Chiesa nel Mondo

Appello dei vescovi birmani: corridoi umanitari, chiese-rifugio, la fine delle violenze.

1 giugno 2021

A tutto il nostro caro popolo del Myanmar e alle altre parti interessate

Saluti dai vescovi cattolici del Myanmar

Mentre il nostro Paese attraversa momenti di sfide, questo appello è fatto su basi umanitarie. Noi non siamo politici, siamo leader di comunità di fede, accompagniamo la nostra gente nel loro cammino verso la dignità umana.

1. Chiediamo corridoi umanitari per le zone di conflitto: Migliaia di gente nostra, specie i vecchi e i bambini stanno morendo di fame nella jungla. La fame di persone innocenti è l’esperienza più straziante per il cuore. Noi supplichiamo con tutta la gentilezza di permettere corridoi umanitari per raggiungere le masse di affamati ovunque esse siano. Essi sono nostri cittadini e hanno diritti essenziali al cibo e alla sicurezza.

2. Rispettare il diritto di asilo e la santità dei luoghi di preghiera: Nel recente conflitto migliaia hanno cercato sicurezza nelle chiese. Quattro chiese a Loikaw sono state attaccate e migliaia sono fuggiti nella giungla. Per favore, rispettate le norme internazionali di asilo nei tempi di guerra: chiese, pagode, monasteri, moschee, templi, comprese scuole e ospedali sono riconosciuti come luoghi neutrali di rifugio durante i conflitti. Noi ci appelliamo perché questi luoghi non siano attaccati e il popolo che vi cerca rifugio sia protetto.

3. Ci appelliamo a tutte le diocesi cattoliche: Il nostro destino è nelle mani di Dio. Dio deve cambiare i cuori di tutti, portando pace a questa nazione. Come nazione abbiamo sofferto molto e ciò deve terminare. Ogni diocesi apra un periodo di intensa preghiera, cercando la compassione nel cuore di tutti e la pace per questa nazione. Chiediamo a tutte le diocesi:

a. di offrire la messa quotidiana per la pace e la riconciliazione del Paese;

b. dopo la funzione, di pregare con la preghiera messa a disposizione dalla Conferenza episcopale;

c. di fare un’ora di adorazione ogni giorno, da soli o in gruppi;

d. di pregare il Rosario e chiedere la materna protezione di Maria, Madre del perpetuo soccorso.

4. Lavorare per una pace durevole: Questo Paese è stato in conflitto per gli ultimi 70 anni. Ciò che resta sono solo lacrime e ferite di persone innocenti. Nonostante gli eventi recenti, come nazione abbiamo bisogno di investire sulla pace. Nessuno ha mai vinto una guerra in questo Paese.  È nostro dovere lavorare verso la pace. Questo Paese merita di essere unito alla comunità delle nazioni, lasciando il suo passato alla storia, investendo nella pace. La dignità umana è data da Dio e nessuna violenza può negare le aspirazioni del popolo per la dignità umana. Tutto ciò può essere conquistato con mezzi pacifici, come ci mostra la lezione della storia. La pace è ancora possibile. La pace è la strada.

In solidarietà con il popolo del Myanmar.

Il Presidente e i vescovi della Conferenza episcopale del Myanmar

 

Seguono i nomi e le firme di:

Card. Charles Bo,

presidente, Arcidiocesi di Yangon

Mons. John Mahn Hsane Hgyi

Vicepresidente, Diocesi di Pathein

Mons. John Saw Yaw Han

Segretario generale, Vescovo ausiliare di Yangon

Mons. John Saw Gawdy

Sostituto Diocesi di Taungngu

Mons. Basilio Athai

Arcidiocesi di Taunggyi

Mons. Marco Tin Win

Arcidiocesi di Mandalay

Mons. Raymond Saw Po Ray

Diocesi di Mawlamyaing

Mons. Justine Saw Min Thide

Diocesi di Hpa-an

Mons. Alexander Pyone Cho

Diocesi di Pyay

Mons. Lucius Hre Kung

Diocesi di Hakha

Mons. Raymond Sumlut Gam

Diocesi di Bamaw

Mons. Lucas Dau Ze

Diocesi di Lashio

Mons. Noel Saw Naw Aye

Vescovo ausiliare di Yangon

Omelia del cardinale Joseph Zen nella Messa per ricordare le vittime di piazza Tienanmen.

www.lanuovabq.it

Il sacrificio dei giovani che 32 anni fa morirono per la libertà e la democrazia in Cina è più che mai attuale. Finché il regime non riconoscerà quel crimine, vuol dire che ritiene che sia giusto uccidere persone inermi in nome di un presunto “interesse generale”. Ma noi non perdiamo la speranza. Ecco l’omelia del cardinale Joseph Zen pronunciata a Hong Kong lo scorso 4 giugno nella Messa per ricordare le vittime di piazza Tienanmen.

 

Sono trascorsi 32 anni dal 1989 al 2021. Avevo 57 anni, un giovane uomo anziano, quell’anno. Quelli che oggi sono 57-60enni, allora erano ventenni. Credo che abbiano dei ricordi molto vividi di quel che accadde nel giugno di quell’anno. Ma i giovani che adesso hanno vent’anni, possono solo ascoltare quel che viene raccontato da altri su un periodo della storia che sta per essere offuscato, col passare del tempo.

Oggi, fratelli e sorelle di 90, 60 e sotto i 30 anni di età, si radunano qui a partecipare a questa Santa Messa perché apparteniamo alla stessa famiglia, alla famiglia del popolo di Hong Kong, alla famiglia dei cattolici di Hong Kong, così come alla famiglia del popolo cinese e dell’umanità intera. Non possiamo sapere come i giornali, domani, etichetteranno il nostro incontro di questa sera. Per noi è una Messa di suffragio.

Prima di tutto, ricordiamoci di cosa sia una Messa di suffragio. Noi cattolici crediamo che, quando una persona muore, la sua vita viene giudicata in modo definitivo. Speriamo che tutti siano invitati ad entrare in Paradiso e godano della gloria eterna. Ma non possiamo escludere che alcuni abbiano perso questa grazia perché se ne sono esclusi. Ed anche coloro che sono qualificati per andare in Paradiso possono aver bisogno di passare attraverso un percorso di purificazione. Questa è la nostra fede cattolica. Grazie alla penitenza, i peccati commessi in passato vengono perdonati. Ma ci possono essere alcune macchie e difetti che non sono stati completamente cancellati con le buone azioni. Devono essere purificati in una dolorosa attesa dopo la morte, prima che possano entrare nella vera grazia.

In questo percorso di purificazione, ricevono aiuto dall’intera Chiesa, perché la Chiesa è un corpo mistico. Noi custodiamo il tesoro di questo corpo mistico, possiamo contribuire con la preghiera e le azioni virtuose e possiamo ottenere grazie per aiutare i nostri fratelli e sorelle che devono completare questo doloroso percorso di purificazione.

La preghiera e le buone azioni non sono limitate nel tempo. Noi siamo convinti che questi fratelli e sorelle siano già in Paradiso, che le nostre offerte e preghiere di oggi li abbiano già aiutati quabdi ne avevano bisogno. Naturalmente l’aiuto non è limitato a coloro che sono battezzati, perché ogni persona onesta e di buon cuore appartiene al popolo di Dio.

Noi dedichiamo questa Messa di suffragio per ricordare i fratelli e le sorelle che hanno sacrificato le loro vite per la nostra libertà e democrazia in Piazza Tienanmen e nei viali circostanti, 32 anni fa. Ciò che essi chiedevano era un governo onesto. Ciò che desideravano era una Cina realmente forte. Sfortunatamente, essi hanno lasciato questo mondo con il marchio di infamia dei “rivoltosi”. Il loro sacrificio era per noi e noi abbracciamo le loro speranze irrealizzate: una società giusta e pacifica, un popolo rispettato dal governo, una Cina veramente grande e rispettata dal mondo.

Alcuni diranno: «I martiri sono già in Paradiso. Sono stati ricordati per 32 anni ed è sufficiente così». No, noi rispettiamo e amiamo veramente i martiri della patria, amiamo il nostro Paese, le nostre speranze non moriranno mai.

Questa settimana, nelle Messe, abbiamo letto il Libro di Tobia. Nella sua terra occupata, apprese un giorno che un suo compatriota era stato ucciso, il suo corpo esposto al mercato. Lo portò immediatamente a casa e lo seppellì dopo il tramonto. Sapeva che, facendolo, avrebbe rischiato la vita. Anche i suoi vicini lo deridevano: «Vale la pena di rischiare la vita per il rispetto di un cadavere?». Ma Tobia non permise che il corpo del defunto divenisse il pasto dei cani randagi. Allo stesso modo, non possiamo permettere che i nomi dei martiri siano insultati per sempre.

La Rivoluzione Culturale è stata giudicata ufficialmente. Nel 1981, la Sesta sessione plenaria dell’Undicesimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, è giunta alla conclusione che la Rivoluzione Culturale fosse una «lotta intestina provocata dagli errori di un leader … che ha portato a conseguenze catastrofiche per il Partito, lo Stato e l’intero popolo» e che «la responsabilità principale per questo grave errore di “deviazionismo di sinistra” sia in effetti da attribuirsi al compagno Mao Zedong». Ebbene, non sarebbe ancor più semplice formulare una dichiarazione onesta anche per gli eventi del 4 giugno?

Ma se gli uomini al vertice, dopo 32 anni, non ascoltano ancora la voce del popolo, perché noi non dovremmo temere che ritengano ancora giusto, nel nome di un cosiddetto “interesse generale, uccidere giovani innocenti che amano il loro Paese? Allora, il 4 giugno, la tragedia non sta lentamente allontanandosi da noi, piuttosto sta, gradualmente, palesandosi di nuovo ai nostri occhi.

Noi rifiutiamo il pessimismo. Non perderemo la speranza. Mentre ricordiamo i nostri morti, le nostre preghiere chiedono anche al Signore di guidare i nostri uomini di governo sul sentiero di giustizia e pace. Possa la Vergine Maria, tutti i Santi e i Martiri della Cina intercedere per noi sull’altare di Dio.

Il cardinale Burke lancia la “scomunica” per Biden per la sua promozione “aggressiva” dell’aborto. Di Sabino Paciolla

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

Un articolo di Pete Baklinski, pubblicato su Lifesitenews, nella mia traduzione.

 

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

“Una tale persona che afferma di essere cattolica e tuttavia promuove in modo così aperto, ostinato e aggressivo un crimine come l’aborto procurato è nello stato, come minimo, di apostasia”, ha detto il cardinale in un’intervista questa settimana con Thomas McKenna dell’Azione Cattolica per la Fede e la Famiglia.

“In altre parole, fare questo è allontanarsi da Cristo e allontanarsi dalla fede cattolica. E così la seconda azione, che deve essere considerata, è una pena canonica, una sanzione, per il crimine di apostasia, che sarebbe la scomunica”, ha aggiunto il cardinale.

Il cardinale Burke, uno dei più importanti avvocati canonici del mondo, già prefetto della più alta corte della Chiesa, ha fatto questo commento mentre rispondeva alla domanda di McKenna su “cosa si può fare ora… qual è il prossimo passo” che la leadership cattolica deve fare in risposta al presidente Biden che si professa un cattolico praticante che prende sul serio la sua fede, mentre firma ordini esecutivi che promuovono direttamente l’aborto.

Biden si è identificato come un cattolico devoto nonostante stia lavorando per espandere l’aborto, un atto che la Chiesa cattolica condanna come un “male morale” che è “gravemente contrario alla legge morale”. Nelle sue prime due settimane di mandato, Biden si è impegnato a rendere l’aborto disponibile a “tutti”, “rendendo legge” la decisione della Corte Suprema Roe v. Wade del 1973, che ha imposto l’aborto in tutti i 50 stati. Durante quello stesso periodo, ha anche revocato per ordine esecutivo la politica di Città del Messico che blocca i fondi federali dall’andare alle organizzazioni non governative (ONG) che forniscono o promuovono aborti all’estero.

I democratici si sono impegnati a eliminare l’emendamento Hyde, a favore della vita, che proibisce che i fondi federali vadano a pagare gli aborti in programmi come Medicaid. A febbraio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, controllata dai Democratici, ha approvato una legge di soccorso COVID-19 che, tra le altre cose, userà i soldi dei contribuenti per finanziare gli aborti e l’industria dell’aborto in una serie di programmi federali con la scusa del soccorso per il coronavirus.

La Chiesa cattolica insegna che la scomunica, subita a causa di “alcuni peccati particolarmente gravi”, è la “pena ecclesiastica più grave”.

Essa “impedisce la ricezione dei sacramenti e l’esercizio di alcuni atti ecclesiastici, e per i quali l’assoluzione di conseguenza non può essere concessa, secondo il diritto canonico, se non dal Papa, dal vescovo del luogo o dai sacerdoti da loro autorizzati”, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica. La scomunica ha lo scopo di portare il peccatore al pentimento per i suoi peccati e al ritorno in piena comunione con la Chiesa.

Il cardinale Burke, nella sua intervista di questa settimana, ha iniziato la sua risposta alla domanda di McKenna su cosa può essere fatto notando che ci sono “due cose che dovrebbero essere fatte immediatamente”.

La prima azione è che si deve comunicare a Biden che non può presentarsi alla Santa Comunione mentre difende l’aborto.

“Una persona che ostinatamente e pubblicamente nega le verità della fede e agisce effettivamente contro le verità della fede o della legge morale, non può presentarsi a ricevere la Santa Comunione”, ha detto Burke.

“E, allo stesso tempo, il ministro della Santa Comunione, di solito il sacerdote, non deve dare loro la Santa Comunione, se si presentano. Ora, normalmente parlando, la gente dovrebbe capire che il crimine dell’aborto procurato è una grave violazione contro il primo precetto della legge morale, cioè la salvaguardia e la promozione della vita umana. Ma il sacerdote dovrebbe avvertire una tale persona che non dovrebbe presentarsi per ricevere la Santa Comunione”, ha aggiunto.

Burke ha detto che se una tale persona, dopo aver ricevuto tale avvertimento, si presentasse ancora a ricevere la Comunione, a quella persona “dovrebbe essere negato” il sacramento.

Il cardinale ha detto che ci sono due verità all’opera che devono essere sostenute in questo tipo di situazione che riguardano la realtà dell’Eucaristia e la sua degna ricezione.

“Una [verità] è la santità della Santa Eucaristia. Essa è il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo. E ricevere il corpo di Cristo consapevolmente e volontariamente in stato di peccato è un sacrilegio. È uno dei peggiori peccati. E San Paolo lo disse già nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 11, ‘Chi mangia il corpo e il sangue di Cristo senza riconoscerlo, mangia la propria condanna’. E così, per prevenire la commissione di un sacrilegio, dobbiamo insistere che tali persone non si avvicinino a ricevere la Santa Comunione”, ha detto.

“Non è solo per la loro propria salvezza, certamente, ma anche per evitare lo scandalo dato agli altri che vedono qualcuno che sta pubblicamente promuovendo atti gravemente immorali e tuttavia si presenta a ricevere la Santa Comunione. E quindi questa è la prima cosa e non ha niente a che fare con una punizione. E la gente dice: “Stai punendo”. No, ha a che fare con una degna ricezione del sacramento. È semplicemente la disciplina che è necessaria a causa della realtà della Santa Eucaristia”, ha aggiunto.

A questo punto, il cardinale ha sottolineato che la seconda azione che potrebbe essere presa contro Biden è la scomunica.

Il cardinale ha sottolineato che anche coloro che non sono d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto sanno che è sbagliato per un cattolico affermare di praticare la fede e ricevere la Comunione mentre allo stesso tempo è un promotore pubblico dell’aborto.

“Potrebbero anche non essere d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto procurato, ma sanno cos’è, e si dicono: ‘Come può la Chiesa che insegna che l’aborto procurato è intrinsecamente cattivo, che non può mai essere giusto, come può la stessa Chiesa dare il Santo Sacramento, la Santa Eucaristia a un pubblico promotore di questo male?”

“Non è solo un peccato contro la fede, che certamente lo è, ma anche contro la ragione”, ha detto.

Burke ha affermato che qualsiasi azione intrapresa contro i cattolici nella vita pubblica che meritano tali sanzioni non è per augurare “danno” a una persona del genere, ma per “augurare il suo bene ultimo”.

“A volte si dice che se la Chiesa nega la Santa Comunione a questi politici, è perché sta facendo del sacramento un’arma politica. Ma non è affatto così. La Chiesa sta salvaguardando le sue realtà più sacre e salvaguardando le anime dei fedeli”, ha detto.

“A mio giudizio, sono questi politici che stanno usando il sacramento per un fine politico, in altre parole, fingendo di essere cattolici devoti e di dare questa impressione per ottenere il sostegno dei cattolici quando, in realtà, non sono affatto cattolici devoti”, ha aggiunto.

Il cardinale Burke si unisce all’arcivescovo Joseph Naumann, capo dell’ufficio Pro-Life dei vescovi statunitensi, nel richiamare Biden a causa del definirsi cattolico mentre promuove pubblicamente l’aborto. Naumann ha dichiarato che i vescovi statunitensi devono “correggere” Biden per il suo “agire in modo contrario” alla fede cattolica.

Il cardinale ha detto che l’arcivescovo Naumann sta “esprimendo una meravigliosa leadership”.

“Speriamo di sentire un intero coro di vescovi che diano lo stesso messaggio ai loro fedeli”.

 

(www.sabinopaciolla.com)

Chaput: “No, senza amor di patria non si può vivere”. Di Marco Respinti

Siamo stati contenti che nel suo ultimo libro l’arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput abbia parlato di Patria e di amore per la Patria, come riferito dall’articolo che pubblichiamo, in quest’epoca di forzato globalismo. Anche il nostro Osservatorio ha ampiamente trattato del tema nel suo 11mo Rapporto dedicato a POPOLI NAZIONI PATRIE TRA NATURA E ARTIFICIO POLITICO. Il Rapporto, a cura di Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana, presenta 5 Studi e 11 Cronache dai Cinque continenti circa l’importanza delle relazioni naturali delle nazioni e delle patrie secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa la quale nulla dice circa la loro diluizione in un indistinta (e facilmente dominabile perché sradicata) società globale.
Il Rapporto è acquistabile (Euro 14,00) scrivendo a info@vanthuanobservatory.org

Una leggenda più o meno metropolitana (udita Oltreoceano con le mie orecchie) dice che in inglese si usi «motherland» poiché «fatherland» suonerebbe troppo simile al termine teutonico-nazi «vaterland». Oggi «patria» verrebbe giudicato patriarcal-sciovinista in qualsiasi lingua, ma in tempi fluidi come i nostri nemmeno i cantori di un più femminista, e ovviamente inesistente, «matria» la passerebbero liscia all’esame della gender-police (anche «terra natale» verrebbe stigmatizzato dai cosiddetti pro-choice).

Ma mons. Charles J. Chaput, cappuccino, arcivescovo emerito di Filadelfia, procede tranquillo per la propria strada e alla patria dedica un capitolo intero del suo prossimo libro, in uscita a breve, Things Worth Dying For: Thoughts on a Life Worth Living. E ne ha pure tratto un articolo pubblicato su The Public Discourse, lo stimolante periodico online fondato da una delle menti più brillanti della nuova generazione di bioeticisti (cattolici) statunitensi, Ryan T. Anderson, recentemente incappato nella censura del presidio che la gender-police mantiene su Amazon.

Non siamo isole, dice il presule riecheggiando la Meditazione XVII del poeta metafisico inglese John Donne (1572-1631) e apparteniamo tutti a un più «ampio continente» (“ciò che contiene”, filologia secca) «di esperienze umane che si prolungano nel passato per secoli, esperienze che ci collocano dentro una rete fatta di casa, famiglia, clan, tribù, amici, Paese e religione», che fanno risuonare le corde delle «emozioni» e che esigono «la nostra fedeltà», giacché, «in misura ampia, sono ciò che fa di noi ciò che noi siamo», dandoci «il contesto delle nostre vite».

Non va per il sottile, mons. Chaput, e scomoda subito le cose grosse. Il poeta latino Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.) e il suo «dulce et decorum est pro patria mori», prima ancora “i 300” di Leonida (540-480 a.C.) che fermarono i Persiani alle Termopili, “salvando l’Occidente”, e dopo William Shakespeare (1564-1616) e il suo Enrico V alla battaglia di Agincourt: «Chi oggi verserà il proprio sangue con me sarà mio fratello». Ricorre la morte, come se una vita per cui non si fosse disposti anche a dare la morte, propria, sì, ma pure, altrui, fosse pula.

Un vescovo esagerato? Giammai. Perché, scrive, le «culture incapaci di ispirare al proprio popolo il sacrificio ultimo per un bisogno o un codice di condivisi non hanno alcun futuro». Parole così oggi valgono la lapidazione in effigie, eppure sono la chiave della storia umana. Mons. Chaput cita Rolando a Roncisvalle, il «mito-storia» (lo chiama il grande archeologo italiano Emmanuel Anati) con cui la gente della mia generazione veniva grande (mons. Chaput nota che, ai suoi tempi, la Chanson de Roland era lettura scolastica obbligatoria): le sue scene «più famose narrano del suo eroico ergersi contro un nemico feroce e assai più numeroso». Rolando e i suoi compagni d’arme morirono per qualcosa di grande. Gli ultimi loro pensieri furono per la patria («Francia, la dolce» con cui la medioevista francese Régine Pernoud [1909-1998] ha costruito una delle proprie stoccate più belle), per il buon re Carlomagno (748-814) e per Dio, chiedendo il Paradiso (e ottenendolo).

The Public Discourse ci ha illustrato l’articolo di monsignore, riproducendo delle vetrate entusiasmanti: «Le cose per cui siamo disposti a morire sono legate a ciò che per noi è sacro»: il senso della Chanson per il presule statunitense è questo. E, usando il corsivo, «anche l’essere disposti a morire per qualcosa consacra quel qualcosa come sacro». Siamo al punto. Oggi si è tutti scettici di un vecchiume come il patriottismo. «Uno spirito critico e spesso velenosamente cinico ha minato», scrive il successore degli Apostoli, «gran parte della vita moderna, incluso il concetto di “Paese”. Al contempo è venuto crescendo un tipo bislacco di utopismo globalista. Promette una nuova solidarietà che trascende i confini nazionali, ma è una “solidarietà” tanto superficiale quanto distante». Ad essa è collegata una ideologia economicistica che ci riduce tutti a meri consumatori. Mons. Chaput lo chiama «mercato libero», ma è piuttosto la sua caricatura.

Chaput non è uno sciocco e sa bene come molti traducano “patriottismo” con la sua corruzione «stile Babilonia», il “nazionalismo”, che «nell’era moderna ha causato grandi mali», essendo «un vizio». Del resto l’uomo è cittadino del Cielo, non di uno Stato-nazione. Epperò, ancora, «dulce et decorum est pro patria mori», ripete mons. Chaput: «Abbiamo bisogno del patriottismo sano», consci che «quell’amore per il nostro Paese potrebbe persino condurci a un sacrificio grande, addirittura radicale, al fine di preservare il meglio che di esso rimane. Quell’amore non è male. È fonte di liberazione».

Certo, il patriottismo non sostituisce «la nostra fame di Paradiso», ma è «una grazia naturale: una liberazione parziale, ma reale dalla prigione di un mondo senza più lealtà e dall’isolamento dell’amore per il proprio ego». È così da dopo la caduta dell’impero romano in Occidente. Quando mancano i poeti, i capi, gli eroi e i politici, tocca ai preti fare i poeti, i capi, gli eroi e i politici, re-insegnandoci a essere Rolando, il cavaliere quotidiano che difese la terra dei padri per meritarsi la cittadinanza del Cielo.

Marco Respinti

Dichiarazione in occasione della Proclamazione di Joseph R. Biden, Jr., come 46 ° Presidente degli Stati Uniti d’America. (Inglese)

(www.usccb.org) Statement on the Inauguration of Joseph R. Biden, Jr., as 46th President of the United States of America from Most Reverend José H. Gomez, Archbishop of Los Angeles, President, United States Conference of Catholic Bishops.

 

My prayers are with our new President and his family today.

I am praying that God grant him wisdom and courage to lead this great nation and that God help him to meet the tests of these times, to heal the wounds caused by this pandemic, to ease our intense political and cultural divisions, and to bring people together with renewed dedication to America’s founding purposes, to be one nation under God committed to liberty and equality for all.

Catholic bishops are not partisan players in our nation’s politics. We are pastors responsible for the souls of millions of Americans and we are advocates for the needs of all our neighbors. In every community across the country, Catholic parishes, schools, hospitals, and ministries form an essential culture of compassion and care, serving women, children, and the elderly, the poor and sick, the imprisoned, the migrant, and the marginalized, no matter what their race or religion.

When we speak on issues in American public life, we try to guide consciences, and we offer principles.  These principles are rooted in the Gospel of Jesus Christ and the social teachings of his Church. Jesus Christ revealed God’s plan of love for creation and revealed the truth about the human person, who is created in God’s image, endowed with God-given dignity, rights and responsibilities, and called to a transcendent destiny.

Based on these truths, which are reflected in the Declaration of Independence and Bill of Rights, the bishops and Catholic faithful carry out Christ’s commandment to love God and love our neighbors by working for an America that protects human dignity, expands equality and opportunities for every person, and is open-hearted towards the suffering and weak.

For many years now, the United States Conference of Catholic Bishops has tried to help Catholics and others of good will in their reflections on political issues through a publication we call Forming Consciences for Faithful Citizenship. The most recent edition addresses a wide range of concerns. Among them: abortion, euthanasia, the death penalty, immigration, racism, poverty, care for the environment, criminal justice reform, economic development, and international peace.

On these and other issues, our duty to love and our moral principles lead us to prudential judgments and positions that do not align neatly with the political categories of left or right or the platforms of our two major political parties. We work with every President and every Congress. On some issues we find ourselves more on the side of Democrats, while on others we find ourselves standing with Republicans. Our priorities are never partisan. We are Catholics first, seeking only to follow Jesus Christ faithfully and to advance his vision for human fraternity and community.

I look forward to working with President Biden and his administration, and the new Congress. As with every administration, there will be areas where we agree and work closely together and areas where we will have principled disagreement and strong opposition.

Working with President Biden will be unique, however, as he is our first president in 60 years to profess the Catholic faith. In a time of growing and aggressive secularism in American culture, when religious believers face many challenges, it will be refreshing to engage with a President who clearly understands, in a deep and personal way, the importance of religious faith and institutions. Mr. Biden’s piety and personal story, his moving witness to how his faith has brought him solace in times of darkness and tragedy, his longstanding commitment to the Gospel’s priority for the poor — all of this I find hopeful and inspiring.

At the same time, as pastors, the nation’s bishops are given the duty of proclaiming the Gospel in all its truth and power, in season and out of season, even when that teaching is inconvenient or when the Gospel’s truths run contrary to the directions of the wider society and culture. So, I must point out that our new President has pledged to pursue certain policies that would advance moral evils and threaten human life and dignity, most seriously in the areas of abortion, contraception, marriage, and gender. Of deep concern is the liberty of the Church and the freedom of believers to live according to their consciences.

Our commitments on issues of human sexuality and the family, as with our commitments in every other area — such as abolishing the death penalty or seeking a health care system and economy that truly serves the human person — are guided by Christ’s great commandment to love and to stand in solidarity with our brothers and sisters, especially the most vulnerable.

For the nation’s bishops, the continued injustice of abortion remains the “preeminent priority.” Preeminent does not mean “only.” We have deep concerns about many threats to human life and dignity in our society. But as Pope Francis teaches, we cannot stay silent when nearly a million unborn lives are being cast aside in our country year after year through abortion.

Abortion is a direct attack on life that also wounds the woman and undermines the family. It is not only a private matter, it raises troubling and fundamental questions of fraternity, solidarity, and inclusion in the human community. It is also a matter of social justice. We cannot ignore the reality that abortion rates are much higher among the poor and minorities, and that the procedure is regularly used to eliminate children who would be born with disabilities.

Rather than impose further expansions of abortion and contraception, as he has promised, I am hopeful that the new President and his administration will work with the Church and others of good will. My hope is that we can begin a dialogue to address the complicated cultural and economic factors that are driving abortion and discouraging families. My hope, too, is that we can work together to finally put in place a coherent family policy in this country, one that acknowledges the crucial importance of strong marriages and parenting to the well-being of children and the stability of communities. If the President, with full respect for the Church’s religious freedom, were to engage in this conversation, it would go a long way toward restoring the civil balance and healing our country’s needs.

President Biden’s call for national healing and unity is welcome on all levels. It is urgently needed as we confront the trauma in our country caused by the coronavirus pandemic and the social isolation that has only worsened the intense and long-simmering divisions among our fellow citizens.

As believers, we understand that healing is a gift that we can only receive from the hand of God. We know, too, that real reconciliation requires patient listening to those who disagree with us and a willingness to forgive and move beyond desires for reprisal. Christian love calls us to love our enemies and bless those who oppose us, and to treat others with the same compassion that we want for ourselves.

We are all under the watchful eye of God, who alone knows and can judge the intentions of our hearts. I pray that God will give our new President, and all of us, the grace to seek the common good with all sincerity.

I entrust all our hopes and anxieties in this new moment to the tender heart of the Blessed Virgin Mary, the mother of Christ and the patroness of this exceptional nation. May she guide us in the ways of peace and obtain for us wisdom and the grace of a true patriotism and love of country.