La Santa Sede

Pontificia Accademia per la Vita. L’Humana Communitas nell’era della Pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita.

PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA
L’HUMANA COMMUNITAS NELL’ERA DELLA PANDEMIA:
RIFLESSIONI INATTUALI SULLA RINASCITA DELLA VITA

 

Il Covid-19 ha precipitato il mondo intero in uno stato di desolazione. Lo stiamo vivendo già da tanto tempo; è un’esperienza che non si è conclusa e potrà durare ancora a lungo. Ma quale interpretazione possiamo darne? Certo, siamo chiamati ad affrontarlo con coraggio. La ricerca di un vaccino e di una spiegazione scientifica accurata su cosa ha scatenato questa catastrofe ne sono la prova. Ma siamo anche chiamati a una consapevolezza più profonda? Se così fosse, in che modo questa presa di distanza ci impedirà di cadere preda dell’inerzia della noncuranza, o peggio, della complicità con la rassegnazione? È possibile fare “un passo indietro” ponderato, che non significhi inazione, un pensiero che possa trasformarsi in un ringraziamento per la vita data, come se fosse un passaggio verso una rinascita della vita?

Covid-19 è il nome di una crisi globale (pan-demia): mostra diverse sfaccettature e manifestazioni, ma è senza dubbio una realtà comune. Siamo arrivati a renderci conto, come mai prima, che questa strana situazione, già prevista da tempo immemore, ma mai seriamente affrontata, ci ha uniti di più. Come tanti processi nel nostro mondo contemporaneo, il Covid-19 è la manifestazione più recente della globalizzazione. Da una prospettiva puramente empirica, la globalizzazione ha portato tanti benefici all’umanità: ha disseminato conoscenze scientifiche, tecnologie mediche e prassi sanitarie, tutte potenzialmente disponibili a beneficio di tutti (cfr. PAV, Pandemia e Fraternità Universale, 30.03.20). Al contempo, con il Covid-19, ci siamo trovati collegati in modo diverso, condividendo un’esperienza comune di contingenza (cum-tangere): non risparmiando nessuno, la pandemia ci ha resi tutti parimenti vulnerabili, tutti ugualmente esposti.

Tale consapevolezza è stata raggiunta a un caro prezzo. Quali lezioni abbiamo appreso? Inoltre, quale conversione del pensiero e dell’agire siamo preparati a vivere nella nostra responsabilità comune per la famiglia umana (Papa Francesco, Humana Communitas, 6 gennaio 2019)?

1.  La dura realtà delle lezioni apprese

La pandemia ci ha regalato lo spettacolo delle strade vuote e di città fantasma, di una prossimità umana ferita, del distanziamento fisico. Ci ha privato dell’esuberanza degli abbracci, della gentilezza delle strette di mano, dell’affetto dei baci e ha trasformato le relazioni in interazioni timorose tra sconosciuti, lo scambio neutro di individualità senza volto, avvolte nell’anonimità dei dispositivi di protezione. Le limitazioni ai contatti sociali sono spaventose; possono portare a situazioni di isolamento, disperazione, rabbia e abusi. Per gli anziani agli ultimi stadi di vita, la sofferenza è stata ancora più accentuata, in quanto il disagio fisico si è accompagnato ad una qualità della vita deteriorata e alla mancanza delle visite da parte della famiglia e degli amici.

1.1.  Vita tolta, vita ricevuta: la lezione della fragilità

Le metafore principali che oggi invadono il nostro linguaggio comune sottolineano l’ostilità e un senso pervasivo di minaccia: gli incoraggiamenti ripetuti a “combattere” il virus, i comunicati stampa che risuonano come “bollettini di guerra”, gli aggiornamenti quotidiani sul numero di contagiati, che presto diventano “caduti”.

Nella sofferenza e nella morte di così tante persone, abbiamo imparato la lezione della fragilità. In numerosi paesi, gli ospedali fanno ancora fatica a soddisfare le innumerevoli richieste, e sono costretti alla pena del razionamento e al logoramento del personale sanitario. Una miseria immensa, indescrivibile e la lotta per il bisogno primario di sopravvivenza hanno messo in evidenza la condizione dei carcerati, di coloro che vivono in condizioni di povertà estrema ai margini della società, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e degli abbandonati destinati all’oblio nell’inferno dei campi profughi.

Abbiamo toccato con mano il volto più tragico della morte: alcuni hanno conosciuto la solitudine della separazione, sia fisica che spirituale, hanno lasciato le proprie famiglie impotenti, impossibilitate ad accomiatarsi dai loro cari, senza neanche la possibilità della più elementare pietà di una sepoltura adeguata. Abbiamo visto vite finire senza alcuna distinzione di età, status sociale o condizioni di salute.

“Fragili”. Ecco cosa siamo tutti: radicalmente segnati dall’esperienza della finitudine che è al cuore della nostra esistenza; non si trova lì per caso, non ci sfiora con il tocco gentile di una presenza transitoria, non ci lascia vivere indisturbati nella convinzione che tutto andrà secondo i nostri piani. Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati a essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo.

Secondo alcuni questa storia è assurda, in quanto tutto si riduce al nulla. Ma come potrebbe questo nulla essere la parola finale? E se così fosse, perché combattere? Perché ci incoraggiamo reciprocamente a sperare in giorni migliori, quando tutto ciò che stiamo vivendo in questa pandemia sarà finito?

La vita va e viene, dice il custode della prudenza cinica. Ma questo suo crescere e decrescere, ora reso più evidente dalla fragilità della nostra condizione umana, potrebbe aprirci a una diversa saggezza, una diversa consapevolezza (cfr. Ps. 8): la dolorosa prova della fragilità della vita può anche rinnovare la nostra consapevolezza che è un dono. Tornando alla vita, dopo aver assaporato il frutto ambivalente della sua contingenza, non saremo più saggi? Non saremo più grati, meno arroganti?

1.2.  Il sogno impossibile dell’autonomia e la lezione della finitudine

Con la pandemia, le nostre rivendicazioni di autodeterminazione autonoma hanno subito un duro colpo, un momento di crisi che richiede un discernimento più profondo. Doveva accadere, prima o poi: l’incantesimo era durato fin troppo.

L’epidemia di Covid-19 ha molto a che vedere con la depredazione della terra e la spoliazione del suo valore intrinseco. Si tratta di un sintomo del malessere della nostra terra e della nostra incapacità di occuparci di essa; inoltre, è un segno del nostro malessere spirituale (Laudato Si’, n. 119). Saremo in grado di risanare la frattura con il nostro mondo naturale, che troppo spesso ha trasformato le nostre soggettività assertive in minaccia al creato, agli altri?

Consideriamo la catena di connessioni che unisce i seguenti fenomeni: l’aumento della deforestazione spinge gli animali selvatici in prossimità degli habitat umani. I virus presenti negli animali, quindi, si trasmettono agli uomini, esacerbando, in tal modo, la realtà della zoonosi, un fenomeno ben conosciuto dagli scienziati nella diffusione di molte malattie. La domanda esagerata di carne nei paesi del mondo sviluppato ha dato vita a enormi complessi industriali per l’allevamento e lo sfruttamento del bestiame. È facile constatare come queste interazioni possano alla fine provocare la diffusione di un virus, mediante il trasporto internazionale, la mobilità di massa delle persone, i viaggi di affari, il turismo, ecc.

Il fenomeno del Covid-19 non è solo il risultato di avvenimenti naturali. Ciò che avviene in natura è già il risultato di una complessa interazione con il mondo umano delle scelte economiche e dei modelli di sviluppo, essi stessi “infettati” con un diverso “virus” di nostra creazione: questo virus è il risultato, più che la causa, dell’avidità finanziaria, dell’accondiscendenza verso stili di vita definiti dal consumo e dall’eccesso. Ci siamo costruiti un ethos di prevaricazione e disprezzo nei confronti di ciò che ci è dato nella promessa primordiale della creazione. Per questo motivo, siamo chiamati a riconsiderare il nostro rapporto con l’habitat naturale. A riconoscere che viviamo su questa terra come amministratori, non come padroni e signori.

Ci è stato donato tutto, ma la nostra è una sovranità solo concessa, non assoluta. Consapevole della sua origine, questa porta con sé il peso della finitezza e il segno della vulnerabilità. La nostra condizione è una libertà ferita. Possiamo rifiutarla come una maledizione, una situazione provvisoria da superare nel minor tempo possibile. Oppure, possiamo apprendere una pazienza diversa: capace di consentire alla finitudine, di rinnovare l’interazione con il prossimo vicino e con l’altro distante.

Se paragonata alle difficoltà dei paesi poveri, soprattutto nel cosiddetto Sud Globale, le traversie del mondo “sviluppato” appaiono piuttosto come un lusso: solo nei paesi ricchi le persone possono permettersi di rispettare i requisiti di sicurezza. In quelli meno fortunati, d’altra parte, il “distanziamento fisico” è semplicemente impossibile a causa delle necessità e delle circostanze tragiche: ambienti affollati e impraticabilità di un distanziamento sostenibile costituiscono per intere popolazioni un ostacolo insormontabile. Il contrasto tra le due situazioni mette in luce un paradosso stridente, che, ancora una volta, racconta la storia della sproporzione di benessere tra paesi ricchi e poveri.

Apprendere la finitezza e consentire ai limiti della nostra libertà va ben oltre un misurato esercizio di realismo filosofico. Implica aprire gli occhi di fronte a una realtà di esseri umani che sperimentano questi limiti nella loro carne: nella sfida quotidiana per sopravvivere, per assicurarsi le condizioni minime per la sussistenza, per alimentare i propri figli e la famiglia, per superare la minaccia di malattie, nonostante la disponibilità di cure troppo costose e non sostenibili. Consideriamo il numero immenso di vite perdute nel Sud Globale: malaria, tubercolosi, mancanza di acqua potabile e di risorse basilari mietono ancora milioni di vite ogni anno, una situazione che è conosciuta da decenni. Tutte queste problematiche potrebbero essere superate grazie allo sforzo e all’impegno internazionale e politico. Quante vite potrebbero essere salvate, quante malattie sradicate, quanta sofferenza evitata!

1.3. La sfida dell’interdipendenza e la lezione della vulnerabilità comune

Le nostre pretese di solitudine monadica hanno i piedi di argilla. Con loro, crollano le false speranze di una filosofia sociale atomistica costruita sul sospetto egoistico verso ciò che è diverso e nuovo, un’etica della razionalità calcolatrice, piegata a un’immagine distorta di auto-realizzazione, impermeabile alla responsabilità del bene comune a livello globale e non solo nazionale.

La nostra interconnessione è una questione di fatto. Ci rende tutti forti o, al contrario, vulnerabili, a seconda del nostro atteggiamento nei suoi confronti. Consideriamo anzitutto la sua importanza a livello nazionale. Se il Covid-19 può colpire chiunque, può tuttavia essere particolarmente dannoso per particolari popolazioni, quali gli anziani o le persone con malattie concomitanti e immunità compromessa. Allo stesso modo, i medesimi provvedimenti politici presi per tutti i cittadini richiedono la solidarietà dei giovani e sani i più vulnerabili; richiedono il sacrificio da parte di molti che, per la loro sussistenza, dipendono da attività economiche che richiedono un contatto con il pubblico. Nei paesi più ricchi, questi sacrifici possono essere temporaneamente compensati, ma nella maggioranza dei paesi, tali politiche di protezione sono semplicemente impossibili.

Certamente, in tutti i paesi, il bene comune della salute pubblica deve essere bilanciato in rapporto agli interessi economici. Durante le prime fasi della pandemia, molti paesi si sono focalizzati sul salvare più vite possibili. Gli ospedali e soprattutto i servizi di terapia intensiva erano insufficienti e sono stati rafforzati solo dopo enormi sforzi. Apprezzabilmente, i servizi assistenziali sono sopravvissuti, grazie agli impressionanti sacrifici di medici, infermieri e altri professionisti sanitari, più che per gli investimenti tecnologici. La focalizzazione sull’assistenza ospedaliera, tuttavia, ha distolto l’attenzione da altre istituzioni di cura. Le case di cura, per esempio, sono state duramente colpite dalla pandemia, e i dispositivi di protezione individuale e i test sono diventati disponibili in quantità sufficiente solo in una fase tardiva. Discussioni etiche sull’allocazione delle risorse si sono soprattutto basate su considerazioni utilitaristiche, senza prestare attenzione alle persone più vulnerabili ed esposte a più gravi rischi. Nella maggioranza dei paesi, il ruolo dei medici di base è stato ignorato, mentre per molti, sono il primo punto di contatto con il sistema assistenziale. Il risultato è stato un aumento di decessi e di disabilità provocate da cause diverse dal Covid-19.

La comune vulnerabilità richiede anche una cooperazione internazionale e la consapevolezza che non è possibile tenere testa a una pandemia senza un’adeguata infrastruttura sanitaria, accessibile a tutti a livello globale. Né tantomeno, le traversie di un popolo, all’improvviso contagiato, possono essere affrontate in isolamento, senza stipulare accordi internazionali e con una moltitudine di attori diversi. La condivisione di informazioni, la fornitura di aiuti, l’allocazione delle scarse risorse sono temi che dovranno tutti essere affrontati in una sinergia di sforzi. La forza della catena internazionale viene determinata dal suo anello più debole.

La lezione ha bisogno di essere assimilata in profondità. Certamente, i semi della speranza sono stati dispersi all’ombra di piccoli gesti, in atti di solidarietà, troppi da contare, troppo preziosi da rendere pubblici. Le comunità si sono battute con onore, nonostante tutto; a volte si sono scontrate con l’inettitudine della loro leadership politica ad articolare protocolli etici, elaborare sistemi normativi, immaginare in modo nuovo le vite in base a ideali di solidarietà e sollecitudine reciproca. Gli apprezzamenti unanimi per questi esempi mostrano una comprensione profonda del significato autentico della vita e un modo desiderabile della sua realizzazione.

Tuttavia, ancora non abbiamo dato sufficiente attenzione, soprattutto a livello globale, all’interdipendenza umana e alla vulnerabilità comune. Il virus non riconosce le frontiere, ma i paesi hanno sigillato i propri confini. A differenza di altri disastri, la pandemia non ha colpito tutti i paesi allo stesso momento. Sebbene questo avrebbe potuto offrire l’opportunità di imparare dalle esperienze e dalle politiche di altri paesi, il processo di apprendimento a livello globale è stato minimo. Addirittura, alcuni paesi si sono, a volte, impegnati in un gioco cinico di reciproca accusa.

La stessa mancanza di interconnessione si osserva negli sforzi per sviluppare cure e vaccini. L’assenza di coordinamento e cooperazione è ora sempre più riconosciuta come un ostacolo nella lotta contro il Covid-19. La consapevolezza che siamo insieme dentro questo disastro e che possiamo superarlo solo mediante sforzi cooperativi in quanto comunità umana sta dando vita a impegni condivisi. L’articolazione di progetti scientifici transnazionali è uno sforzo che va in tale direzione. Ciò deve essere dimostrato anche nelle politiche, mediante il rafforzamento delle istituzioni internazionali. Questo è particolarmente importante, in quanto la pandemia sta rafforzando disuguaglianze e ingiustizie già esistenti e molti paesi non dotati di risorse e strutture per affrontare adeguatamente il Covid-19 dipendono dalla comunità internazionale per ricevere assistenza.

2.  Verso una nuova visione: la rinascita della vita e la chiamata alla conversione

Le lezioni di fragilità, finitezza e vulnerabilità ci conducono alla soglia di una nuova visione: promuovono un ethos di vita che richiede un impegno dell’intelligenza e il coraggio di una conversione morale. Imparare una lezione significa farsi umili, significa cambiare, cercando risorse di senso fino ad allora non sfruttate, forse sconfessate. Imparare una lezione significa diventare consapevoli, ancora una volta, della bontà della vita che si offre a noi, liberando un’energia che corre anche più in profondità dell’esperienza inevitabile della perdita, che deve essere elaborata e integrata nel significato della nostra esistenza. Questa occasione può essere la promessa di un nuovo inizio per l’humana communitas, la promessa della rinascita della vita? Se così fosse, a quali condizioni?

2.1. Verso un’etica del rischio

Dobbiamo, prima di tutto, giungere a una nuova considerazione della realtà esistenziale del rischio: tutti noi possiamo soccombere sotto i colpi della malattia, per le uccisioni in guerra, sotto le opprimenti minacce di disastri. Alla luce di ciò, emergono delle responsabilità etiche e politiche molto specifiche nei confronti della vulnerabilità di individui e gruppi di persone che sono a maggior rischio per la loro salute, vita e dignità. Il Covid-19 può sembrare, a prima vista, una determinante meramente naturale, sebbene certamente senza precedenti, di rischio globale. Tuttavia, la pandemia ci costringe a considerare un numero di fattori aggiuntivi, che prevedono tutti una sfida etica multidimensionale. In tale contesto, le decisioni devono essere proporzionate ai rischi, secondo il principio di precauzione. Focalizzarsi sulla genesi naturale della pandemia, senza dare ascolto alle disuguaglianze economiche, sociali e politiche tra i paesi del mondo, significa non cogliere il senso delle condizioni che l’hanno fatta diffondere più velocemente e l’hanno resa più difficile da affrontare. Un disastro, quale che sia la sua origine, è una sfida etica in quanto è una catastrofe che condiziona la vita umana e intacca l’esistenza umana in varie dimensioni.

In assenza di un vaccino, non possiamo contare sulla capacità di sconfiggere permanentemente il virus che ha causato la pandemia, a eccezione di un esaurimento spontaneo della forza patologica della malattia. L’immunità contro il Covid-19, pertanto, rimane solo una speranza per il futuro. Ciò significa anche riconoscere che vivere in una comunità a rischio richiede un’etica che sia alla pari con la prospettiva che tale rischio possa effettivamente diventare una realtà.

Allo stesso tempo, dobbiamo elaborare un concetto di solidarietà che si estende ben oltre l’impegno generico di aiutare coloro che soffrono. Una pandemia ci invita tutti ad affrontare e plasmare nuovamente le dimensioni strutturali della nostra comunità globale che sono oppressive e ingiuste, quelle che la consapevolezza religiosa definisce “strutture di peccato”. Il bene comune dell’humana communitas non può essere conseguito senza una vera conversione dei cuori e delle menti (Laudato si’, 217-221). La chiamata alla conversione è rivolta al nostro senso di responsabilità: la sua miopia è imputabile al nostro rifiuto di guardare la vulnerabilità delle popolazioni più deboli a livello globale, non alla nostra incapacità di vedere ciò che è cosi ovviamente semplice. Una diversa apertura può allargare l’orizzonte della nostra immaginazione morale per includere, infine, ciò che è stato deliberatamente messo a tacere.

2.2.  La chiamata a sforzi globali e alla cooperazione internazionale

I contorni fondamentali di un’etica del rischio, radicata in un concetto più ampio di solidarietà, implicano una definizione di comunità che rifiuta ogni provincialismo, la falsa distinzione tra gli insider, ovvero, coloro che possono rivendicare di appartenere pienamente alla comunità e gli outsider, ovvero coloro che possono sperare, nel migliore dei casi, di avere una sedicente partecipazione alla stessa. Il lato oscuro di tale separazione deve essere messo in luce quale impossibilità concettuale e prassi discriminatoria. Nessuno può essere visto semplicemente “in attesa” di ricevere il riconoscimento pieno dello status, come se fosse alle porte dell’humana communitas. L’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità e ai farmaci essenziali deve essere effettivamente riconosciuto quale diritto umano universale (cfr. Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti umani, art. 14). Da tale premessa, conseguono due conclusioni logiche.

La prima riguarda l’accesso universale alle migliori opportunità di prevenzione, diagnosi e trattamento, che non devono essere riservate solo a pochi. La distribuzione di un vaccino, non appena disponibile in futuro, è un caso emblematico. L’unico obiettivo accettabile, coerente con un’equa fornitura del vaccino, è l’accesso a tutti, senza eccezione alcuna.

La seconda conclusione concerne la definizione di ricerca scientifica responsabile. La posta in gioco qui è molto alta e le questioni molto complesse. Sono tre quelle che meritano di essere sottolineate. In primo luogo, in relazione all’integrità della scienza e alle nozioni che stimolano il suo progresso: l’ideale di un’obiettività controllata, se non completamente “distaccata” e l’ideale di libertà di ricerca e, soprattutto, libertà dai conflitti di interesse. In secondo luogo, in gioco c’è la natura stessa della conoscenza scientifica in quanto prassi sociale, definita, in un contesto democratico, da regole di uguaglianza, libertà ed equità. In particolare, la libertà scientifica di ricerca non dovrebbe inglobare nella propria sfera di influenza la decisione politica. Tale decisione e l’ambito politico nel suo complesso mantengono la propria autonomia dallo sconfinamento del potere scientifico, soprattutto quando quest’ultimo si trasforma nella manipolazione dell’opinione pubblica. Infine, ciò che è in questione qui è il carattere essenzialmente “fiduciario” della conoscenza scientifica nella sua ricerca di risultati socialmente vantaggiosi, soprattutto quando la conoscenza viene ottenuta mediante sperimentazione sugli esseri umani e la promessa di un trattamento testato in trial clinici. Il bene della società e il bene comune nel settore sanitario vengono prima di qualsiasi interesse per il profitto, in quanto la dimensione pubblica della ricerca non può essere sacrificata sull’altare del guadagno privato. Quando la vita e il benessere di una comunità sono a rischio, i profitti devono assumere un ruolo di secondo piano.

La solidarietà si estende anche a qualsiasi sforzo nel campo della cooperazione internazionale. In questo contesto, un posto privilegiato è occupato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Profondamente radicata nella sua missione di guidare il lavoro sanitario a livello mondiale, si trova la nozione secondo cui solo l’impegno dei governi in sinergia globale può proteggere, promuovere e rendere efficace il diritto universale al livello più alto possibile di salute. Questa crisi ha sottolineato quanto sia necessaria un’organizzazione internazionale con un’estensione globale, che si faccia promotrice, in particolare, dei bisogni e delle preoccupazioni dei paesi meno sviluppati nell’affrontare una catastrofe senza precedenti.

La ristrettezza di vedute degli interessi nazionali ha portato molti paesi a rivendicare una politica di indipendenza e isolamento rispetto al resto del mondo, come se la pandemia potesse essere affrontata senza una strategia globale coordinata. Tale atteggiamento potrebbe sostenere, ma solo a parole, l’idea della sussidiarietà e l’importanza di un intervento strategico basato sulla prerogativa secondo cui l’autorità più bassa deve avere la precedenza rispetto a una più alta, più distante dalla situazione locale. La sussidiarietà deve rispettare la sfera legittima di autonomia delle comunità, incoraggiando le loro capacità e responsabilità. In realtà, l’atteggiamento in questione rientra in una logica di separazione che è, anzitutto, meno efficace contro il Covid-19. Inoltre, lo svantaggio non è solo poco lungimirante de facto, ma provoca anche l’ampliamento delle disuguaglianze e l’aggravamento degli squilibri di risorse tra i vari paesi. Sebbene tutti, ricchi e poveri, siano vulnerabili al virus, questi ultimi sono destinati a pagare il prezzo più alto e a portare il peso delle conseguenze a lungo termine della mancata cooperazione. Risulta chiaro, pertanto, che la pandemia sta peggiorando le disuguaglianze proprie dei processi di globalizzazione, rendendo sempre più persone vulnerabili ed emarginate senza assistenza sanitaria, lavoro e ammortizzatori sociali.

2.3. Bilanciamento etico incentrato sul principio di solidarietà

In ultima analisi, la vera questione attuale affrontata dalla famiglia umana è il significato morale e non meramente strategico di solidarietà. La solidarietà implica la responsabilità verso l’altro che vive nel bisogno, ed è radicata nel riconoscere che, in quanto essere umano dotato di dignità, ogni persona è un fine in se stesso, non un mezzo. L’articolazione della solidarietà quale principio di etica sociale si basa sulla realtà concreta di una presenza personale nel bisogno, che grida per essere riconosciuta. Pertanto, la risposta che ci è richiesta non è solo una reazione basata su nozioni sentimentalistiche di simpatia; è l’unica risposta adeguata alla dignità dell’altro, che richiama la nostra attenzione, una disposizione etica fondata sulla razionale preoccupazione del valore intrinseco di ogni essere umano.

Come dovere, la solidarietà non è costo zero, senza oneri e senza la disponibilità dei paesi ricchi a pagare il prezzo richiesto per la sopravvivenza dei poveri e la sostenibilità dell’intero pianeta. Questo vale sia sincronicamente, per i vari settori dell’economia, sia diacronicamente, ovvero in relazione alla nostra responsabilità per il benessere delle generazioni future e per la valutazione delle risorse disponibili.

Tutti sono chiamati a fare la propria parte. Alleviare le conseguenze della crisi prevede che si rinunci all’idea secondo cui “gli aiuti arriveranno dal governo”, come se si trattasse di un deus ex machina che lascia tutti i cittadini responsabili spettatori, indifferenti nel perseguimento dei loro interessi personali. La trasparenza delle regole e delle strategie politiche, unitamente all’integrità del processo democratico, richiedono un approccio diverso. La possibilità di una mancanza catastrofica di risorse per l’assistenza medica (materiali protettivi, kit per test, respiratori e terapie intensive nel caso del Covid-19) potrebbe servire da esempio. Di fronte a dilemmi tragici, i criteri generali di intervento, basati sull’equità nella distribuzione delle risorse, il rispetto per la dignità di ogni persona e la sollecitudine speciale per i soggetti vulnerabili devono essere delineati in precedenza e articolati nella loro plausibilità razionale con quanta più attenzione possibile.

La capacità e volontà di bilanciare principi che potrebbero entrare in conflitto tra di loro è un altro pilastro essenziale di un’etica del rischio e della solidarietà. Certamente, il primo dovere consiste nel proteggere la vita e la salute. Sebbene una situazione a rischio zero sia impossibile, il rispetto del distanziamento fisico e il rallentamento, se non la chiusura totale, di alcune attività hanno prodotto effetti drammatici e duraturi sull’economia. L’impatto sulla vita privata e sociale dovrà, altresì, essere preso in considerazione.

Due questioni cruciali emergono. La prima si riferisce alla soglia di rischio accettabile, il cui rispetto non può produrre effetti discriminatori in merito a condizioni di potere e ricchezza. La protezione di base e la disponibilità di mezzi diagnostici devono essere offerte a tutti, secondo il principio di non discriminazione.

Il secondo chiarimento decisivo riguarda il concetto di “solidarietà nel rischio”. L’adozione di norme specifiche da parte di una comunità richiede attenzione all’evoluzione della situazione sul terreno, un compito che può essere svolto unicamente mediante un discernimento radicato nella sensibilità etica, non solo in obbedienza alla lettera della legge. Una comunità è responsabile quando oneri di cautela e sostegno reciproco sono condivisi proattivamente con attenzione al benessere di tutti. Le soluzioni legali ai conflitti nel riconoscimento di responsabilità e colpa per cattiva condotta intenzionale o negligenza sono, a volte, necessari strumenti di giustizia. Tuttavia, non possono sostituire la fiducia come sostanza dell’interazione umana. Unicamente quest’ultima ci guiderà attraverso la crisi, poiché solo sulla base della fiducia, l’humana communitas potrà alla fine fiorire.

Siamo chiamati a un atteggiamento di speranza, che va oltre l’effetto paralizzante di due tentazioni opposte: da una parte, la rassegnazione che sottende passivamente agli eventi, e dall’altra, la nostalgia per un ritorno al passato, che si riduce al desiderare ciò che esisteva prima. Invece, è tempo di immaginare e attuare un progetto di coesistenza umana che consenta un futuro migliore per ciascuno. Il sogno recentemente immaginato per la regione amazzonica potrebbe diventare un sogno universale, un sogno per l’intero pianeta “che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere” (Querida Amazonia, 8).

Città del Vaticano, 22 luglio 2020

 

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdlife/documents/rc_pont-acd_life_doc_20200722_humanacomunitas-erapandemia_it.html

 

Lettera di Benedetto XVI per i cento anni della nascita di Papa Giovanni Paolo II.

Pubblichiamo il testo integrale della lettera che Benedetto XVI ha inviato alla Diocesi di Cracovia in occasione del centenario della nascita di Papa Giovanni Paolo II che ricorre il 18 maggio 2020.

Il testo è stato presentato  nella Curia Diocesana dall’ Arcivescovo Marek Jędraszewski e dal cardinale Stanisław Dziwisz insieme al teologo Jarosław Kupczak OP. La conferenza è stata trasmessa in diretta streaming. 

 

Ecco il testo: 

Il 18 maggio si celebrerà il centenario della nascita di Papa Giovanni Paolo II nella piccola città polacca di Wadowice.

La Polonia, divisa e occupata dai tre imperi vicini – Prussia, Russia e Austria –per oltre un secolo, riconquistò l’indipendenza dopo la prima guerra mondiale. Fu un evento che suscitò grandi speranze, ma che richiese anche grandi sforzi, visto che lo Stato che si riprendeva sentiva costantemente la pressione di entrambe le potenze – Germania e Russia. In questa situazione di oppressione, ma soprattutto di speranza, crebbe il giovane Karol Wojtyla, che purtroppo perse molto presto la madre, il fratello e infine il padre, al quale doveva la sua profonda e fervente devozione. L’attrazione particolare del giovane Karol verso la letteratura ed il teatro, lo portarono dopo la laurea allo studio di queste materie.

“Per evitare di essere deportato in Germania per i lavori forzati, nell’autunno del 1940 iniziò a lavorare come operaio fisico nella cava associata alla fabbrica chimica Solvay” (Cfr. Giovanni Paolo II, Dono e mistero). “Nell’autunno del 1942, prese la decisione definitiva di entrare nel Seminario di Cracovia, organizzato segretamente dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha nella sua residenza. Già da operaio iniziò a studiare teologia su vecchi libri di testo, per poter essere ordinato sacerdote il 1° novembre 1946” (Cfr. Ibid.). Tuttavia, imparò la teologia non solo dai libri, ma anche traendo utili insegnamenti dal contesto specifico in cui lui ed il suo Paese si trovavano. Questo sarebbe stato un tratto peculiare che avrebbe contraddistinto tutta la sua vita ed attività. Impara dai libri, ma vive anche di questioni attuali che lo tormentano. Così, per lui da giovane vescovo – dal 1958 vescovo ausiliare e dal 1964 arcivescovo di Cracovia – il Concilio Vaticano II fu la scuola di tutta la sua vita e del suo lavoro. Le importanti questioni che emersero, soprattutto quelle relative al cosiddetto Schema XIII – la successiva Costituzione Gaudium et Spes – furono le sue domande personali. Le risposte elaborate al Concilio mostrarono l’indirizzo che avrebbe dato al suo lavoro prima da vescovo e poi da Papa.

Quando il 16 ottobre 1978 il cardinale Wojtyla fu eletto Successore di Pietro, la Chiesa si trovava in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio furono presentate in pubblico come una disputa sulla fede stessa, che sembrava così priva del suo carattere di certezza infallibile e inviolabile. Per esempio, un parroco bavarese descrisse questa situazione con le seguenti parole: “Alla fine siamo caduti in una fede sbagliata”. Questa sensazione che nulla fosse certo più, che tutto potesse essere messo in discussione, fu ulteriormente alimentata dal modo in cui fu condotta la riforma liturgica. Alla fine sembrava che anche nella liturgia tutto si potesse creare da solo. Paolo VI condusse il Concilio con vigore e decisione fino alla sua conclusione, dopo la quale affrontò problemi sempre più difficili, che alla fine misero in discussione la Chiesa stessa. I sociologi dell’epoca paragonavano la situazione della Chiesa a quella dell’Unione Sovietica sotto Gorbaciov, dove nella ricerca delle riforme necessarie l’intera potente immagine dello Stato sovietico alla fine crollò.

Così, dinnanzi al nuovo Papa si presentò di fatto un compito assai arduo da affrontare con le sole capacità umane. Dapprincipio, però, si rivelò in Giovanni Paolo II la capacità di suscitare una rinnovata ammirazione per Cristo e per la sua Chiesa. In principio furono le parole pronunciate per l’inizio del suo pontificato, il suo grido: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” Questo tono caratterizzò tutto il suo pontificato rendendolo un rinnovatore e liberatore della Chiesa. Questo perché il nuovo Papa proveniva da un Paese dove ale il Concilio era stato accolto in modo positivo. Il fattore decisivo non fu quello di dubitare di tutto, ma di rinnovare tutto con gioia.

Nei 104 grandi viaggi pastorali che condussero il Pontefice in tutto il mondo, predicò il Vangelo come una notizia gioiosa, spiegando così anche il dovere di ricevere il bene e il Cristo.

In 14 encicliche presentò in modo nuovo la fede della Chiesa e il suo insegnamento umano. Inevitabilmente, quindi, suscitò opposizione nelle Chiese d’Occidente piene di dubbi.

Oggi mi sembra importante indicare il centro giusto dal quale leggere il messaggio contenuto nei diversi testi, il quale si pose all’attenzione di noi tutti nell’ora della sua morte. Papa Giovanni Paolo II è morto nelle prime ore della Festa della Divina Misericordia istituita da lui stesso. Vorrei inizialmente aggiungere qui una piccola nota personale che ci mostra qualcosa di importante per comprendere l’essenza e la condotta di questo Papa. Fin dall’inizio, Giovanni Paolo II rimase molto colpito dal messaggio della suora di Cracovia Faustina Kowalska, che aveva presentato la misericordia di Dio come il centro essenziale di tutta la fede cristiana e aveva voluto istituire la festa della Divina Misericordia. Dopo le consultazioni, il Papa previde per essa la Domenica in albis. Tuttavia, prima di prendere una decisione definitiva, chiese il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede per valutare l’opportunità di tale scelta. Demmo una risposta negativa ritenendo che una data così importante, antica e piena di significato come la Domenica in albis non dovesse essere appesantita da nuove idee. Per il Santo Padre, accettare il nostro “no” non fu certo facile. Ma lo fece con tutta umiltà e accettò il nostro secondo “no”. Infine, formulò una proposta che pur lasciando alla Domenica in albis il suo significato storico, gli permise di introdurre la misericordia di Dio nel suo nella sua accezione originale. Ci sono stati spesso casi in cui rimasi impressionato dall’umiltà di questo grande Papa, che rinunciò alle sue idee favorite quando non c’era il consenso degli organi ufficiali, il quale – secondo l’ordine classico delle cose – si doveva chiedere.

Quando Giovanni Paolo II esalò l’ultimo respiro in questo mondo, si era già dopo i primi Vespri della Festa della Divina Misericordia. Ciò illuminò l’ora della sua morte: la luce della misericordia di Dio rifulse sulla sua morte come un messaggio di conforto. Nel suo ultimo libro, Memoria e identità, apparso quasi alla vigilia della sua morte, il Papa presentò ancora una volta brevemente il messaggio della misericordia divina. In esso egli fece notare che suor Faustina morì prima degli orrori della seconda guerra mondiale, ma aveva già diffuso la risposta del Signore a questi orrori. “Il male non riporta la vittoria definitiva! Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore”.

Tutta la vita del Papa fu incentrata su questo proposito di accettare soggettivamente come suo il centro oggettivo della fede cristiana – l’insegnamento della salvezza – e di consentire agli altri di accettarlo. Grazie a Cristo risorto, la misericordia di Dio è per tutti. Anche se questo centro dell’esistenza cristiana ci è dato solo nella fede, esso ha anche un significato filosofico, perché – dato che la misericordia divina non è un dato di fatto – dobbiamo anche fare i conti con un mondo in cui il contrappeso finale tra il bene e il male non è riconoscibile. In definitiva, al di là di questo significato storico oggettivo, tutti devono sapere che la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza. Qui dobbiamo trovare l’unità interiore del messaggio di Giovanni Paolo II e le intenzioni fondamentali di Papa Francesco: Contrariamente a quanto talvolta si dice, Giovanni Paolo II non è un rigorista della morale. Dimostrando l’importanza essenziale della misericordia divina, egli ci dà l’opportunità di accettare le esigenze morali poste all’uomo, benché non potremo mai soddisfarlo pienamente. I nostri sforzi morali vengono intrapresi sotto la luce della misericordia di Dio, che si rivela essere una forza che guarisce la nostra debolezza.

Durante il trapasso di Giovanni Paolo II, Piazza San Pietro era piena di persone, soprattutto di giovani, che volevano incontrare il loro Papa per l’ultima volta. Non dimenticherò mai il momento in cui l’arcivescovo Sandri annunciò la scomparsa del Papa. Soprattutto non scorderò il momento in cui la grande campana di San Pietro rivelò questa notizia. Il giorno del funerale del Santo Padre si potevano vedere moltissimi striscioni con la scritta “Santo subito”. Fu un grido che, da tutte le parti, sorse dall’incontro con Giovanni Paolo II. E non solo in Piazza San Pietro, ma in vari circoli di intellettuali si era discusso sulla possibilità di concedere a Giovanni Paolo II l’appellativo di “Magno”.

La parola “santo” indica la sfera divina, e la parola “magno” indica la dimensione umana. Secondo i principi della Chiesa, la santità viene valutata sulla base di due criteri: le virtù eroiche e il miracolo. Questi due criteri sono strettamente collegati tra di loro. Il concetto di “virtù eroiche” non significa un successo olimpico, ma il fatto che quello che dentro e attraverso una persona è visibile non ha una fonte nell’uomo stesso, ma è ciò che rivela l’azione di Dio dentro e attraverso di lui. Non si tratta di competizione morale, ma di rinunciare alla propria grandezza. Si tratta di un uomo che permette a Dio di agire dentro di sé e quindi di rendere visibile attraverso di sé l’azione e la potenza di Dio.

Lo stesso vale per il criterio del miracolo. Anche qui non si tratta di qualcosa di sensazionale, ma del fatto che la bontà guaritrice di Dio diventa visibile in un modo che supera le capacità umane. Un santo è un uomo aperto, penetrato da Dio. Un santo è una persona aperta a Dio, permeata da Dio. Un santo è uno che non concentra l’attenzione su se stesso, ma ci fa vedere e riconoscere Dio. Lo scopo dei processi di beatificazione e canonizzazione è proprio quello di esaminarlo secondo le norme della legge. Per quanto riguarda Giovanni Paolo II, entrambi i processi sono stati eseguiti rigorosamente secondo le regole vincolanti. Così ora egli si presenta davanti a noi come un padre che ci mostra la misericordia e la bontà di Dio.

È più difficile definire correttamente il termine “magno”. Durante i quasi duemila anni di storia del papato, l’appellativo “Magno” è stato adottato solo con riferimento a due papi: a Leone I (440-461) e a Gregorio I (590-604). La parola “magno” ha un’impronta politica presso entrambi, ma nel senso che, attraverso i successi politici, si rivela qualcosa del mistero di Dio stesso. Leone Magno, in una conversazione con il capo degli unni Attila, lo convinse a risparmiare Roma, la città degli apostoli Pietro e Paolo. Senza armi, senza potere militare o politico, riuscì a persuadere il terribile tiranno a risparmiare Roma grazie alla propria convinzione della fede. Nella lotta dello spirito contro il potere, lo spirito si dimostrò più forte.

Gregorio I non ottenne un successo altrettanto spettacolare, ma riuscì comunque a salvare più volte Roma dai Longobardi – anche lui, contrapponendo lo spirito al potere, riportò la vittoria dello spirito.

Quando confrontiamo la storia di entrambi con quella di Giovanni Paolo II, la somiglianza è innegabile. Anche Giovanni Paolo II non aveva né forza militare né potere politico. Nel febbraio 1945, quando si parlava della futura forma dell’Europa e della Germania, qualcuno fece notare che bisognava tener conto anche dell’opinione del Papa. Stalin chiese allora: “Quante divisioni ha il Papa?” Naturalmente non ne aveva. Ma il potere della fede si rivelò una forza che, alla fine del 1989, sconvolse il sistema di potere sovietico e permise un nuovo inizio. Non c’è dubbio che la fede del Papa sia stata un elemento importante per infrangere questo potere. E anche qui possiamo certamente vedere la grandezza che si manifestò nel caso di Leone I e Gregorio I.

La questione se in questo caso l’appellativo “magno” sarà accettato o meno deve essere lasciata aperta. È vero che in Giovanni Paolo II la potenza e la bontà di Dio è diventata visibile a tutti noi. In un momento in cui la Chiesa soffre di nuovo per l’assalto del male, egli è per noi un segno di speranza e di conforto.

Caro San Giovanni Paolo II, prega per noi!

Benedetto XVI

 

(ACI Stampa).-

Pontificia Accademia delle Scienze. Responding to the Pandemic, Lessons for Future Actions and Changing Priorities.

Responding to the Pandemic, Lessons for Future Actions and Changing Priorities

 

The Vatican, Casina Pio IV on March 20, 2020

A Statement by the Pontifical Academy of Sciences and the Pontifical Academy of Social Sciences

In view of the COVID-19 pandemic, the Pontifical Academies of Sciences and of Social Sciences issue this communication. We note with great appreciation the tremendous services currently provided by health workers and medical professionals, including virologists and others. COVID-19 is a challenge for societies, their health systems, and economies, and especially for directly and indirectly affected people and their families. In the history of humanity, pandemics have always been tragic and have often been deadlier than wars. Today thanks to science, our knowledge is more advanced and can increasingly defend us against new forms of pandemics. Our statement intends to focus on science, science policy, and health policy actions in a broader societal context. We draw attention to the need for action, short- and long-term lessons, and future adjustments of priorities with these five points:
1.     Strengthening early action and early responses:

  1. Health systems need to be strengthened in all countries. The need for early warning and early response is a lesson learned so far from the COVID-19 crisis. It is vitally important to get ahead of the curve in dealing with such global crises. We emphasize that public health measures must be initiated instantaneously in every country to combat the continuing spread of this virus. The need for testing at scale must be recognized and acted upon, and people who test positive for COVID-19 must be quarantined, along with their close contacts.
  2. We received advance warning of the outbreak a few months before it hit us on a global scale. In the future we need to better coordinate efforts on both the political and health care fronts to prepare and protect the population.
  3. Governments, public institutions, science communities, and the media (incl. social media) failed to ensure responsible, transparent, and timely communication, which is crucial for appropriate action. International organisations like WHO and UNICEF, but also academies of sciences, need to be supported in their communication efforts so that their scientific evidence-based information can rise above the cacophony of unproven assumptions spreading all over the world.
  4. Civil society must be suitably empowered, because the resolution of the present threats requires not only global cooperation but also distributed actions that can only be undertaken satisfactorily by local communities. Given that pandemics render personal face-to-face contacts impossible, efforts need to be made to apply and to further improve communications technologies.

2.     Expanding support of science and actions by scientific communities:

  1. Strengthening basic research enhances the capacity to detect, to respond, and to ultimately prevent or at least mitigate catastrophes such as pandemics. Science needs better funding at a national and transnational level, so that scientists have the means to discover the right drugs and vaccines. Pharmaceutical companies have a key responsibility to produce those drugs at scale if possible.
  2. Scientists in all nations already tend to serve with a global perspective when generating preventions and cures. This humane attitude needs further support. Professional associations and science academies need to check whether they can serve better in cooperation with international agencies such as WHO and others, and how.
  3. An important research area is understanding the root causes and prevention of zoonotic diseases, i.e. infectious diseases caused by bacteria, viruses, or parasites that spread from animals to humans. Food-related animal production systems may need reshaping to reduce the risks of zoonotic breeding grounds. We also need to know more about the psychological foundations of human behavior in situations of collective stress, in order to decide on appropriate governance strategies in crises.

3.     Protecting poor and vulnerable people:

  1. COVID-19 is a common threat that may harm one country sooner than another but will eventually harm us all. Health workers fighting pandemics in the front lines need the best possible support and protection. Women, who are the majority of health workers and are often most at risk, still suffer the same injustices as in other areas of work. This must stop.
  2. We are concerned about the selfishness and shortsightedness of uncoordinated national responses. This is the time to prove that the “Family of Nations” (Paul VI and John Paul II) or the “Family of Peoples” (Pope Francis) are communities of values with a common origin and shared destiny.
  3. Broad-based policy action in the field of public health is essential in all countries to protect poor and vulnerable people from the virus. COVID-19 will also have an adverse impact on worldwide economies. Unless mitigated, the anticipated disrupting consequences on food production and supply, and numerous other systems, will hurt especially the poor.
  4. Pandemics represent a threat to the millions of refugees, migrants and forcibly displaced. We implore the global community to intensify efforts to protect the most vulnerable among us.
  5. The obligatory focus on keeping COVID-19 at bay can have large consequences on those suffering from other diseases. Complex ethical issues arise at the global, national, and local level in the health practice, when first-come-first-serve action rules may break down. This is a general issue, but during a crisis it deserves special  consideration as well as a joint scientific and ethical commitment.

4.     Shaping global interdependencies and help across and within nations:

  1. Decades of increasing interconnectedness have opened up the world to massive cross-border flows of goods, services, money, ideas, and people. Under normal circumstances these developments enhance the wellbeing and prosperity of large proportions of the world’s population. Under abnormal circumstances, however, we experience the adverse consequences and fragility of interconnectedness. The sheer scale and scope of the current globalism has made the world unprecedentedly interdependent – and thus vulnerable and dysfunctional during crises. For example, the COVID-19 outbreak is prompting demand for more national isolation. However, seeking protection through isolationism would be misguided and counterproductive. A trend worth backing would be a strong demand for greater global cooperation. Transnational and international organizations need to be equipped and supported to serve that purpose.
  2. Only governance based on sound scientific evidence and a solid basis of shared fundamental values can mitigate the consequences of such crises. Unless governments reduce their nationalistic interests, there is reason to expect a worsening of the health crisis and consequently a deep global recession, with profound and tragic implications especially for poor countries.
  3. Mitigation measures to curb the rapid spread of contagion sometimes require closing borders around affected hotspots. Nevertheless, national borders must not become barriers hindering help across nations. Human resources, equipment, knowledge about best practices, treatments, and supplies must be shared.
  4. Global problems such as pandemics or the less visible crises of global climate change and biodiversity loss demand global cooperative responses. We must take into account the relationships between human activities, global ecology and livelihoods. Once COVID-19 is under control, we cannot go back to business as usual. A thorough review of worldviews, lifestyles, and short-term economic valuations must be carried out to cope with the challenges of the Anthropocene. A more responsible, more sharing, more equalitarian, more caring and fairer society is required if we are to survive.
  5. We insist that global crises demand collective action. The prevention and containment of pandemics is a global public good (Laudato Si‘) and protecting it requires increased global coordination as well as temporary and adaptive decoupling. At a time when rule-based multilateralism is declining, the COVID-19  crisis should encourage efforts to bring about a new – in the sense of different – globalization model aimed at inclusive protection of all.

5.     Strengthening solidarity and compassion:

  1. Apart from a scientific, technical and health policy agenda, we must not forget social cohesion. Churches, as well as all faith- and value-based communities, are called to action.
  2. A lesson the virus is teaching us is that freedom cannot be enjoyed without responsibility and solidarity. Freedom divorced from solidarity breeds pure and destructive egoism. Nobody can succeed alone. The COVID-19 pandemic is an opportunity to become more conscious of how important good relationships are in our lives.
  3. Today’s paradox is that we realize that each person needs to cooperate with other people at the exact same time as it becomes necessary to isolate ourselves from everyone else for health reasons. However, this paradox is only apparent since the act of staying at home is an act of profound solidarity. It is to “love your neighbor as yourself”. The lesson the pandemic teaches us is that, without solidarity, freedom and equality are just empty words (Pope Francis).

Signed by

Joachim von Braun, President of the Pontifical Academy of Sciences (PAS). University of Bonn, Germany

Stefano Zamagni, President of the Pontifical Academy of Social Sciences (PASS). University of Bologna, Italy

Marcelo Sánchez Sorondo, Bishop Chancellor of the Pontifical Academies of Sciences (PAS) and of Social Sciences (PASS), Vatican City

Dario Edoardo Viganò, Vice Chancellor of the Pontifical Academies of Sciences (PAS) and of Social Sciences (PASS), Vatican City

Werner Arber, PAS Academician and Council Member, Former PAS President, Professor, Biozentrum, University of Basel, Nobel Laureate in Physiology, Switzerland

Frances Arnold, PAS Academician, Division of Chemistry and Chemical Engineering, California Institute of Technology, Pasadena, California, USA

Vanderlei Bagnato, PAS Academician and Council Member, Professor, Department of Physics and Materials Science, University of São Paulo and the Institute of Physics of São Carlos, Brazil

John D. Barrow, FRS, PAS Academician, Professor of Mathematical Sciences in the Department of Applied Mathematics and Theoretical, Director of the Millennium Mathematics Programme, Cambridge University, UK

Antonio M. Battro, MD, PhD, PAS Academician and Director of the International School on Mind, Brain and Education, Ettore Majorana Foundation and Centre for Scientific Culture, Erice. Member of the Academia Nacional de Educación, Argentina

Helen M. Blau, Ph.D., PAS Academician and Donald E. and Delia B. Baxter Foundation Professor, Director, Baxter Laboratory for Stem Cell Biology, Stanford University School of Medicine, Institute for Stem Cell Biology and Regenerative Medicine, Department of Microbiology and Immunology, Stanford, USA

Rocco Buttiglione, PASS Academician, Istituto di Filosofia Edith Stein, Granada, Spain

Steven Chu, PAS Academician, William R. Kenan, Jr. Professor of Physics, Professor of Molecular and Cellular Physiology, Stanford University, USA

Aaron Ciechanover, PAS Academician, The Rappaport Faculty of Medicine and Research Institute, Technion-Israel Institute of Technology, Haifa, Israel

Guy Consolmagno, PAS Academician Perdurante Munere, Specola Vaticana, Vatican City

Yves Coppens, PAS Academician, Collège de France, Paleoanthropologie et prehistoire, Paris, France

Paul Crutzen, PAS Academician and Nobel Laureate in Chemistry, Max-Planck-Institute for Chemistry, Mainz, Germany

Partha Dasgupta, PASS Academician, Frank Ramsey Professor Emeritus of Economics, Faculty of Economics, University of Cambridge, UK

Francis L. Delmonico, M.D., PAS Academician and Council Member, Professor of Surgery Harvard Medical School, Massachusetts General Hospital. Chair World Health Organization Task Force Donation and Transplantation of Organs and Tissues, USA

Edward M. De Robertis, PAS Academician and Distinguished Professor, Biological Chemistry, University of California, Los Angeles, USA

Pierpaolo Donati, PASS Academician and Council Member, Professor of Sociology, Dept. of Political and Social Sciences, University of Bologna, Italy

Gérard-François Dumont, PASS Academician, Rector, Professor at the Sorbonne, Paris, France

Christoph Engel, PASS Academician, Max Planck Institute for Research on Collective Goods, Bonn, Germany

Elaine Fuchs, PAS Academician, Investigator of the Howard Hughes Medical Institute and Rebecca C. Lancefield Professor of the Rockefeller University, New York, USA

Takashi Gojobori, PAS Academician and Distinguished Professor, CBRC (Computational Bioscience Research Center), BESE (Biological and Environmental Sciences and Engineering), KAUST (King Abdullah University of Science and Technology), Thuwal, Kingdom of Saudi Arabia

Ana Marta González, PASS Academician and Scientific Coordinator, Institute for Culture and Society, Dept. of Philosophy, University of Navarra, Spain

Mohamed H.A. Hassan, PAS Academician, Sudanese National Academy of Sciences (SNAS), Khartoum North, Sudan

Michael Heller, PAS Academician, Pontifical Academy of Theology, Faculty of Philosophy, Kraków, Poland

Allen D. Hertzke, PASS Academician and David Ross Boyd Professor, Department of Political Science, University of Oklahoma, USA

Vittorio Hösle, PASS Academician and Council Member, Professor of Arts and Letters at the University of Notre Dame, USA

Niraja Gopal Jayal, PASS Academician and Professor, Centre for the Study of Law and Governance, Jawaharlal Nehru University, New Delhi, India

Charles Kennel, Director and Distinguished Professor Emeritus, Scripps Institution of Oceanography, UCSD, USA

Nicole Le Douarin, PAS Academician and Council Member, Professeur Honoraire au Collège de France, Secrétaire Perpétuelle Honoraire de l’Académie des Sciences, France

Yuan Tseh Lee, PAS Academician, Academia Sinica, Institute of Atomic and Molecular Sciences, Taipei, Taiwan (ROC)

Jean-Marie Lehn, PAS Academician, Université Louis Pasteur, Laboratoire de Chimie Supramoléculaire ISIS-ULP, Strasbourg, France

Pierre Léna, PAS Academician and Professor Emeritus, Université Paris Diderot, France

Thomas E. Lovejoy, PhD, University Professor of Environmental Science and Policy, George Mason University, Fairfax, VA Senior Fellow United Nations Foundation

John F. McEldowney, PASS Academician and Professor, School of Law, University of Warwick, Coventry, UK

Marcia K. McNutt, President, National Academy of Sciences (signing in her personal capacity)

Yuri Manin, PAS Academician, Max Planck Institute of Mathematics, Bonn, Germany

Roland Minnerath, PASS Academician and Council Member, Archbishop of Dijon, Historian, France

Jürgen Mittelstrass, PAS Academician, Konstanzer Wissenschaftsforums, University of Constance, Germany

Mario Molina, PAS Academician, University of California, San Diego, La Jolla, CA, USA

Erna Möller, PAS Academician, Sweden;

Salvador Moncada, PAS Academician and Professor, MD, Research Domain Director for Cancer at the University of Manchester, UK and Honduras

Rudolf Muradyan, PAS Academician, USA

Ryoji Noyori, PAS Academician, Center for Research and Development Strategy (CRDS), Japan Science and Technology Agency (JST), Riken Fellow, University Professor, Nagoya University, Japan, Nobel laureate in Chemistry

Naomi Oreskes, Professor of the History of Science, Harvard University, USA

Cesare Pasini, PAS Academician Perdurante Munere and Prefect, Vatican Apostolic Library, Vatican City

Ingo Potrykus, PAS Academician, Switzerland

Veerabhadran Ramanathan, PAS Academician and Council Member, Professor, Scripps Institution of Oceanography, University of California at San Diego, USA

Peter H. Raven, PAS Academician and President Emeritus, Missouri Botanical Garden, St. Louis, MO, USA

Martin Rees, PAS Academician and Council Member, former Astronomer Royal, and Trinity College Cambridge, and President of the Royal Society, UK

Gregory M. Reichberg, PASS Academician, Peace Research Institute of Oslo (PRIO), Oslo, Norway

Dani Rodrik, PASS Academician and Ford Foundation Professor of International Political Economy, John F. Kennedy School of Government, Harvard University, USA

Louis Sabourin, PASS Academician, École Nationale d’Administration Publique (GERFI), Université du Québec, Canada

Jeffrey D. Sachs, University Professor and Director of the Center for Sustainable Development at Columbia University, Director of the UN Sustainable Development Solutions Network, Commissioner of the UN Broadband Commission for Development, and SDG Advocate under UN Secretary-General Antonio Guterres.

Michael Sela, PAS Academician, the Weizmann Institute of Science, Department of Immunology, Rehovot, Israel

Hans Joachim Schellnhuber, PAS Academician, Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), Potsdam, Germany

Wolf Singer, PAS Academician and Council Member, Professor of Physiology at the Goethe University Frankfurt, and Max Planck Institute for Brain Research, Frankfurt, Germany

Marcelo M. Suárez-Orozco, PASS Academician and Council Member, Dean & Distinguished Professor of Education UCLA Graduate School of Education & Information Studies, USA

Govind Swarup, FRS, PAS Academician and former Centre Director NCRA & GMRT, Honorary Fellow of TIFR, India

Hans Tuppy, PAS Academician, University of Vienna, Institute of Biochemistry, Austria

Rafael Vicuña, PAS Academician, Pontificia Universidad Católica de Chile, Facultad de Ciencias Biológicas, Departamento de Génetica Molecular y Microbiología, Santiago, Chile

Wilfrido Villacorta, PASS Academician and Professor Emeritus, De La Salle University, Philippines

Edward Witten, PAS Academician, Institute for Advanced Study, Princeton NJ, USA

Ada Yonath, PAS Academician, Director of the Helen and Milton A. Kimmelman Center for Biomolecular Structure and Assembly of the Weizmann Institute of Science. Nobel Laureate in Chemistry, Israel

Paulus Zulu, PASS Academician and Council Member, Professor, University of Kwa Zulu Natal, South Africa

Dichiarazione congiunta del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Pontificia Accademia per la Vita sul caso del Sig. Vincent Lambert

Nel condividere pienamente quanto affermato dall’Arcivescovo di Reims, S.E. Mons. Éric de Moulins-Beaufort, e dal Vescovo Ausiliare, S.E. Mons. Bruno Feillet, in relazione alla triste vicenda del Sig. Vincent Lambert, desideriamo ribadire la grave violazione della dignità della persona, che l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione comportano. Lo “stato vegetativo”, infatti, è stato patologico certamente gravoso, che tuttavia non compromette in alcun modo la dignità delle persone che si trovano in questa condizione, né i loro diritti fondamentali alla vita e alla cura, intesa come continuità dell’assistenza umana di base.

L’alimentazione e l’idratazione costituiscono una forma di cura essenziale sempre proporzionata al mantenimento in vita: alimentare un ammalato non costituisce mai una forma di irragionevole ostinazione terapeutica, finché l’organismo della persona è in grado di assorbire nutrizione e idratazione, a meno che non provochi sofferenze intollerabili o risulti dannosa per il paziente.

La sospensione di tali cure rappresenta, piuttosto, una forma di abbandono del malato, fondata su un giudizio impietoso sulla sua qualità della vita, espressione di una cultura dello scarto che seleziona le persone più fragili e indifese, senza riconoscerne l’unicità e l’immenso valore. La continuità dell’assistenza è un dovere ineludibile.

Auspichiamo, dunque, che possano essere trovate al più presto soluzioni efficaci per tutelare la vita del Sig. Lambert. A tale fine, assicuriamo la preghiera del Santo Padre e di tutta la Chiesa.

21.05.2019

 

Kevin Card. Farrell                                                                      + Vincenzo Paglia

                   Prefetto                                                                                     Presidente
Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita                                                Pontificia Accademia per la Vita                                                                           

Orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del Clero in Cina

Quest’oggi, 28 giugno 2019, alle 12 la Santa Sede ha diffuso un importante documento sugli “Orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del Clero in Cina”. In esso si affronta il dramma sofferto  da molti vescovi e sacerdoti ufficiali e sotterranei nel dover farsi riconoscere dal governo, sottoscrivendo non solo l’obbedienza alle leggi della Cina, ma anche agli organismi che perseguono “l’indipendenza” della Chiesa. La Santa Sede riconosce che vi sono “difficoltà”, ma per il bene dei fedeli suggerisce un atteggiamento malleabile, anche se apparentemente ambiguo, motivato dal fatto che nel tempo si potrà chiarire con le autorità cinesi una modalità di registrazione “più rispettosa della dottrina cattolica” e della “coscienza delle persone coinvolte”. Il documento chiede anche rispetto per tutti coloro che in coscienza rifiutano di farsi registrare in questo modo. Nel testo si chiede anche che “non si pongano in atto pressioni intimidatorie nei confronti delle comunità cattoliche «non ufficiali», come purtroppo è già avvenuto”.  Ecco il documento integrale della Santa Sede.

 

Orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del Clero in Cina

Da tempo giungono alla Santa Sede, da parte di Vescovi della Cina Continentale, richieste di una concreta indicazione circa l’atteggiamento da assumere di fronte all’obbligo di presentare domanda di registrazione civile. Al riguardo, com’è noto, molti Pastori rimangono profondamente perplessi perché la modalità di tale registrazione – obbligatoria secondo i nuovi regolamenti sulle attività religiose, pena l’impossibilità di agire pastoralmente – comporta, quasi sempre, la firma di un documento in cui, nonostante l’impegno assunto dalle Autorità cinesi di rispettare anche la dottrina cattolica, si deve dichiarare di accettare, fra l’altro, il principio di indipendenza, autonomia e auto- amministrazione della Chiesa in Cina.

La complessità della realtà cinese e il fatto che nel Paese pare non esistere un’unica prassi applicativa dei regolamenti per gli affari religiosi, rendono particolarmente difficile pronunciarsi in materia. La Santa Sede, da una parte, non intende forzare la coscienza di alcuno. Dall’altra, considera che l’esperienza della clandestinità non rientra nella normalità della vita della Chiesa, e che la storia ha mostrato che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede (cfr. n. 8 della Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 27 maggio 2007). Perciò, la Santa Sede continua a chiedere che la registrazione civile del Clero avvenga con la garanzia di rispettare la coscienza e le profonde convinzioni cattoliche delle persone coinvolte. Solo così, infatti, si possono favorire sia l’unità della Chiesa sia il contributo dei cattolici al bene della società cinese.

Per quanto, poi, concerne la valutazione dell’eventuale dichiarazione che si deve firmare all’atto della registrazione, in primo luogo è doveroso tenere presente che la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese dichiara formalmente di tutelare la libertà religiosa (art. 36). In secondo luogo, l’Accordo Provvisorio del 22 settembre 2018, riconoscendo il ruolo peculiare del Successore di Pietro, porta logicamente la Santa Sede a intendere e interpretare l’«indipendenza» della Chiesa cattolica in Cina non in senso assoluto, cioè come separazione dal Papa e dalla Chiesa universale, ma relativo alla sfera politica, secondo quanto avviene in ogni parte del mondo nelle relazioni tra il Papa e una Chiesa particolare o tra Chiese particolari. Del resto, affermare che nell’identità cattolica non vi può essere separazione dal Successore di Pietro, non significa voler fare di una Chiesa particolare un corpo estraneo alla società e alla cultura del Paese in cui essa vive ed opera. In terzo luogo, il contesto attuale dei rapporti fra la Cina e la Santa Sede, caratterizzato da un consolidato dialogo fra le due Parti, è diverso da quello che ha visto nascere gli organismi patriottici negli anni cinquanta del secolo scorso. In quarto luogo, si aggiunga il fatto di grande rilievo che, nel corso degli anni, molti Vescovi ordinati senza il mandato apostolico hanno chiesto e ottenuto la riconciliazione con il Successore di Pietro, così che tutti i Vescovi cinesi sono oggi in comunione con la Sede Apostolica e desiderano una sempre maggiore integrazione con i Vescovi cattolici del mondo intero.

Di fronte a questi fatti, è legittimo aspettarsi un atteggiamento nuovo da parte di tutti, anche nell’affrontare le questioni pratiche riguardanti la vita della Chiesa. Da parte sua, la Santa Sede continua a dialogare con le Autorità cinesi sulla registrazione civile dei Vescovi e dei sacerdoti per trovare una formula che, nell’atto della registrazione, rispetti non solo le leggi cinesi ma anche la dottrina cattolica.

Nel frattempo, alla luce di quanto sopra, se un Vescovo o un sacerdote decide di registrarsi civilmente ma il testo della dichiarazione per la registrazione non appare rispettoso della fede cattolica, egli preciserà per iscritto all’atto della firma che lo fa senza venir meno alla dovuta fedeltà ai principi della dottrina cattolica. Se non è possibile mettere questa precisazione per iscritto, il richiedente la farà anche solo verbalmente e se possibile alla presenza di un testimone. In ogni caso, è opportuno che il richiedente certifichi poi al proprio Ordinario l’intenzione con la quale ha fatto la registrazione. Questa, infatti, è sempre da intendersi all’unico fine di favorire il bene della comunità diocesana e la sua crescita nello spirito di unità, come anche
un’evangelizzazione adeguata alle nuove esigenze della società cinese e la gestione responsabile dei beni della Chiesa.

In pari tempo, la Santa Sede comprende e rispetta la scelta di chi, in coscienza, decide di non potersi registrare alle presenti condizioni. Essa rimane loro vicina e chiede al Signore di aiutarli a custodire la comunione con i propri fratelli nella fede, anche di fronte alle prove che ciascuno si troverà ad affrontare.

Il Vescovo, da parte sua, “nutra e manifesti pubblicamente la propria stima per i presbiteri, dimostrando fiducia e lodandoli se lo meritano; rispetti e faccia rispettare i loro diritti e li difenda da critiche infondate; dirima prontamente le controversie, per evitare che inquietudini prolungate possano offuscare la fraterna carità e danneggiare il ministero pastorale” (Apostolorum Successores, Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi, 22 febbraio 2004, n. 77).

È importante, poi, che anche i fedeli laici non solo comprendano la sopra descritta complessità della situazione, ma anche accolgano con cuore grande la sofferta decisione presa dai loro Pastori, qualunque essa sia. La comunità cattolica locale li accompagni con spirito di fede, con la preghiera e con l’affetto, astenendosi dal giudicare le scelte degli altri, custodendo il vincolo dell’unità e usando misericordia verso tutti.

In ogni caso, nell’attesa di poter giungere attraverso un franco e costruttivo dialogo tra le due Parti, come accordato, ad una modalità di registrazione civile del Clero più rispettosa della dottrina cattolica, e quindi della coscienza delle persone coinvolte, la Santa Sede chiede che non si pongano in atto pressioni intimidatorie nei confronti delle comunità cattoliche «non ufficiali», come purtroppo è già avvenuto.

Infine, la Santa Sede ha fiducia che tutti possano accogliere queste indicazioni pastorali come uno strumento per aiutare coloro che si trovano a dover fare scelte non facili, a compierle con spirito

di fede e di unità. Tutti – Santa Sede, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici – sono chiamati a discernere la volontà di Dio con pazienza e umiltà in questo tratto del cammino della Chiesa in Cina, segnato da tante speranze ma anche da perduranti difficoltà.

Dal Vaticano, 28 giugno 2019,

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.

La Santa Sede