutela della famiglia, fattore propulsore dell’economia perché, diceva Leone XIII, uno si impegna di più sul suo che in quello degli altri. Il diritto naturale alla proprietà privata non contrasta con l’altro principio della destinazione universale dei beni e non ne è sottoposto e condizionato, come sembra sostenere papa Francesco. Sono sullo stesso piano o, si può dire, sono lo stesso principio. Infatti c’è un unico modo per realizzare in modo giusto e naturale la destinazione universale dei beni: diffondere la proprietà privata, che va ampliata e non ridotta, esaltata e non vilipesa, convenientemente valorizzata da un contesto etico e culturale veramente umano, ma non ridotta a questione marginale di una economia centralizzata”.

Più chiaro di così…

Articolo di Idefix

Vescovo denuncia una deriva anti-umana nella gestione di questa epidemia. Di Umberto Spiniello

Vescovo denuncia una deriva anti-umana nella gestione di questa epidemia

Di Umberto Spiniello

(www.informazionecattolica.it)

 

Nel dibattito in corso sulla pandemia spesso sentiamo ripetere dai nostri governanti che: “occorre una visione globale”, ma di quale visone si tratta?

Certo risulta difficile credere che si alluda ad una visione globale in materia di assistenza sanitaria nel nostro paese, dato che in alcuni casi sono le regioni che hanno sopperito alle mancanze del governo centrale, mettendo in atto politiche specifiche e mirate sul territorio. Inoltre anche considerando lo scenario europeo ogni nazione ha un contesto socio/sanitario differente. Anche la visione economica e del welfare nel nostro Paese non sembra essere frutto di una visione globale, data la disparità creata tra alcuni settori produttivi, ad esempio tra pubblico e privato, causata da assistenze finanziare insufficienti e norme inadeguate.

Forse quello che manca è proprio una visione globale sull’uomo e la vita.

In questo dibattito che vede coinvolta l’Europa ed il mondo, si inserisce Mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne in Francia. Mons. Aillet, già noto per le forti prese di posizioni in difesa della Libertas Ecclesiae nel suo Paese, ha rilasciato in questi giorni una lunga dichiarazione per la rivista diocesana Notre Eglise .

Alcuni passaggi sono degni di nota e rivelano una lucida analisi sul fine ultimo di ogni politica che si ponga come obbiettivo il bene comune:

“La paura, che si è impossessata di molte persone, è alimentata dal discorso ansiogeno e allarmista delle autorità, rilanciate dalla maggior parte dei grandi media. Ne deriva una difficoltà crescente a riflettere, una mancanza di reazione in rapporto agli eventi, un consenso quasi totale dei cittadini alla perdita di libertà fondamentali. In seno alla Chiesa, si osservano reazioni quanto meno inattese: coloro che denunciano sempre l’autoritarismo della gerarchia e contestano il magistero in modo sistematico, in particolare sui temi morali, si sottomettono oggi senza protestare allo Stato e sembrano aver perso ogni spirito critico, (…) La paura non è buona consigliera: essa conduce ad atteggiamenti sconsiderati, aizza le persone le une contro le altre, genera un clima di tensione o di violenza.”

In merito a questo particolare punto sarebbe interessante chiedere a mons. Aillet come giudica la recente dichiarazione di un noto ministro Italiano che si arroga il diritto di stabilire orari a norma covid per le celebrazioni della veglia natalizia!

Continua Aillet: “L’epidemia di Covid-19, è vero, ha causato soprattutto durante la prima ondata delle situazioni drammatiche e ha sfinito il personale sanitario. Ma come non relativizzare la sua gravità, guardando in modo prospettico gli altri disagi che troppo spesso vengono passati sotto silenzio? Ci sono innanzitutto le cifre, che vengono presentate come rivelatrici della gravità inedita della situazione: dopo il conteggio quotidiano dei decessi durante la prima ondata, c’è ora l’annuncio dei casi “positivi”, senza che si possa distinguere tra coloro che sono malati e coloro che non lo sono.”

Il vescovo francese denuncia una deriva anti-umana nella gestione di questa epidemia, frutto di una visione puramente materialistica della vita umana, dove non esistono vincoli morali o familiari, l’unico dato che conta è l’immanente e l’individualismo:

“Ci è voluto del tempo prima che si parlasse del trattamento disumano che è stato imposto nella case di riposo alle persone anziane, talvolta chiuse a chiave nelle loro stanze, con il divieto di ricevere visite dai familiari: le testimonianze sui problemi psicologici e i decessi prematuri dei nostri anziani abbondano. Si parla poco dell’aumento degli stati depressivi in soggetti non predisposti: gli ospedali psichiatrici sono sovraccarichi, le sale d’attesa degli psicologi piene, segno che la sanità mentale dei francesi peggiora in modo inquietante e questo il ministero della Salute lo ha riconosciuto pubblicamente. Si denuncia un rischio di “eutanasia sociale”, quando si stima che 4 milioni di cittadini sono in una situazione di solitudine estrema, senza contare i milioni di francesi che, dal primo confinamento, sono scivolati al di sotto della soglia di povertà.”

Queste considerazioni risultano incontestabili specie alla luce delle recenti derive in zone come il nord Europa o il Canada, dove sempre più persone avendo perso non solo il potere economico ma anche la perdita di senso esistenziale, chiedono l’eutanasia piuttosto che vivere un lockdown.

Infine mons. Aillet tocca il punto della situazione, un vero e proprio nervo scoperto per la politica progressista, una visione globale dell’essere umano, che rimane valida anche al di fuori del contesto cristiano: “Il divieto di celebrare il culto, anche quando vengono prese misure sanitarie ragionevoli, con le Messe ridotte al rango di attività “non essenziali”: questo non si è mai visto in Francia, salvo che a Parigi sotto la Comune! Giudicare, cioè valutare la realtà alla luce dei grandi principi che fondano la vita sociale. Poiché l’uomo è “unità di corpo e anima”, non è giusto fare della salute fisica un valore assoluto (…) Poiché l’uomo è sociale per natura e aperto alla fraternità, è insostenibile spezzare le relazioni familiari e amicali e condannare le persone più fragili all’isolamento e all’angoscia della solitudine.” In conclusione questa lucida analisi di mons. Aillet, risulta non solo essere un illuminante chiave di lettura del drammatico tempo che l’umanità sta attraversando ma è chiaramente anche uno sprone per tutti i governanti (e prìncipi della chiesa) a non rinnegare il sistema di valori fondati l’occidente cristiano a favore di un nichilismo mondano privo di speranza. E’ utopistico considerare una visione globale dell’uomo se si rinnega la sua intrinseca natura spirituale e trascendentale.

Intervento dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò sulle Elezioni in USA.

 

Il mondo nel quale ci troviamo a vivere è, per usare un’espressione evangelica, «in se divisum» (Mt 12, 25). Questa spaccatura, a mio parere, consiste nella realtà e nella finzione: la realtà oggettiva da una parte, la finzione mediatica dall’altra. Questo vale per la pandemia, che il filosofo Giorgio Agamben ha analizzato nella raccolta di interventi A che punto siamo recentemente pubblicata per i tipi di Quodlibet; ma vale ancora di più per la surreale situazione politica americana, nella quale l’evidenza di una colossale truffa elettorale viene impunemente censurata dai media, dando per acquisita la vittoria di Joe Biden.

La realtà del Covid contrasta palesemente con quello che vogliono farci credere i media mainstream, ma questo non basta per smontare il grottesco castello di falsità al quale la maggior parte della popolazione si adegua con rassegnazione. La realtà dei brogli elettorali, delle palesi violazioni dei regolamenti e la falsificazione sistematica dei risultati contrasta a sua volta con la narrazione dei colossi dell’informazione, per i quali Joe Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti, punto. E così deve essere: non ci sono alternative né alla presunta furia devastatrice di un’influenza stagionale che ha causato lo stesso numero di decessi dello scorso anno, né all’ineluttabilità dell’elezione di un candidato corrotto e asservito al deep state. Tant’è vero che Biden ha già promesso di ripristinare i lockdown anche in America.

La realtà non conta, non è assolutamente rilevante, nel momento in cui essa si frappone tra il piano concepito e la sua realizzazione. Il Covid e Biden sono due ologrammi, due creazioni artificiali, pronte ad essere adattate di volta in volta alle esigenze contingenti o sostituite rispettivamente con il Covid-21 o con Kamala Harris. Le accuse di irresponsabilità per gli assembramenti dei sostenitori di Trump svaniscono se a riunirsi nelle piazze sono i sostenitori di Biden, come già avvenne per le manifestazioni dei BLM in America e per le celebrazioni partigiane del 25 Aprile in Italia. Quello che è criminale per alcuni, è consentito ad altri: senza spiegazioni, senza logica, senza razionalità. Perché il semplice fatto di essere di sinistra, di votare per Biden, di mettersi la mascherina è un lasciapassare assoluto, mentre il solo essere di destra, di votare per Trump o mettere in discussione l’efficacia dei tamponi è un motivo di condanna e di esecrazione che non necessita di prove né di processo. Si è ipso facto fascisti, sovranisti, populisti, negazionisti. Lo stigma sociale dinanzi al quale si dovrebbero ritirare in silenzio quanti ne sono colpiti.

Ritorniamo così a quella divisione tra buoni e cattivi che viene ridicolizzata quando è usata da una parte – la nostra – e viceversa eretta a postulato incontestabile quando vi ricorrono i nostri avversari. Lo abbiamo visto con i commenti sprezzanti alle mie parole sui «figli della Luce» e «i figli delle tenebre», come se i miei «toni apocalittici» fossero il frutto di una mente farneticante e non la semplice constatazione della realtà. Ma nel respingere con sdegno questa divisione biblica dell’umanità, costoro l’hanno confermata, limitandosi a rivendicare a sé il diritto di dare patenti di legittimità sociale, politica e religiosa.

Loro sono i buoni anche se teorizzano l’uccisione degli innocenti e noi dovremmo farcene una ragione. Loro sono i democratici, anche se per vincere le elezioni devono sempre ricorrere a brogli e frodi anche platealmente evidenti. Loro sono i difensori della libertà, anche se ce ne privano giorno dopo giorno. Loro sono obbiettivi e onesti, anche se la loro corruzione e i loro delitti sono ormai evidenti anche ai ciechi. Il dogma che essi disprezzano e deridono negli altri è indiscutibile e inoppugnabile quando sono loro a promulgarlo.

Ma come ho avuto modo di dire in precedenza, costoro dimenticano un piccolo dettaglio, un particolare che non riescono a comprendere: la Verità è in sé, esiste a prescindere dal fatto che vi sia chi le presta fede, perché possiede in se stessa, ontologicamente, la propria ragione di validità. La Verità non può essere negata perché essa è attributo di Dio, è Dio stesso. E tutto ciò che è vero partecipa di questo primato sulla menzogna. Possiamo quindi essere teologicamente e filosoficamente certi che questi inganni hanno le ore contate, perché basterà far luce su di essi per farli crollare. Luce e tenebre, appunto. Lasciamo allora che si faccia luce sulle imposture di Biden e dei Democratici, senza indietreggiare di un passo. La frode che essi hanno ordito contro Trump e contro l’America non potrà rimanere in piedi a lungo, così come non rimarranno in piedi la frode mondiale del Covid, le responsabilità della dittatura cinese, le complicità di corrotti e traditori, l’asservimento della deep church.

In questo panorama di menzogne erette a sistema, propagandate dai media con un’impudenza sconcertante, l’elezione di Joe Biden non è solo desiderata, ma considerata ineluttabile e quindi vera e quindi definitiva. Anche se i conteggi non sono conclusi; anche se i controlli sui voti e le denunce sui brogli sono appena all’inizio; anche se le denunce sono appena state depositate. Biden deve essere Presidente, perché così è stato deciso da loro: il voto degli Americani è valido solo se ratifica questa narrazione, altrimenti si muta in deriva plebiscitaria, populismo, fascismo.

Non stupisce quindi né l’entusiasmo, sguaiato e violento, con cui i Democratici esultano per il proprio candidato in pectore, né l’incontenibile soddisfazione dei media e dei commentatori ufficiali, né l’attestazione di complice e cortigiana sudditanza al deep state da parte dei leader politici di mezzo mondo. Assistiamo a una gara a chi arriva prima, sgomitando scompostamente per mettersi in mostra, per far vedere di aver sempre creduto nella vittoria schiacciante del fantoccio democratico.

Ma se la cortigianeria di capi di Stato e segretari di partito fa parte del trito copione della Sinistra mondiale, lasciano francamente sconcertati le dichiarazioni della Conferenza Episcopale Americana, immediatamente rilanciate da VaticanNews, che con inquietante strabismo si ascrive il merito di aver sostenuto «il secondo Presidente cattolico della storia degli Stati Uniti», dimenticando il non trascurabile dettaglio che Biden è un accanito abortista, un sostenitore dell’ideologia LGBT e del globalismo anticattolico. L’Arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, profanando la memoria dei martiri Cristeros del suo paese natale, sentenzia lapidario: «The American people have spoken», il popolo americano ha parlato. Poco importano i brogli denunciati e ampiamente provati: la fastidiosa formalità del voto popolare, ancorché adulterata in mille modi, va considerata conclusa a favore del portabandiera del pensiero unico. Abbiamo letto, non senza conati di vomito, i post di James Martin s.j. e di tutta quella schiera di cortigiani che scalpitano per salire sul carro di Biden per condividerne l’effimero trionfo. Chi dissente, chi chiede chiarezza, chi ricorre alla legge per vedere tutelati i propri diritti non ha alcuna legittimazione e deve tacere, rassegnarsi, scomparire. Anzi: deve unirsi al coro d’esultanza, applaudire, sorridere. Chi non accetta, attenta alla democrazia e va ostracizzato. Ancora due schieramenti, come si vede, ma questa volta legittimi e indiscutibili, perché sono loro a imporli.

È indicativo che la Conferenza Episcopale Americana e Planned Parenthood esprimano la propria soddisfazione per la presunta vittoria elettorale della stessa persona. Questa unanimità di consensi ricorda l’appoggio entusiastico delle Logge massoniche in occasione dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, anch’essa significativamente non scevra dall’ombra di brogli in seno al Conclave e parimenti voluta dal deep state, come ben sappiamo dalle mail di John Podesta e dai legami di McCarrick e dei suoi colleghi con i Dem e con lo stesso Biden. Una bella compagnia, non c’è che dire.

Con queste parole è confermato e suggellato il pactum sceleris tra deep state e deep church, l’asservimento dei vertici della Gerarchia cattolica al Nuovo Ordine Mondiale, rinnegando l’insegnamento di Cristo e la dottrina della Chiesa. Prenderne atto è il primo, impreteribile passo per comprendere la complessità degli avvenimenti presenti e per considerarli in un’ottica soprannaturale, escatologica. Noi sappiamo, anzi crediamo fermamente che Cristo, unica vera Luce del mondo, ha già vinto le tenebre che lo oscurano.

 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

8 Novembre 2020, Dominica XXIII Post Pentecosten