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Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia. 27.05.2020

Nella serata di ieri, 27 maggio, Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro Studi Livatino, ha svolto una audizione davanti alla Commissione Giustizia, alla Camera dei Deputati, riguardante le proposte di legge in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo della relazione depositata agli atti della Commissione. 

 

Camera dei Deputati – Commissione Giustizia

Audizione informale, in videoconferenza, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge C. 107 Boldrini, C. 569 Zan, C. 868 Scalfarotto, 2171 Perantoni e C. 2255 Bartolozzi, recanti modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, di Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione, vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino

1. Hate crime fondati sull’orientamento sessuale o sull’“identità di genere”: le finalità delle p.d.l. Nell’ordinamento giuridico la funzione del giudice penale è analoga a quella che in un ospedale svolge il chirurgo: interviene a fronte di una lesione traumatica dell’organismo. Il chirurgo opera quando il trauma riguarda il corpo di una persona; il giudice opera quando il trauma colpisce il corpo sociale. Il chirurgo si serve ordinariamente di uno strumento da trattare con estrema cautela, il bisturi; il bisturi del giudice è la norma penale, e in particolare la sanzione, da applicare quando il precetto recato dalla norma viene violato.

Non ogni anomalia del corpo umano esige l’opera del chirurgo. Anzi, un sistema sanitario funziona bene se il chirurgo è chiamato in causa il meno possibile, quando è veramente necessario; quando cioè il paziente non ha tratto giovamento né da una attenta prevenzione, né da terapie non invasive. Alla stessa maniera, la corretta fisiologia dell’ordinamento giuridico dovrebbe riservare carattere eccezionale all’introduzione di nuove fattispecie di reato, in assoluto e soprattutto se connotate da sanzioni non lievi, e dovrebbe essere sempre preceduta da una risposta ragionevole al quesito: quanta effettiva necessità vi è di un nuovo precetto e della correlata sanzione?

La prima domanda che mi permetto di porre a fronte delle proposte di legge che costituiscono oggetto di questa audizione, per la quale ringrazio la Commissione Giustizia della Camera, è esattamente questa. L’AC 107, prima firmataria l’on. Boldrini, inizia la relazione che precede l’articolato spiegando che “obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona”; nella stessa direzione l’AC 569, primo firmatario l’on Zan, “si propone (…) di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali, cercando di colmare il vuoto normativo determinato dalla mancata approvazione, nella passata legislatura, del progetto di legge di contrasto all’omotransfobia (…)”. Sulla medesima linea si collocano le altre proposte di legge.

Dal loro insieme emerge una duplice premessa che ne motiva l’approvazione: un vuoto normativo quanto alla tutela delle persone omosessuali, o transessuali, da offese rivolte nei loro confronti a causa del loro orientamento sessuale; una emergenza sociale, cioè una significativa quantità di offese, anche gravi, indirizzate a tali persone, tale da giustificare una risposta punitiva mirata.

E tuttavia, l’esame obiettivo delle disposizioni contenute nel codice penale e nelle leggi penali a tutela della persona, unitamente ai dati riguardanti i reati che hanno come parti offese persone omosessuali o transessuali, non fa riscontrare lacune nelle norme incriminatrici. I dati messi a disposizione dal Ministero dell’Interno, in particolare dall’organismo che in esso ha il compito di monitorare gli hate crime fanno escludere che ci si trovi di fronte a un fenomeno sociologicamente rilevante. L’esame altrettanto obiettivo delle norme contenute nelle varie proposte di legge oggi in discussione fa invece intravvedere, al di là delle intenzioni dei promotori, il rischio di un effetto liberticida derivante dalla loro eventuale introduzione nell’ordinamento. Dedicherò poche considerazioni a ciascuno di questi aspetti.

2. Lacune normative: ci sono realmente? L’obiettivo di tutelare da qualsiasi tipo di offesa alla persona – quale che sia il suo orientamento sessuale – è insito in un sistema che sanziona, con pene proporzionate alla gravità del nocumento che viene arrecato, i delitti contro la vita (art. 575 e ss. cod. pen.), contro l’incolumità personale (art. 581 ss. cod. pen.), i delitti contro l’onore, come la diffamazione (art. 595 cod. pen.), i delitti contro la personalità individuale (art. 600 ss. cod. pen.), i delitti contro la libertà personale, come il sequestro di persona (art. 605 cod. pen.) o la violenza sessuale (art. 609 ss. cod. pen.), i delitti contro la libertà morale, come la violenza privata (art. 610 cod. pen.), la minaccia (art. 612 cod. pen.) e gli atti persecutori (art. 612-bis cod. pen.). Fino al 2016 l’ordinamento ha ritenuto illecita anche la semplice ingiuria (art. 594 cod. pen.), mentre successivamente le ha sottratto rilievo penale, ferma restando per tutti i casi di ingiuria la possibilità di chiedere il risarcimento dei danni in sede civile.

Sarebbe gravemente discriminatorio nei confronti delle persone omosessuali ritenere non applicabile nei loro confronti una o più di tali disposizioni a causa del loro orientamento sessuale: ma nell’ordinamento non vi è nulla di tutto questo. Una tutela rafforzata nei loro confronti sarebbe però egualmente discriminatoria verso le persone eterosessuali, o comunque verso soggetti il cui orientamento sessuale non sia in alcun modo emerso nella vicenda concreta oggetto di giudizio. Se, per es., fosse penalmente sanzionata soltanto l’ingiuria contro persone omosessuali, ciò costituirebbe una violazione del principio di uguaglianza in danno delle persone eterosessuali, poiché la dignità personale è lesa dall’ingiuria allo stesso modo per un omosessuale e per un eterosessuale, e quindi integrerebbe una discriminazione per il secondo.

L’intento di punire l’offesa rivolta a una persona in considerazione del suo orientamento sessuale può farsi rientrare, una volta che fosse raggiunta la prova di tale motivo dell’azione illecita, applicando – a seconda della concreta modalità di essa -, l’aggravante dei motivi abietti e futili di cui all’art. 61 co. 1 n. 1 cod. pen., ovvero l’aggravante dell’avere “profittato di circostanze (…) di persona (…) tali da ostacolare la (…) difesa”. La Corte di Cassazione ritiene sussistere “la circostanza aggravante dei futili motivi sussiste ove la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di tale levità, banalità e sproporzione, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune modo di sentire, assolutamente insufficiente a provocare l’azione criminosa e da potersi considerare, più che una causa determinante dell’evento, un mero pretesto per lo sfogo di un impulso violento” (cf. ex pluribus Sez. 5, Sentenza n. 41052 del 19/06/2014 dep. 02/10/2014 Rv. 260360 – 01 imputato Barnaba). Lo stesso Giudice di legittimità sancisce che l’aggravante della c.d. minorata difesa, con riferimento alle condizioni della persona, “va operata dal giudice, caso per caso, valorizzando situazioni che abbiano ridotto o comunque ostacolato, cioè reso più difficile, la difesa del soggetto passivo, pur senza renderla del tutto o quasi impossibile, agevolando in concreto la commissione del reato” (cf. ex pluribus Sez. 2, Sentenza n. 6608 del 14/11/2013 dep. 12/02/2014 Rv. 258337 – 01 imputati Di Guida e altro).

Le formulazioni di carattere generale e astratto delle due circostanze aggravanti – di quella generalità e astrattezza che dovrebbe connotare ogni norma primaria – appaiono tali da ricomprendere ogni concreta situazione nella quale si manifesti da un lato l’assoluta inconsistenza e riprovevolezza di ciò che ha motivato l’azione illecita, dall’altro l’approfittamento di uno stato di particolare disagio personale: dunque, sono idonee a includere, determinando l’aggravamento della pena, offese rivolte a persone a causa del loro orientamento sessuale, se il riferimento a quest’ultimo è il riflesso di una insulsa banalità, ovvero se colpisce una vittima con difficoltà a reagire.

3. La consistenza degli hate crime in Italia: i dati del Ministero dell’Interno. Il secondo quesito riguarda la connotazione di emergenza che avrebbero assunto gli hate crime aventi come vittime le persone omosessuali. È ben noto che da 10 anni il Ministero dell’Interno ha istituito, nell’ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza,  l’Oscad-Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che ha natura di “strumento operativo interforze (…) per ottimizzare l’azione delle forze di polizia a competenza generale nella prevenzione e nel contrasto dei reati di matrice discriminatoria[1]. Esso “è presieduto dal vice direttore generale della ps-direttore centrale della polizia criminale ed è composto da rappresentanti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e delle articolazioni dipartimentali competenti per materia. Alla luce della mission istitutiva dell’Osservatorio e tenuto conto delle caratteristiche peculiari dei crimini d’odio, gli obiettivi prioritari dell’Oscad sono: agevolare le denunce dei crimini d’odio (in modo da contrastare il fenomeno dell’under-reporting); migliorare costantemente il monitoraggio del fenomeno (per misurarne con sempre maggiore precisione la portata e l’impatto); sensibilizzare/formare/aggiornare costantemente gli operatori delle forze di polizia (per combattere il fenomeno dell’under-recording)”.

Oscad, fra l’altro, si qualifica come strumento per contrastare il c.d. under-reporting e a tal fine “riceve le segnalazioni all’indirizzo oscad@dcpc.interno.it, le inoltra ai competenti uffici della Polizia di Stato o dell’Arma dei Carabinieri chiedendo ulteriori elementi di informazione in merito e/o interventi mirati; favorisce la presentazione di denunce da parte di vittime che non intendono rivolgersi direttamente alle forze di polizia”. L’informazione contenuta nel sito del Dipartimento di ps del Viminale aggiunge che “il grande impegno profuso dall’Osservatorio ha consentito di realizzare significativi passi in avanti in materia. Oscad, infatti, gestisce un sistema di monitoraggio che viene alimentato, oltre che dalle segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni, anche da quelle inviate di iniziativa dalle forze di polizia o da altre istituzioni”.

Dunque, i dati raccolti dall’Osservatorio: a) vanno ben oltre il numero delle condanne, definitive o non definitive, esito di un accertamento giudiziario nel contraddittorio delle parti; b) non si limitano neanche alla sommatoria delle denunce presentate alle forze di polizia, comunque da verificare giudizialmente, ma che rappresentano un indice, soprattutto nella comparazione fra più anni; c) recepiscono, oltre a tali denunce, “segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni”; d) interessano un arco temporale ampio, tale da permettere una valutazione della consistenza del fenomeno.

È ben noto che talune tipologie di reati presentano un “numero oscuro”, la cui estensione dipende da vari fattori: è così, per es., per il furto, a causa di una sorta di sfiducia delle vittime, le cui denunce nella gran parte dei casi non sono seguite da indagini sull’autore di esso, ancora meno dall’avvio di un procedimento penale nei suoi confronti, una volta identificato, da una sentenza di condanna, e dalla irrevocabilità della stessa. Per cui è ragionevole presumere che il numero annuale di denunce per furto sia inferiore rispetto al dato reale: il che tuttavia non impedisce, nell’arco di un decennio, di comprendere se, sulla base delle denunce presentate – nella consapevolezza che esse non esauriscono il fenomeno effettivo -, questo delitto sia in crescita o in diminuzione, e anche quale incidenza abbia sull’insieme degli illeciti penali commessi.

Nel caso degli hate crime aventi come vittime le persone omosessuali la costituzione dell’Osservatorio Oscad ha avuto lo scopo specifico di cogliere l’entità del fenomeno, nella consapevolezza che non potrà mai essere individuato con precisione, accompagnata tuttavia da una particolare e mirata attenzione a farlo emergere, attingendo – come si è detto – perfino a segnalazioni che non hanno formato oggetto di denunzia. Correttamente viene spiegato che “in ragione della loro eterogeneità, i dati comunicati all’OSCE non forniscono un quadro avente valore statistico sul fenomeno in Italia, conseguentemente incrementi/diminuzioni dei dati comunicati all’OSCE non sono correlabili con certezza ad un proporzionale incremento/diminuzione dei crimini d’odio nel nostro Paese”: il che permette di concludere che i dati che Oscad trasmette all’OCSE non hanno la pretesa di descrivere con estrema esattezza il fenomeno, ma certamente danno un’idea della sua dimensione di massima.

Con questi limiti, leggo taluni dati dal report finora disponibile delle segnalazioni pervenute a Oscad dal 10/09/2010 al 31/12/2018 [2]. Le fonti delle segnalazioni confermano la propensione a cogliere il fenomeno nella sua massima estensione, se è vero che negli otto anni abbondanti che costituiscono il periodo monitorato le segnalazioni sono state in totale 2532: di esse solo 670, cioè il 26.5%, provengono dalle forze di polizia. 584 segnalazioni, pari al 27.1%, provengono da associazioni, privati o enti. 650, cioè il 25.7%, provengono da UNAR, cioè l’Ufficio nazionale contro la discriminazione della Presidenza del Consiglio. 628, pari al 24.7% provengono da non meglio qualificate “fonti aperte”: deve ritenersi articoli di giornali o servizi sui media.

È ragionevole presumere che, al di fuori di quanto proviene dalle forze di polizia, le altre segnalazioni non si siano tradotte in denunce. Non è ben chiaro se sia stato operato uno screening di ciascuna singola segnalazione, per evitare che essa sia censita più volte: che, cioè, quanto ricavato dalla cronaca di un quotidiano non sia stato segnalato anche da UNAR o da una associazione.

Uno screening appare tuttavia essere stato operato per identificare, nell’ambito delle segnalazioni, quelle che appaiono propriamente hate crime e hate speech: esse sono in totale 1512. Di esse 897 (59.3%) hanno come matrice la razza o l’etnia, 286 (18.9%) la religione, 118 (7.8%) la disabilità, 197 (13%) l’orientamento sessuale, 15 (1%) l’identità di genere. Dunque, in otto anni l’insieme di presunte – è lecito adoperare questo aggettivo, poiché il riferimento è a segnalazioni e non a condanne definitive – condotte illecite con intenti di discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono 212: 26.5 segnalazioni all’anno. Si potrà convenire che non appare un numero da emergenza.

Quanto fin qui sintetizzato fa escludere che nella materia di cui ci si occupa non vi è vuoto normativo, né vi è una impellente esigenza di nuove disposizioni.

4. I rischi derivanti dall’estensione degli art. 604 bis e 604 ter cod. pen. La riflessione sarebbe incompleta se non aggiungesse un ulteriore passaggio, riguardante il rischio che le norme incriminatrici contenute nelle proposte di legge in discussione introducano uno squilibrio nel sistema, e aprano a derive liberticide. Non ripeto le considerazioni svolte in una precedente audizione dal prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Rosario Livatino, alle quali mi riporto per intero. Ricordo soltanto che il sistema delle leggi Reale e Mancino, trasfuso negli art. 604-bis e 604-ter del codice penale, che le proposte di legge in discussione puntano a estendere, è stato da sempre oggetto di letture critiche da parte della dottrina penalista, e considerato ai limiti della compatibilità con la Costituzione ([3]). Ciò in quanto esso incrimina reati c.d. d’opinione, ponendosi così in contrasto col principio di libertà di opinione, e della sua manifestazione, e col principio di offensività. Si tratta, quindi, di un sistema di tutela penale delicato e da maneggiare con cautela: il bilanciamento da esso realizzato tra la libertà di espressione del pensiero, e l’anticipazione della difesa penale è stato ritenuto ragionevole, e costituzionalmente accettabile – nonostante le forti riserve della dottrina giuridica – in quanto le opinioni incriminate sono oggettivamente riconosciute come errate e pericolose, poiché individuano nella razza, nella provenienza etnica o nazionale e nella religione professata motivo per differenziare il godimento dei diritti e delle libertà della persona; e poiché chi nega il godimento dei diritti e delle libertà per motivi di razza, provenienza e religione si ritiene in generale espressione di una minoranza estremista, pronta all’uso della minaccia e della violenza per affermare le proprie idee.

L’estensione che viene proposta agli art. 604-bis e 604-ter del codice penale all’orientamento sessuale e all’identità di genere fa saltare il già precario bilanciamento individuato a proposito di razza, etnia e confessione religiosa e conduce a una deriva che rischia di sanzionare non già la discriminazione, bensì l’espressione di una legittima opinione. Orientamento sessuale e identità di genere sono al centro di un dibattito aperto: in Italia, come in ogni altro Paese democratico, una parte della popolazione ritiene che due persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio e adottare bambini; altra parte lo nega. La stessa Corte Costituzionale ha affermato che “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio” (sent. n. 138/2010), che è lecito impedire alle persone omosessuali l’accesso alla procreazione medicalmente assistita (sent. n. 221/2019), che è ammissibile la preclusione legislativa in materia di adozioni (sent. n. 76/2016). Non sussiste quindi per tali controverse questioni quel requisito della obiettiva erroneità delle tesi che prospettano un trattamento differenziato per certe situazioni rispetto ad altre, che ha permesso alla Consulta di ritenere costituzionalmente legittima la legge Reale-Mancino.

Ma per tali questioni non sussiste nemmeno il secondo requisito presupposto dalla legge Reale-Mancino, cioè il carattere violento di chi esprime idee contrarie all’estensione di determinati diritti agli omosessuali: le molteplici manifestazioni pro family che si sono svolte e che si svolgono dentro e fuori Italia negli ultimi anni possono condividersi o meno nei contenuti e negli slogan, ma nella stragrande maggioranza coinvolgono famiglie con bambini. Si presentano con modalità non violente, tali da non esortare neanche implicitamente a condotte minacciose, o lesive, di persone omosessuali.

Presidiare con sanzione penale la posizione di chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale la duplicità di figure genitoriali, e non la duplicazione della stessa figura, significa dunque introdurre un reato di opinione. È singolare che da ambienti ideologicamente orientati alla rivendicazione di libertà senza limiti provenga la richiesta di punire – e con la reclusione – chi si limita a manifestare opinioni. Ciò è profondamente ostile a un sistema che, radicandosi nella Costituzione, ha finora più volte sancito il fondamentale diritto di esprimere il liberamente il proprio pensiero.

Con la sentenza della Sez. 5 n. 25138 del 21/02/2007 dep. 02/07/2007 Rv. 237248 – 01 imputati Feltri e altro, il Giudice di legittimità ha ricordato che “la libertà di manifestazione del (proprio) pensiero garantito dall’art. 21 Cost. come dall’art. 10 Convenzione EDU, include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee o critiche su temi d’interesse pubblico, dunque soprattutto sui modi d’esercizio del potere qualunque esso sia, senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche. La natura di diritto individuale di libertà ne consente, in campo penale, l’evocazione per il tramite dell’art. 51 c.p., e non v’è dubbio che esso costituisca diritto fondamentale in quanto presupposto fondante la democrazia e condizione dell’esercizio di altre libertà. Né l’art. 21 Cost., analogamente all’art. 10 CEDU, protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti – nei confronti delle quali non si porrebbe invero alcuna esigenza di tutela -, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che “urtano, scuotono o inquietano” (secondo la formula usata dalla Corte EDU). Qualunque proposizione valutativa, rappresentando un giudizio di valore, comporta d’altro canto l’esistenza di postulati o proposizioni indimostrabili (“non misurabili” quali, per stare alla materia, la giustizia o l’ingiustizia, la correttezza o la scorrettezza, l’utilità sociale o la disutilità delle scelte operate) dei quali non può predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva e cioè della adeguatezza – funzionalità allo scopo dialettico perseguito”.

5. Punire la manifestazione, anche privata, di una opinione. Delle proposte di legge in discussione, AC 868, che ha come primo firmatario l’on. Scalfarotto sembra essere l’unica a porsi il problema appena enunciato. La relazione che precede l’articolato spiega invero, con riferimento alla riscrittura dell’art. 604 bis cod. pen., che “si è sostenuto che l’estensione di tale fattispecie penale potrebbe condurre alla condanna tanto della madre che suggerisse alla figlia di non sposare un bisessuale, quanto del padre che decidesse di non affittare una casa di sua proprietà al figlio che volesse andare a vivere nell’immobile con il proprio compagno. È evidente che in una normale dinamica processuale queste ipotesi di scuola non potranno mai verificarsi per un motivo molto semplice, e cioè che la norma si basa su una nozione di discriminazione il cui significato si può trarre” da una serie di fonti internazionali ed europee.

E aggiunge: “Il bene giuridico tutelato è quindi ben individuato. In base al principio dell’offensività, che deve caratterizzare la condotta penalmente rilevante e che vincola il giudice nell’interpretare e applicare la legge penale, ai sensi dell’articolo 49, secondo comma, del codice penale, se si verificassero le ipotesi richiamate, le stesse ricadrebbero nell’ambito dei reati impossibili, in quanto la condotta non sarebbe idonea a ledere o a porre in pericolo il bene giuridico protetto. Inoltre, la fattispecie delittuosa descritta dall’articolo 604-bis del codice penale è molto chiara e precisa, individuando condotte che vanno ben al di là della semplice manifestazione di un’opinione. Infatti, essa punisce l’istigazione a commettere atti di discriminazione o di violenza, non mere opinioni, quand’anche esse esprimano un pregiudizio. La differenza tra un mero pregiudizio e una reale discriminazione dipenderà ovviamente dalle condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”.

Se lo scopo era di tranquillizzare, il risultato è opposto, intanto perché dà per certo che quella madre o quel padre siano sottoposti a un procedimento penale: che – al di là dell’esito – rappresenta di per sé un trauma e un costo, sul piano umano e materiale. Dà per certo, cioè, che una discussione intrafamiliare si trasferisca in un’aula di giustizia e che lo Stato, attraverso il giudice, decida se nel semplice “suggerimento” (non nella minaccia, nella percossa, nella violenza…) di una madre a sua figlia sia superato il confine fra “pregiudizio” – essendo peraltro discutibile anche che quel suggerimento rappresenti un pregiudizio – e discriminazione. La mera prospettiva dell’avvio di un procedimento penale per una madre che affronti il tema con la figlia – perfino al livello del “suggerimento” – costituisce essa sì una minaccia alla libertà personale: una madre che non abbia nessuna intenzione di rendere conto al giudice dei discorsi che intraprende con la figlia sarà costretta a rinunciarvi, e con questo sarà lei a essere gravemente discriminata per la manifestazione di una opinione, peraltro all’interno delle mura domestiche.

Ometto qualsiasi considerazione sul richiamo all’art. 49 cod. pen., che farebbe distogliere dalla sostanza. Preoccupa il passaggio che fa dipendere la punibilità “dalle condizioni di tempo e di luogo con le quali si manifesterà il messaggio, dalle modalità di estrinsecazione del pensiero, da precedenti condotte dell’autore e così via, in modo da verificare se il fatto si possa ritenere realmente offensivo del bene giuridico protetto”. Se la condanna o l’assoluzione sono correlate non a una condotta chiaramente identificabile, ma a circostanze esterne rispetto alla condotta stessa, vuol dire che non è identificata una condotta che in sé possa considerarsi omofobica; piuttosto sono il contesto e, soprattutto, l’autore che fanno sì che una condotta possa essere considerata omofoba. Vuol dire, cioè, che non si punisce un comportamento violento o persecutorio: quel che, per quanto si è detto, è già possibile in applicazione delle disposizioni in vigore. Si punisce un modo di pensare, e ancor prima di essere: il che giustifica la qualifica, che ammetto essere forte, di “liberticida” conferita alla normativa che oggi viene proposta.

6. L’esperienza di altri Stati. Ogni qual volta un ordinamento ha introdotto disposizioni c.d. anti-omofobe l’effetto liberticida è stato immediato. Così in Spagna: il 6 febbraio 2014, il cardinale Fernando Sebastián Aguilar (morto di recente), arcivescovo emerito di Pamplona, veniva iscritto nel registro degli indagati per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista pubblicata sul quotidiano di Malaga Diario Sur il precedente 20 gennaio, nel corso della quale, sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che all’interno di una relazione omosessuale tale finalità era preclusa. In Francia, dove una legge del 2004 sanzionava le discriminazioni razziali (sul modello italiano della legge Mancino – Reale) prima nel 2008, poi nel 2012 quelle disposizioni sono state estese alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, grazie all’iniziativa del ministro della Giustizia dell’epoca Christiane Taubira: la c.d. legge Taubira è stata applicata, anche con arresti, verso persone ree di indossare in pubblico una felpa recante il logo della Manif pour tous, cioè un disegno con le sagome di un papà, di una mamma e di due bambini.

In Canada, va ricordato il caso di una università protestante alla periferia di Vancouver, la Trinity West University. Agli studenti di quest’ateneo era chiesto di sottoscrivere, al momento dell’ingresso, un codice di comportamento col quale ci si impegnava a non accedere a siti pornografici utilizzando il wi-fi dell’università, a non assumere alcool nel campus e ad astenersi “da forme di intimità sessuale che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. La Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha avviato un procedimento amministrativo contro la Trinity West University e ha chiesto agli Ordini degli Avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati di quell’ateneo perché “omofobi”. Dove starebbe l’omofobia in quel codice di comportamento? Nel riferimento alla “sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”, e al fatto che sia menzionato solo questo matrimonio, e non quello fra omosessuali.

7. P.d.l. antiomofobia contro l’art. 25 Cost. Le proposte di legge in esame appaiono lesive di principi costituzionali non solo quanto alla violazione della libertà di manifestare le proprie opinioni, bensì pure quanto al fondamento del sistema penalistico, che si basa sul principio di legalità, di cui all’art. 25 co. 2 Cost.: “la norma penale è legittima solo quanto il suo oggetto sia stabilito da una legge precisa e determinata” [4]. Il che “dato il carattere rigido della Costituzione, (…) vincola non soltanto il giudice ma anche il legislatore”, e assume, fra le sue dimensioni,“precisione e pregnanza del precetto e della sanzione (determinantezza), sotto il duplice profilo della precisa individuazione di tutti gli elementi costitutivi e della corrispondenza tra il fatto tipico e una esperienza di vita concretamente verificabile”; e “tassatività, sotto il duplice profilo del divieto per il giudice di estendere analogicamente il precetto e la sanzione prevista dalla legge e per il legislatore di evitare clausole che facoltizzino l’analogia”[5].

Non è un caso se le proposte di legge in esame, pur vertendo intorno al medesimo tema, utilizzano espressioni diverse per qualificarlo. AC n. 107 Boldrini fa riferimento alla identità sessuale; AC n. 569 Zan e AC n. 2171 Perantoni si correlano invece all’orientamento sessuale a alla identità di genere; AC n. 2255 Bartolozzi parla di motivi di genere; AC n. 868 Scalfarotto rinvia a motivi fondati su omofobia e trans fobia.

La vaghezza e l’indeterminatezza dei concetti utilizzati per delimitare la fattispecie incriminatrice e l’aggravante rendono non ragionevolmente prevedibile la portata applicativa delle novelle proposte. AC n. 107 Boldrini manifesta consapevolezza di ciò e propone alcune definizioni “al fine di evitare la censura di indeterminatezza della fattispecie penale”. Ma nelle definizioni l’“identità di genere” viene qualificata come “percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico”: viene qualificata, cioè, in termini di stato soggettivo psicologico e interno, come tale non oggettivamente percepibile da parte dei terzi, oltre che suscettibile di mutamento a secondo delle varie declinazioni del gender; lo stesso va detto per il “ruolo di genere”, con conseguente impossibilità di una categoria certa che dia contenuto intellegibile alla fattispecie incriminatrice.

Ancora più evidente è l’inidoneità del concetto di omofobia e transfobia a entrare in una fattispecie incriminatrice o in una aggravante, non soltanto per l’oggettiva sua indeterminatezza, ma pure per la matrice soggettiva e psicologica che lo connota: AC n. 868 Scalfarotto parla di “stato soggettivo di disprezzo o di odio nei confronti della vittima”.

8. L’improprio richiamo all’Europa. Appare infine improprio il richiamo al diritto dell’Unione Europea, e non solo perché esso è sostanzialmente privo di competenze in materia penale. La norme antidiscriminatorie che esso richiede di adottare attengono a versanti diversi da quello penale: l’intromissione in materia da parte degli organi dell’Unione Europea costituirebbe una violazione della sovranità nazionale.

Non vi è alcuna alcuna decisione vincolante degli organi CEDU, che richieda agli Stati di adottare norme penali in materia. La sentenza Vejdeland c. Svezia, 9 febbraio 2012, si limita ad affermare che disposizioni che puniscano penalmente dichiarazioni di incitamento all’odio verso omosessuali non devono necessariamente essere considerati contrastanti col sistema CEDU: che è diverso dall’affermare che gli Stati aderenti al sistema CEDU sono tenuti ad adottare simili disposizioni per onorare gli impegni internazionali. Ad altre fattispecie attengono, invece, le sentenze Identoba c. Georgia, 12 maggio 2015, sulla necessità di garantire l’incolumità alle persone omosessuali nella libera manifestazione del loro pensiero, e M.C. e A.C. c. Romania, 12 aprile 2016, sulla necessità di svolgere accurate indagini penali anche per i crimini denunciati da persone omosessuali. Sono pronunce menzionate dalla relazione di accompagnamento all’AC n. 569 Zan: le sentenze trattano di garanzie già ampiamente contenute nell’ordinamento italiano. È pertanto errato affermare che in mancanza dell’adozione di disposizioni penali del genere l’Italia risulterebbe “esposta al rischio di una condanna da parte della Corte di Strasburgo” (AC n. 569 Zan).

On. Deputati, ogni qual volta la legge fuoriesce dai suoi canoni di generalità e di astrattezza per inseguire un obiettivo “ideologico” l’ordinamento ne risente negativamente. Non si valuta a sufficienza quanto spesso basti una applicazione oculata delle disposizioni già in vigore, unitamente a una seria prevenzione, non necessariamente penale, per scongiurare l’offesa alla persona, chiunque essa sia.


[1] https://poliziamoderna.poliziadistato.it/articolo/3535e186033b0f9d263164252 – tutte le citazioni che seguono senza altra indicazione di fonte si riferiscono a questa

[2] Per il quadro complessivo rinvio a https://www.interno.gov.it/sites/default/files/segnalazioni_oscad_dal_10.9.2010_al_31.12.2018_mi-123-u-d-1-oscad-2019-206_1.pdf

[3] Cfr., tra i moltissimi, Stortoni L., Le nuove norme contro l’intolleranza: legge o proclama?, in Critica dir., 1994, 14 ss.; De Francesco G.A., Commento all’art. 3 d.l. 26/4/1993, n. 122, conv. con mod. dalla l. 25/6/1993, n. 205, in Legisl. pen., 1994, 211 ss.; Moccia S., La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, Napoli 1995, 69 ss.; Manetti M., L’incitamento all’odio razziale tra realizzazione dell’eguaglianza e difesa dello Stato, in Di Giovine A. (a cura di), Democrazie protette e protezione della democrazia, Torino 2005, 103 ss.; Padovani T., Un intervento normativo scoordinato che investe anche i delitti contro lo Stato, in Guida dir., 2006, fasc. 14, 23 ss.; Pulitanò D., Riforma dei reati di opinione?, in Corr. giur., 2006, 745 ss.; Gamberini A. – Insolera G., Legislazione penale compulsiva, buone ragioni e altro. A proposito della riforma dei reati di opinione, in Insolera G. (a cura di), La legislazione penale compulsiva, Padova, 2006, 135 ss.; Pellissero M., Osservazioni critiche sulla legge in tema di reati di opinione: occasioni e incoerenze sistematiche, in Dir. pen. e proc., 2006, 960 ss.; Visconti C., Il legislatore azzeccagarbugli: le “modifiche in materia di reati di opinione” introdotte dalla l. 24 febbraio 2006 n. 85, in Foro it., 2006, V, 217 ss.; Spena A., Libertà di espressione e reati di opinione, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2007, 689 ss.; Ambrosi A., Libertà di pensiero e manifestazione di opinioni razziste e xenofobe, in Quad. Cost., 2008, 519 ss. In precedenza, sul piano generale, cfr. già Conso V., Contro i reati di vilipendio, in Indice pen., 1970, 547 ss.

[4] Mauro Ronco – Il principio di legalità in Scritti patavini- Tomo I p. 3 – Giappichelli, Padova 2017.

[5] Idem, p. 4.

 

Fonte:https://www.centrostudilivatino.it/

Osservatorio di Bioetica di Siena. Verso il dopo COVID-19. Per non perdere tutto ciò che abbiamo “osservato” in questi tempi.

Uno sguardo vigile a tutela dell’umano.1

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

1“Uno sguardo di insieme ci dà l’impressione che sia la natura, sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere – economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico tiene in suo potere la vita” .

(Romano Guardini, “La fine dell’epoca moderna”, Brescia,  Morcelliana, 1950)

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

Abbiamo assistito ad un “soggiogamento pacifico“in tutti gli ambiti di vita, della società e di intere nazioni. (cfr Giovanni Paolo II Lettera Enciclica Dives in Misericordia n.11, 30 novembre 1980)

Ancora non sappiamo se e quando cesserà definitivamente questa condizione di “sospensione” che in quasi tutto il mondo ha visto limitazioni alla libera circolazione, alla vita sociale, al commiato dignitoso dalla vita terrena dei nostri defunti, alla tutela “ordinaria” della salute, alla vita religiosa comunitaria, alla tutela dei diritti giurisdizionali e costituzionali, alla libertà di impresa e a tante altre cose che qui per brevità non elenchiamo.

Quale prima domanda chiediamoci, insieme all’intellettuale Giorgio Agamben: “Come è potuto avvenire che un intero paese di fronte ad una epidemia sia, senza accorgersene, crollato eticamente e politicamente? (cfr Giorgio Agamben, pubblicato sul sito Quodlibet, 13 aprile 2020)

In realtà da tempo vi erano tutti i presupposti affinché ciò potesse accadere. La riduzione sistematica dei diritti naturali ed inalienabili (vita, morte, libertà religiosa), degli istituti sociali costituzionalmente garantiti (famiglia, educazione) dinanzi alle frontiere dei “nuovi diritti” funzionalmente finalizzati alla destrutturazione dell’umano, ha creato la materia per una distruzione pacifica dell’umanità e della società civile, senza apparente spargimento di sangue e con danni apparentemente solo collaterali. L’inefficienza del nostro sistema costituzionale – apparente garanzia di legalità, ma di fatto del tutto ignorato da governi che si fondano su un sistema pattizio piuttosto che su principi di rappresentanza e rappresentatività – quotidianamente stravolto da norme adottate in aperto contrasto con i principi costituzionali stessi, ha fatto forse sì che la soglia che separa l’umanità dalla barbarie fosse oltrepassata?

La “paura”2 è stata ed è la padrona incontrastata della scena pubblica e privata. Paura del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere ovunque e ci può condannare alla morte, paura del vicino, del congiunto, delle relazioni, degli oggetti.

2“La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione.”

(Zygmunt Baumann, Paura Liquida, Laterza, 2006)

Proprio in questo momento, facendo leva sulla paura, si corre il rischio concreto che possa avanzare un globalismo ancora più pericoloso. Come sinistramente auspicò nel 2009 Jacques Attali3

3«La storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha davvero paura: in primo luogo istituisce meccanismi di difesa; a volte intollerabili (capri espiatori e totalitarismi); a volte inutili (distrazione); talvolta efficaci (terapeutici, scartando se necessario tutti i precedenti principi morali). Quindi, una volta finita, la crisi trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e per includerli in una politica sanitaria democratica. La prossima pandemia iniziale potrebbe innescare una di queste paure strutturanti. […] prima della prossima, inevitabile, pandemia noi metteremo in atto meccanismi di prevenzione e controllo e processi logistici per un’equa distribuzione di farmaci e vaccini. Per fare questo, dovremo istituire una forza di polizia globale, un deposito globale e quindi un sistema fiscale globale. Verremo quindi, molto più velocemente della sola ragione economica, a gettare le basi di un governo del mondo reale».

(Jacques Attali, l’Express 3 maggio 2009)

E se tutto questo, in qualche misura, ci è stato reso inevitabile per far fronte ad una emergenza (che un giorno forse capiremo quanto sia stata inevitabile e quanto invece colposa), quanto è successo e sta succedendo deve suonare sia da monito per una attenzione sempre più desta e vigile, che da avvertimento per il futuro.

Abbiamo identificato 5 spunti di lavoro

1. NUOVE FRONTIERE DELL’UMANO

La pandemia ha rivelato per l’ennesima volta la fragilità del nostro essere creature mortali, immerse in una natura sempre meno governata da mani sagge e rispettose della sua vocazione. Inoltre, la pandemia ha necessariamente fatto emergere le domande capitali dell’umanità.

A questo si deve rispondere con una maggiore ricerca del senso trascendente dell’uomo e ritornare a usare correttamente la ragione, unica strada per la scoperta della verità.Invece oggi assistiamo preoccupati ad una risposta che lascia intravvedere un umano che scivola ineluttabilmente verso la sua reificazione e secolarizzazione.

“La Scienza”, nuovo dogma moderno e nuova religione, ha fornito risposte contrastanti.  Ogni virologo, epidemiologo o esperto esprimeva una sua idea – spesso in contrasto con altri colleghi – e l’unica raccomandazione che tutti hanno condiviso è stata il “confinamento”, l” isolamento”, il “distanziamento sociale”, esattamente la stessa indicazione data per affrontare le epidemie nel Medioevo. Tuttavia, nel Medioevo l’uomo, parte di un mondo cristianizzato, sapeva affidarsi e non abbandonava la speranza conoscendo bene il fine primo ed ultimo della vita. Tutto questo oggi non è più presente nella società. L’uomo è stato privato del senso della verità, ha visto annacquare ogni certezza, ha abdicato all’uso della ragione ed anche della ragionevolezza. In nome della scienza o di uno scientismo esasperato ha rinunciato, contro ogni logica, ad alcuni diritti fondamentali, rimanendo totalmente silente e inerte dinanzi a decisioni che hanno limitato come non mai nella storia attuale le libertà ed i diritti fondamentali. È necessario che l’uomo torni a dialogare con il cielo4, recuperi la propria essenza profonda di essere sociale perché “pensato e salvato” da sempre nell’ambito di una relazione.

4“Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. …. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).”

(Giampaolo Crepaldi “Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria”, marzo 2020)

Peraltro, in maniera quasi beffarda, il coronavirus ci ha in qualche misura dimostrato che la vera essenza dell’uomo è indifferente alle nuove categorie culturali che cercano di frammentarne la natura.

Abbiamo infatti ri-scoperto la necessità quasi ovvia di leggere i dati del contagio secondo le classificazioni “nude e crude” (maschio/femmina, giovane/vecchio) svelando improvvisamente l’irrazionalità delle fluidità autoreferenziali di genere che vorrebbero ridisegnare il mondo e le relazioni tra le persone, ma che ora crollano miseramente davanti ad una entità invisibile ad occhio nudo.

Così come ci ha attestato che aiutare un malato a respirare, mangiare o bere anche attraverso una macchina, non costituisce una terapia ma un sostegno vitale necessario a combattere la malattia.

Occorre quindi che la scienza torni a parlare con la filosofia e la metafisica, contra-stando il dominio solitario della tecnica e degli interessi materiali in modo da poter interpretare con consapevolezza quello che accade.

Il dopo-Covid dovrà rigettare ogni tentativo di far ripartire il pericoloso percorso di frammentazione dell’uomo in categorie inesistenti, distruggendo i concetti del vivere ragionevole quali la verità, la bellezza, i diritti naturali dell’uomo.

2 . LA TUTELA DELLA VITA SIA RIMESSA AL CENTRO ANCHE DELLE POLITICHE SANITARIE E SOCIALI

La pandemia ha fatto emergere una intollerabile trascuratezza sanitaria, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili ed esposte della società. Troppi anziani lasciati soli nelle strutture residenziali5 e troppa incuria nella gestione delle stesse; troppi rischi a carico del personale sanitario e dei lavoratori occupati nei settori “essenziali”.

5Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia.

(Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

In tempi di pandemia è determinante riaffermare il valore dell’essere umano contro derive riduttiviste ed eugenetiche, che si sono affermate purtroppo in tutto il mondo. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA, all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda.

Peraltro, anche in Italia, è stata inaccettabile la richiesta di imporre l’aborto volontario come diritto inalienabile e come tale intangibile (persino in una situazione in cui non era possibile erogare i servizi di medicina preventiva alla popolazione), andando addirittura a chiedere di violare per via amministrativa i limiti previsti dalla legge 194, introducendo “l’aborto fai da te”.

C’è stata troppa poca cura verso le famiglie, lasciate sole per l’ennesima volta di fronte al loro carico di responsabilità nella gestione dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti. A meno che non si voglia considerare “aiuto” il sussidio all’acquisto di un monopattino o di una bicicletta.

Pensiamo a come è stata pianificata la fase 2: ripresa del lavoro e non delle scuole E i figli? Oppure pensiamo alla assurda proposta di mandare a scuola i bambini solo alcuni giorni alla settimana. E gli altri giorni?

Il dopo-Covid dovrà rimettere al centro la tutela della vita in quanto tale e la famiglia come pilastro essenziale di ogni politica di welfare e di promozione umana.

3. OCCORRE RISTABILIRE I DIRITTI COSTITUZIONALI

La compressione dei diritti costituzionalmente previsti e garantiti a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, non può più proseguire. Soprattutto non è più consentito tacere.

Nel richiamare quanto già detto nella premessa di questo documento, vogliamo qui aggiungere una riflessione su una ulteriore, pericolosa deriva osservata in queste settimane.

Non avremmo mai pensato infatti di dover parlare di libertà religiosa nel nostro Paese, ma ci sembra che oggi tutto il pensiero filosofico e religioso abbia ceduto il passo alla “medicina come religione”6

6“Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche. Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza

(Giorgio Agamben, La Medicina come religione, 2 maggio 2020)

E cosi le chiese sono state chiuse, non abbiamo potuto partecipare alla Santa Messa neppure il giorno di Pasqua, senza che nessuno abbia colto come in questo modo si sia messa in discussione una norma fondamentale, ovvero che la Chiesa, per ontologia ed anche per disposizioni normative è l’unica custode dei Sacramenti e del potere di amministrarli.

L’arbitrarietà e l’abnormità delle limitazioni governative si sono svelate nel momento in cui si è visto che l’accordo tra Stato e Chiesa Cattolica di fatto raggiunto è simile a quello adottato per la riapertura dei negozi e delle altre attività commerciali, con precauzioni attuabili anche nei mesi scorsi e che avrebbero consentito di evitare la sospensione della Santa Messa per oltre due mesi.

4. SICUREZZA RISPETTANDO TRASPARENZA E RISERVATEZZA

Lo Stato e le sue articolazioni, il Parlamento e il servizio pubblico di informazione devono essere il luogo del dibattito e della condivisione di fronte al Paese delle scelte strategiche e delle informative sullo stato dell’arte delle cure, delle ricerche e degli studi che riguardano la vita delle persone. Allo stesso tempo, la pandemia non deve essere il pretesto, invocando – stavolta impropriamente – il medesimo principio di trasparenza, per instaurare sistemi di controllo e tracciatura delle persone, tollerabili solo se strettamente anonimi e comunque sotto il ferreo controllo delle autorità pubbliche che ne devono rispondere di fronte all’opinione pubblica.

Ogni progresso tecnologico (ad esempio nel campo delle telecomunicazioni e della medicina preventiva e curativa), deve essere sicuro e vagliato in maniera indipendente prima di essere immesso sul mercato.

5. DOVERI DELLO STATO E SUSSIDIARIETA’

La sanità, la scuola e in genere i servizi sociali alla persona sono stati gestiti negli ultimi venti anni come semplici centri di costo. I tagli indiscriminati e lo smantellamento di molte strutture ospedaliere e reti sanitarie di protezione del territorio sono stati effettuati con il solo criterio di rientrare nei parametri economici dettati dall’Unione Europea. Allo stesso tempo non è assolutamente pensabile tornare a un sistema legato ad una gestione statalista totalizzante, spesso inefficiente e soggetta a endemici sistemi di corruzione.

Sul fronte della scuola, assistiamo con sgomento al pervicace perseguimento da parte dello Stato della distruzione di quel che resta delle scuole paritarie, in maniera del tutto incurante del pluralismo e della capacità del privato di gestire al meglio le risorse. Gli 860.000 alunni e le loro famiglie sono considerati cittadini di Serie B. E’ assurdo che la gestione di una scuola paritaria non venga considerata meritevole di aiuto al pari di tutte le altre attività economiche e non del Paese. L’enorme patrimonio umano e di strutture delle scuole paritarie (180.000 tra docenti e operatori scolastici, 12.000 sedi scolastiche distribuite su tutto il territorio nazionale) potrebbe invece rivelarsi utilissimo per agevolare la ripresa nel comparto istruzione. È il momento di rilanciare un nuovo patto educativo e civico per l’intero sistema scolastico (scuole statali e paritarie – crf legge n. 62/2000) quale investimento sull’educazione per formare le generazioni del futuro.

L’attuale situazione deve essere quindi l’occasione per ridare fiducia e per scommettere su un reale principio di sussidiarietà, ovvero poter garantire una serie importante di servizi sanitari e scolastici a partire dall’organizzazione autonoma, indipendente e non profit dei cittadini e delle loro libere aggregazioni.

Sul fronte dell’economia, siamo convinti che si possa uscire da questa crisi epocale solo attraverso l’insostituibile ruolo del lavoro e della libera iniziativa. Vediamo quindi con preoccupazione il ritorno allo statalismo e all’assistenzialismo che sta connotando le scelte strategiche e politiche attuali. Occorre piuttosto valorizzare il nostro sistema di imprese che ha già dimostrato la propria capacità competitiva, di ricerca e di innovazione e ricostruire il rapporto tra il lavoro e la realizzazione della persona che è il fondamento della dignità umana così come tutelata dalla Costituzione (cfr art. 4).

Lo Stato promuova il bene comune e lasci libero l’uomo di esercitare la propria responsabilità.

Siena, 23 maggio 2020

 

FONTE: Osservatorio di bioetica

La politica non freni la produzione di ricchezza. L’appello di Sapelli.

La crisi economica e quindi sociale che ci ha già investiti e che ancor più ci investirà nei prossimi mesi sarà assai più devastante di quelle, pur gravi, che la storia d’Italia ha in precedenza vissuto. Questa ha infatti tutte le caratteristiche per radere al suolo l’apparato produttivo, in una dimensione che potrebbe essere equiparata solo a quella della seconda guerra mondiale. Con la conseguenza di riportare l’Italia indietro di decenni, di farla regredire e di collocarla in una posizione del tutto marginale nello scenario europeo, accanto a paesi come Grecia, Romania, Bulgaria. Verrebbe così vanificato il lavoro e lo sforzo di generazioni e generazioni che, dal disastro della Seconda guerra mondiale, avevano portato l’Italia ad essere, negli anni Ottanta, prima dell’adesione a Maastricht, nel G7 e a porsi come terza economia europea. Il declino, cominciato negli anni Novanta per cause più politiche che economiche, si tramuterebbe nella morte della nazione.

Per questa ragione oggi difendere i produttori di ricchezza, gli imprenditori, i commercianti, le partite Iva, i lavoratori autonomi ma anche i dipendenti delle imprese, è un’opera di resistenza e di riscatto nazionale che riguarda tutto il Paese. Crediamo che il disastro possa essere evitato solo mettendo al centro della missione il tema della produzione e della innovazione tecnologica: tutta la nazione dovrebbe impegnarsi in un titanico sforzo per consentire ai produttori di creare ricchezza.

Il futuro dell’Italia passa infatti dalla tutela dei produttori, è quindi problema economico come problema di produzione. Per questo la politica dovrebbe porsi come prima obiettivo quello di eliminare ogni tipo di vincolo che la freni. Nessuna deriva assistenzialistica, che si tramuterebbe in parassitismo, ma totale sostegno alla produzione.

Per la prima volta nella Storia, infatti, per un certo numero di settimane, la gran parte delle filiere produttive del Paese si è bloccata, cosi come quella delle reti globali da cui le imprese italiane traggono linfa. Un fatto mai avvenuto, neanche durante la guerre, quando le filiere produttive non solo non si fermavano ma venivano addirittura potenziate in direzione bellica – cosa che favoriva, dopo la fine della guerra, un quasi immediato ripresa.

Oggi invece le previsioni di rapida ripresa sono considerate, anche dai più ottimisti, assai flebili. V’è un altro elemento che aggrava la situazione: in passato le crisi economiche erano prodotte dall’andamento dei mercati e dalla produzione, ora la crisi scaturisce da una decisione politica, quella dei governi di bloccare la produzione. Un altro evento mai avvenuto, almeno nelle economie regolate dal libero mercato e dalla libera impresa.

Siccome è stato il governo a imporre la chiusura, è il governo che se ne dovrà fare carico: tuttavia il modo in cui ciò oggi avviene, con il cosiddetto decreto Rilancio, ci appare non solo insufficiente, ma sbagliato e persino pericoloso
A quasi due mesi dalla chiusura di tutte le attività commerciali, di buona parte di quelle professionali e di molte industriali, si può ritenere infatti che il governo abbia fatto ben poco, soprattutto se lo confrontiamo con la politica di helicopter money di Trump ma anche con quella di Merkel e di Macron. Pesano certamente i fattori della pachidermica ed inefficiente burocrazia, della incapacità politica e delle divisioni interne all’esecutivo, ma a nostro avviso i fattori frenanti sono di due ordini, uno strutturale e l’altro culturale.

Quello strutturale deriva dal debito pubblico e dall’adesione a visioni subalterne che hanno finora impedito di prendere in considerazione soluzioni diverse da quelle impostate, o meglio imposte, da Bruxelles. La ragione culturale riguarda la mentalità anti impresa e in genere ostile al mondo della produzione e del commercio che i due principali partiti della maggioranza condividono. In tal senso, colpiscono il disinteresse e la relativa mancanza di provvedimenti per un settore strategico per il nostro Paese come il turismo.

Se infatti nel Pd è ritornato a farsi forte una cultura di stampo socialista, diffidente nei confronti della libera impresa, tentata dalle sirene dello Stato imprenditore e persino da dirigismi desiderosi di mettere le mani sulle imprese private in cambio di sovvenzioni, nei 5 Stelle è invece marcato un elemento assistenzialistico, di stampo sudamericano e in particolare venezuelano, fondato sulla idea della nazionalizzazioni di molte imprese e sul reddito di cittadinanza da estendere a una quota sempre più ampia della popolazione.

Emerge il profilo, dunque, di un governo che pensa di risolvere la crisi non rafforzando la produzione ma con la distribuzione di sussidi a fondo perduto, poco destinati alle attività produttiva, volti solamente a contenere la lunghezza delle file davanti alle mense della Caritas. Il ritardo nelle aperture delle fabbriche, le minacce traversali, provenienti anche da ministri, di controlli vessatori nei loro confronti, sono poi legati alla base elettorale di entrambi i partiti: un ceto essenzialmente parassitario, che sopravvive grazie al reddito di cittadinanza e alla economia informale, e poi un impiego pubblico ultra garantito.

Più che uno Stato innovatore a noi sembra che il governo voglia costruire uno Stato servile fondato su una mentalità paternalistica e pauperistica in cui i percettori di sudditi, redditi, sovvenzioni diventerebbero dipendenti a tutti gli effetti dai politici, che attraverso la burocrazia controllerebbe i loro movimenti. Il carattere spesso vessatorio in cui il lockdown è stato messo in pratica (alla cinese) fa il paio così con le concezioni economiche del governo: chi non crede alla libertà di produrre non si fida dei cittadini e li fa inseguire sulle spiagge dalle forze dell’ordine.

V’è poi un terzo fattore che riguarda l’interesse nazionale. La classe politica che sostiene l’esecutivo è infatti assai poco interessata, al di là delle dichiarazioni di rito, alla Italia e alla nazione: un ceto spesso legato a gruppi di interesse di altri Paesi, che forse non vedrebbe male l’acquisizione di imprese in crisi da parte di gruppi stranieri oppure la sostituzione della fitta e vita rete del commercio con le grandi catene internazionali di commercio. La lentezza e la cecità dell’esecutivo fanno pensare che vi sia del metodo in questa follia.

Rispetto a questo disegno noi vogliamo un cambio di mentalità radicale. La nostra critica al governo e alle forze politiche di maggioranza non riguarda solo le misure di dettaglio ma tutto l’impianto ideologico – anche perché le prime sono spesso figlie del secondo. E vogliamo sostenere che il ruolo della impresa, del commercio, delle professioni, degli operai, insomma dei produttori di ricchezza è una missione nazionale. La crisi ha distrutto il vecchio mondo della globalizzazione. Ci si para di fronte un mondo nuovo, in cui l’interesse della nazione torna ad essere il principale valore che una comunità deve perseguire. La nazione, l’Italia è forte. Ma lo Stato è debole. E noi dobbiamo renderlo efficace, ma snello. Quindi si all’interesse nazionale, no allo statalismo.

Lo Stato recuperi in toto le funzioni di protezione dei cittadini, dei confini, dei settori e delle industrie strategiche, delle reti di dati e di comunicazione e delle infrastrutture. Ma lo Stato non dovrà occuparsi di compiti che altri istituzioni stanno meglio compiere, secondo il principio della sussidiarietà. Lo Stato guardiano sì, lo Stato imprenditore no. Le forze vive della società italiana vanno liberate e va loro consentito di agire.

Per questo, come dopo la seconda guerra mondiale, occorrerà mettere capo ad una riforma di sistema che ridisegni i rapporti fra i poteri, snellisca l’amministrazione, ripensi la fiscalità e la giustizia. In mancanza di un intervento del genere, non potrà esserci nemmeno una ripresa dell’attività produttiva e un rilancio della nostra economia.

Per far ripartire la produzione, l’Italia deve affrontare la questione del debito pubblico le cui dimensioni, destinate a crescere in misura considerevole, ci rendono oltremodo fragili e dipendenti da interessi e volontà altrui. Emissioni a lunga scadenza, esenti da imposte e destinate in primo luogo ai cittadini italiani (ma aperte anche a fondi esteri, soprattutto di Paesi amici), appaiono uno strumento utile a questo scopo. Una tale operazione, se di successo, consentirebbe di svincolarsi da condizioni politiche che avrebbero come esito ulteriori cessioni di sovranità.

Difendere l’interesse nazionale equivale a difendere i produttori e difendere i produttori significa difendere l’interesse nazionale. Per questo il piano economico non è separabile da quello strategico. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina per la supremazia mondiale non è un fatto congiunturale, ma è destinato a durare per molto tempo e influenzerà decisioni e posizionamenti dei maggiori Stati. L’Italia, come gli altri Paesi europei, non può rimanere indifferente o peggio scivolare verso la Cina, come talvolta sembra stia facendo: noi invece diciamo, come ha fatto di recente il segretario alla Difesa americano, che l’Italia deve collocarsi in un rinnovato asse atlantico imperniato su Stati Uniti e Regno Unito.

Le scelte di fondo sul debito e la collocazione internazionale formano la cornice strategica in cui si inseriscono interventi d’urgenza per attenuare gli effetti, particolarmente gravi in situazione d’emergenza, che derivano dai malanni di cui l’Italia re da tempo: una bulimia legislativa spesso fatta di norme confuse che portano a sovrapporre competenze e poteri; una giustizia invasiva che non effettua ex post il controllo di legalità ma mette paletti ab initio e scoraggia attività d’impresa e investimenti; la mancanza di infrastrutture e manutenzione della proprietà pubblica; una tassazione abnorme e di rapina.

Interventi d’urgenza configurano una specie di Stato di eccezione nell’ambito della produzione. In primo luogo occorre ripensare, riducendone il peso, il sistema fiscale che grava sul capitale e sul lavoro. Diventa quindi essenziale evitare ogni tipo di patrimoniale, che, essendo forzosa, creerebbe un clima di sfiducia favorendo la fuga dei capitali. In secondo luogo va disboscato il coacervo degli “infiniti” adempimenti in materia di lavoro, di ogni vincolo legislativo o amministrativo, delle lungaggini procedurali. Pensiamo a misure straordinarie come la sospensione, nel periodo di ricostruzione, del Codice degli Appalti e del Codice del Consumo. In questo quadro va ripensato il reato di abuso d’ufficio per snellire autorizzazioni e avvii lavori.

In terzo luogo occorrono azioni mirate per preservare la liquidità dei produttori, attuare un piano di investimenti infrastrutturali finanziato dalla BCE, destinare risorse a tutela delle piccole imprese, dell’economia locale e del made in Italy. Sono tutte leve da azionare senza indugio per imprimere l’impulso che alla nazione serve per risollevarsi dalla crisi.

All’austerità servirà contrapporre politiche fiscali espansive, che commisurino il gettito alla qualità dei servizi erogati, che osteggino l’ingiustizia sociale che posiziona la cavillosa burocrazia, dell’amministrazione pubblica al di sopra del contribuente anche laddove questo vanti un credito. Soltanto così si potrà cogliere l’opportunità di consentire ai cittadini di risollevarsi dalle asperità e rinvigorire la propria capacità di prestarsi al sostenimento del Paese.

L’innovazione tecnologica ed il rapporto fra Università ed Enti di Ricerca e mondo della produzione è un altro grande tema che dovrà essere affrontato in maniera decisa. L’Italia vanta Università di buon e talora ottimo livello sia per gli aspetti formativi sia per la ricerca scientifica. Vanno incentivate, in particolare modo, le discipline scientifico-tecnologiche che rappresentano un asset strategico per un Paese avanzato che voglia affrontare le sfide del futuro e vanno messi a sistema le potenzialità innovative delle Università pubbliche italiane e degli Enti di ricerca con le esigenze del mondo della produzione, soprattutto per quanto riguarda le piccole e medie imprese. Va meglio protetta ed accompagnata la proprietà intellettuale, poiché l’ingegno e l’inventiva rappresentano materie prime che certo non fanno difetto nel nostro Paese.

 

I FIRMATARI

Giulio Sapelli
Gaetano Cavalieri (imprenditore del lusso e presidente della CBJO, confederazione mondiale dell’oro)
Marco Gervasoni (ordinario di Storia contemporanea ed editorialista de Il Giornale)
Corrado Ocone (filosofo, saggista)
Antonio Pilati (ex membro del consiglio Agcom e cda Rai, saggista)
Aurelio Tommasetti (ex rettore Università di Salerno)
Giorgio Zauli (rettore Università di Ferrara)

 

Fonte: formiche.net

Centro studi Livatino, prof. Mauro Ronco. Omofobia: audizione in Commissione Giustizia del Senato

Nella giornata di ieri, 21 maggio, il prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, ha svolto una audizione in Commissione Giustizia al Senato, sui ddl in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo integrale della relazione scritta depositato agli atti della Commissione.

Audizione davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sui progetti di legge volti a contrastare l’omofobia e le discriminazioni fondate sull’identità di genere: considerazioni sulle proposte di legge nn. 107, 569, 868, 2155, 2255 – Modifiche agli artt. 604 bis e 604 ter c.p. in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere

 

Camera dei deputati, audizione del 21 maggio 2020

Mauro Ronco
Professore emerito di Diritto Penale nell’Università di Padova. Avvocato

Sommario: I. Nessun obbligo internazionale o europeo di incriminazione. – II. Le dim,kikscriminazioni razziali. – III. I reati d’odio: contrasto con il principio del diritto penale del fatto (art. 27 e 3 Cost.). – IV. La criminalizzazione del diverso. – V. Violazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), della libertà di associazione (art. 18 Cost.) e della libertà di religione (artt. 19-20). – VI. Ulteriore e inaccettabile estensione della normativa punitiva. – VII. Creazione, costituzionalmente illegittima, di disparità di trattamento tra situazioni simili o, addirittura, tra situazioni che richiedono una più incisiva tutela rispetto alle situazioni indicate nelle proposte di legge.

I. Nessun obbligo internazionale o europeo di incriminazione

  • Va detto in primo luogo che non sussiste alcun obbligo di incriminazione della diffusione di idee volte alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Viene meno un motivo spesso addotto per introdurre negli artt. 604 bis e 604 ter le implementazioni proposte nei vari disegni di legge oggetto di considerazione. Vanno al riguardo tenuti in considerazione due aspetti che sconsigliano le implementazioni: per un verso, le stesse amplierebbero di molto la prensione da parte della legge penale di comportamenti potenzialmente valutabili come penalmente illeciti, aumentando in maniera significativa il contenzioso giudiziario penale facendolo scivolare verso una sorta di magistero etico; per altro verso, l’incremento delle incriminazioni penali si pone in contrasto radicale con una regola scientifica di razionalità del diritto penale, espressa con la formula dell’extrema ratio.

II. Le discriminazioni razziali

  • L’attuale art. 604 bis c.p. è modellato sul concetto dei discorsi e dei reati d’odio. Tale struttura di fattispecie è sorta dall’esigenza di contrastare le discriminazioni razziali, per le quali era intervenuto il vincolo sovranazionale di cui alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Alle discriminazioni razziali sono state assimilate, per ragioni di stretta analogia, le discriminazioni su basi etniche, nazionali e religiose. Eventuali discriminazioni in relazione ai profili dell’orientamento sessuale sono rimaste estranee all’obbligo di incriminazione.

III. I reati d’odio: contrasto con il principio del diritto penale del fatto (artt. 27 e 3 Cost.)

  1. I reati d’odio, previsti nella struttura dell’art. 604 bis, che si vorrebbe oggi estendere, sono profondamente contrari al principio del diritto penale, che postula alla base del reato un fatto offensivo nei riguardi di un bene sociale oggetto di esperienza concreta.
  • Si confronti il reato d’odio, che oggi si vorrebbe estendere, di cui all’art. 604 bis, con il reato di cui al § 130 del codice penale tedesco.

Il nostro reato recita nella lett. a), che prevede la fattispecie più ampia e inaccettabilmente aperta: chiunque propaganda idee … ovvero istiga a commettere atti di discriminazione per motivi d’odio razziale, etnico, nazionale o religioso e, nelle proposte, fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, è punito.

Il § 130 tedesco prevede invece il reato nelle seguenti due forme: 1. Chiunque, in maniera idonea a causare un disordine per la pubblica pace, incita all’odio contro un gruppo nazionale, razziale, religioso o etnico oppure contro sezioni della popolazione o individui sulla base della loro appartenenza a uno dei predetti gruppi o settori di popolazione oppure richiede misure violente o arbitrarie contro di loro …; 2. Viola la dignità umana di altre persone insultando o diffamando uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione o individui sulla base della loro appartenenza ad uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione … è punito.

  1. La struttura delle due fattispecie è profondamente diversa.

Il § 130 individua un delitto di evento. La condotta deve provocare un effetto dannoso per la pace pubblica. Il reato del codice italiano è un delitto basato esclusivamente sui motivi ad agire.

  • Diversa è la funzione svolta nelle due fattispecie dal concetto di odio: nel codice tedesco la condotta istiga la generalità dei cittadini all’odio contro i gruppi o gli appartenenti ai gruppi protetti; nel codice italiano l’odio è il movente dell’agire.
  • Il reato tedesco è un reato in cui la condotta è volta a provocare odio o a richiedere misure violente o arbitrarie di discriminazione. Nell’art. 604 bis, lett. a), la manifestazione di idee è rivolta soltanto alla commissione di atti di discriminazione. L’istigazione a commettere atti di violenza è prevista soltanto nella lett. b) dell’art. 604 bis c.p.
  • Nel codice penale tedesco il delitto è ancorato al principio del fatto. Nel diritto italiano, manca questo fondamentale ancoraggio.
  • Il reato del codice italiano, certamente nella struttura della lett. a), è un mero reato d’opinione basato sul presunto movente d’odio.

In quanto completamente disancorato dal fatto, cioè da un evento di danno provocato da un comportamento volontario, esso trova fondamento nella disposizione interiore di un soggetto; disposizione interiore indiscernibile da parte di un osservatore esterno. Si tratta di un reato costruito senza una idonea base empirica accertabile dal giudice: “ti punisco perché ti attribuisco una malvagia disposizione d’animo, l’odio appunto”.

L’eventuale estensione del reato d’odio alla manifestazione di idee per motivi di orientamento sessuale o di identità di genere segnerebbe il passaggio abnorme del diritto penale verso un modello che punisce la manifestazione di idee per correggere gli individui in ordine alla loro disposizione interiore.

  • Non v’è alcuna base empirica per distinguere tra giudizi espressi sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere per ragioni d’odio, da un lato, ovvero, da un altro lato, per ragioni religiose, metafisiche, etiche e sociali.

Qui emerge tutta l’assurdità della creazione di un reato basato sui motivi d’odio. Chi esprime opinioni critiche sulla tendenza omosessuale per ragioni metafisiche o sugli atti omosessuali per ragioni etiche, psicologiche, mediche o sociali, non per ciò è indotto a tali critiche per ragioni d’odio. Anzi, il più delle volte, il motivo per cui esprime tali opinioni risiede in ragioni del tutto contrarie allo stato interiore dell’odio.

L’assurdità ancor maggiore sta nel conferire a un giudice il compito di decidere se una determinata opinione sia stata espressa per convinzione scientifica, per convinzione religiosa, per scelta culturale, per tradizione familiare, ovvero, tutto al contrario, per odio.

  • Ma per odio verso chi? Verso una tendenza, un orientamento, una dottrina, una opinione o verso delle persone in carne e ossa? Anche qui la distinzione tra l’oggetto del presunto stato d’animo d’odio non può essere precisato se non attraverso una critica delle intenzioni, del tutto inaccettabile nel diritto penale poiché non è il giudice che può discriminare tra le intenzioni buone e quelle cattive.

Determinate affermazioni in ordine alla corrispondenza di determinate tendenze alle inclinazioni naturali, ovvero in ordine alla eticità di determinati atti implica un giudizio negativo sulle affermazioni contrarie. Può mai valere questo giudizio negativo a configurare una discriminazione per motivi d’odio? No assolutamente! Fare di una presunta intenzione, indiscernibile dall’osservatore esterno, la base di un’incriminazione penale contrasta con i principi essenziali del diritto penale del fatto.

  • La mutuazione all’interno del mondo normativo di categorie storiografiche e filosofiche (dignità, odio, vulnerabilità) elaborate per la narrazione e la comprensione degli eventi storici e dei rapporti sociali è piena di grandi rischi di eticizzazione impropria e occulta del diritto penale in ragione della radicale diversità di funzione del lessico storiografico o filosofico e del lessico giuridico: il primo, invero, è funzionale alla comprensione degli eventi; il secondo è funzionale alla loro punizione.

IV. La criminalizzazione del diverso

  1. La società democratica è caratterizzata dalla libera circolazione delle idee e dal libero confronto di coloro che le sostengono, senza che possa essere colpevolizzato, addirittura con la minaccia della pena, alcuna persona, a meno che le idee si trasformino in azione, propria o altrui, diretta a provocare un danno o un pericolo di danno ad altre persone.
  • Costruire reati di odio – tra cui rientra la c.d. omofobia e tra cui potrebbero rientrare, a breve, secondo una logica punitiva delle opinioni non assiologicamente neutrali, l’islamofobia, la cristianofobia, la giudeofobia, ecc. – significa costruire reati sulla base di un pregiudizio discriminatorio, che separa gli uomini e le donne in due categorie, che sarebbero radicalmente incompatibili tra loro. Da un lato la categoria di coloro che odiano e, dall’altro,  la categoria di coloro che, non odiando, si ritengono in dovere di promuovere nei confronti dei primi un giudizio etico e giuridico di radicale e assoluta immoralità e antigiuridicità allo scopo di punirli e di rieducarli.
  • Questa separazione, che sta alla base della narrazione culturale e letteraria che ha indotto alla creazione dei reati di odio, separazione tra i malvagi, quelli che odiano, e tutti gli altri, che invece non odierebbero e si limiterebbero a pretendere la punizione dei primi, contiene in sé un germe di totalitarismo dispotico cui è inerente il rischio di una discriminazione sociale potenzialmente drammatica, consistente nella disumanizzazione per via giudiziaria di una parte della popolazione, dapprima numericamente modesta – sarebbero odiatori soltanto gli omofobi – poi sempre più vasta: potranno diventare odiatori meritevoli di pena gli islamofobi, i cristianofobi, i giudeofobi, fino a provocare una divisione inimmaginabile tra due classi sociali individuate su base etica. Da un lato, coloro che vanno marchiati con la pena per l’odio di cui sono personalmente intrisi; dall’altro, coloro che, tramite la legge e, quindi, avvalendosi di uno strumento che è dell’intera società, esigono la condanna penale nei confronti di coloro che manifestano ragioni di critica contro determinate identità sessuali, religiose, economiche o di classe.

Introdurre reati basati sul preteso odio dell’autore significa introdurre nell’ordinamento un principio in forza del quale alcuni, per il fatto del loro odiare, sono considerati soggetti di secondo rango. Ove è evidente l’inversione in “cattivo” dell’apparente principio “buono” che sta alla base della richiesta di punizione degli omofobi: la creazione di una categoria di persone discriminate per il loro odiare empiricamente indiscernibile.

  • La legge penale non si può permettere di accusare e di condannare perché taluno odia ipoteticamente una determinata identità sessuale, religiosa, economica o politica.

Anzitutto, come già si è detto, perché l’odio è uno stato soggettivo assolutamente indiscernibile da una legge o da un giudice. In secondo luogo, perché l’odio non è un motivo per agire, bensì un movente dell’azione. Quindi si agisce non per motivo dell’odio, ma si agisce per movente dell’odio, sospinti da uno stato transitorio dell’animo. Mai l’odio è stato assunto dalla legge come motivo integratore di una circostanza aggravante. I motivi che aggravano un reato sono quelli abietti o futili, che ricevono il contenuto da una valutazione oggettiva circa il loro disvalore; non i motivi d’odio, che afferiscono esclusivamente a uno stato d’animo.

L’odio è il movente delle azioni volontariamente compiute per distruggere un bene. È il substrato dell’animo, inerente ad ogni azione malvagia. Costruire quindi i reati di odio significa travalicare i confini di ciò che è alla legge e al giudice ragionevolmente possibile fare. Significa costruire dei reati imperniati sul tipo interiore di autore: il tipo del soggetto odiatore.

  • Con ciò la legge penale perverrebbe alla disumanizzazione di categorie sempre più vaste di soggetti, dapprima di coloro che hanno paura di alcune categorie di diversi, poi di altre, poi di altre ancora. Tutti coloro che manifestano le loro paure appellandosi al valore della propria identità sarebbero degli odiatori, da disumanizzarsi attraverso il monito del precetto penale e da rieducarsi per il tramite dell’esecuzione della pena.

Il diverso diventa l’odiatore, destinatario della riprovazione normativa e, per suo tramite, della riprovazione di tutta la collettività. Non ci si rende proprio conto che attraverso la creazione dei reati d’odio l’ordinamento rischia di trasformarsi esso stesso in causa di discriminazione tra le persone, ove i discriminati dalla legge diventano coloro che manifestano convinzioni forti in ordine alla loro identità.

  • Né va trascurato l’effetto criminogeno di potenziali norme che intendessero incriminare i c.d. reati d’odio. Non si vuole certo negare che esistano nella società soggetti definibili letterariamente come omofobi, eterofobi, islamofobi, cristianofobi o giudeofobi. La sottoposizione delle persone caratterizzate da tali note al rischio penale non può che provocare, in una certa parte di questi soggetti, per impulso reattivo, il passare all’atto delle tendenze interiori, eventualmente venate di odio. Questa è la legge quasi meccanica della criminalizzazione. Essa fa scattare atti reattivi in una certa quota di soggetti che si sentono perseguitati nella loro identità.

V. Violazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), della libertà di associazione (art. 18 Cost.) e della libertà di religione (artt. 19-20)

Già si è evidenziato sub II che le implementazioni proposte introdurrebbero nell’ordinamento una fattispecie generale di reato d’opinione basata sul presunto movente d’odio. Questo tipo di disposizione viola l’art. 21 Cost., nonché le altre disposizioni fondamentali menzionate in rubrica e, in particolare, la libera espressione delle convinzioni religiose, delle opinioni scientifiche e storiche e della libertà di associazione.

Taluno, in maniera semplicistica, allo scopo di legittimare l’implementazione punitiva di cui alle proposte, sostiene che la Costituzione non può legittimare l’odio.

Le cose non sono così semplici. La Costituzione promuove la solidarietà (art. 2 Cost.) e tutela l’identica dignità di tutte le persone (art. 3 Cost.), ma non prescrive un codice di convinzioni legittimamente sostenibili, proibendone altre. E allora non deve essere svalorizzato il fondamentale art. 21 Cost., che tutela l’espressione di tutte le opinioni che non abbiano in se stesse, per le modalità espressive e per la minaccia almeno implicita rivolta a terzi, un effetto diretto di istigazione a commettere delitti.

Già con riferimento alle fattispecie di istigazione presenti nel codice penale (artt. 414 e 415), dottrina e giurisprudenza hanno in epoca risalente evidenziato il rischio che tali norme dessero rilevanza penale a mere manifestazioni del pensiero non allineato, che debbono invece ritenersi legittime nell’ambito di un confronto anche acceso e conflittuale tra idee e convinzioni diverse, tutte tutelate dall’art. 21 Cost.

Varie sentenze costituzionali hanno riconosciuto la necessità che la norma penale individui le connotazioni che consentono di distinguere una mera manifestazione del pensiero da una «quasi azione» o da un «principio di azione» di ulteriori fattispecie di reato. Basterebbe ricordare la sentenza 23.4.1974, n. 108 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità del reato di istigazione all’odio tra le classi sociali (art. 415 c.p.) – l’unica fattispecie di odio presente nel codice – «nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La stessa Corte ha rielaborato struttura e funzioni del delitto di apologia di reato (art. 414, 3° co.) nelle forme di una istigazione indiretta, nei termini di un comportamento che deve essere «concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti» (C. Cost., 4.5.1970, n. 65).

VI. Ulteriore e inaccettabile estensione della normativa punitiva

Le varie proposte di legge sono imperniate sul concetto di odio fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

La norma si appalesa, quindi, non soltanto come diretta alla ipotetica tutela dell’omosessualità o della transessualità, bensì di tutte le forme di orientamento sessuale e di tutte le dottrine o procedure dirette a distaccare l’identità sessuale della persona dall’identità biologica allo scopo di favorire la creazione di un’identità psicologica o sociale fluida e indeterminata.

In questo modo, sotto il pretesto di arrecare una maggiore determinatezza alla norma, si intende porre sotto lo scudo della protezione penale tanto i vari orientamenti sessuali, ancora oggi valutati come disturbi della personalità, come la tendenza voyeuristica, la tendenza sessuale masochistica, la tendenza sessuale sadistica, la tendenza sessuale feticistica, quanto le ancora oggi assai controverse teorie del gender, alla cui stregua l’identità della persona non è determinata dalla biologia, bensì dalla libera scelta dell’individuo.

La non condivisione, più o meno scientificamente argomentata, di alcuni orientamenti sessuali e la loro condanna, per esempio dell’orientamento masochistico o sadistico, da parte di una larga parte della collettività, che ravvisa in essi una potenziale fonte di violenza contro la persona, potrebbero essere addirittura sindacate in sede penale come espressione di odio verso coloro che se ne facessero sostenitori in una dimensione di assoluta autodeterminazione sessuale.

L’effetto paralizzante della stessa discussione scientifica in ordine alle problematiche del gender sarebbe devastante sul piano culturale, creando una sorta di riserva protetta per coloro che sostengono determinate teorie e propongono forme educative corrispondenti alle teorie relative alla fluidità dell’identità sessuale.

VII. Creazione, costituzionalmente illegittima, di disparità di trattamento tra situazioni simili o, addirittura, tra situazioni che richiedono una più incisiva tutela rispetto alle situazioni indicate nelle proposte di legge

Vi sono nella cultura contemporanea delle tendenze violentemente contrarie ad alcuni istituti e valori fondamentali per l’educazione dei bambini e per la pace sociale. Ci si riferisce, in particolare, all’istituto della famiglia. Vi sono poi delle condizioni di particolare vulnerabilità in cui si trovano molte persone malformate, disabili, anziane, malate della sindrome di Alzheimer ecc.

Ora vi sono molte pubblicazioni ispirate a un profondo odio nei confronti della famiglia, disprezzata come istituzione addirittura criminogena. Una certa parte della cultura manifesta un odio particolare verso la famiglia o, comunque, l’unione stabile tra un uomo e una donna, in quanto entrambe le forme sarebbero espressione della triviale tendenza dell’uomo e della donna di unirsi sessualmente a scopo generativo e non esclusivamente ludico. Si tratta di teoriche, talora ammantate da un certo culto ambientalistico ostile alla centralità dell’uomo nel creato, che odiano, sulla falsariga di certe tendenze gnostiche antiche, la generazione tramite l’incontro del sesso maschile con quello femminile, in quanto incontro aperto tragicamente a protrarre sulla terra il dominio del demiurgo creatore. Anche queste forme di odio, peraltro rivolte a un’istituzione fondamentale per la sopravvivenza stessa della società e per la promozione della pace sociale, dovrebbero, sulla base dei principi che ispirano le proposte legislative in oggetto, essere ricomprese sotto una previsione penale.

Vi sono, poi, alcune tendenze, che si manifestano pubblicamente in teorie e in dichiarazioni, che propagandano l’eutanasia, anche non volontaria, nei confronti delle persone incapaci di libera autodeterminazione, gli infanti malformati, i gravi malati mentali, gli anziani in condizione di incapacità di intendere e di volere, i malati di Alzheimer, gli stessi malati in condizioni non più risanabili.

Laddove si intendesse la tutela offerta all’orientamento sessuale e all’identità di genere come una tutela rivolta a soggetti vulnerabili, si dovrebbe a maggior ragione fornire una tutela penale anche per stigmatizzare le opinioni di odio delle istituzioni familiari, nonché di tutte quelle manifestazioni di pensiero che inducono a togliere la stessa esistenza per via eutanasica a persone incapaci di intendere e di volere o che sono gravemente disabili o inferme.

Mauro Ronco

Fonte:www.centrostudilivatino.it