Il Santo Padre

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Incontro per la Pace. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

INCONTRO PER LA PACE

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Memoriale della Pace (Hiroshima)
Domenica, 24 novembre 2019


 

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

Dio di misericordia e Signore della storia, a te leviamo i nostri occhi da questo luogo, crocevia di morte e vita, di sconfitta e rinascita, di sofferenza e pietà.

Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più. Provenivano da luoghi diversi, avevano nomi diversi, alcuni di loro parlavano diverse lingue. Sono rimasti tutti uniti da uno stesso destino, in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità.

Faccio memoria qui di tutte le vittime e mi inchino davanti alla forza e alla dignità di coloro che, essendo sopravvissuti a quei primi momenti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute e, nelle loro menti, i germi della morte che hanno continuato a consumare la loro energia vitale.

Ho sentito il dovere di venire in questo luogo come pellegrino di pace, per rimanere in preghiera, ricordando le vittime innocenti di tanta violenza, portando nel cuore anche le suppliche e le aspirazioni degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente dei giovani, che desiderano la pace, lavorano per la pace, si sacrificano per la pace. Sono venuto in questo luogo pieno di memoria e di futuro portando con me il grido dei poveri, che sono sempre le vittime più indifese dell’odio e dei conflitti.

Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia  le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo, le inaccettabili disuguaglianze e ingiustizie che minacciano la convivenza umana, la grave incapacità di aver cura della nostra casa comune, il ricorso continuo e spasmodico alle armi, come se queste potessero garantire un futuro di pace.

Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?

Sono convinto che la pace non è più di un “suono di parole” se non si fonda sulla verità, se non si costruisce secondo la giustizia, se non è vivificata e completata dalla carità e se non si realizza nella libertà (cfr S. Giovanni XXIII, Enc. Pacem in terris, 18).

La costruzione della pace nella verità e nella giustizia significa riconoscere che «molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali» (ibid., 49), però ciò non potrà mai giustificare l’intento di imporre agli altri i propri interessi particolari. Al contrario, tutto questo può costituire un motivo di maggiore responsabilità e rispetto. Parimenti, le comunità politiche, che legittimamente possono differire tra loro nel grado di cultura o di sviluppo economico, sono chiamate a impegnarsi a lavorare «per la comune ascesa», per il bene di tutti (cfr ibid., 49-50).

Di fatto, se realmente vogliamo costruire una società più giusta e sicura, dobbiamo lasciare che le armi cadano dalle nostre mani: «non si può amare con armi offensive in pugno» (S. Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, 5). Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, «esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli» (ibid., 5). Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata. Inoltre, «la pace non è la semplice assenza di guerra […]; ma è un edificio da costruirsi continuamente» (Conc. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 78). È frutto della giustizia, dello sviluppo, della solidarietà, dell’attenzione per la nostra casa comune e della promozione del bene comune, imparando dagli insegnamenti della storia.

Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; un ricordo che si diffonde, per risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne, specialmente di coloro che oggi svolgono un ruolo speciale per il destino delle nazioni; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!

Proprio per questo siamo chiamati a camminare uniti, con uno sguardo di comprensione e di perdono, aprendo l’orizzonte alla speranza e portando un raggio di luce in mezzo alle numerose nubi che oggi oscurano il cielo. Apriamoci alla speranza, diventando strumenti di riconciliazione e di pace. Questo sarà sempre possibile se saremo capaci di proteggerci e riconoscerci come fratelli in un destino comune. Il nostro mondo, interconnesso non solo a causa della globalizzazione ma, da sempre, a motivo della terra comune, reclama più che in altre epoche che siano posposti gli interessi esclusivi di determinati gruppi o settori, per raggiungere la grandezza di coloro che lottano corresponsabilmente per garantire un futuro comune.

In un’unica supplica, aperta a Dio e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, a nome di tutte le vittime dei bombardamenti, degli esperimenti atomici e di tutti i conflitti, dal cuore eleviamo insieme un grido: Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo. O Dio, tu ce l’hai promesso: «Amore e verità s’incontreranno. Giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 84,11-12).

Vieni, Signore, che si fa sera, e dove abbondò la distruzione possa oggi sovrabbondare la speranza che è possibile scrivere e realizzare una storia diversa. Vieni Signore, Principe della pace, rendici strumenti e riflessi della tua pace!

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

 

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Omaggio ai Santi martiri. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

OMAGGIO AI SANTI MARTIRI

SALUTO DEL SANTO PADRE

Monumento dei Martiri – Nishizaka Hill (Nagasaki)
Domenica, 24 novembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Aspettavo con ansia questo momento. Vengo come pellegrino a pregare, a confermare e anche ad essere confermato nella fede da questi fratelli, che con la loro testimonianza e dedizione ci indicano il cammino. Vi sono grato per l’accoglienza.

Questo Santuario evoca le immagini e i nomi dei cristiani che sono stati martirizzati molti anni fa, iniziando da Paolo Miki e i suoi compagni, il 5 febbraio 1597, e la moltitudine di altri martiri che hanno consacrato questo terreno con la loro sofferenza e la loro morte.

Senza dubbio, questo santuario, più che di morte, ci parla del trionfo della vita. San Giovanni Paolo II vide questo luogo non solo come il monte dei martiri, ma come un vero Monte delle Beatitudini, dove possiamo percepire la testimonianza di uomini ricolmi di Spirito Santo, liberi dall’egoismo, dalle comodità e dall’orgoglio (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 65). Perché qui la luce del Vangelo ha brillato nell’amore che trionfava sulla persecuzione e sulla spada.

Questo luogo è prima di tutto un monumento che annuncia la Pasqua, poiché proclama che l’ultima parola – nonostante tutte le prove contrarie – non appartiene alla morte, ma alla vita. Non siamo chiamati alla morte, ma a una Vita in pienezza; loro lo hanno annunciato. Sì, qui c’è l’oscurità della morte e del martirio, ma si annuncia anche la luce della risurrezione, dove il sangue dei martiri diventa seme della vita nuova che Cristo vuole donare a tutti noi. La loro testimonianza ci conferma nella fede e ci aiuta a rinnovare la nostra dedizione e il nostro impegno, per vivere il discepolato missionario che sa lavorare per una cultura capace di proteggere e difendere sempre ogni vita, attraverso il “martirio” del servizio quotidiano e silenzioso verso tutti, specialmente i più bisognosi.

Vengo a questo monumento dedicato ai martiri per incontrarmi con questi uomini e donne santi, e voglio farlo con la piccolezza di quel giovane gesuita che veniva “dai confini della terra” e trovò una profonda fonte di ispirazione e di rinnovamento nella storia dei primi martiri giapponesi. Non dimentichiamo l’amore del loro sacrificio! Che non resti una gloriosa reliquia di gesta passate, ben conservata e onorata in un museo, ma sia memoria e fuoco vivo dell’anima di ogni apostolato in questa terra, capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore. Che la Chiesa, nel Giappone del nostro tempo, con tutte le sue difficoltà e promesse, si senta chiamata ad ascoltare ogni giorno il messaggio proclamato da San Paolo Miki dalla sua croce, e a condividere con tutti gli uomini e le donne la gioia e la bellezza del Vangelo che è Via, Verità e Vita (cfr Gv 14,6). Che possiamo ogni giorno liberarci da tutto ciò che ci è di peso e ci impedisce di camminare con umiltà, libertà, parresia e carità.

Fratelli, in questo luogo ci uniamo anche ai cristiani che in tante parti del mondo oggi soffrono e vivono il martirio a causa della fede. Martiri del secolo XXI, che ci interpellano con la loro testimonianza affinché prendiamo, con coraggio, la via delle Beatitudini. Preghiamo per loro e con loro, e alziamo la voce perché la libertà religiosa sia garantita a tutti e in ogni angolo del pianeta; e alziamo la voce anche contro ogni manipolazione delle religioni, operata «dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini» (Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

Chiediamo alla Madonna, Regina dei Martiri, a San Paolo Miki e a tutti i suoi compagni che lungo la storia hanno proclamato con la vita le meraviglie del Signore, di intercedere per la vostra terra e per tutta la Chiesa, perché il loro sacrificio susciti e mantenga viva la gioia della missione.

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN GIAPPONE. Discorso sulle Armi nucleari. 24.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

DISCORSO DEL SANTO PADRE
SULLE ARMI NUCLEARI

Atomic Bomb Hypocenter Park (Nagasaki)
Domenica, 24 novembre 2019


 

Cari fratelli e sorelle!

Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. La croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie.

Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo.

La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.

Qui, in questa città, che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare, non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Questa infatti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo. Trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali. La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente. Nel 1963, il Papa San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, chiedendo pure la proibizione delle armi atomiche (cfr n. 60), affermò che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca (cfr n. 61).

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra. Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari. Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace. Possano la preghiera, la ricerca instancabile per la promozione di accordi, l’insistenza sul dialogo essere le “armi” in cui riponiamo la nostra fiducia e anche la fonte di ispirazione degli sforzi per costruire un mondo di giustizia e solidarietà che fornisca reali garanzie per la pace.

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari. Lo stato attuale del nostro pianeta richiede, a sua volta, una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e quindi raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale. È quanto già suggerì, nel 1964, il Papa San Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari (cfr Discorso ai giornalisti, Mumbai, 4 dicembre 1964; Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 51).

Per tutto questo, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze. Compito che, a sua volta, ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

Vi chiedo di unirci in preghiera ogni giorno per la conversione delle coscienze e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e della fraternità. Una fraternità che sappia riconoscere e garantire le differenze nella ricerca di un destino comune.

So che alcuni dei presenti qui non sono cattolici, ma sono sicuro che tutti possiamo fare nostra la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dov’è odio, ch’io porti l’amore;
dov’è offesa, ch’io porti il perdono;
dov’è dubbio, ch’io porti la fede;
dov’è disperazione, ch’io porti la speranza;
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce;
dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

In questo luogo di memoria, che ci impressiona e non può lasciarci indifferenti, è ancora più significativo confidare in Dio, perché ci insegni ad essere strumenti efficaci di pace e a lavorare per non commettere gli stessi errori del passato.

Che voi e le vostre famiglie, e l’intera Nazione, possiate sperimentare le benedizioni della prosperità e dell’armonia sociale!

 


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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN THAILANDIA. Incontro con i Vescovi. 22.11.2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 – 26 NOVEMBRE 2019)

INCONTRO CON I VESCOVI DELLA THAILANDIA E DELLA FABC

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung (Bangkok)
Venerdì, 22 novembre 2019


 

Sono grato a Sua Eminenza, il Cardinale Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, per le sue gentili parole di introduzione e di benvenuto. Sono contento di poter stare con voi e di condividere, anche se brevemente, le gioie e speranze, le vostre iniziative e i vostri sogni, come pure le sfide che affrontate in quanto pastori del santo popolo fedele di Dio. Grazie per la vostra fraterna accoglienza.

Il nostro incontro di oggi ha luogo nel Santuario del Beato Nicolás Bunkerd Kitbamrung, che ha dedicato la sua vita all’evangelizzazione a alla catechesi, formando discepoli del Signore, soprattutto qui in Tailandia, come anche in parte del Vietnam e lungo la frontiera con il Laos, e coronò la sua testimonianza a Cristo con il martirio. Mettiamo questo incontro sotto il suo sguardo, perché il suo esempio stimoli in noi un grande zelo per l’evangelizzazione in tutte le Chiese locali dell’Asia e possiamo essere, sempre più, discepoli missionari del Signore; così la sua Buona Novella potrà essere sparsa come balsamo e profumo in questo magnifico e grande continente.

So che è in programma per il 2020 l’Assemblea Generale della Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, nel cinquantenario della sua fondazione. Una buona occasione per tornare a visitare quei “santuari” dove si custodiscono le radici missionarie che hanno segnato queste terre e per lasciarsi sospingere dallo Spirito Santo sulle orme del primo amore; e questo permetterà di aprirsi con coraggio, con parresia a un futuro che siete chiamati a generare e attuare, affinché tanto la Chiesa quanto la società in Asia beneficino di un impulso evangelico condiviso e rinnovato. Innamorati di Cristo, capaci di far innamorare e di condividere questo stesso amore.

Voi vivete in un continente multiculturale e multireligioso, di grande bellezza e prosperità, ma provato al tempo stesso da povertà e sfruttamento estesi a vari livelli. I rapidi progressi tecnologici possono aprire immense possibilità per facilitare la vita, ma possono anche dare luogo a un crescente consumismo e materialismo, specialmente tra i giovani. Voi portate sulle vostre spalle le preoccupazioni della vostra gente, di fronte al flagello delle droghe e al traffico di persone, alla necessità di occuparsi di un gran numero di migranti e rifugiati, alle cattive condizioni di lavoro, allo sfruttamento del lavoro subito da molti, come pure alla disuguaglianza economica e sociale che esiste tra i ricchi e i poveri.

In mezzo a queste tensioni si trova il pastore, lottando e intercedendo con il suo popolo e per il suo popolo. Perciò credo che la memoria dei primi missionari che ci hanno preceduto con coraggio, con gioia e con una resistenza straordinaria, permetterà di misurare e di valutare il nostro presente e la nostra missione da una prospettiva molto più ampia, molto più innovativa. Questa memoria ci libera, in primo luogo, dal credere che i tempi passati fossero sempre più favorevoli o migliori per l’annuncio, e ci aiuta a non rifugiarci in pensieri e discussioni sterili che finiscono col centrarci e rinchiuderci in noi stessi, paralizzando ogni tipo di azione. «Impariamo piuttosto dai santi che ci hanno preceduto ed hanno affrontato le difficoltà proprie della loro epoca» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 263) e lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è “attaccato addosso” lungo la strada e che rende più pesante il cammino. Siamo consapevoli che ci sono strutture e mentalità ecclesiali che possono arrivare a condizionare negativamente un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Perché in definitiva senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (cfr ibid., 26) e può rendere difficile al nostro cuore l’importante ministero della preghiera e dell’intercessione. Questo ci può aiutare, a volte, a regolarci davanti agli entusiasmi imprudenti di metodi che hanno un successo apparente ma poca vita.

Osservando il cammino missionario in queste terre, uno dei primi insegnamenti ricevuti nasce dalla fiducia di sapere che è proprio lo Spirito Santo il primo ad andare avanti e a chiamare: lo Spirito Santo precede la Chiesa invitandola a raggiungere tutti quei punti nodali, dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle nostre città (cfr ibid., 74) e culture. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo arriva prima del missionario e rimane con lui. L’impulso dello Spirito Santo ha sostenuto e motivato gli Apostoli e tanti missionari a non scartare alcuna terra, popolo, cultura o situazione. Non hanno cercato un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consisteva nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non hanno aspettato che una cultura fosse affine o si sintonizzasse facilmente con il Vangelo; al contrario, si sono tuffati in quelle realtà nuove, convinti della bellezza di cui erano portatori. Ogni vita vale agli occhi del Maestro. Erano audaci, coraggiosi, perché sapevano prima di tutto che il Vangelo è un dono da seminare in tutti e per tutti, da spargere tra tutti: dottori della legge, peccatori, pubblicani, prostitute, tutti i peccatori di ieri come di oggi. Mi piace evidenziare che la missione, prima che le attività da realizzare o progetti da porre in atto, richiede uno sguardo e un “fiuto” da educare; richiede una preoccupazione paterna e materna, perché la pecora si perde quando il pastore la dà per persa, mai prima. Tre mesi fa, ho ricevuto la visita di un missionario francese che lavora da quasi 40 anni nel nord della Tailandia, tra le tribù. È venuto con un gruppo di 20-25 persone, tutti padri e madri di famiglia, giovani, non più di 25 anni; lui stesso li aveva battezzati, la prima generazione, e ora battezzava i loro figli. Uno potrebbe pensare: hai perso la vita per 50, 100 persone. Questa è stata la sua semina, e Dio lo consola facendogli battezzare i figli di quelli che ha battezzato per primi. Semplicemente, quegli indigeni del nord della Tailandia lui li ha vissuti come una ricchezza per l’evangelizzazione. Non ha dato per persa quella pecora, se n’è fatto carico.

Uno dei punti più belli dell’evangelizzazione è renderci conto che la missione affidata alla Chiesa non consiste solo nella proclamazione del Vangelo, ma anche nell’imparare a credere al Vangelo. Quanti proclamano, proclamiamo, a volte, in momenti di tentazione, il Vangelo, e non ci crediamo al Vangelo! Imparare a credere al Vangelo, a lasciarsi trasformare da esso. Consiste nel vivere e camminare alla luce della Parola che dobbiamo proclamare. Ci farà bene ricordare il grande Paolo VI: «Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa. Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 15). Così la Chiesa entra nella dinamica del discepolato di conversione-annuncio; purificata dal suo Signore, si trasforma in testimone per vocazione. Una Chiesa in cammino, senza paura di scendere in strada e confrontarsi con la vita delle persone che le sono state affidate, è capace di aprirsi umilmente al Signore e con il Signore vivere lo stupore, la meraviglia dell’avventura missionaria, senza la necessità consapevole o inconsapevole di voler apparire anzitutto lei stessa, occupando o pretendendo chissà quale posto di preminenza. Quanto dobbiamo imparare da voi, che in tanti dei vostri Paesi o regioni siete minoranze, e a volte minoranze ignorate, ostacolate o perseguitate, e non per questo vi lasciate trascinare o contaminare dal complesso di inferiorità o dal lamento di non sentirsi riconosciuti! Andate avanti: annunciate, seminate, pregate e aspettate. E non perdete la gioia!

Fratelli, «uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 267), e non temiamo di fare delle sue priorità le nostre priorità. Voi sapete molto bene che cos’è una Chiesa piccola in persone e mezzi, ma ardente e con la voglia di essere strumento vivo della promessa del Signore verso tutte le persone dei vostri villaggi e delle vostre città (cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1). Il vostro impegno a portare avanti la fecondità evangelica, annunciando il kerigma con le opere e con le parole nei diversi ambiti dove i cristiani si trovano, è una testimonianza che lascia il segno.

Una Chiesa missionaria sa che la sua miglior parola è il lasciarsi trasformare dalla Parola di Vita, facendo del servizio la sua nota distintiva. Non siamo noi a disporre della missione, e tanto meno le nostre strategie. È lo Spirito il vero protagonista, che continuamente spinge e invia noi, peccatori perdonati, a condividere questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7); trasformati dallo Spirito per trasformare ogni angolo dove ci capita di essere. Il martirio della dedizione quotidiana e tante volte silenziosa darà i frutti di cui i vostri popoli hanno bisogno.

Questa realtà ci incoraggia a sviluppare una spiritualità molto particolare. Il pastore è una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il suo popolo, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità e i suoi punti di forza. La missione è certamente amore per Cristo, ma al tempo stesso è una passione per il suo popolo. Quando ci soffermiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto l’amore che ci restituisce la dignità e ci sostiene, e proprio lì, se non siamo ciechi, iniziamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 268).

Ricordiamo che anche noi siamo parte di questo popolo; non siamo i padroni, siamo parte del popolo; siamo stati scelti come servitori, non come padroni o signori. Questo significa che dobbiamo affiancare coloro che serviamo con pazienza e amabilità, ascoltandoli, rispettando la loro dignità, incoraggiando e valorizzando sempre le loro iniziative apostoliche. Non perdiamo di vista il fatto che molte delle vostre terre sono state evangelizzate da laici. Non clericalizziamo la missione, per favore; e tanto meno clericalizziamo i laici. Questi laici hanno avuto la possibilità di parlare il dialetto della gente, esercizio semplice e diretto di inculturazione non teorica né ideologica, ma frutto della passione del condividere Cristo. Il santo Popolo fedele di Dio possiede l’unzione del Santo che siamo chiamati a riconoscere, ad apprezzare e diffondere. Non perdiamo questa grazia di vedere Dio che agisce in mezzo al suo popolo: come lo ha fatto prima, lo fa ancora e continuerà a farlo. Mi viene in mente un’immagine che non era nel programma, ma…: il piccolo Samuele che si svegliava di notte. Dio ha rispettato l’anziano sacerdote, debole di carattere, lo lasciava fare, però non gli parlava. Ha parlato a un ragazzo, a uno del popolo.

In modo particolare vi invito a tenere sempre la porta aperta ai vostri sacerdoti. La porta e il cuore. Non dimentichiamo che il prossimo più prossimo del vescovo è il sacerdote. State loro vicino, ascoltateli, cercate di sostenerli in tutte le situazioni che affrontano, specialmente quando li vedete scoraggiati o apatici, che è la peggiore delle tentazioni del demonio. L’apatia, lo scoraggiamento. E questo fatelo non come giudici, ma come padri, non come gestori che si servono di loro, ma come autentici fratelli maggiori. Create un clima di fiducia che favorisca un dialogo sincero, un dialogo aperto, cercando e chiedendo la grazia di avere la medesima pazienza che il Signore ha con ognuno di noi, e che è davvero tanta, è tanta!

Cari fratelli, so che sono molteplici gli interrogativi che dovete affrontare in seno alle vostre comunità, sia nel quotidiano sia pensando al futuro. Non perdiamo mai di vista che in quel futuro, tante volte incerto quanto problematico, è proprio il Signore stesso che viene con la forza della Risurrezione trasformando ogni piaga, ogni ferita in fonte di vita. Guardiamo al domani con la certezza che non siamo soli, che non camminiamo da soli, non andiamo da soli, Lui ci aspetta invitandoci a riconoscerlo soprattutto nello spezzare il pane.

Imploriamo l’intercessione del Beato Nicolas e di tanti santi missionari, perché i nostri popoli siano rinnovati con la stessa unzione.

Dato che oggi siete qui numerosi Vescovi dell’Asia, approfitto dell’opportunità per estendere la benedizione e il mio affetto a tutte le vostre comunità, in modo particolare ai malati e a tutti coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà. Che il Signore vi benedica, vi protegga e vi accompagni sempre. E a voi, che vi prenda per mano; e che voi vi lasciate guidare dalla mano del Signore e non cerchiate altre mani.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare e far pregare per me, perché tutto quello che ho detto a voi lo devo dire anche a me stesso. Grazie!

 


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Santo Padre: Apertura del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. 07 ottobre 2019

APERTURA DEI LAVORI DELL’ASSEMBLEA SPECIALE DEL
SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA SUL TEMA
“NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE”

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Aula del Sinodo
Lunedì, 7 ottobre 2019


 

Sorelle e fratelli, buongiorno!

Benvenuti a tutti e grazie per il vostro lavoro di preparazione: tutti hanno lavorato tanto, da quel momento di Puerto Maldonado fino ad oggi. Grazie tante.

Il Sinodo… parlerò in castigliano, è meglio…

Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo. Pensiamo a De Nobile in India, a Ricci in Cina e tanti altri. Il centralismo “omogeneizzante” e “omogeneizzatore” non ha lasciato emergere l’autenticità della cultura dei popoli.

Le ideologie sono un’arma pericolosa, abbiamo sempre la tendenza ad aggrapparci a un’ideologia per interpretare un popolo. Le ideologie sono riduttive e ci portano all’esagerazione nella nostra pretesa di comprendere intellettualmente, ma senza accettare, comprendere senza ammirare, comprendere senza assimilare. E allora si coglie la realtà in categorie, e le più comuni sono le categorie degli “-ismi”. Allora, quando dobbiamo avvicinarci alla realtà di qualche popolo originario, parliamo di indigenismi, e quando vogliamo dare loro qualche via di uscita per una vita migliore, non glielo chiediamo, parliamo di sviluppismo. Questi “ismi” riformulano la vita a partire dal laboratorio illuminato e illuminista.

Sono slogan che si stanno radicando e programmano l’avvicinamento ai popoli originari. Nel nostro paese, uno slogan: “civiltà e barbarie” è servito a dividere, ad annientare, e ha raggiunto il suo apice verso la fine degli anni Ottanta, ad annientare la maggior parte dei popoli originari, perché erano “barbarie” e la “civiltà” proveniva da un’altra parte. È il disprezzo dei popoli, — e prendo l’esperienza della mia terra, questo “civiltà e barbarie” che è servito ad annientare popoli, continua ancora oggi nella mia patria, con parole offensive, e allora si parla di civiltà di secondo livello, quelli che vengono dalla barbarie; e oggi sono i “bolitas, los paraguayanos, los paraguas, los cabecitas negras”, sempre questo allontanarci dalla realtà di un popolo qualificandolo e mettendo distanza. Questa è l’esperienza del mio paese.

E poi il disprezzo. Ieri mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il “tricorno” che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri? Allora corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando al contrario ci viene richiesta una contemplazione dei popoli, una capacità di ammirazione, che facciano pensare in modo paradigmatico. Se qualcuno viene con intenzioni pragmatiche, che reciti l’“io peccatore”, che si converta e apra il cuore verso una prospettiva paradigmatica che nasce dalla realtà dei popoli.

Non siamo venuti qui per inventare programmi di sviluppo sociale o di custodia di culture, di tipo museale, o di azioni pastorali con lo stesso stile non contemplativo con cui si stanno portando avanti le azioni di segno opposto: deforestazione, uniformazione, sfruttamento. Fanno anche programmi che non rispettano la poesia — mi permetto di dirlo — , la realtà dei popoli che è sovrana. Dobbiamo anche guardarci dalla mondanità nel modo di esigere punti di vista, cambiamenti nell’organizzazione. La mondanità si infiltra sempre e ci fa allontanare dalla poesia dei popoli.

Siamo venuti per contemplare, per comprendere, per servire i popoli. E lo facciamo percorrendo un cammino sinodale, lo facciamo in sinodo, non in tavole rotonde, non in conferenze e ulteriori discussioni: lo facciamo in sinodo, perché un sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è dimostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere nella rete, per imporre qualsiasi idea o qualsiasi piano. Questo configurerebbe una Chiesa congregazionalista, se intendiamo cercare per mezzo di sondaggi chi ha la maggioranza. O una Chiesa sensazionalista così lontana, così distante dalla nostra Santa Madre la Chiesa cattolica, o come amava dire Sant’Ignazio: «la nostra Santa Madre la Chiesa gerarchica». Sinodo è camminare insieme sotto l’ispirazione e la guida dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l’attore principale del sinodo. Per favore non lo scacciamo dalla sala. Sono state fatte consultazioni, si è discusso nelle Conferenze episcopali, nel Consiglio pre-sinodale, è stato elaborato l’Instrumentum Laboris che, come sapete, è un testo-martire, destinato ad essere distrutto, perché è punto di partenza per quello che lo Spirito farà in noi. E ora camminiamo sotto la guida dello Spirito Santo. Ora dobbiamo consentire allo Spirito Santo di esprimersi in questa assemblea, di esprimersi tra noi, di esprimersi con noi, attraverso di noi, di esprimersi “nonostante” noi, nonostante le nostre resistenze, che è normale che ci siano, perché la vita del cristiano è così.

Quindi, quale sarà il nostro lavoro, qui, per assicurare che questa presenza dello Spirito Santo sia feconda? Prima di tutto, pregare. Fratelli e sorelle, vi chiedo di pregare, molto. Riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, sapendo che io non so tutto. E parlare con coraggio, con parresìa, anche se mi vergognerò a farlo, dire quello che sento, discernere, e tutto questo qui dentro, custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro, per favorire questo atteggiamento di riflessione, preghiera, discernimento, di ascoltare con umiltà e parlare con coraggio. Dopo quattro interventi avremo quattro minuti di silenzio. Qualcuno ha detto: «è pericoloso, Padre, perché si addormenteranno». Nell’esperienza del Sinodo sui giovani, dove abbiamo fatto la stessa cosa, è accaduto invece il contrario: tendevano ad addormentarsi durante gli interventi — almeno, durante alcuni — e si risvegliavano durante il silenzio.

Infine, stare nel sinodo significa incoraggiarsi ad entrare in un processo. Non è occupare uno spazio all’interno della sala. Entrare in un processo. E i processi ecclesiali hanno una necessità: devono essere protetti, curati come un bambino, accompagnati all’inizio, curati con delicatezza. Hanno bisogno del calore della comunità; hanno bisogno del calore della Madre Chiesa. È così che un processo ecclesiale cresce. Per questo l’atteggiamento di rispetto, di curare il clima fraterno, l’aria di intimità è importante. Si tratta di non riferire tutto, così come viene, fuori. Ma non si tratta rispetto a coloro che dobbiamo informare di un segreto più proprio delle logge che della comunità ecclesiale; ma di delicatezza e di prudenza nella comunicazione che faremo con l’esterno. E questa necessità di comunicare fuori a tanta gente che vuole sapere, a tanti nostri fratelli, giornalisti, che hanno la vocazione di servire perché si sappia, e per aiutarli in questo sono previsti servizi stampa, briefing etc.

Ma un processo come quello di un sinodo si può rovinare un po’ se io, quando esco dalla sala, dico quello che penso, dico la mia. E allora ci sarà quella caratteristica che si è vista in alcuni sinodi: del “sinodo di dentro” e del “sinodo di fuori”. Il sinodo di dentro che segue un cammino di Madre Chiesa, di attenzione ai processi, e il sinodo di fuori che, per una informazione data con leggerezza, data con imprudenza, porta chi ha il dovere di informare a equivoci. Quindi, grazie per quello che state facendo, grazie perché pregate gli uni per gli altri e coraggio. E, per favore, non perdiamo il senso dell’umorismo. Grazie.

 


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