Organismi Internazionali

Rapporto OXFAM su povertà e disuguaglianza: “Bene pubblico o ricchezza privata?” Gennaio 2019

Nel corso del 2018 le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, che costituiscono la metà più povera dell’umanità, hanno visto decrescere quel che avevano dell’11%. L’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. È quanto denuncia oggi Oxfam diffondendo il nuovo rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?”, alla vigilia del meeting annuale del Forum economico mondiale di Davos.
In una nota, Oxfam rileva la “concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico”. A metà 2018, l’1% più ricco deteneva infatti poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro un magro 0,4% assegnato alla metà più povera della popolazione mondiale, 3,8 miliardi di persone. In Italia il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. Inoltre, a livello globale gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende. Anche il divario retributivo di genere, pari al 23%, vede le donne in posizione arretrata.

A questo si aggiunge il fatto che “dopo una drastica diminuzione, tra il 1990 e il 2015, del numero di persone che vivono con un reddito di meno di 1,90 dollari al giorno, ad allarmare è il calo del 40% del tasso annuo di riduzione della povertà estrema (che secondo le stime è rallentato ulteriormente tra il 2015 e il 2018). Un aumento della povertà estrema che colpisce in primis i contesti più vulnerabili del globo, come l’Africa subsahariana”.
Il report “rivela come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo. Lo studio mette inoltre in evidenza le responsabilità dei governi, in ritardo nell’adottare misure efficaci per contrastare questa galoppante disuguaglianza”. “Un sistema così disuguale da produrre un costo umano altissimo: il taglio di servizi essenziali come sanità e istruzione, fa sì che 262 milioni di bambini non possano andare a scuola e 10 mila persone ogni giorno muoiano perché non hanno accesso alle cure”.
“Bene pubblico o ricchezza privata?” manda “un messaggio molto netto: per potenziare il finanziamento dei sistemi di welfare nazionali, è necessario rendere più equo il fisco. Invertendo la tendenza pluridecennale, che ha portato alla graduale erosione di progressività dei sistemi fiscali e a un marcato spostamento del carico fiscale dalla tassazione della ricchezza e dei redditi da capitale, a quella sui redditi da lavoro e sui consumi”.

(Fonte: agensir.it/)

 

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Istituto per l’Economia e la Pace (IEP): GLOBAL TERRORISM INDEX 2018 ( GTI) –

GLOBAL TERRORISM INDEX 2018 ( GTI)

 

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La pubblicazione annuale, Global Terrorism Index (GTI), arrivata alla sesta edizione, è stata realizzata dall’Istituto per l’Economia e la Pace (IEP) e costituisce la più efficace risorsa per monitorare le tendenze del terrorismo globale, attraverso l’inquadramento di oltre 170mila episodi terroristici dal 1970 al 2017.

Secondo il GTI 2018, il numero totale delle vittime nel 2017 è sceso del 27% rispetto al 2016, su questo calo ha inciso in maniera significativa il dato dell’Iraq e della Siria, dove si sono rispettivamente registrati 5.000 e 1.000 morti in meno.

Il significativo decremento si è riflesso anche nel punteggio GTI che classifica 163 paesi (il 99,7% della popolazione mondiale) in base al loro impatto relativo sul terrorismo. Rispetto ai 46 paesi che hanno registrato un arretramento nella classifica, ben 94 hanno avuto un miglioramento: il numero più alto dal 2004, che a livello globale riflette un impegno sempre più incisivo nella lotta al terrorismo, dall’aumento della violenza nel 2013.

Alta diffusione in Somalia

Tuttavia, mentre il GTI rileva che l’impatto globale del terrorismo è in declino, mostra anche che il fenomeno è ancora diffuso e persino peggiorato in alcune regioni come il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana.

La metà dei paesi dove si è registrato il maggior incremento dell’attività terroristica sono in Africa, un dato che riguarda anche la Repubblica centrafricana, il Mali e il Kenya.

La Somalia è il paese dove a livello globale si è registrato il maggior numero di decessi per terrorismo nel 2017. Rispetto all’anno precedente ci sono state ben 708 vittime in più, pari a un aumento al 93%. Il gruppo estremista somalo al-Shabaab, affilato ad al-Qaeda, è stato responsabile del più sanguinoso attacco terroristico del 2017: l’attentato compiuto con due camion-bomba, che il 14 ottobre 2017 ha devastato un’estesa area di Hodan, uno dei quartieri commerciali più centrali di Mogadiscio, uccidendo 588 persone.

Si registra un preoccupante aumento del numero di morti per terrorismo anche in Egitto, la maggior parte dei quali sono stati causati dalla Wilayat Sinai (Provincia dello Stato Islamico nel Sinai), che ha operato il secondo attacco terroristico più letale del 2017 contro la moschea al-Rawdah, a Bir al-Abed, a ovest della città di Arish, nel nord del Sinai, dove il 24 novembre 2017 sono state uccise 311 persone e 122 ferite.

Nigeria al top

Nelle regioni del Maghreb e del Sahel, negli ultimi due anni si è registrato un forte incremento dell’attività terroristica, in particolare da parte dei gruppi legati ad al-Qaida. Le stime del report indicano che nel marzo 2018 c’erano oltre 9.000 terroristi operativi nella regione saheliana, per lo più concentrati in Libia e Algeria.

Il Sahel è diventato uno dei punti chiave della lotta al terrorismo, tenuto conto che nella vasta regione desertica hanno stabilito le loro roccaforti diversi gruppi, che nel tempo hanno migliorato la loro capacità di coordinare gli attacchi, elevando il livello della minaccia contro i governi locali.

In Nigeria, si è registrato un sensibile aumento della violenza da parte degli estremisti di etnia fulani, anche se i jihadisti di Boko Haram hanno provocato un numero inferiore di vittime. La Nigeria resta comunque il paese africano dove il terrorismo ha maggiormente colpito lo scorso anno ed è al terzo posto nella classifica mondiale.

I dieci paesi africani più colpiti sono stati, nell’ordine: Nigeria, Somalia, Egitto, Repubblica democratica del Congo, Libia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Camerun, Sudan, Kenya.

Insieme alla drastica riduzione del fenomeno a livello globale, nel 2017 è diminuito anche l’impatto economico del terrorismo stimato nell’ordine di 52 miliardi di dollari, pari al 42% in meno rispetto al 2016. I decessi hanno rappresentato il 72% dell’impatto economico del terrorismo, mentre il resto è derivante dalla perdita di Pil, dalla distruzione di edifici o della proprietà privata e lesioni non mortali. In realtà, la percentuale è probabilmente molto più alta perché quella riportata non tiene conto dell’impatto indiretto sulle imprese, sugli investimenti e sui costi associati alle agenzie di sicurezza nella lotta al terrorismo.

(Fonte: Nigrizia)

Save the Children. Pubblicato il IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini”, dedicato alle periferie educative in Italia. Novembre 2018

Sono 1,2 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono in povertà assoluta in Italia. Ma non sono solo le condizioni economiche del nucleo familiare a pesare sul loro futuro. L’ambiente in cui vivono ha un enorme impatto nel condizionare le loro opportunità di crescita e di futuro. Pochi chilometri di distanza, tra una zona e l’altra, possono significare riscatto sociale o impossibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà: la segregazione educativa allarga sempre di più la forbice delle disuguaglianze, in particolare nelle grandi città, dove vivono tantissimi bambini, ed è lì che bisogna intervenire con politiche coraggiose e risorse adeguate.

All’interno di una stessa città, l’acquisizione delle competenze scolastiche da parte dei minori segna un divario sconcertante. A Napoli, i 15-52enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono il 2% al Vomero e quasi il 20% a Scampia, a Palermo il 2,3% a Malaspina-Palagonia e il 23% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, mentre nei quartieri benestanti a nord di Roma i laureati (più del 42%) sono 4 volte quelli delle periferie esterne o prossime al GRA nelle aree orientali della città (meno del 10%). Ancora più forte la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore (51,2%) i laureati sono 7 volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%).

Differenze sostanziali tra una zona e l’altra riguardano anche i NEET, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano più, sono senza lavoro e non sono inseriti in alcun circuito di formazione: nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, sono il 3,6%, meno di un terzo di quelli di Triulzo Superiore (14,1%), mentre a Genova sono 3,4% a Carignano e 15,9% a Ca Nuova, e a Roma 7,5% Palocco e 13,8% a Ostia Nord.

Sono questi alcuni dei dati messi in luce dal IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini”, dedicato alle periferie educative in Italia, a cura di Giulio Cederna e con le foto di Riccardo Venturi, pubblicato per il terzo anno consecutivo da Treccani.  (Una versione multimediale e interattiva è disponibile online atlante.savethechildren.it).

“È assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli. Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi”, ha dichiarato Valerio Neri, nostro Direttore Generale.

Sono quasi 3,6 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono nelle 14 principali aree metropolitane del Paese (2 su 5 del totale in Italia), e crescono spesso in zone o quartieri sensibili che possiamo definire “periferie” da tanti punti di vista differenti, non solo rispetto alle distanze dal centro città, ma in base ai diversi deficit urbanistici, funzionali o sociali dei territori. Sono ad esempio “periferie funzionali” i quartieri dormitorio, “svuotati” di giorno per effetto dei grandi flussi pendolari verso i luoghi di lavoro, privi di opportunità e povere di relazioni sociali.

 

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“Partire svantaggiati: La disuguaglianza educativa tra i bambini dei paesi ricchi”. Report Card 15 del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF.

Secondo il nuovo Report Card 15 del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF, vivere in un paese ricco non garantisce un accesso equo ad un’istruzione di qualità: mentre Lituania, Islanda e Francia hanno i tassi di iscrizione prescolare più alti tra i paesi inclusi nello studio, Turchia, Stati Uniti e Romania hanno i tassi più bassi.

Paesi Bassi, Lituania e Finlandia sono i più equi per quanto riguarda i risultati di lettura nella scuola primaria, mentre Malta, Israele e Nuova Zelanda presentano in questo ambito le maggiori disuguaglianze.

Lituania, Irlanda e Spagna sono i più equi per quanto riguarda la capacità di lettura dei 15enni, mentre Malta, Bulgaria e Israele presentano le maggiori disuguaglianze.

Secondo quanto emerge dal rapporto, infatti, i bambini dei paesi meno ricchi spesso hanno rendimenti scolastici migliori nonostante minori risorse nazionali.

“Partire svantaggiati: La disuguaglianza educativa tra i bambini dei paesi ricchi” classifica 41 paesi membri dell’Unione Europea e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in base alla portata delle disuguaglianze a scuola a livello prescolare, primario e secondario.

«Su 38 paesi ricchi per livello di uguaglianza nella scuola secondaria, l’Italia è 13esima. È 15esima su 41 per tasso di accesso all’istruzione prescolastica e al sesto posto su 29 per le capacità di lettura nella scuola primaria», ha dichiarato Francesco Samengo, presidente dell’UNICEF Italia.

«In questo settore vorrei sottolineare l’impegno sottoscritto, pochi giorni fa, dall’UNICEF Italia attraverso un Protocollo d’intesa insieme al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per promuovere azioni sinergiche e per diffondere la cultura dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nelle scuole».

Il rapporto utilizza gli ultimi dati disponibili per esaminare il legame tra i risultati conseguiti dai bambini e dai ragazzi e fattori quali livello occupazionale dei genitori, background migratorio, genere e anche caratteristiche della scuola.

POVERTÀ: In 16 dei 29 paesi europei per i quali i dati sono disponibili, i bambini appartenenti al quinto più povero dei nuclei familiari hanno un tasso di frequenza prescolastica più basso rispetto ai bambini del quinto più ricco.

Questo divario persiste per tutto il percorso scolastico del bambino. I ragazzi di 15 anni che vanno bene a scuola, i cui genitori svolgono un lavoro qualificato, hanno molte più probabilità di proseguire gli studi superiori rispetto a quelli con genitori che svolgono lavori poco qualificati.

IMMIGRAZIONE: In 21 dei 25 paesi con livelli significativi di immigrazione, i quindicenni immigrati di prima generazione tendono ad avere risultati inferiori a scuola rispetto ai non immigrati.

In 15 paesi, anche i bambini immigrati di seconda generazione tendono a conseguire risultati inferiori a scuola rispetto ai bambini non immigrati. In Australia e in Canada, i bambini immigrati di seconda generazione hanno risultati migliori rispetto ai bambini non immigrati. Queste differenze rispecchiano i diversi modelli migratori nei vari paesi.

DIVARIO DI GENERE: In tutti i paesi, le ragazze conseguono migliori risultati nei test sulla lettura rispetto ai ragazzi.

Questi divari tendono ad ampliarsi quando i bambini e le bambine crescono. Ci sono ampie differenza anche tra i paesi. All’età di 15 anni, In Irlanda le ragazze hanno una capacità di rendimento nella lettura superiore del 2% rispetto ai ragazzi, in Bulgaria questo divario supera l’11%.

Il rapporto si focalizza su due indicatori di disuguaglianza incentrati sui bambini e i ragazzi: l’indicatore a livello prescolare è la percentuale di studenti iscritti a forme di apprendimento organizzato un anno prima dell’età ufficiale di inizio della scuola primaria; l’indicatore per la scuola primaria (4° elementare, circa 10 anni) e secondaria (15 anni) è il divario nei punteggi relativi alla capacità di lettura tra gli studenti con il punteggio più basso e quelli con il punteggio più alto.

Il posizionamento nella classifica dei quindicenni è l’indicatore principale del rapporto perché rappresenta il livello di disuguaglianza arrivati alla fine dell’istruzione obbligatoria.

«Ciò che mostra il nostro rapporto è che i paesi possono raggiungere standard di eccellenza nell’istruzione e presentare anche disuguaglianze relativamente basse», ha dichiarato Priscilla Idele, Direttore (a.i.) del Centro di Ricerca Innocenti dell’UNICEF.

«Ma tutti i paesi ricchi possono e devono fare molto di più per i bambini delle famiglie più svantaggiate perché sono quelli che hanno maggiori probabilità di rimanere indietro.»

Il rapporto suggerisce che garantire a tutti i bambini un’equa opportunità di inizio è fondamentale per raggiungere uguaglianza e sostenibilità e che tutti i problemi non sono inevitabili ma possono essere superati attraverso politiche adeguate.

Fonte: Unicef Italia

 

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Rapporto ONU. Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo 2018.

 

The State of Food Security and Nutrition in the World 2018

Lo stato della sicurezza alimentare e dell’alimentazione nel mondo 2018.

Rafforzare la resilienza climatica per la sicurezza alimentare e l’alimentazione

 

Nel 2017 il numero delle persone denutrite è salito a 821 milioni, sei milioni più che nel 2016, 44 milioni più che nel 2015. Si conferma quindi una inversione di tendenza dopo anni di risultati positivi nella lotta contro la fame. È quanto rivela il rapporto 2018 sulla situazione alimentare globale pubblicato l’11 settembre da cinque agenzie delle Nazioni Unite: Fao, Unicef, Who, Wfp e Ifad.

 

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