Chiesa in Italia

Riparare, pregando. Omelia di Mons. Crepaldi a Monte Grisa. 13 giugno 2019

Carissimi fratelli e sorelle,

1.        Continua nel nostro Santuario di Monte Grisa, dedicato alla Vergine Maria nei suoi titoli di Madre e Regina, la bella e consolante tradizione di ricordare le apparizioni della Madonna a tre pastorelli di Fatima. Inoltre, in questa fausta circostanza, accogliamo il pellegrinaggio del Decanato di Roiano che è impreziosito dalla presenza dei bambini e delle bambine che hanno fatto la Prima Comunione. Come allora anche oggi, la Vergine Maria si rivolge, con amore di predilezione, ai piccoli. Questa singolare scelta della Madonna contiene un invito, pressante e urgente, ad essere anche noi come i tre pastorelli: umili, semplici, poveri; ad invocare l’aiuto della Madre celeste, capace di darci la forza necessaria per affrontare gli ostacoli che incontriamo nel nostro cammino spirituale. Lei, con incomparabile generosità, ci conduce da suo Figlio Gesù, il Salvatore e il Redentore del mondo. San Giovani Paolo II, in uno dei suoi numerosissimi scritti dedicati alla Vergine santa, scrisse: “Sin dal tempo in cui Gesù, morendo sulla croce, disse a Giovanni: “Ecco la tua Madre” (Gv 19,27); sin dal tempo in cui “il discepolo la prese nella sua casa”, il mistero della maternità spirituale di Maria ha avuto il suo adempimento nella storia con un’ampiezza senza confini”.

2.        Carissimi fratelli e sorelle, questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina – di cui molti possiedono documentazione – si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano. Ecco la necessità di riparare quello che è stato rotto e di pulire quello che è stato sporcato, che, da Gesù Cristo in poi, costituisce la missione propria della Chiesa e di noi cristiani. Come? La risposta a questa domanda ci giunge da sant’Antonio di Padova, del quale oggi facciamo memoria. Il Santo dei miracoli ci dice che se non si mette al centro di tutto e di tutti nostro Signore Gesù Cristo non si va da nessuna parte. “Il centro” egli scrive “è il posto che compete a Gesù: in cielo, nel grembo della Vergine, nella mangiatoia del gregge e sul patibolo della Croce … Sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da Lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradino verso di noi che camminiamo all’intorno e ci agitiamo alla periferia” (Sermone dell’Ottava di Pasqua 6; in S. Antonio da Padova. I Sermoni, ed. Messaggero, Padova 1996, pag. 229-230).

3.        Carissimi fratelli e sorelle, lo stile cristiano non rivendica alcunché con orgoglio. Piuttosto è uno stile che cerca continuamente di conformarsi all’austero messaggio di Fatima: fare penitenza, pregare, credere nel Vangelo, convertirsi. Quello di Fatima è un messaggio profondamente evangelico; è un messaggio che ci invita a vivere il Vangelo; è un messaggio che ci sollecita a seguire Cristo che è la nostra salvezza. Oggi, in modo particolare, andiamo spiritualmente a Fatima, dove la Madonna comunicò a dei fanciulli cose importantissime per la Chiesa e per il mondo. E con i bambini della Prima Comunione del Decanato di Roiano, imploriamo da Maria la conversione dei peccatori e la pace in tutto il mondo, con nel cuore la consolante certezza di appartenere al Signore, Colui che è il nostro Tutto, il nostro tesoro. Maria ce lo indica: questa è la sua missione materna. Gioiosamente viviamo in amicizia e comunione con il Signore Gesù, con il cuore sempre aperto ad accogliere e a portare a Lui tutti i nostri fratelli e sorelle, bisognosi di verità e di amore.

 

+ Giampaolo Crepaldi

Monte Grisa, 13 giugno 2019

Le stragi terroristiche nella Domenica di Pasqua. Comunicato Stampa a firma di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi.

La Diocesi di Trieste esprime la sua fraterna vicinanza e l’assicurazione della propria preghiera ai cristiani dello Sri Lanka e condanna fermamente gli atti di terrorismo islamo-jihadista che hanno insanguinato il Paese asiatico, colpendo soprattutto i cristiani che, nel giorno di Pasqua, si trovavano raccolti nelle chiese a celebrare la risurrezione del Signore Gesù. Atti di morte mentre si celebrava la vita e l’amore divini. I kamikaze che si sono immolati in nome di Dio per uccidere altri uomini non hanno compiuto altro che atti di profanazione e di bestemmia.  Definire «martiri» questi mostri che sono morti compiendo atti terroristici è stravolgere il concetto di martirio, che è testimonianza di chi si fa uccidere per non rinunciare a Dio e al Suo amore e non di chi uccide in nome di Dio. Quale segno di speranza ci resta la statua del Cristo Risorto, rimasta ritta all’interno di una delle chiese attaccate: essa si presenta macchiata con il sangue dei nuovi martiri cingalesi che, con il dono della loro vita, hanno offerto la più eloquente e convincente testimonianza di quanto la fede in Cristo promuova la vera umanità nella fraternità e nella pace.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Arcivescovo di Trieste

LA DISMISSIONE E IL RIUSO ECCLESIALE DI CHIESE. Pontificio Consiglio della Cultura -Dicembre 2018-

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La ricerca della nuova destinazione di una chiesa ridotta a uso profano deve far parte di un progetto di cui sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile. E se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione. Parola del cardinale presidente del Pontificio Consiglio della cultura Gianfranco Ravasi, che anticipa in esclusiva al Sir i contenuti delle Linee guida della Santa Sede che verranno diffuse oggi.

Formazione dei futuri preti nella tutela dei beni culturali; inventario e catalogazione di questi beni; coinvolgimento della comunità cristiana locale nei progetti di trasformazione e nuova destinazione delle chiese dismesse; dialogo con le istituzioni civili. Preferibili finalità culturali, sociali e caritative; da escludersi utilizzi commerciali. E le reliquie custodite sugli altari devono essere collocate in nuovi altari o custodite in appositi reliquiari. Questi alcuni contenuti del documento “La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida”, approvato dal Pontificio Consiglio della cultura – Dicastero della Santa Sede competente per la questione – e dai delegati delle Conferenze episcopali di Europa, Canada, Stati Uniti e Australia a conclusione del convegno internazionale “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici” (Pontificia Università Gregoriana, 29 – 30 novembre). Le Linee guida (cinque capitoli e 11 raccomandazioni finali) verranno pubblicate oggi alle 12 sul sito del Dicastero. Ad anticiparne i contenuti in esclusiva al Sir è il cardinale presidente Gianfranco Ravasi. Con una precisazione lapidaria : “Se in alcuni casi la desacralizzazione è legittima, non è mai ammissibile la dissacrazione”.

Quali sono gli scenari delineati e il quadro emerso dal convegno?
All’interno di un contesto generalizzato di urbanizzazione e secolarizzazione, una grande diversità e ricchezza di proposte ed esperienze all’interno degli ambiti nazionali. Sono state presentate proposte concrete e significative. Anche in futuro spingeremo all’idea di far conoscere le “buone pratiche” proponendole come modelli da imitare adattandoli ai contesti nazionali. La ricchezza di chiese era un tempo calibrata su un contesto socio-culturale che presupponeva una civitas christiana o una città non attraversata dall’attuale urbanesimo. Oggi il centro delle città non è quasi più abitato, ma funzionale ad attività esclusivamente amministrative e gestionali. Questo immenso patrimonio ecclesiale si rivela quindi sempre più problematico nella sua conservazione e nella sua stessa esistenza; tuttavia costituisce una realtà simbolica permanente. Più della metà delle chiese al centro di Roma non vengono utilizzate, ma non le potremmo mai trasformare in un museo o altro perché costituiscono un simbolo per la città e per il mondo intero che viene a visitarle.

Se cade la sacralità di un tempio non ne viene però meno la funzione simbolica di luogo spirituale e artistico.

Il patrimonio “nobile” andrà dunque conservato e tutelato così com’è, anche se non più destinato al culto. In caso di edifici “dispersi” e privi di qualità simbolica

la desacralizzazione è legittima; ciò che invece non è mai ammissibile è la dissacrazione.

Non deve pertanto scandalizzare i fedeli il fatto che uno di questi spazi venga destinato ad un uso non sacrale, a condizione che non sia dissonante con la realtà originaria del tempio: musei, biblioteche, archivi, centri culturali e d’incontro anche per la comunità civile, ma anche segni caritativi. Penso ai pranzi per i poveri nella basilica di sant’Eustachio o a quello che la Comunità di sant’Egidio organizza a Santa Maria in Trastevere il giorno di Natale.

Che cosa direbbe a chi definisce “dissacratorie” queste iniziative?
Non si tratta di dissacrazione. È piuttosto una sorta di “desacralizzazione temporanea” che però in ultima analisi partecipa dello spirito della liturgia, categoria sulla quale è necessaria una riflessione. Come indica il termine greco, “liturgia” deriva da laós (popolo) ed érgon (opera). Non è soltanto il culto, è opera di un popolo, di un’assemblea. La Bibbia la definisce “tenda del convegno”, ossia dell’incontro con Dio che è primario, ma anche dei fedeli tra loro. Culto divino, annuncio del Vangelo e carità in azione: nella liturgia non c’è la sola dimensione della verticalità ma anche quella dell’orizzontalità. Per questo, una destinazione “altra” che però riguardi la comunità fa parte dell’anima della liturgia:

è una sorta di para-liturgia, una continuazione della liturgia in altra forma.

Del resto san Francesco affermava che era lecito alienare beni della chiesa e oggetti sacri per finalità caritative, e ce lo ha ricordato anche Papa Francesco nel Messaggio inviato al convegno.

All’interno di queste coordinate, quali sono a suo avviso le raccomandazioni più significative?
Anzitutto l’indicazione di prevedere nella formazione dei futuri preti – ma anche dei vescovi di recente nomina – una preparazione specifica in materia di beni culturali, sull’importanza e il valore storico e artistico del patrimonio della Chiesa. Forme di degenerazione o dissacrazione nascono spesso da incompetenza e mancanza di consapevolezza. Un’adeguata conoscenza consentirebbe inoltre di interloquire con i professionisti della conservazione e con i funzionari dello Stato.

Oltre agli edifici sacri, il patrimonio comprende anche gli arredi.
Le raccomandazioni offrono norme anche per la loro tutela: se rimossi in caso di dismissione del tempio devono essere collocati in un’altra chiesa oppure custoditi in un museo. Come ha affermato ancora il Papa nel suo Messaggio, una corretta esposizione museale può ridonare loro “quasi una nuova vita, così che possano continuare a svolgere una missione ecclesiale”. Discorso diverso per l’altare, che anche dopo la riduzione della chiesa ad uso profano non perde mai la sua dedicazione e benedizione: già le Linee guida per la modificazione di parrocchie e la chiusura e l’alienazione di chiese, emesse nel 2013 dalla Congregazione per il clero, stabiliscono che se non può essere trasferito in un’altra chiesa deve essere distrutto. Presupposti essenziali cui richiamano le raccomandazioni sono l’inventario e la catalogazione del patrimonio della Chiesa. Se la Conferenza episcopale italiana è molto avanti in questo censimento, i diversi contesti nazionali presentano situazioni disomogenee, legate anche a differenti normative in materia di proprietà degli edifici di culto.

Nel corso del convegno è stata sottolineata l’importanza di coinvolgere la comunità cristiana tentando di “ricostruire un patto virtuoso” tra popolazione e territorio.
Le linee guida raccomandano infatti

il coinvolgimento di tutta l’assemblea, dell’intero popolo di Dio

per evitare che, pur nel rispetto della normativa canonica, l’alienazione di una chiesa e la sua nuova destinazione siano un colpo di mano del vescovo o del parroco. La decisione deve essere il più possibile condivisa e assunta in dialogo con la società civile. Talvolta, infatti, a battersi contro la dismissione sono gruppi di non credenti. In alcuni casi si tratta di manovre strumentali per dimostrare il degrado del clero o della Chiesa; in altri di persone che, pur non mettendo piede nel tempio, lo considerano il simbolo del quartiere, un emblema incastonato nel tessuto urbano. Le raccomandazioni invitano inoltre a tenere conto, in ogni decisione, del contesto generale del territorio, delle dinamiche sociali e delle strategie pastorali.

La dismissione e la ricerca della futura destinazione devono far parte di un progetto del quale sia protagonista la comunità ecclesiale in dialogo con la comunità civile

coinvolgendo anche le figure professionali di riferimento – specialisti del patrimonio, architetti, operatori sociali del territorio – per sottolineare la finalità anche sociale di questa trasformazione. Preferibili gli usi culturali, sociali o caritativi; da escludersi ogni utilizzo commerciale con finalità speculative.

(Fonte:SIR)

 

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Immigrazione, venti laici scrivono al presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinal Gualtiero Bassetti. Ottobre 2018

Eccellenza Reverendissima Cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della CEI

Eccellenze Reverendissime, Vescovi della Chiesa Cattolica in Italia,

con rispetto assoluto e filiale, ci permettiamo di scrivere per esternare a Lei e ai Vescovi italiani della Chiesa Cattolica, le nostre perplessità e per dissipare i nostri dubbi in merito alla cosiddetta “questione dei migranti”.

Siamo rimasti molto colpiti da due testi che abbiamo letto negli scorsi mesi.

 

LA LETTERA CONTRO IL RAZZISMO

Il primo testo è del luglio del 2018, di un gruppo di presbiteri e laici, che chiedeva a tutti Voi d’intervenire “sul dilagare della cultura intollerante e razzista”, che a parere dei firmatari è presente nel nostro Paese. I firmatari chiedevano un Vostro intervento sul tema dell’«inconciliabilità profonda tra razzismo e Cristianesimo», a partire dal tema dell’accoglienza.

Il primo compito è evangelizzare

Colpisce che a questo proposito si usino le categorie mondane, dimostrando una totale subalternità culturale, ignorando ciò che la Chiesa ha maturato nel suo cammino storico. Diceva ad esempio Pio XI, in un discorso agli alunni di “De Propaganda Fide” il 28 luglio 1938: «Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con questa universalità stanno bene assieme – bene intese e al loro posto – l’idea di “razza”, stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti, come si dice nazione si può dire razza e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere (…), una sola, universale, cattolica razza. Né si può negare che in questa razza universale non ci sia luogo per le razze speciali (…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il sano razzismo».

Anche se il linguaggio di allora può essere considerato equivocabile nel nostro tempo, è chiaro però ciò che il papa intendeva: c’è una chiamata universale alla fede cattolica, perciò il nostro compito fondamentale è l’evangelizzazione. È esattamente questo il primo mandato di Cristo ai Suoi discepoli: “Andate e ammaestrate tutte le genti”.
Quante volte la Chiesa, negli ultimi anni, ha parlato di conversione a proposito dei migranti? Le “razze” esistono – come esistono le Nazioni, le Patrie, le Identità – e rappresentano una distinzione, non un motivo di prevaricazione o di odio.

Un fenomeno fuori controllo

Le paure della gente hanno poco a che fare con il colore della pelle o con la chiusura verso il diverso. Ben lo dimostra anche la storia recente del nostro Paese: l’immigrazione è un fenomeno che dura da anni, se è vero che ormai gli immigrati costituiscono poco meno del 10% della popolazione, ma non si sono mai presentati problemi veri di convivenza. Anche le emergenze, ben gestite, non hanno creato problemi. Si pensi ad esempio agli oltre mille boat people vietnamiti che nel 1979 furono raccolti da navi italiane e accolti in pochi comuni veneti. Non solo non si sono avute forme di intolleranza, ma quella esperienza è stata un modello di accoglienza e integrazione.

Ciò che oggi spaventa è una immigrazione irregolare fuori controllo, quella legata agli sbarchi tanto per intenderci, foraggiata con i soldi dei contribuenti italiani e che sta ponendo gravi problemi di sicurezza come può constatare chiunque non abbia gli occhi accecati dall’ideologia. Però si preferisce dare del fascista, del razzista e dello xenofobo a chi pone seriamente il problema di evitare uno scontro sociale che è già in essere. Malgrado la retorica dei “disperati che fuggono dalle guerre”, la realtà è ben diversa, tanto che gli aventi diritto allo status di rifugiato sono meno del 10%.  Il resto sono “carne da macello”, gestita da organizzazioni criminali dei paesi d’origine e dei paesi di destinazione: un business di 6 miliardi di dollari all’anno di cui nessuno parla, inferiore solo a quello delle armi e della droga. A questo business, per sovvenzionare il soggiorno e l’alloggio dei migranti irregolari, l’Italia – nel quale vivono 5.000.000 di persone in povertà assoluta, tra i quali 1.000.000 di bambini – destina miliardi di euro ogni anno.

Cambiare questa situazione, anche chiedendo che l’intera Europa risolva politicamente questo problema, significa essere razzisti, xenofobi, anti-evangelici oppure significa essere realisti, persone di buon senso e rispettose della legalità?

UN’UNICA FAMIGLIA UMANA

Il secondo testo è la Sua Prolusione al Consiglio permanente della Cei del 21 gennaio 2018, laddove lei parla di «Un’unica famiglia umana». Qui si richiama il fatto che «la Chiesa cattolica, sin dalla fondazione, si prende cura dei poveri, degli “scartati” e degli “sconfitti della storia”, con uno spirito di totale obbedienza al Vangelo, perché vede nelle loro piaghe il riflesso di quelle di Cristo sulla Croce. I poveri, tutti i poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa “per diritto evangelico” come disse Paolo VI nel discorso di apertura della II sessione del Concilio Vaticano II. In virtù di questo “diritto evangelico” – e non certo in nome di una rivendicazione sociale – ogni cristiano è chiamato ad andare verso di loro con un atteggiamento di comprensione e compassione».

Noi abbiamo imparato da sempre che coloro che agli occhi degli uomini sono “poveracci” (o, con un’espressione più elegante, detta da Cristo nel Vangelo di Matteo, i “fratelli più piccoli”), sono gli umili, i “minimi”, i fedeli servi di Dio. Sono coloro che siederanno alla Sua destra, nelle “tende eterne”, dopo il giudizio finale. Il povero non possiede questo «diritto evangelico» in quanto tale. La salvezza dei poveri è stata acquistata “a caro prezzo”, come dice San Paolo, come quella di tutti coloro che si convertono a Cristo, si pentono dei loro peccati e vivono nella grazia di Dio. La virtù teologale della carità non riguarda solo le opere di Misericordia corporale, che ogni cristiano è tenuto a compiere nei confronti dei “poveracci”, con comprensione e compassione, perché esse sono vane se non sono accompagnate da quelle di Misericordia spirituale.

Origene, nel III secolo, commentando Mt 25, affermava che «oltre al pane e al vestito che servono al corpo, si devono alimentare le anime con alimenti spirituali». Questo, per una ragione molto semplice, che sta a fondamento della Chiesa istituita da Nostro Signore Gesù Cristo: la Chiesa esiste perché Cristo ha voluto donarsi, immolandosi ed accettando il Suo Sacrificio, per garantire a tutti gli uomini di ogni tempo il «sacramento universale di salvezza», la grazia della liberazione dal peccato e dal potere del Maligno e la speranza certa della vita eterna. I poveri – come le guerre, le malattie, la morte – c’erano prima di Cristo e ci sono dopo Cristo, perché esiste il peccato originale ed esiste l’Inferno, come esiste il Purgatorio, per chi non vive su questa terra purificandosi e abbracciando la Croce che Cristo offre ai Suoi amici.

Il messaggio del Vangelo non si riduce a preservare la legge morale, ma la fede. Tutto ha un senso, per i cristiani, se s’incontra Cristo, l’Unico Salvatore. La Chiesa, voluta da Cristo e da Lui generata, questo ha proclamato sempre e i frutti sono rappresentati dalla nostra civiltà (in cui rientra anche la legge morale). La Chiesa ha sempre offerto la sua sofferenza per i peccatori, ma non ha mai abdicato al suo mandato divino di ammaestrare le genti al Vangelo. E, soprattutto, non ha mai sepolto la Verità.

È evidente che la Chiesa è chiamata ad esercitare la Carità, come Cristo moltiplicò i pani e i pesci, ma il Signore non è venuto in mezzo a noi per andare incontro e risolvere i bisogni terreni dell’uomo.

Il caso Islam e l’esempio di San Francesco

I numeri ci dicono che su poco meno di 6 milioni di immigrati, 2,5 milioni sono islamici, e questo pone un problema oggettivo visto che si tratta di una comunità che nel suo insieme non è disposta a integrarsi e, non da oggi, è invece animata da un certo “spirito di conquista”. Ricordiamo quanto ebbe a dire già nel 1974, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Houari Boumédiène, leader dell’Algeria dal 1965 al 1978: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero sud per irrompere nell’emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria».

Quelle parole oggi non sembrano più fantasie, e sono inoltre agevolate dal vero problema della nostra Italia – così come dell’Europa -, ovvero l’abbandono della fede in Cristo. Del resto il “dialogo”, parola che nelle Sacre Scritture neppure esiste, diventa impossibile con chi appartiene ad un’ideologia fondata sull’uso della violenza.

Del resto la Chiesa, nei confronti dei non cristiani, ha sempre avuto un atteggiamento di annuncio, di chiamata alla conversione. E laddove le condizioni non permettevano la proposta cristiana, l’opzione normale non era l’adattarsi all’interlocutore, ma il martirio, esso stesso considerato il più completo trionfo della fede sull’errore.

Vale dunque la pena meditare sull’esempio che ci ha dato San Francesco d’Assisi che mette nel conto il martirio durante il suo incontro con il Sultano Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219, durante la Quinta Crociata (cfr. Fonti francescane 2690-2691):

«Mentre era alla corte, il sultano volle mettere alla prova in questo modo la fede e la devozione che il beato Francesco mostrava d’avere verso il Signore nostro crocifisso. Un giorno fece stendere uno splendido tappeto, decorato quasi per intero con segni di croce, e poi disse ai presenti: “Si chiami ora quell’uomo, che sembra essere un cristiano autentico. Se per venire fino a me calpesterà sul tappeto i segni di croce, gli diremo che fa ingiuria al suo Signore; se invece si rifiuterà di passare, gli dirò perché mi fa questo dispetto di non venire”. Chiamato allora quell’uomo, che era pieno di Dio e da questa pienezza era bene istruito su quanto doveva fare e su quanto doveva dire, passando su quel tappeto si accostò al sultano. Quegli, ritenendo d’aver motivo sufficiente per rimproverare l’uomo di Dio perché aveva fatto ingiuria a Cristo Signore, gli disse: “Voi Cristiani adorate la croce, come segno speciale del vostro Dio; perché dunque non hai avuto timore a calpestare questi segni della croce?”. Rispose il beato Francesco: “Dovete sapere che assieme al Signore nostro furono crocifissi anche dei ladroni. Noi possediamo la vera croce di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, e questa noi l’adoriamo e la circondiamo della più profonda devozione. Ora, mentre questa santa e vera croce del Signore fu consegnata a noi, a voi invece sono state lasciate le croci dei ladroni. Ecco perché non ho avuto paura di camminare sui segni della croce dei ladroni. Tra voi e per voi non c’è nulla della Santa Croce del Salvatore”». Prosegue Frate Illuminato: «Lo stesso sultano gli sottopose anche un’altra questione: “Il vostro Dio nei suoi Vangeli insegnò che voi non dovete rendere male per male, e non dovete salvaguardare la vostra tonaca […]. Quanto più dunque i Cristiani non dovreste invadere le nostre terre […]”. Rispose Francesco: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove, infatti, dice: ‘Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E con questo ha voluto insegnarci che nessun uomo è a noi così amico e così parente, fosse pure a noi caro come un occhio della testa, che non dovremmo allontanarlo, strapparlo e del tutto sradicarlo, se tentasse di distoglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i Cristiani giustamente invadono voi e le terre che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quanti più uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”. Tutti gli astanti furono presi da ammirazione per le risposte di lui».

La lobby internazionale pro-migranti

Non deve neanche essere dimenticato che dietro al movimento di milioni di persone non ci sono soltanto guerre e povertà, ma anche un disegno politico ben preciso. Ad esempio il finanziere George Soros finanzia i flussi migratori a livello internazionale, attraverso le Organizzazioni non Governative. L’ha confermato egli stesso durante una riunione delle Nazioni Unite nel 2016. Emma Bonino – che fa parte del board dell’Open Society Foundation, l’organizzazione fondata da Soros – promuove campagne in Italia a favore dell’accoglienza del maggior numero possibile di migranti. Alla campagna politica di Emma Bonino – “Ero straniero, l’umanità che fa bene” – ha dato la sua adesione Papa Francesco e a lei vengono aperte le porte delle Chiese per la sua propaganda.

Emma Bonino dice : «In politica, come spesso accade anche nella vostra vita personale o professionale, gli interessi si scontrano coi valori e lo sforzo è quello di trovare degli equilibri più o meno precari, più o meno presentabili, sapendo che interessi e valori non sempre vanno nella stessa direzione; ebbene se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i nostri valori è esattamente il tema dell’immigrazione e dell’Europa». La tecnica usata – quella di presunti valori che determinano interessi – è uguale a quella di tutte le battaglie radicali: il divorzio, l’aborto, l’eutanasia. In questi ultimi casi, i valori sono i diritti, che coincidono con i desideri. L’ideologia edonistica elevata a modello di vita e svincolata da qualsiasi ancoraggio ai principi di ordine naturale. Nel caso dei migranti, i valori – l’accoglienza umanitaria – coincidono con il pragmatismo, con il “ci conviene”. Sostiene Emma Bonino: «Dei sei milioni di immigrati irregolari nel nostro Paese ne abbiamo bisogno: producono l’8% del PIL, sono l’8% della popolazione, sono contribuenti netti, pagando nel 2014 le pensioni di 640 mila italiani, hanno inventato 500mila imprese, dando lavoro anche agli italiani e coprendo nicchie che gli italiani non volevano coprire. Con il nostro grande declino demografico che è lo stesso della Spagna, del Portogallo, della Germania, della Bulgaria, oggi noi abbiamo 805mila figli di immigrati che vanno a scuola; senza di loro chiudiamo 35mila classi e 68mila mila insegnanti lasciano il lavoro per mancanza semplicemente di persone a cui insegnare».

È veramente paradossale che chi ha operato ed opera per la promozione dei sistemi contraccettivi, della legge sull’aborto – che insieme al larghissimo uso degli altri sistemi abortivi, ha concorso, in 40 anni, all’uccisione di oltre 6 milioni di italiani – contro l’obiezione di coscienza dei medici che non vogliono praticare gli aborti e a favore delle politiche antinataliste delle organizzazioni internazionali e che in nome di un boom demografico che non esiste ha invocato il rientro dolce della popolazione mondiale, invochi ora il declino demografico per perorare l’afflusso dei migranti nel nostro territorio. Tanto da dichiarare: «Noi avremo bisogno, tanto per essere in equilibrio tra anziani e forza lavoro, di 160mila nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni». Ai 160mila nuovi ingressi ogni anno, a parere della Bonino, bisognerebbe aggiungere un esercito di 500mila irregolari accumulati negli anni, perché hanno perso il permesso di soggiorno.

Il ragionamento è questo: uno Stato che non promuove più la scuola professionale e la formazione dei giovani per garantire un lavoro certo, e non assicura i diritti di assistenza degli anziani e dei portatori di disabilità, oltre che la vita di milioni di poveri e il diritto alla vita dignitosa di milioni di famiglie, dovrebbe sopravvivere grazie a milioni di persone estranee alla cultura, alla tradizione e all’identità, italiana ed europea. A guardar bene, uno Stato con queste caratteristiche è uno Stato già morto, che si vuole definitivamente seppellire. Siamo alla seconda tappa. Per la prima, quello dello sterminio dei bambini non fatti nascere ci è voluto qualche decennio. Ora, la sostituzione della popolazione può essere assicurata in un battibaleno e il disegno si può realizzare. L’Italia e l’Europa saranno islamizzate.

Le chiediamo, Eminenza: può la Conferenza Episcopale Italiana permettere che queste posizioni vengano espresse addirittura nei dibattiti che si svolgono nelle chiese del nostro Paese?

Vogliamo terminare questo lungo documento con queste parole: «Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo». Sono le parole che la Santa Vergine Maria dice il 12 aprile 1947 a Bruno Cornacchiola, quando apparve a lui e ai suoi tre figli, a Roma, alle Tre Fontane, luogo dove San Paolo conobbe il suo martirio. Il 21 luglio 1998, Cornacchiola annotò nel suo diario: «Ho sognato che musulmani circondavano le chiese e chiudevano le porte e dai tetti gettavano benzina e davano fuoco, con dentro i fedeli in preghiera e tutto anche a fuoco». Il 17 febbraio 1999, aggiunse un’altra riflessione: «Ma perché gli uomini responsabili non vedono l’invasione dell’islam in Europa? Qual è il fine di queste invasioni? Non si ricordano più Lepanto? Oppure hanno dimenticato l’assedio di Vienna? Non si può vedere un’invasione pacifica quando uccidono nel loro paese islamico coloro che si dichiarano cristiani o si convertono a Cristo. Non solo questo, ma non ti permettono di costruire chiese né far proseliti».

È questo che vogliamo per il nostro paese?

 

Con filiale ossequio porgiamo cordiali saluti, chiedendo la Sua Paterna benedizione.

Gianni Cassano, Anna Romolotti, Claudio Anzaghi, Tiziano Briguglio, Agostino Fasulo, Andrea Badalamenti, Giorgio Badalamenti, Davide Fortunato, Giovanni Gibelli, Alessandro Quatela, Gilda De Petri, Antonio Calvanese, Giorgio Crotti, Alessandro Roverselli, Patrizia Beretta, Giancarlo Di Gregorio, Elisabetta Frontali.

Testimoniare Gesù – mettersi dalla parte dell’amore, della cura, della vita. Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin a Gorizia. 12.07.2018

 

Omelia del Segretario di Stato Card. Parolin nella solennità Ss. Ermacora e Fortunato, Martiri, Patroni dell’Arcidiocesi di Gorizia

Basilica di Aquileia, 12 luglio 2018

 

 

Parolin Parolin_Aquileia_12 luglio 2018