Chiesa nel Mondo

Card. Burke: Politici cattolici e l’esclusione dalla Sacra Comunione

Ricevo da Sua Eminenza Card. Raymond Leo Burke e molto volentieri pubblico. La traduzione del testo, rivista e approvata da Sua Eminenza, è mia.

Potete trovare la presente lettera sul sito di Sua Eminenza al seguente link.

Sabino Paciolla

www.sabinopaciolla.com

 

28 ottobre 2021

Festa dei Santi Simone e Giuda, Apostoli

 

Sia lodato Gesù Cristo!

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

 

negli ultimi mesi, l’intenzione della Chiesa negli Stati Uniti d’America è stata molto presente nelle mie preghiere. Nella loro prossima riunione di novembre, i vescovi degli Stati Uniti prenderanno in considerazione l’applicazione del canone 915 del Codice di Diritto Canonico: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto.” [1].  Le loro deliberazioni affronteranno, in particolare, la situazione a lungo termine e gravemente scandalosa dei politici cattolici che persistono nel sostenere e promuovere programmi, politiche e leggi in grave violazione dei precetti più fondamentali della legge morale, mentre, allo stesso tempo, affermano di essere cattolici devoti, specialmente presentandosi a ricevere la Santa Comunione. Pregando per i Vescovi e per la mia patria, gli Stati Uniti d’America, ho sempre più pensato all’esperienza della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti di più di 17 anni fa, nel loro incontro estivo a Denver nel giugno del 2004, nell’affrontare la stessa questione. È un’esperienza che ho vissuto intensamente.

Ho ritenuto importante offrire le seguenti riflessioni come un aiuto per tutti noi nell’affrontare ora e in futuro una questione così critica – una questione di vita e di morte per i non nati e di salvezza eterna per i politici cattolici coinvolti – nella mia patria, come in altre nazioni. Avrei voluto offrire queste riflessioni molto prima, ma il recupero da recenti difficoltà di salute ha impedito la scrittura di queste riflessioni fino ad ora.

Il contesto della riunione del giugno 2004 dei vescovi degli Stati Uniti era la campagna del senatore John Kerry per la presidenza degli Stati Uniti. Il senatore Kerry sosteneva di essere cattolico, mentre, allo stesso tempo, sosteneva e promuoveva l’aborto su richiesta nella nazione. All’epoca ero arcivescovo di Saint Louis (nominato il 2 dicembre 2003 e insediato il 26 gennaio 2004). Come era stata mia prassi come Vescovo di La Crosse (nominato il 10 dicembre 1994 e insediato il 22 febbraio 1995), ho ammonito il senatore Kerry a non presentarsi a ricevere la Santa Comunione perché, dopo essere stato debitamente ammonito, persisteva nel peccato oggettivamente grave di promuovere l’aborto procurato direttamente. Non sono stato l’unico vescovo ad ammonirlo in questo modo.

Fin dai tempi del mio primo ministero episcopale nella diocesi di La Crosse, ho affrontato la situazione di politici che si presentano come cattolici praticanti e, allo stesso tempo, sostenevano e promuovevano programmi, politiche e leggi in violazione della legge morale. Come vescovo nuovo e relativamente giovane, ho parlato con fratelli vescovi, specialmente con uno dei suffraganei più anziani della mia provincia ecclesiastica, di diversi legislatori cattolici nella diocesi di La Crosse, che si trovavano in questa situazione. La risposta comune dei fratelli Vescovi era l’aspettativa che la Conferenza dei Vescovi avrebbe alla fine affrontato la questione.

Conoscendo il mio obbligo morale in una questione di così gravi conseguenze, definite nel can. 915, ho cominciato a contattare i legislatori della diocesi di La Crosse, chiedendo di incontrarli per discutere la completa incoerenza della loro posizione sull’aborto procurato con la fede cattolica che professavano. Purtroppo, nessuno di loro era disposto a incontrarmi. Uno di loro ha portato avanti una certa corrispondenza con me, insistendo che la sua posizione riguardo all’aborto era coerente con la fede cattolica, seguendo l’errato consiglio presentato da alcuni professori di teologia morale dissidenti, aderenti alla scuola eretica del proporzionalismo, in un summit tenutosi nella residenza di Hyannisport della famiglia Kennedy nell’estate del 1964. La documentazione della riunione si trova in un libro di Albert R. Jonsen che accompagnò uno dei professori europei dissidenti di teologia morale e che fu presente a tutta la riunione.[2]

Per quanto riguarda il rifiuto dei legislatori di incontrarmi, devo osservare che trovo, nel migliore dei casi, ingenuo il ritornello comune che ciò che è necessario è più dialogo con i politici cattolici e i legislatori in questione. Nella mia esperienza, essi non sono disposti a discutere la questione perché l’insegnamento della legge naturale, che necessariamente è anche l’insegnamento della Chiesa, è fuori discussione. In alcuni casi, inoltre, ho avuto la forte impressione che non fossero disposti a discutere la questione perché semplicemente non erano disposti a farsi cambiare la mente e il cuore. La verità rimane che l’aborto procurato è la distruzione consapevole e volontaria di una vita umana.

Quando ero arcivescovo di Saint Louis, un legislatore cattolico accettò di incontrarmi, anche se, come attestò anche il suo parroco, non si presentava a ricevere la Santa Comunione. Iniziò l’incontro mostrandomi una foto della sua famiglia. Se ricordo bene, lui e sua moglie avevano quattro figli. Mentre la nostra conversazione procedeva, gli chiesi come, dopo avermi mostrato con tanto orgoglio la foto dei suoi figli, potesse regolarmente votare a favore dell’uccisione dei bambini nel grembo materno. Ha immediatamente abbassato la testa e ha detto: “È sbagliato. So che è sbagliato”. Mentre lo esortavo ad agire secondo la sua coscienza, che aveva appena espresso, ho dovuto ammirare il fatto che, almeno, ammettesse il male in cui era coinvolto e non cercasse di presentarsi a me come un cattolico devoto. Considerando la realtà oggettiva della pratica dell’aborto come una gravissima violazione del primo precetto della legge naturale, che salvaguarda l’inviolabilità della vita umana innocente e indifesa, non c’è nulla su cui dialogare. Il tema del dialogo deve essere il modo migliore per prevenire un tale male nella società. Tale prevenzione non può mai implicare l’effettiva promozione del male.

Con l’annuncio del mio trasferimento dalla Diocesi di La Crosse all’Arcidiocesi di Saint Louis il 2 dicembre 2003, la stampa secolare si recò nella Diocesi di La Crosse, per trovare materiale per la creazione di un’immagine negativa del nuovo Arcivescovo prima del suo arrivo nell’Arcidiocesi. Mentre, prima del mio trasferimento, non c’era stata alcuna discussione pubblica dei miei interventi pastorali con i legislatori in questione, come è del tutto appropriato, la questione diventò pubblica nel dicembre del 2003 e nel gennaio del 2004. Nel porre la questione dell’applicazione del can. 915 davanti al corpo dei vescovi nella sua riunione del giugno 2004, l’azione pastorale che avevo intrapreso nella diocesi di La Crosse e che stavo iniziando a intraprendere nell’arcidiocesi di Saint Louis fu messa in seria discussione. Per illustrare il fatto, durante una pausa della riunione, incontrai, su una tromba delle scale, uno degli eminenti membri della Conferenza dei Vescovi, che scosse il dito contro di me, dichiarando: Non puoi fare quello che stai facendo senza l’approvazione della Conferenza dei Vescovi. Per essere chiari, altri vescovi stavano seguendo un’azione pastorale simile. Risposi alla sua dichiarazione facendo notare che, quando sarei morto, sarei apparso davanti al Signore per rendere conto del mio servizio come Vescovo, non davanti alla Conferenza dei Vescovi.

Qui, devo notare che l’azione pastorale intrapresa non aveva nulla a che fare con l’interferenza nella politica. Era diretta alla salvaguardia della santità della Santa Eucaristia, alla salvezza delle anime dei politici cattolici in questione – che stavano peccando gravemente non solo contro il Quinto Comandamento, ma che commettevano anche un sacrilegio ricevendo indegnamente la Santa Comunione – e alla prevenzione del grave scandalo causato da loro. Quando sono intervenuto pastoralmente con i politici cattolici, è stato fatto in modo appropriatamente confidenziale. Certamente, non ho dato pubblicità alla questione. Sono stati piuttosto i politici che hanno trovato utile presentarsi come cattolici praticanti, nella speranza di attirare i voti dei cattolici, a pubblicizzare la questione per un fine politico.

La discussione durante l’incontro del giugno 2004 è stata difficile e intensa. Senza entrare nei dettagli della discussione, apparentemente non c’era consenso tra i Vescovi, anche se c’era tra alcuni dei Vescovi più influenti il desiderio di evitare qualsiasi intervento con politici cattolici che, secondo la disciplina del can. 915, non avrebbero dovuti essere ammessi a ricevere la Santa Comunione. Alla fine, il presidente, l’allora vescovo Wilton Gregory della diocesi di Belleville, rimandò la questione a una Task Force sui vescovi cattolici e i politici cattolici sotto la presidenza dell’allora cardinale Theodore McCarrick che era chiaramente contrario all’applicazione del can. 915 nel caso di politici cattolici che sostenevano l’aborto procurato e altre pratiche che violavano gravemente la legge morale. La Task Force era composta da un gruppo di vescovi con opinioni contrastanti sull’argomento. In ogni caso, con il tempo, la Task Force fu dimenticata, e la questione critica fu lasciata senza essere affrontata dalla Conferenza dei Vescovi. Quando il vescovo Gregory annunciò la Task Force, il vescovo seduto accanto a me osservò che ora potevamo essere certi che la questione non sarebbe stata affrontata.

Nel contesto del ricordo dell’incontro di Denver della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti nel giugno 2004, è importante per me raccontare altre due esperienze personali collegate.

In primo luogo, nella primavera del 2004, mentre ero a Washington, D.C., per attività a favore della vita, ho incontrato privatamente per quarantacinque minuti uno dei più alti funzionari del governo federale, un cristiano non cattolico che manifestava grande rispetto per la Chiesa cattolica. Nel corso della nostra conversazione, mi chiese se, alla luce delle gravi difficoltà di salute di Papa San Giovanni Paolo II, l’elezione di un nuovo Papa potesse significare un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa riguardo all’aborto procurato. Ho espresso una certa sorpresa per la sua domanda, spiegando che la Chiesa non potrà mai cambiare il suo insegnamento sul male intrinseco dell’aborto procurato perché è un precetto della legge naturale, la legge scritta da Dio su ogni cuore umano. Rispose che aveva posto la domanda perché aveva concluso che l’insegnamento della Chiesa in materia non poteva essere così fermo, dato che poteva nominare per me 80 o più cattolici nel Senato e nella Camera dei Rappresentanti, che sostenevano regolarmente la legislazione a favore dell’aborto.

La conversazione in questione è stata una testimonianza eloquente del grave scandalo causato da tali politici cattolici. Essi, infatti, hanno contribuito in modo significativo al consolidamento di una cultura di morte negli Stati Uniti, in cui l’aborto procurato è semplicemente un fatto della vita quotidiana. La testimonianza della Chiesa cattolica sulla bellezza e la bontà della vita umana, dal suo primo momento di esistenza, e la verità della sua inviolabilità è stata gravemente compromessa al punto che i non cattolici credono che la Chiesa abbia cambiato o cambierà quello che è, di fatto, un insegnamento immutabile. Mentre la Chiesa, svolgendo la missione di Cristo, suo Capo, per la salvezza del mondo, è totalmente contraria all’attacco alla vita umana innocente e indifesa, la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sembra accettare questa pratica ripugnante, in accordo con una visione totalmente secolarizzata della vita umana e della sessualità.

A questo proposito, mi è stato detto che l’argomento della verità sulla vita umana è spesso inefficace, poiché la cultura non ha alcun riguardo per la verità oggettiva, esaltando le opinioni dell’individuo, non importa quanto contrarie alla retta ragione possano essere. Forse, l’approccio adottato nell’assistere le madri e i padri che stanno prendendo in considerazione l’aborto dovrebbe essere preso su una scala più ampia, cioè la visione di un’ecografia della piccola vita umana al suo inizio. Nella mia esperienza, quando le madri e i padri che pensano di procurare un aborto vedono, prima, una tale ecografia, la maggior parte di loro non procede all’aborto. L’immagine visibile della bellezza e della bontà della vita umana li convince del male dell’aborto. Tali ecografie dovrebbero essere facilmente visibili, specialmente da coloro che sono responsabili di guidare la testimonianza essenziale della Chiesa alla vita e da coloro che sono responsabili delle politiche, dei programmi e delle leggi della nazione, che dovrebbero proteggere e promuovere la vita umana, non prevedere la sua distruzione.

Il secondo evento ha avuto luogo durante la mia visita a Roma alla fine di giugno e all’inizio di luglio del 2004, per ricevere da Papa Giovanni Paolo II il pallio di arcivescovo metropolita di Saint Louis. Data la difficile esperienza dell’incontro di Denver, all’inizio del mese di giugno, mi fu consigliato di visitare la Congregazione per la Dottrina della Fede, per essere certo che la mia pratica pastorale fosse coerente con l’insegnamento e la pratica della Chiesa. Fui ricevuto in udienza dall’allora Prefetto della Congregazione, Sua Eminenza, Joseph Cardinale Ratzinger, dall’allora Segretario della Congregazione, l’Arcivescovo, ora Cardinale, Angelo Amato, e da un funzionario di lingua inglese della Congregazione. Il Cardinale Ratzinger mi assicurò che la Congregazione aveva studiato la mia pratica e non vi aveva trovato nulla di discutibile. Mi ammonì solo di non sostenere pubblicamente i candidati alle cariche, cosa che, di fatto, non avevo mai fatto. Espresse una certa sorpresa per il mio dubbio in materia, data una lettera che aveva scritto ai vescovi degli Stati Uniti, che aveva affrontato la questione in modo approfondito. Mi chiese se avessi letto la sua lettera. Gli dissi che non avevo ricevuto la lettera e gli chiesi se potesse gentilmente fornirmene una copia. Sorrise e mi suggerì di leggerla su un popolare blog, chiedendo al funzionario di lingua inglese di fare una fotocopia del testo così come appariva nella sua interezza sul blog. [3]

La lettera in questione espone in modo autorevole l’insegnamento e la pratica costante della Chiesa. La mancata distribuzione ai Vescovi degli Stati Uniti ha certamente contribuito al fallimento dei Vescovi nel giugno del 2004 nel prendere azioni appropriate nell’attuazione del can. 915. Ora, mi si dice che si sostiene che la lettera fosse riservata e, quindi, non pubblicabile. La verità è che fu pubblicata, già ai primi di luglio del 2004, e che evidentemente il Prefetto della Congregazione, che ne era l’autore, non era affatto turbato dal fatto.

Sono passati diciassette anni dalla riunione della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti a Denver durante il mese di giugno del 2004. La questione più seria dell’applicazione del can. 915 del Codice di Diritto Canonico ai politici cattolici che sostengono e promuovono programmi, politiche e legislazioni in grave violazione della legge naturale rimane apparentemente una questione per la Conferenza dei Vescovi. Infatti, l’obbligo del singolo Vescovo è una questione di disciplina universale della Chiesa, riguardante la fede e la morale, sulla quale la Conferenza dei Vescovi non ha autorità. Infatti, un certo numero di Vescovi ha compreso il suo sacro dovere in materia e sta prendendo misure appropriate. Una Conferenza dei Vescovi svolge un importante ruolo di sostegno al Vescovo Diocesano, ma non può sostituire l’autorità che propriamente gli appartiene. È il Vescovo diocesano, non la Conferenza, che applica la legge universale ad una situazione particolare.[4]

Il lavoro della Conferenza dei Vescovi è quello di assistere i singoli Vescovi nello svolgimento del loro sacro dovere, in accordo con il can. 447 del Codice di Diritto Canonico: “La Conferenza Episcopale, organismo di per sé permanente, è l’assemblea dei Vescovi di una nazione o di un territorio determinato, i quali esercitano congiuntamente alcune funzioni pastorali per i fedeli di quel territorio, per promuovere maggiormente il bene che la Chiesa offre agli uomini, soprattutto mediante forme e modalità di apostolato opportunamente adeguate alle circostanze di tempo e di luogo, a norma del diritto.”  [5] Che cosa corrisponde di più alla promozione del “maggior bene che la Chiesa offre all’umanità” se non la salvaguardia e la promozione della vita umana creata a immagine e somiglianza di Dio [6], e redenta dal Preziosissimo Sangue di Cristo, Dio Figlio Incarnato [7], correggendo lo scandalo dei politici cattolici che promuovono pubblicamente e ostinatamente l’aborto procurato.

Vi invito a pregare con me per la Chiesa negli Stati Uniti d’America e in ogni nazione, affinché, fedele alla missione di Cristo, suo Sposo, sia fedele, limpida e senza compromessi nell’applicazione del can. 915, difendendo la santità della Santa Eucaristia, salvaguardando le anime dei politici cattolici che violerebbero gravemente la legge morale e si presenterebbero comunque a ricevere la Santa Comunione, commettendo così un sacrilegio, e impedendo il più grave scandalo causato dalla mancata osservanza della norma del can. 915.

Che Dio benedica voi e le vostre case. Vi prego di pregare per me e specialmente per il recupero della mia salute.

 

Vostro nel Sacro Cuore di Gesù

e nel Cuore Immacolato di Maria,

e nel purissimo Cuore di San Giuseppe,

 Raymond Leo Cardinale BURKE

 

Appello dei vescovi birmani: corridoi umanitari, chiese-rifugio, la fine delle violenze.

1 giugno 2021

A tutto il nostro caro popolo del Myanmar e alle altre parti interessate

Saluti dai vescovi cattolici del Myanmar

Mentre il nostro Paese attraversa momenti di sfide, questo appello è fatto su basi umanitarie. Noi non siamo politici, siamo leader di comunità di fede, accompagniamo la nostra gente nel loro cammino verso la dignità umana.

1. Chiediamo corridoi umanitari per le zone di conflitto: Migliaia di gente nostra, specie i vecchi e i bambini stanno morendo di fame nella jungla. La fame di persone innocenti è l’esperienza più straziante per il cuore. Noi supplichiamo con tutta la gentilezza di permettere corridoi umanitari per raggiungere le masse di affamati ovunque esse siano. Essi sono nostri cittadini e hanno diritti essenziali al cibo e alla sicurezza.

2. Rispettare il diritto di asilo e la santità dei luoghi di preghiera: Nel recente conflitto migliaia hanno cercato sicurezza nelle chiese. Quattro chiese a Loikaw sono state attaccate e migliaia sono fuggiti nella giungla. Per favore, rispettate le norme internazionali di asilo nei tempi di guerra: chiese, pagode, monasteri, moschee, templi, comprese scuole e ospedali sono riconosciuti come luoghi neutrali di rifugio durante i conflitti. Noi ci appelliamo perché questi luoghi non siano attaccati e il popolo che vi cerca rifugio sia protetto.

3. Ci appelliamo a tutte le diocesi cattoliche: Il nostro destino è nelle mani di Dio. Dio deve cambiare i cuori di tutti, portando pace a questa nazione. Come nazione abbiamo sofferto molto e ciò deve terminare. Ogni diocesi apra un periodo di intensa preghiera, cercando la compassione nel cuore di tutti e la pace per questa nazione. Chiediamo a tutte le diocesi:

a. di offrire la messa quotidiana per la pace e la riconciliazione del Paese;

b. dopo la funzione, di pregare con la preghiera messa a disposizione dalla Conferenza episcopale;

c. di fare un’ora di adorazione ogni giorno, da soli o in gruppi;

d. di pregare il Rosario e chiedere la materna protezione di Maria, Madre del perpetuo soccorso.

4. Lavorare per una pace durevole: Questo Paese è stato in conflitto per gli ultimi 70 anni. Ciò che resta sono solo lacrime e ferite di persone innocenti. Nonostante gli eventi recenti, come nazione abbiamo bisogno di investire sulla pace. Nessuno ha mai vinto una guerra in questo Paese.  È nostro dovere lavorare verso la pace. Questo Paese merita di essere unito alla comunità delle nazioni, lasciando il suo passato alla storia, investendo nella pace. La dignità umana è data da Dio e nessuna violenza può negare le aspirazioni del popolo per la dignità umana. Tutto ciò può essere conquistato con mezzi pacifici, come ci mostra la lezione della storia. La pace è ancora possibile. La pace è la strada.

In solidarietà con il popolo del Myanmar.

Il Presidente e i vescovi della Conferenza episcopale del Myanmar

 

Seguono i nomi e le firme di:

Card. Charles Bo,

presidente, Arcidiocesi di Yangon

Mons. John Mahn Hsane Hgyi

Vicepresidente, Diocesi di Pathein

Mons. John Saw Yaw Han

Segretario generale, Vescovo ausiliare di Yangon

Mons. John Saw Gawdy

Sostituto Diocesi di Taungngu

Mons. Basilio Athai

Arcidiocesi di Taunggyi

Mons. Marco Tin Win

Arcidiocesi di Mandalay

Mons. Raymond Saw Po Ray

Diocesi di Mawlamyaing

Mons. Justine Saw Min Thide

Diocesi di Hpa-an

Mons. Alexander Pyone Cho

Diocesi di Pyay

Mons. Lucius Hre Kung

Diocesi di Hakha

Mons. Raymond Sumlut Gam

Diocesi di Bamaw

Mons. Lucas Dau Ze

Diocesi di Lashio

Mons. Noel Saw Naw Aye

Vescovo ausiliare di Yangon

Omelia del cardinale Joseph Zen nella Messa per ricordare le vittime di piazza Tienanmen.

www.lanuovabq.it

Il sacrificio dei giovani che 32 anni fa morirono per la libertà e la democrazia in Cina è più che mai attuale. Finché il regime non riconoscerà quel crimine, vuol dire che ritiene che sia giusto uccidere persone inermi in nome di un presunto “interesse generale”. Ma noi non perdiamo la speranza. Ecco l’omelia del cardinale Joseph Zen pronunciata a Hong Kong lo scorso 4 giugno nella Messa per ricordare le vittime di piazza Tienanmen.

 

Sono trascorsi 32 anni dal 1989 al 2021. Avevo 57 anni, un giovane uomo anziano, quell’anno. Quelli che oggi sono 57-60enni, allora erano ventenni. Credo che abbiano dei ricordi molto vividi di quel che accadde nel giugno di quell’anno. Ma i giovani che adesso hanno vent’anni, possono solo ascoltare quel che viene raccontato da altri su un periodo della storia che sta per essere offuscato, col passare del tempo.

Oggi, fratelli e sorelle di 90, 60 e sotto i 30 anni di età, si radunano qui a partecipare a questa Santa Messa perché apparteniamo alla stessa famiglia, alla famiglia del popolo di Hong Kong, alla famiglia dei cattolici di Hong Kong, così come alla famiglia del popolo cinese e dell’umanità intera. Non possiamo sapere come i giornali, domani, etichetteranno il nostro incontro di questa sera. Per noi è una Messa di suffragio.

Prima di tutto, ricordiamoci di cosa sia una Messa di suffragio. Noi cattolici crediamo che, quando una persona muore, la sua vita viene giudicata in modo definitivo. Speriamo che tutti siano invitati ad entrare in Paradiso e godano della gloria eterna. Ma non possiamo escludere che alcuni abbiano perso questa grazia perché se ne sono esclusi. Ed anche coloro che sono qualificati per andare in Paradiso possono aver bisogno di passare attraverso un percorso di purificazione. Questa è la nostra fede cattolica. Grazie alla penitenza, i peccati commessi in passato vengono perdonati. Ma ci possono essere alcune macchie e difetti che non sono stati completamente cancellati con le buone azioni. Devono essere purificati in una dolorosa attesa dopo la morte, prima che possano entrare nella vera grazia.

In questo percorso di purificazione, ricevono aiuto dall’intera Chiesa, perché la Chiesa è un corpo mistico. Noi custodiamo il tesoro di questo corpo mistico, possiamo contribuire con la preghiera e le azioni virtuose e possiamo ottenere grazie per aiutare i nostri fratelli e sorelle che devono completare questo doloroso percorso di purificazione.

La preghiera e le buone azioni non sono limitate nel tempo. Noi siamo convinti che questi fratelli e sorelle siano già in Paradiso, che le nostre offerte e preghiere di oggi li abbiano già aiutati quabdi ne avevano bisogno. Naturalmente l’aiuto non è limitato a coloro che sono battezzati, perché ogni persona onesta e di buon cuore appartiene al popolo di Dio.

Noi dedichiamo questa Messa di suffragio per ricordare i fratelli e le sorelle che hanno sacrificato le loro vite per la nostra libertà e democrazia in Piazza Tienanmen e nei viali circostanti, 32 anni fa. Ciò che essi chiedevano era un governo onesto. Ciò che desideravano era una Cina realmente forte. Sfortunatamente, essi hanno lasciato questo mondo con il marchio di infamia dei “rivoltosi”. Il loro sacrificio era per noi e noi abbracciamo le loro speranze irrealizzate: una società giusta e pacifica, un popolo rispettato dal governo, una Cina veramente grande e rispettata dal mondo.

Alcuni diranno: «I martiri sono già in Paradiso. Sono stati ricordati per 32 anni ed è sufficiente così». No, noi rispettiamo e amiamo veramente i martiri della patria, amiamo il nostro Paese, le nostre speranze non moriranno mai.

Questa settimana, nelle Messe, abbiamo letto il Libro di Tobia. Nella sua terra occupata, apprese un giorno che un suo compatriota era stato ucciso, il suo corpo esposto al mercato. Lo portò immediatamente a casa e lo seppellì dopo il tramonto. Sapeva che, facendolo, avrebbe rischiato la vita. Anche i suoi vicini lo deridevano: «Vale la pena di rischiare la vita per il rispetto di un cadavere?». Ma Tobia non permise che il corpo del defunto divenisse il pasto dei cani randagi. Allo stesso modo, non possiamo permettere che i nomi dei martiri siano insultati per sempre.

La Rivoluzione Culturale è stata giudicata ufficialmente. Nel 1981, la Sesta sessione plenaria dell’Undicesimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, è giunta alla conclusione che la Rivoluzione Culturale fosse una «lotta intestina provocata dagli errori di un leader … che ha portato a conseguenze catastrofiche per il Partito, lo Stato e l’intero popolo» e che «la responsabilità principale per questo grave errore di “deviazionismo di sinistra” sia in effetti da attribuirsi al compagno Mao Zedong». Ebbene, non sarebbe ancor più semplice formulare una dichiarazione onesta anche per gli eventi del 4 giugno?

Ma se gli uomini al vertice, dopo 32 anni, non ascoltano ancora la voce del popolo, perché noi non dovremmo temere che ritengano ancora giusto, nel nome di un cosiddetto “interesse generale, uccidere giovani innocenti che amano il loro Paese? Allora, il 4 giugno, la tragedia non sta lentamente allontanandosi da noi, piuttosto sta, gradualmente, palesandosi di nuovo ai nostri occhi.

Noi rifiutiamo il pessimismo. Non perderemo la speranza. Mentre ricordiamo i nostri morti, le nostre preghiere chiedono anche al Signore di guidare i nostri uomini di governo sul sentiero di giustizia e pace. Possa la Vergine Maria, tutti i Santi e i Martiri della Cina intercedere per noi sull’altare di Dio.

Il cardinale Burke lancia la “scomunica” per Biden per la sua promozione “aggressiva” dell’aborto. Di Sabino Paciolla

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

Un articolo di Pete Baklinski, pubblicato su Lifesitenews, nella mia traduzione.

 

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

“Una tale persona che afferma di essere cattolica e tuttavia promuove in modo così aperto, ostinato e aggressivo un crimine come l’aborto procurato è nello stato, come minimo, di apostasia”, ha detto il cardinale in un’intervista questa settimana con Thomas McKenna dell’Azione Cattolica per la Fede e la Famiglia.

“In altre parole, fare questo è allontanarsi da Cristo e allontanarsi dalla fede cattolica. E così la seconda azione, che deve essere considerata, è una pena canonica, una sanzione, per il crimine di apostasia, che sarebbe la scomunica”, ha aggiunto il cardinale.

Il cardinale Burke, uno dei più importanti avvocati canonici del mondo, già prefetto della più alta corte della Chiesa, ha fatto questo commento mentre rispondeva alla domanda di McKenna su “cosa si può fare ora… qual è il prossimo passo” che la leadership cattolica deve fare in risposta al presidente Biden che si professa un cattolico praticante che prende sul serio la sua fede, mentre firma ordini esecutivi che promuovono direttamente l’aborto.

Biden si è identificato come un cattolico devoto nonostante stia lavorando per espandere l’aborto, un atto che la Chiesa cattolica condanna come un “male morale” che è “gravemente contrario alla legge morale”. Nelle sue prime due settimane di mandato, Biden si è impegnato a rendere l’aborto disponibile a “tutti”, “rendendo legge” la decisione della Corte Suprema Roe v. Wade del 1973, che ha imposto l’aborto in tutti i 50 stati. Durante quello stesso periodo, ha anche revocato per ordine esecutivo la politica di Città del Messico che blocca i fondi federali dall’andare alle organizzazioni non governative (ONG) che forniscono o promuovono aborti all’estero.

I democratici si sono impegnati a eliminare l’emendamento Hyde, a favore della vita, che proibisce che i fondi federali vadano a pagare gli aborti in programmi come Medicaid. A febbraio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, controllata dai Democratici, ha approvato una legge di soccorso COVID-19 che, tra le altre cose, userà i soldi dei contribuenti per finanziare gli aborti e l’industria dell’aborto in una serie di programmi federali con la scusa del soccorso per il coronavirus.

La Chiesa cattolica insegna che la scomunica, subita a causa di “alcuni peccati particolarmente gravi”, è la “pena ecclesiastica più grave”.

Essa “impedisce la ricezione dei sacramenti e l’esercizio di alcuni atti ecclesiastici, e per i quali l’assoluzione di conseguenza non può essere concessa, secondo il diritto canonico, se non dal Papa, dal vescovo del luogo o dai sacerdoti da loro autorizzati”, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica. La scomunica ha lo scopo di portare il peccatore al pentimento per i suoi peccati e al ritorno in piena comunione con la Chiesa.

Il cardinale Burke, nella sua intervista di questa settimana, ha iniziato la sua risposta alla domanda di McKenna su cosa può essere fatto notando che ci sono “due cose che dovrebbero essere fatte immediatamente”.

La prima azione è che si deve comunicare a Biden che non può presentarsi alla Santa Comunione mentre difende l’aborto.

“Una persona che ostinatamente e pubblicamente nega le verità della fede e agisce effettivamente contro le verità della fede o della legge morale, non può presentarsi a ricevere la Santa Comunione”, ha detto Burke.

“E, allo stesso tempo, il ministro della Santa Comunione, di solito il sacerdote, non deve dare loro la Santa Comunione, se si presentano. Ora, normalmente parlando, la gente dovrebbe capire che il crimine dell’aborto procurato è una grave violazione contro il primo precetto della legge morale, cioè la salvaguardia e la promozione della vita umana. Ma il sacerdote dovrebbe avvertire una tale persona che non dovrebbe presentarsi per ricevere la Santa Comunione”, ha aggiunto.

Burke ha detto che se una tale persona, dopo aver ricevuto tale avvertimento, si presentasse ancora a ricevere la Comunione, a quella persona “dovrebbe essere negato” il sacramento.

Il cardinale ha detto che ci sono due verità all’opera che devono essere sostenute in questo tipo di situazione che riguardano la realtà dell’Eucaristia e la sua degna ricezione.

“Una [verità] è la santità della Santa Eucaristia. Essa è il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo. E ricevere il corpo di Cristo consapevolmente e volontariamente in stato di peccato è un sacrilegio. È uno dei peggiori peccati. E San Paolo lo disse già nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 11, ‘Chi mangia il corpo e il sangue di Cristo senza riconoscerlo, mangia la propria condanna’. E così, per prevenire la commissione di un sacrilegio, dobbiamo insistere che tali persone non si avvicinino a ricevere la Santa Comunione”, ha detto.

“Non è solo per la loro propria salvezza, certamente, ma anche per evitare lo scandalo dato agli altri che vedono qualcuno che sta pubblicamente promuovendo atti gravemente immorali e tuttavia si presenta a ricevere la Santa Comunione. E quindi questa è la prima cosa e non ha niente a che fare con una punizione. E la gente dice: “Stai punendo”. No, ha a che fare con una degna ricezione del sacramento. È semplicemente la disciplina che è necessaria a causa della realtà della Santa Eucaristia”, ha aggiunto.

A questo punto, il cardinale ha sottolineato che la seconda azione che potrebbe essere presa contro Biden è la scomunica.

Il cardinale ha sottolineato che anche coloro che non sono d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto sanno che è sbagliato per un cattolico affermare di praticare la fede e ricevere la Comunione mentre allo stesso tempo è un promotore pubblico dell’aborto.

“Potrebbero anche non essere d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto procurato, ma sanno cos’è, e si dicono: ‘Come può la Chiesa che insegna che l’aborto procurato è intrinsecamente cattivo, che non può mai essere giusto, come può la stessa Chiesa dare il Santo Sacramento, la Santa Eucaristia a un pubblico promotore di questo male?”

“Non è solo un peccato contro la fede, che certamente lo è, ma anche contro la ragione”, ha detto.

Burke ha affermato che qualsiasi azione intrapresa contro i cattolici nella vita pubblica che meritano tali sanzioni non è per augurare “danno” a una persona del genere, ma per “augurare il suo bene ultimo”.

“A volte si dice che se la Chiesa nega la Santa Comunione a questi politici, è perché sta facendo del sacramento un’arma politica. Ma non è affatto così. La Chiesa sta salvaguardando le sue realtà più sacre e salvaguardando le anime dei fedeli”, ha detto.

“A mio giudizio, sono questi politici che stanno usando il sacramento per un fine politico, in altre parole, fingendo di essere cattolici devoti e di dare questa impressione per ottenere il sostegno dei cattolici quando, in realtà, non sono affatto cattolici devoti”, ha aggiunto.

Il cardinale Burke si unisce all’arcivescovo Joseph Naumann, capo dell’ufficio Pro-Life dei vescovi statunitensi, nel richiamare Biden a causa del definirsi cattolico mentre promuove pubblicamente l’aborto. Naumann ha dichiarato che i vescovi statunitensi devono “correggere” Biden per il suo “agire in modo contrario” alla fede cattolica.

Il cardinale ha detto che l’arcivescovo Naumann sta “esprimendo una meravigliosa leadership”.

“Speriamo di sentire un intero coro di vescovi che diano lo stesso messaggio ai loro fedeli”.

 

(www.sabinopaciolla.com)

Chaput: “No, senza amor di patria non si può vivere”. Di Marco Respinti

Siamo stati contenti che nel suo ultimo libro l’arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput abbia parlato di Patria e di amore per la Patria, come riferito dall’articolo che pubblichiamo, in quest’epoca di forzato globalismo. Anche il nostro Osservatorio ha ampiamente trattato del tema nel suo 11mo Rapporto dedicato a POPOLI NAZIONI PATRIE TRA NATURA E ARTIFICIO POLITICO. Il Rapporto, a cura di Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana, presenta 5 Studi e 11 Cronache dai Cinque continenti circa l’importanza delle relazioni naturali delle nazioni e delle patrie secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa la quale nulla dice circa la loro diluizione in un indistinta (e facilmente dominabile perché sradicata) società globale.
Il Rapporto è acquistabile (Euro 14,00) scrivendo a info@vanthuanobservatory.org

Una leggenda più o meno metropolitana (udita Oltreoceano con le mie orecchie) dice che in inglese si usi «motherland» poiché «fatherland» suonerebbe troppo simile al termine teutonico-nazi «vaterland». Oggi «patria» verrebbe giudicato patriarcal-sciovinista in qualsiasi lingua, ma in tempi fluidi come i nostri nemmeno i cantori di un più femminista, e ovviamente inesistente, «matria» la passerebbero liscia all’esame della gender-police (anche «terra natale» verrebbe stigmatizzato dai cosiddetti pro-choice).

Ma mons. Charles J. Chaput, cappuccino, arcivescovo emerito di Filadelfia, procede tranquillo per la propria strada e alla patria dedica un capitolo intero del suo prossimo libro, in uscita a breve, Things Worth Dying For: Thoughts on a Life Worth Living. E ne ha pure tratto un articolo pubblicato su The Public Discourse, lo stimolante periodico online fondato da una delle menti più brillanti della nuova generazione di bioeticisti (cattolici) statunitensi, Ryan T. Anderson, recentemente incappato nella censura del presidio che la gender-police mantiene su Amazon.

Non siamo isole, dice il presule riecheggiando la Meditazione XVII del poeta metafisico inglese John Donne (1572-1631) e apparteniamo tutti a un più «ampio continente» (“ciò che contiene”, filologia secca) «di esperienze umane che si prolungano nel passato per secoli, esperienze che ci collocano dentro una rete fatta di casa, famiglia, clan, tribù, amici, Paese e religione», che fanno risuonare le corde delle «emozioni» e che esigono «la nostra fedeltà», giacché, «in misura ampia, sono ciò che fa di noi ciò che noi siamo», dandoci «il contesto delle nostre vite».

Non va per il sottile, mons. Chaput, e scomoda subito le cose grosse. Il poeta latino Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.) e il suo «dulce et decorum est pro patria mori», prima ancora “i 300” di Leonida (540-480 a.C.) che fermarono i Persiani alle Termopili, “salvando l’Occidente”, e dopo William Shakespeare (1564-1616) e il suo Enrico V alla battaglia di Agincourt: «Chi oggi verserà il proprio sangue con me sarà mio fratello». Ricorre la morte, come se una vita per cui non si fosse disposti anche a dare la morte, propria, sì, ma pure, altrui, fosse pula.

Un vescovo esagerato? Giammai. Perché, scrive, le «culture incapaci di ispirare al proprio popolo il sacrificio ultimo per un bisogno o un codice di condivisi non hanno alcun futuro». Parole così oggi valgono la lapidazione in effigie, eppure sono la chiave della storia umana. Mons. Chaput cita Rolando a Roncisvalle, il «mito-storia» (lo chiama il grande archeologo italiano Emmanuel Anati) con cui la gente della mia generazione veniva grande (mons. Chaput nota che, ai suoi tempi, la Chanson de Roland era lettura scolastica obbligatoria): le sue scene «più famose narrano del suo eroico ergersi contro un nemico feroce e assai più numeroso». Rolando e i suoi compagni d’arme morirono per qualcosa di grande. Gli ultimi loro pensieri furono per la patria («Francia, la dolce» con cui la medioevista francese Régine Pernoud [1909-1998] ha costruito una delle proprie stoccate più belle), per il buon re Carlomagno (748-814) e per Dio, chiedendo il Paradiso (e ottenendolo).

The Public Discourse ci ha illustrato l’articolo di monsignore, riproducendo delle vetrate entusiasmanti: «Le cose per cui siamo disposti a morire sono legate a ciò che per noi è sacro»: il senso della Chanson per il presule statunitense è questo. E, usando il corsivo, «anche l’essere disposti a morire per qualcosa consacra quel qualcosa come sacro». Siamo al punto. Oggi si è tutti scettici di un vecchiume come il patriottismo. «Uno spirito critico e spesso velenosamente cinico ha minato», scrive il successore degli Apostoli, «gran parte della vita moderna, incluso il concetto di “Paese”. Al contempo è venuto crescendo un tipo bislacco di utopismo globalista. Promette una nuova solidarietà che trascende i confini nazionali, ma è una “solidarietà” tanto superficiale quanto distante». Ad essa è collegata una ideologia economicistica che ci riduce tutti a meri consumatori. Mons. Chaput lo chiama «mercato libero», ma è piuttosto la sua caricatura.

Chaput non è uno sciocco e sa bene come molti traducano “patriottismo” con la sua corruzione «stile Babilonia», il “nazionalismo”, che «nell’era moderna ha causato grandi mali», essendo «un vizio». Del resto l’uomo è cittadino del Cielo, non di uno Stato-nazione. Epperò, ancora, «dulce et decorum est pro patria mori», ripete mons. Chaput: «Abbiamo bisogno del patriottismo sano», consci che «quell’amore per il nostro Paese potrebbe persino condurci a un sacrificio grande, addirittura radicale, al fine di preservare il meglio che di esso rimane. Quell’amore non è male. È fonte di liberazione».

Certo, il patriottismo non sostituisce «la nostra fame di Paradiso», ma è «una grazia naturale: una liberazione parziale, ma reale dalla prigione di un mondo senza più lealtà e dall’isolamento dell’amore per il proprio ego». È così da dopo la caduta dell’impero romano in Occidente. Quando mancano i poeti, i capi, gli eroi e i politici, tocca ai preti fare i poeti, i capi, gli eroi e i politici, re-insegnandoci a essere Rolando, il cavaliere quotidiano che difese la terra dei padri per meritarsi la cittadinanza del Cielo.

Marco Respinti