Chiesa nel Mondo

Il cardinale Burke lancia la “scomunica” per Biden per la sua promozione “aggressiva” dell’aborto. Di Sabino Paciolla

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

Un articolo di Pete Baklinski, pubblicato su Lifesitenews, nella mia traduzione.

 

Il cardinale statunitense Raymond Burke ha detto che i cattolici pro-aborto nella vita pubblica come il presidente Joe Biden, che “ostinatamente e pubblicamente” negano le verità della fede e agiscono contro di esse, non solo deve essere negata loro la Santa Comunione ma devono ora affrontare l’accusa del “crimine di apostasia” dove la “pena canonica” per i colpevoli è la “scomunica”.

“Una tale persona che afferma di essere cattolica e tuttavia promuove in modo così aperto, ostinato e aggressivo un crimine come l’aborto procurato è nello stato, come minimo, di apostasia”, ha detto il cardinale in un’intervista questa settimana con Thomas McKenna dell’Azione Cattolica per la Fede e la Famiglia.

“In altre parole, fare questo è allontanarsi da Cristo e allontanarsi dalla fede cattolica. E così la seconda azione, che deve essere considerata, è una pena canonica, una sanzione, per il crimine di apostasia, che sarebbe la scomunica”, ha aggiunto il cardinale.

Il cardinale Burke, uno dei più importanti avvocati canonici del mondo, già prefetto della più alta corte della Chiesa, ha fatto questo commento mentre rispondeva alla domanda di McKenna su “cosa si può fare ora… qual è il prossimo passo” che la leadership cattolica deve fare in risposta al presidente Biden che si professa un cattolico praticante che prende sul serio la sua fede, mentre firma ordini esecutivi che promuovono direttamente l’aborto.

Biden si è identificato come un cattolico devoto nonostante stia lavorando per espandere l’aborto, un atto che la Chiesa cattolica condanna come un “male morale” che è “gravemente contrario alla legge morale”. Nelle sue prime due settimane di mandato, Biden si è impegnato a rendere l’aborto disponibile a “tutti”, “rendendo legge” la decisione della Corte Suprema Roe v. Wade del 1973, che ha imposto l’aborto in tutti i 50 stati. Durante quello stesso periodo, ha anche revocato per ordine esecutivo la politica di Città del Messico che blocca i fondi federali dall’andare alle organizzazioni non governative (ONG) che forniscono o promuovono aborti all’estero.

I democratici si sono impegnati a eliminare l’emendamento Hyde, a favore della vita, che proibisce che i fondi federali vadano a pagare gli aborti in programmi come Medicaid. A febbraio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, controllata dai Democratici, ha approvato una legge di soccorso COVID-19 che, tra le altre cose, userà i soldi dei contribuenti per finanziare gli aborti e l’industria dell’aborto in una serie di programmi federali con la scusa del soccorso per il coronavirus.

La Chiesa cattolica insegna che la scomunica, subita a causa di “alcuni peccati particolarmente gravi”, è la “pena ecclesiastica più grave”.

Essa “impedisce la ricezione dei sacramenti e l’esercizio di alcuni atti ecclesiastici, e per i quali l’assoluzione di conseguenza non può essere concessa, secondo il diritto canonico, se non dal Papa, dal vescovo del luogo o dai sacerdoti da loro autorizzati”, afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica. La scomunica ha lo scopo di portare il peccatore al pentimento per i suoi peccati e al ritorno in piena comunione con la Chiesa.

Il cardinale Burke, nella sua intervista di questa settimana, ha iniziato la sua risposta alla domanda di McKenna su cosa può essere fatto notando che ci sono “due cose che dovrebbero essere fatte immediatamente”.

La prima azione è che si deve comunicare a Biden che non può presentarsi alla Santa Comunione mentre difende l’aborto.

“Una persona che ostinatamente e pubblicamente nega le verità della fede e agisce effettivamente contro le verità della fede o della legge morale, non può presentarsi a ricevere la Santa Comunione”, ha detto Burke.

“E, allo stesso tempo, il ministro della Santa Comunione, di solito il sacerdote, non deve dare loro la Santa Comunione, se si presentano. Ora, normalmente parlando, la gente dovrebbe capire che il crimine dell’aborto procurato è una grave violazione contro il primo precetto della legge morale, cioè la salvaguardia e la promozione della vita umana. Ma il sacerdote dovrebbe avvertire una tale persona che non dovrebbe presentarsi per ricevere la Santa Comunione”, ha aggiunto.

Burke ha detto che se una tale persona, dopo aver ricevuto tale avvertimento, si presentasse ancora a ricevere la Comunione, a quella persona “dovrebbe essere negato” il sacramento.

Il cardinale ha detto che ci sono due verità all’opera che devono essere sostenute in questo tipo di situazione che riguardano la realtà dell’Eucaristia e la sua degna ricezione.

“Una [verità] è la santità della Santa Eucaristia. Essa è il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo. E ricevere il corpo di Cristo consapevolmente e volontariamente in stato di peccato è un sacrilegio. È uno dei peggiori peccati. E San Paolo lo disse già nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 11, ‘Chi mangia il corpo e il sangue di Cristo senza riconoscerlo, mangia la propria condanna’. E così, per prevenire la commissione di un sacrilegio, dobbiamo insistere che tali persone non si avvicinino a ricevere la Santa Comunione”, ha detto.

“Non è solo per la loro propria salvezza, certamente, ma anche per evitare lo scandalo dato agli altri che vedono qualcuno che sta pubblicamente promuovendo atti gravemente immorali e tuttavia si presenta a ricevere la Santa Comunione. E quindi questa è la prima cosa e non ha niente a che fare con una punizione. E la gente dice: “Stai punendo”. No, ha a che fare con una degna ricezione del sacramento. È semplicemente la disciplina che è necessaria a causa della realtà della Santa Eucaristia”, ha aggiunto.

A questo punto, il cardinale ha sottolineato che la seconda azione che potrebbe essere presa contro Biden è la scomunica.

Il cardinale ha sottolineato che anche coloro che non sono d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto sanno che è sbagliato per un cattolico affermare di praticare la fede e ricevere la Comunione mentre allo stesso tempo è un promotore pubblico dell’aborto.

“Potrebbero anche non essere d’accordo con l’insegnamento della Chiesa sull’aborto procurato, ma sanno cos’è, e si dicono: ‘Come può la Chiesa che insegna che l’aborto procurato è intrinsecamente cattivo, che non può mai essere giusto, come può la stessa Chiesa dare il Santo Sacramento, la Santa Eucaristia a un pubblico promotore di questo male?”

“Non è solo un peccato contro la fede, che certamente lo è, ma anche contro la ragione”, ha detto.

Burke ha affermato che qualsiasi azione intrapresa contro i cattolici nella vita pubblica che meritano tali sanzioni non è per augurare “danno” a una persona del genere, ma per “augurare il suo bene ultimo”.

“A volte si dice che se la Chiesa nega la Santa Comunione a questi politici, è perché sta facendo del sacramento un’arma politica. Ma non è affatto così. La Chiesa sta salvaguardando le sue realtà più sacre e salvaguardando le anime dei fedeli”, ha detto.

“A mio giudizio, sono questi politici che stanno usando il sacramento per un fine politico, in altre parole, fingendo di essere cattolici devoti e di dare questa impressione per ottenere il sostegno dei cattolici quando, in realtà, non sono affatto cattolici devoti”, ha aggiunto.

Il cardinale Burke si unisce all’arcivescovo Joseph Naumann, capo dell’ufficio Pro-Life dei vescovi statunitensi, nel richiamare Biden a causa del definirsi cattolico mentre promuove pubblicamente l’aborto. Naumann ha dichiarato che i vescovi statunitensi devono “correggere” Biden per il suo “agire in modo contrario” alla fede cattolica.

Il cardinale ha detto che l’arcivescovo Naumann sta “esprimendo una meravigliosa leadership”.

“Speriamo di sentire un intero coro di vescovi che diano lo stesso messaggio ai loro fedeli”.

 

(www.sabinopaciolla.com)

Chaput: “No, senza amor di patria non si può vivere”. Di Marco Respinti

Siamo stati contenti che nel suo ultimo libro l’arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput abbia parlato di Patria e di amore per la Patria, come riferito dall’articolo che pubblichiamo, in quest’epoca di forzato globalismo. Anche il nostro Osservatorio ha ampiamente trattato del tema nel suo 11mo Rapporto dedicato a POPOLI NAZIONI PATRIE TRA NATURA E ARTIFICIO POLITICO. Il Rapporto, a cura di Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana, presenta 5 Studi e 11 Cronache dai Cinque continenti circa l’importanza delle relazioni naturali delle nazioni e delle patrie secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa la quale nulla dice circa la loro diluizione in un indistinta (e facilmente dominabile perché sradicata) società globale.
Il Rapporto è acquistabile (Euro 14,00) scrivendo a info@vanthuanobservatory.org

Una leggenda più o meno metropolitana (udita Oltreoceano con le mie orecchie) dice che in inglese si usi «motherland» poiché «fatherland» suonerebbe troppo simile al termine teutonico-nazi «vaterland». Oggi «patria» verrebbe giudicato patriarcal-sciovinista in qualsiasi lingua, ma in tempi fluidi come i nostri nemmeno i cantori di un più femminista, e ovviamente inesistente, «matria» la passerebbero liscia all’esame della gender-police (anche «terra natale» verrebbe stigmatizzato dai cosiddetti pro-choice).

Ma mons. Charles J. Chaput, cappuccino, arcivescovo emerito di Filadelfia, procede tranquillo per la propria strada e alla patria dedica un capitolo intero del suo prossimo libro, in uscita a breve, Things Worth Dying For: Thoughts on a Life Worth Living. E ne ha pure tratto un articolo pubblicato su The Public Discourse, lo stimolante periodico online fondato da una delle menti più brillanti della nuova generazione di bioeticisti (cattolici) statunitensi, Ryan T. Anderson, recentemente incappato nella censura del presidio che la gender-police mantiene su Amazon.

Non siamo isole, dice il presule riecheggiando la Meditazione XVII del poeta metafisico inglese John Donne (1572-1631) e apparteniamo tutti a un più «ampio continente» (“ciò che contiene”, filologia secca) «di esperienze umane che si prolungano nel passato per secoli, esperienze che ci collocano dentro una rete fatta di casa, famiglia, clan, tribù, amici, Paese e religione», che fanno risuonare le corde delle «emozioni» e che esigono «la nostra fedeltà», giacché, «in misura ampia, sono ciò che fa di noi ciò che noi siamo», dandoci «il contesto delle nostre vite».

Non va per il sottile, mons. Chaput, e scomoda subito le cose grosse. Il poeta latino Quinto Orazio Flacco (65-8 a.C.) e il suo «dulce et decorum est pro patria mori», prima ancora “i 300” di Leonida (540-480 a.C.) che fermarono i Persiani alle Termopili, “salvando l’Occidente”, e dopo William Shakespeare (1564-1616) e il suo Enrico V alla battaglia di Agincourt: «Chi oggi verserà il proprio sangue con me sarà mio fratello». Ricorre la morte, come se una vita per cui non si fosse disposti anche a dare la morte, propria, sì, ma pure, altrui, fosse pula.

Un vescovo esagerato? Giammai. Perché, scrive, le «culture incapaci di ispirare al proprio popolo il sacrificio ultimo per un bisogno o un codice di condivisi non hanno alcun futuro». Parole così oggi valgono la lapidazione in effigie, eppure sono la chiave della storia umana. Mons. Chaput cita Rolando a Roncisvalle, il «mito-storia» (lo chiama il grande archeologo italiano Emmanuel Anati) con cui la gente della mia generazione veniva grande (mons. Chaput nota che, ai suoi tempi, la Chanson de Roland era lettura scolastica obbligatoria): le sue scene «più famose narrano del suo eroico ergersi contro un nemico feroce e assai più numeroso». Rolando e i suoi compagni d’arme morirono per qualcosa di grande. Gli ultimi loro pensieri furono per la patria («Francia, la dolce» con cui la medioevista francese Régine Pernoud [1909-1998] ha costruito una delle proprie stoccate più belle), per il buon re Carlomagno (748-814) e per Dio, chiedendo il Paradiso (e ottenendolo).

The Public Discourse ci ha illustrato l’articolo di monsignore, riproducendo delle vetrate entusiasmanti: «Le cose per cui siamo disposti a morire sono legate a ciò che per noi è sacro»: il senso della Chanson per il presule statunitense è questo. E, usando il corsivo, «anche l’essere disposti a morire per qualcosa consacra quel qualcosa come sacro». Siamo al punto. Oggi si è tutti scettici di un vecchiume come il patriottismo. «Uno spirito critico e spesso velenosamente cinico ha minato», scrive il successore degli Apostoli, «gran parte della vita moderna, incluso il concetto di “Paese”. Al contempo è venuto crescendo un tipo bislacco di utopismo globalista. Promette una nuova solidarietà che trascende i confini nazionali, ma è una “solidarietà” tanto superficiale quanto distante». Ad essa è collegata una ideologia economicistica che ci riduce tutti a meri consumatori. Mons. Chaput lo chiama «mercato libero», ma è piuttosto la sua caricatura.

Chaput non è uno sciocco e sa bene come molti traducano “patriottismo” con la sua corruzione «stile Babilonia», il “nazionalismo”, che «nell’era moderna ha causato grandi mali», essendo «un vizio». Del resto l’uomo è cittadino del Cielo, non di uno Stato-nazione. Epperò, ancora, «dulce et decorum est pro patria mori», ripete mons. Chaput: «Abbiamo bisogno del patriottismo sano», consci che «quell’amore per il nostro Paese potrebbe persino condurci a un sacrificio grande, addirittura radicale, al fine di preservare il meglio che di esso rimane. Quell’amore non è male. È fonte di liberazione».

Certo, il patriottismo non sostituisce «la nostra fame di Paradiso», ma è «una grazia naturale: una liberazione parziale, ma reale dalla prigione di un mondo senza più lealtà e dall’isolamento dell’amore per il proprio ego». È così da dopo la caduta dell’impero romano in Occidente. Quando mancano i poeti, i capi, gli eroi e i politici, tocca ai preti fare i poeti, i capi, gli eroi e i politici, re-insegnandoci a essere Rolando, il cavaliere quotidiano che difese la terra dei padri per meritarsi la cittadinanza del Cielo.

Marco Respinti

Dichiarazione in occasione della Proclamazione di Joseph R. Biden, Jr., come 46 ° Presidente degli Stati Uniti d’America. (Inglese)

(www.usccb.org) Statement on the Inauguration of Joseph R. Biden, Jr., as 46th President of the United States of America from Most Reverend José H. Gomez, Archbishop of Los Angeles, President, United States Conference of Catholic Bishops.

 

My prayers are with our new President and his family today.

I am praying that God grant him wisdom and courage to lead this great nation and that God help him to meet the tests of these times, to heal the wounds caused by this pandemic, to ease our intense political and cultural divisions, and to bring people together with renewed dedication to America’s founding purposes, to be one nation under God committed to liberty and equality for all.

Catholic bishops are not partisan players in our nation’s politics. We are pastors responsible for the souls of millions of Americans and we are advocates for the needs of all our neighbors. In every community across the country, Catholic parishes, schools, hospitals, and ministries form an essential culture of compassion and care, serving women, children, and the elderly, the poor and sick, the imprisoned, the migrant, and the marginalized, no matter what their race or religion.

When we speak on issues in American public life, we try to guide consciences, and we offer principles.  These principles are rooted in the Gospel of Jesus Christ and the social teachings of his Church. Jesus Christ revealed God’s plan of love for creation and revealed the truth about the human person, who is created in God’s image, endowed with God-given dignity, rights and responsibilities, and called to a transcendent destiny.

Based on these truths, which are reflected in the Declaration of Independence and Bill of Rights, the bishops and Catholic faithful carry out Christ’s commandment to love God and love our neighbors by working for an America that protects human dignity, expands equality and opportunities for every person, and is open-hearted towards the suffering and weak.

For many years now, the United States Conference of Catholic Bishops has tried to help Catholics and others of good will in their reflections on political issues through a publication we call Forming Consciences for Faithful Citizenship. The most recent edition addresses a wide range of concerns. Among them: abortion, euthanasia, the death penalty, immigration, racism, poverty, care for the environment, criminal justice reform, economic development, and international peace.

On these and other issues, our duty to love and our moral principles lead us to prudential judgments and positions that do not align neatly with the political categories of left or right or the platforms of our two major political parties. We work with every President and every Congress. On some issues we find ourselves more on the side of Democrats, while on others we find ourselves standing with Republicans. Our priorities are never partisan. We are Catholics first, seeking only to follow Jesus Christ faithfully and to advance his vision for human fraternity and community.

I look forward to working with President Biden and his administration, and the new Congress. As with every administration, there will be areas where we agree and work closely together and areas where we will have principled disagreement and strong opposition.

Working with President Biden will be unique, however, as he is our first president in 60 years to profess the Catholic faith. In a time of growing and aggressive secularism in American culture, when religious believers face many challenges, it will be refreshing to engage with a President who clearly understands, in a deep and personal way, the importance of religious faith and institutions. Mr. Biden’s piety and personal story, his moving witness to how his faith has brought him solace in times of darkness and tragedy, his longstanding commitment to the Gospel’s priority for the poor — all of this I find hopeful and inspiring.

At the same time, as pastors, the nation’s bishops are given the duty of proclaiming the Gospel in all its truth and power, in season and out of season, even when that teaching is inconvenient or when the Gospel’s truths run contrary to the directions of the wider society and culture. So, I must point out that our new President has pledged to pursue certain policies that would advance moral evils and threaten human life and dignity, most seriously in the areas of abortion, contraception, marriage, and gender. Of deep concern is the liberty of the Church and the freedom of believers to live according to their consciences.

Our commitments on issues of human sexuality and the family, as with our commitments in every other area — such as abolishing the death penalty or seeking a health care system and economy that truly serves the human person — are guided by Christ’s great commandment to love and to stand in solidarity with our brothers and sisters, especially the most vulnerable.

For the nation’s bishops, the continued injustice of abortion remains the “preeminent priority.” Preeminent does not mean “only.” We have deep concerns about many threats to human life and dignity in our society. But as Pope Francis teaches, we cannot stay silent when nearly a million unborn lives are being cast aside in our country year after year through abortion.

Abortion is a direct attack on life that also wounds the woman and undermines the family. It is not only a private matter, it raises troubling and fundamental questions of fraternity, solidarity, and inclusion in the human community. It is also a matter of social justice. We cannot ignore the reality that abortion rates are much higher among the poor and minorities, and that the procedure is regularly used to eliminate children who would be born with disabilities.

Rather than impose further expansions of abortion and contraception, as he has promised, I am hopeful that the new President and his administration will work with the Church and others of good will. My hope is that we can begin a dialogue to address the complicated cultural and economic factors that are driving abortion and discouraging families. My hope, too, is that we can work together to finally put in place a coherent family policy in this country, one that acknowledges the crucial importance of strong marriages and parenting to the well-being of children and the stability of communities. If the President, with full respect for the Church’s religious freedom, were to engage in this conversation, it would go a long way toward restoring the civil balance and healing our country’s needs.

President Biden’s call for national healing and unity is welcome on all levels. It is urgently needed as we confront the trauma in our country caused by the coronavirus pandemic and the social isolation that has only worsened the intense and long-simmering divisions among our fellow citizens.

As believers, we understand that healing is a gift that we can only receive from the hand of God. We know, too, that real reconciliation requires patient listening to those who disagree with us and a willingness to forgive and move beyond desires for reprisal. Christian love calls us to love our enemies and bless those who oppose us, and to treat others with the same compassion that we want for ourselves.

We are all under the watchful eye of God, who alone knows and can judge the intentions of our hearts. I pray that God will give our new President, and all of us, the grace to seek the common good with all sincerity.

I entrust all our hopes and anxieties in this new moment to the tender heart of the Blessed Virgin Mary, the mother of Christ and the patroness of this exceptional nation. May she guide us in the ways of peace and obtain for us wisdom and the grace of a true patriotism and love of country.

Aborto in Argentina, esame di coscienza per i vescovi. Di Germán Masserdotti

(lanuovabq.it) Nella Repubblica Argentina, durante il pontificato di un Papa argentino che non ha ancora visitato la sua patria come successore dell’Apostolo San Pietro, è appena stata approvata la legge abortista che finisce per rendere legale, giuridicamente, un vero e proprio genocidio in atto già da tempo nel Paese.

L’esecutivo guidato da Alberto Fernándezsono un cattolico che crede che l’aborto non sia un peccato» ha detto) ha ribadito le ragioni di “salute pubblica” per giustificare la presentazione del progetto di legge abortista.

Per un’analisi dettagliata, conviene tenere a mente ciò che ha detto l’Associazione per la promozione dei diritti civili (Prodeci):
«Questa legge disconosce la scienza della biologia umana ed è moralmente e giuridicamente aberrante per vari motivi. Il primo perché è contrario a qualsiasi criterio etico l’uccidere un essere umano innocente e indifeso. Il diritto alla vita è di ordine naturale e anteriore a qualunque tipo di riconoscimento legale, perché il legislatore non ha alcuna facoltà di negoziarlo. Secondo, perché vìola clamorosamente il nostro ordine costituzionale e risulta inconciliabile con il quadro giuridico che riconosce l’esistenza di una persona come diritto dal momento del concepimento. Allo stesso modo si violentano le costituzioni provinciali che riconoscono esplicitamente il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale. Questo progetto di legge ha preteso di promuovere anche l’indottrinamento a favore dell’aborto attraverso l’educazione sessuale integrale, che implica un asservimento ideologico da parte di moltissime realtà educative».

Detto questo, è necessario fare una considerazione sul ruolo della Chiesa Cattolica in Argentina a proposito della battaglia a favore o contro la legge appena licenziata. In questo caso dobbiamo distinguere tra la azione del laicato cattolico e quella della gerarchia ecclesiastica.

I laici cattolici, soprattutto a partire dal 2018, si sono gettati in trincea per difendere la vita dei nascituri imparando a abbattere le differenze di temperamento in favore di una causa comune. Hanno coordinato gli sforzi, ognuno secondo le proprie competenze, trasformandosi in un fronte compatto. Lo hanno fatto assieme anche agli Evangelici e con tanti uomini di buona volontà.

In cambio non hanno ricevuto un messaggio concreto e diretto di incoraggiamento né di appoggio da parte del Papa. Si è ripetuto lo stesso schema che abbiamo visto nel 2018, a differenza però del risultato del voto. Non è ragionevole pensare che con lettere private rivolte a “terzi” si potesse convincere un presidente, una vice-presidente e i deputati e i senatori a votare per il fronte celeste (il colore utilizzato dal fronte pro life).

È ragionevole pensare che senza un messaggio in prima persona e pubblico, si possa dire che è stato fatto tutto il possibile? Senza neppure una parola all’Angelus domenicale?

Per quanto riguarda la Conferenza Episcopale Argentina (CEA), secondo il consolidato stile di “dialogo democratico”, sembra ormai Sara Kay catapultata nel mondo orwelliano di 1984 (come se il personaggio dei fumetti inconsapevole di tutto fosse gettata in un mondo tenebroso e dittatoriale ndr.).

Tanto più che, esattamente come la classe partitocratica argentina, la Cea rappresenta sé stessa e non l’autentico popolo di Dio che ogni giorno, in ogni ora, in ogni minuto, in ogni istante, lascia la vita sul campo di battaglia sotto il comando dei suoi capi naturali e con l’aiuto spirituale di tanti bravi sacerdoti e pochi vescovi che parlano il linguaggio del Vangelo e non quello del mondo.

Sembra che la Conferenza Episcopale Argentina non si renda conto che la sua influenza, tanto nella classe politica come tra i fedeli cattolici, sia ogni volta più insignificante. Non si deve essere un genio per comprendere una delle ragioni, evidente tra tanti esempi, sta nelle sue dichiarazioni: come il movimento hippie, hanno predicato pace e amore però non il Vangelo. È un po’ che nelle sue dichiarazioni si è perso il dovere di rifondare il Paese in Gesù Cristo.

Tuttavia, siamo obbligati a continuare a combattere la buona battaglia e a non cessare di sperare. Come ha affermato la pulzella d’Orleans: «A noi tocca la lotta e a Dio la vittoria».

Germán Masserdotti

Sull’illiceità morale dell’uso dei vaccini a base di cellule derivate da feti umani abortiti

(www.aldomariavalli.it) Vi proponiamo un documento circa l’illiceità morale dei vaccini realizzati utilizzando cellule derivate da feti abortiti. il testo è sottoscritto da un cardinale e tre vescovi. Il cardinale è Janis Pujats, arcivescovo metropolita emerito di Riga (Lettonia). I vescovi sono Tomash Peta, arcivescovo dell’arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana (Kazakistan), Jan Pawel Lenga, emerito di Karaganda (Kazakistan), Joseph E. Strickland, vescovo di Tyler (Usa) e Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Maria Santissima ad Astana (Kazakistan).

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Recentemente è emerso da servizi di informazione e varie fonti giornalistiche che, in relazione all’emergenza Covid-19, in alcuni paesi sono stati prodotti vaccini utilizzando linee cellulari di feti umani abortiti, e in altri paesi è prevista la produzione di tali vaccini. Sono sempre più numerose le voci di ecclesiastici (conferenze episcopali, singoli vescovi e sacerdoti) che affermano che, in mancanza di alternative per una vaccinazione con sostanze eticamente lecite, sarebbe moralmente lecito per i cattolici utilizzare i vaccini, sebbene per il loro sviluppo siano state utilizzate linee cellulari di bambini abortiti. I sostenitori di un tale vaccino invocano due documenti della Santa Sede (Pontificia accademia per la vita, “Riflessioni morali sui vaccini preparati da cellule derivate da feti umani abortiti” del 9 giugno 2005 e Congregazione per la dottrina della fede, Istruzione “Dignitas Personae, su alcune questioni bioetiche” dell’8 settembre 2008), che consentono l’uso di tale vaccinazione in casi eccezionali e per un tempo limitato sulla base di quella che nella teologia morale viene chiamata cooperazione materiale, passiva e remota con il male. I documenti citati affermano che i cattolici che ricorrono a tale vaccinazione hanno allo stesso tempo “il dovere di manifestare il proprio disaccordo al riguardo e di chiedere che i sistemi sanitari mettano a disposizione altri tipi di vaccini”.

Nel caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feti umani abortiti vediamo una chiara contraddizione tra la dottrina cattolica, che rifiuta categoricamente e al di là di ogni ombra di ambiguità l’aborto in tutti i casi come un grave male morale che grida vendetta al cielo (vedi Catechismo della Chiesa cattolica 2268, 2270 ss.), e la pratica di considerare i vaccini derivati da linee cellulari fetali abortite moralmente accettabili in casi eccezionali di “urgenza”, sulla base di una cooperazione materiale, passiva e remota. Sostenere che tali vaccini possono essere moralmente leciti se non ci sono alternative è di per sé contraddittorio e non può essere accettabile per i cattolici. Si devono ricordare le seguenti parole di Papa Giovanni Paolo II sulla dignità della vita umana non nata: “L’inviolabilità della persona, riflesso dell’assoluta inviolabilità di Dio stesso, trova la sua prima e fondamentale espressione nell’inviolabilità della vita umana. È del tutto falso e illusorio il comune discorso, che peraltro giustamente viene fatto, sui diritti umani – come ad esempio sul diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla famiglia e alla cultura – se non si difende con la massima risolutezza il diritto alla vitaquale diritto primo e fontale, condizione per tutti gli altri diritti della persona” (Christifideles laici, 38). L’uso di vaccini prodotti dalle cellule di bambini non nati assassinati contraddice la massima risolutezza nel difendere la vita non ancora nata.

Il principio teologico della cooperazione materiale è certamente valido e può essere applicato a tutta una serie di casi (pagamento delle tasse, uso di prodotti da lavori di schiavitù, ecc.). Tuttavia, questo principio difficilmente può essere applicato al caso dei vaccini ottenuti da linee cellulari fetali, perché coloro che consapevolmente e volontariamente ricevono tali vaccini entrano in una sorta di concatenazione, seppur molto remota, con il processo dell’industria dell’aborto. Il crimine di aborto è così mostruoso che qualsiasi tipo di concatenazione con questo crimine, anche se molto remoto, è immorale e non può essere accettato in nessuna circostanza da un cattolico una volta che ne sia pienamente consapevole. Chi usa questi vaccini deve rendersi conto che il suo corpo sta beneficiando dei “frutti” (sebbene sia occorsa una serie di processi chimici) di uno dei più grandi crimini dell’umanità.

Qualsiasi collegamento con il processo di aborto, anche il più remoto e implicito, getterebbe un’ombra sul dovere della Chiesa di rendere ferma testimonianza alla verità che l’aborto deve essere completamente rifiutato. I fini non possono giustificare i mezzi. Stiamo vivendo uno dei peggiori genocidi conosciuti dall’uomo. Milioni e milioni di bambini in tutto il mondo sono stati massacrati nel grembo della madre, e giorno dopo giorno questo genocidio nascosto continua attraverso l’industria dell’aborto e le tecnologie fetali e la spinta di governi e di organismi internazionali a promuovere tali vaccini come uno dei loro obiettivi. I cattolici non possono cedere adesso; farlo sarebbe grossolanamente irresponsabile. L’accettazione di questi vaccini da parte dei cattolici, sulla base del fatto che implicano solo una “cooperazione remota, passiva e materiale” con il male, giocherebbe nelle mani dei loro nemici e indebolirebbe l’ultima roccaforte contro l’aborto.

Che altro può essere l’uso di linee cellulari embrionali di bambini abortiti se non la violazione dell’ordine della creazione dato da Dio, dal momento che si basa sulla già grave violazione di questo ordine uccidendo un nascituro? Se a questo bambino non fosse stato negato il diritto alla vita, se le sue cellule (che da allora sono state ulteriormente coltivate più volte nella provetta) non fossero disponibili per la produzione di un vaccino, non potrebbero essere commercializzate. Quindi, c’è una doppia violazione dell’ordine sacro di Dio: da un lato attraverso l’aborto stesso e dall’altro attraverso l’atroce affare di commercializzare il tessuto dei bambini abortiti. Tuttavia, questo doppio disprezzo dell’ordine della creazione non può mai essere giustificato, seppur con l’intenzione di preservare la salute di una persona attraverso una vaccinazione basata su questo disprezzo dell’ordine della creazione dato da Dio. La nostra società ha creato una religione sostitutiva: la salute è stata resa il bene più grande, operazione fatta con la creazione di un “dio” a cui si devono fare sacrifici. In questo caso con una vaccinazione che sfrutta la morte di un’altra vita umana.

Nell’esaminare le questioni etiche che circondano i vaccini, dobbiamo chiederci: perché tutto questo è diventato possibile? Perché la tecnologia basata sull’omicidio è emersa in medicina, il cui scopo è portare vita e salute? La ricerca biomedica che sfrutta i nascituri innocenti e usa i loro corpi come “materia prima” ai fini dei vaccini sembra più simile al cannibalismo. Dovremmo anche considerare che, in ultima analisi, per alcuni nell’industria biomedica, le linee cellulari dei bambini non ancora nati sono un “prodotto”, l’abortista e il produttore del vaccino sono il “fornitore” e i destinatari del vaccino sono consumatori. La tecnologia basata sull’omicidio è radicata nella disperazione e finisce nella disperazione. Dobbiamo resistere al mito che “non ci sono alternative”. Al contrario, dobbiamo procedere con la speranza e la convinzione che le alternative esistono e che l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, le possa scoprire. Questa è l’unica via per passare dall’oscurità alla luce e dalla morte alla vita.

Il Signore ha detto che alla fine dei tempi anche gli eletti saranno sedotti (cfr. Mc. 13,22). Oggi, l’intera Chiesa e tutti i fedeli cattolici devono cercare urgentemente di essere rafforzati nella dottrina e nella pratica della fede. Nell’affrontare il male dell’aborto, più che mai i cattolici devono “astenersi da ogni apparenza di male” (1 Tess. 5,22). La salute fisica non è un valore assoluto. L’obbedienza alla legge di Dio e la salvezza eterna delle anime devono avere il primato. I vaccini derivati dalle cellule di bambini non nati e crudelmente assassinati hanno un carattere chiaramente apocalittico e possono presagire il marchio della bestia (cfr. Apoc. 13,16).

Alcuni ecclesiastici ai nostri giorni rassicurano i fedeli affermando che una vaccinazione con un vaccino anti Covid-19, preparato con linee cellulari di un bambino abortito è moralmente lecita, se non sono disponibili alternative, giustificandola con la cosiddetta “cooperazione materiale e remota” con il male. Tali affermazioni degli ecclesiastici sono altamente anti-pastorali e controproducenti, considerando la continua crescita dell’industria dell’aborto e delle tecnologie fetali disumane, in uno scenario quasi apocalittico. È proprio in questo contesto attuale, che probabilmente potrebbe ancora peggiorare, che i cattolici categoricamente non possono incoraggiare e promuovere il peccato di aborto neanche in un modo molto remoto e lieve, accettando il vaccino menzionato. Pertanto, come successori degli Apostoli e dei Pastori, responsabili della salvezza eterna delle anime, abbiamo ritenuto impossibile tacere e adottare un atteggiamento ambiguo riguardo al nostro dovere di resistere con “massima risolutezza” (Papa Giovanni Paolo II) contro il “crimine indicibile” dell’aborto (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 51).

Questa nostra dichiarazione è stata scritta con il consiglio di medici e scienziati di diversi paesi. Un contributo sostanziale è arrivato anche dai laici, dalle nonne, dai nonni, dai padri e dalle madri di famiglia, dai giovani. Tutte le persone consultate indipendentemente da età, nazionalità e professione hanno rifiutato all’unanimità e quasi istintivamente un vaccino preparato da linee cellulari embrionali di bambini abortiti, e allo stesso tempo hanno considerato inadatta l’applicazione del principio della “cooperazione materiale e remota” e di alcune analogie riferite a questo caso. Ciò è confortante e allo stesso tempo molto rivelatore, poiché la loro unanime risposta è un’ulteriore dimostrazione della forza della ragione e del sensus fidei.

Abbiamo più che mai bisogno dello spirito dei confessori e dei martiri che evitino il minimo sospetto di collaborazione con il male della propria epoca. La Parola di Dio dice: “Siate semplici come figli di Dio senza rimprovero in mezzo a una generazione depravata e perversa, nella quale dovete risplendere come luci nel mondo” (Fil. 2,15).

 

12 dicembre 2020, Memoria della Beata Vergine Maria di Guadalupe

Cardinale Janis Pujats, arcivescovo metropolita emerito di Riga (Lettonia)

+ Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi di Maria Santissima a Astana (Kazakistan)

+ Jan Pawel Lenga, arcivescovo-vescovo emerito di Karaganda (Kazakistan)

+ Joseph E. Strickland, vescovo di Tyler (USA)

+ Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima a Astana (Kazakistan)